“Signore & signori” di Pietro Germi

(Italia, 1965)

Ci sono pellicole, come attori, indimenticabili. Così come il film “Signore & signori” diretto da Pietro Germi nel 1965, e Gastone Moschin che è uno dei suoi protagonisti.

Scritto – non senza problemi – dallo stesso Germi insieme ad alcuni fra i più grandi sceneggiatori del Novecento come  Ennio Flaiano, Luciano Vincenzoni (scrittore di fiducia di Sergio Leone), Age e Scarpelli, “Signore & signori” è una fotografia ironica e spietata della nostra società in pieno Boom.

Nel film si intrecciano le bugie, i tradimenti e le feroci ipocrisie di un gruppo di ricchi commercianti e liberi professionisti di una cittadina del Nord Est. In un’Italia schiacciata dal senso cattolico distorto e bigotto, ma soprattutto dal suo perbenismo, l’importante non è comportarsi secondo i suoi dettami, ma: “Che resti fra noi…”, frase simbolica del film.

Fra le vicissitudini raccontate spicca quella del ragionier Osvaldo Bisigato (uno stratosferico Gastone Moschin) che si innamora della giovane Milena Ziulian (una davvero splendente Virna Lisi dall’insolita chioma nera), cassiera di uno degli esercizi più noti della cittadina. Nessuno sembra sconvolgersi più di tanto per la liaison clandestina, neanche Gilda Bisigato (Nora Ricci) moglie legittima del ragioniere. Le cose cambiano però quando l’innamorato Bisigato decide di fuggire con Milena: l’intera cittadina si oppone fermamente all’”ufficializzazione” della tresca, che viene drasticamente condannata e interrotta.

Oggi la nostra società non sta vivendo un periodo economicamente paragonabile al Boom di quei tempi (e se qualcuno lo sta vivendo è sempre la solita piccola parte, la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, invece, deve barcamenarsi per arrivare a fine mese) ma l’ipocrisia di un perbenismo figlio di alcuni principi cattolici distorti c’è sempre. Basta sbirciare i social per vedere immagini o le migliaia di frasi, “sagaci e filosofiche perle di vita”, che vengono condivise ogni giorno ma che poi stridono non poco con la vita quotidiana che si consuma dentro i nostri confini nazionali.

Sono passati più di cinquant’anni dall’uscita di questo film, e ogni suo singolo fotogramma è ancora vivo, graffiante e attuale. Un capolavoro insomma.      

Fra i numerosi premi, il “Signore & signori” vince il Grand Prix al Festival di Cannes.

“I giovedì della signora Giulia” di Paolo Nuzzi, Massimo Scaglione e Piero Chiara

I giovedi della signora Giulia Loc

(Italia, 1970)

Chiamatemi pure un nostalgico del bianco e nero (anche se questo nello specifico è a colori), ma mi fanno impazzire e mi intrigano come pochi i vecchi sceneggiati della nostra – sparita e compianta – grande televisione.

Questo si ispira al romanzo omonimo di Piero Chiara – scrittore che personalmente apprezzo molto -, grande narratore e castigatore dei vizi della ricca provincia italiana del nord, e ci porta nello specifico dentro la magione dell’avvocato Tommaso Esengrini (impersonato da un bravissimo e antipaticissimo Claudio Gora), che un giovedì sera chiama il suo “amico-nemico “di tribunale, l’ispettore Sciancalepre (che ha il viso del vero investigatore privato Tom Ponzi), per chiedergli un supporto morale e logistico visto che la moglie Giulia è scappata di casa.

Ricostruendo gli ultimi giorni prima della scomparsa, Sciancalepre viene a sapere che la signora era usa ogni giovedì andare a Milano per trovare la figlia adolescente, ospite di un rinomato collegio della città. E, soprattutto, il commissario scopre che la signora Esengrini aveva una relazione con tale Luciano Barsanti, che era pronto a iniziare una nuova vita con lei a Roma.

Ma nessuno, nemmeno lui, ha notizie della signora che alla fine viene classificata come persona scomparsa.

L’anno successivo, durante i lavori per costruire una piscina nel giardino di villa Esengrini, viene scoperto il corpo della signora Giulia all’interno di una vecchia cisterna che uno smottamento ha riportato alla luce.

L’indiziato principale del delitto diventa subito l’avvocato Esengrini, che però nega tutto portando l’attenzione del PM prima sul Barsanti e poi su Demetrio, il suo tuttofare e assistente personale di studio, abitante anche lui a Villa Esengrini e conoscente fin da bambino della signora Giulia…

La conclusione dello sceneggiato (prodotto da Pietro Germi, e si vede!) si discosta non poco da quella del romanzo – tranquilli non anticipo nessuna delle due -, ma mantiene inalterata l’atmosfera cupa e inquietante dello scritto di Chiara.

Per amanti e fini intenditori.

I giovedì della signora Giulia

“L’immorale” di Pietro Germi

Immorale Cop

(ITA/FRA, 1967)

Immeritatamente fra i meno noti del grande Pietro Germi, “L’immorale” è invece uno dei suoi film più riusciti e soprattutto più contemporanei.

Il violinista Sergio Masini (uno stratosferico Ugo Tognazzi, che per questa interpretazione ha vinto il David di Donatello) è un uomo che ama le donne e i bambini. Per questo di famiglie ne ha due.

La prima è quella creata insieme alla moglie Giulia, la seconda quella nata dal suo rapporto extraconiugale con Adele. Con la prima di figli ne ha tre, con la seconda due.

La gestione di un tale menage è complicata, ma con l’ausilio di decine di gettoni telefonici al giorno (per cellulare, in quegli anni, si intendeva solamente il veicolo della Polizia) e la pazienza delle due donne – soprattutto quella di Adele che è serenamente a conoscenza della famiglia ufficiale del suo uomo – l’impresa riesce.

I problemi arrivano quando Sergio incontra la ventenne Marisa (una giovane Stefania Sandrelli col botto!) che si innamora di lui e che lo vorrebbe tutto per sé, ma Sergio non intende rinunciare alle sue famiglie e così la storia sembra naufragare.

Quando però scopre che Marisa è rimasta incinta ed è tornata dai suoi genitori per abortire, Sergio subito la raggiunge e se la riporta a Roma, come suo terzo nucleo familiare a tutti gli effetti, ma il destino è sempre in agguato…

Il personaggio di Sergio è uno dei più belli e controversi del cinema di Germi, così puro e sincero – nonostante la sua vita iperstrutturata su bugie e finti alibi – che arriva a scandalizzarsi quando il prete a cui racconta la sua storia gli parla di “divorzio” (allora ancora legalmente lontano).

E lo fa non per egoismo o becero maschilismo, ma perché lui le sue donne le ama davvero, così come i suoi figli, per nulla al mondo vorrebbe rinunciarci, e si ammazza di lavoro (accettando tournée massacranti e perfino serate nei night club) per garantire a tutti il massimo benessere.

Anche se nel nostro Paese il divorzio e il diritto all’aborto – che qualche troglodita ha ancora l’ignoranza di discutere – sono stati introdotti da svariati decenni, il film di Germi resta incredibilmente attuale.

Per la chicca: alcune voci di corridoio dell’epoca, non verificate, affermarono che il personaggio di Sergio Masini fu ispirato alla vita privata del grande maestro Vittorio De Sica.