“La teoria del tutto” di James Marsh

(UK, 2014)

Il mondo conosce bene il genio scientifico del fisico Stephen Hawking e il suo senso umoristico (i suoi camei nelle serie “I Simpson” o in “The Big Bang Theory” e nell’ultimo spettacolo dei Monty Phyton sono solo gli ultimi esempi), così come conosce la sua atroce malattia neurodegenerativa che lo costringe su una sedia a rotelle da decenni.

Ma solo grazie alla sua biografia, scritta dalla sua ex moglie – ma ancora stretta collaboratrice – Jane Wilde Hawking “Verso l’infinito”, conosciamo il modo in cui ha affrontato e affronta la sua patologia che lentamente e inesorabilmente gli ha tolto l’uso del corpo.

Cambridge, 1963. Il giovane dottorando in Fisica Stephen Hawking (un eccezionale Eddie Redmayne che giustamente vince l’Oscar come miglior attore) sta scegliendo il tema della sua ricerca. Quello che lo affascina di più è la ricerca di un’unica equazione che spieghi la nascita dell’Universo. A una festa Stephen incontra Jane (Felicity Jones), giovane studentessa di Lettere, che rimane affascinata dalla sua mente geniale e dalla sua ironia sconfinata.

Ma poco tempo dopo l’inizio della loro relazione, Stephen scopre di essere affetto dall’Atrofia muscolare progressiva che gli concederà al massimo due anni di vita, vita fatta di continue e inesorabili perdite funzionali. Se lui vuole chiudere il rapporto Jane, invece, non teme la malattia e il suo decorso. I due si sposano e poco dopo mettono al mondo Robert, il loro primo genito. Ma la malattia prosegue il suo corso terrificante e le difficoltà per Jane sono sempre più grandi, visto anche l’arrivo di altri due figli…

James Marsh (premio Oscar per il miglior documentario nel 2009 per “Man on Wire – Un uomo tra le Torri”) dirige un bellissimo film d’amore, raccontandoci con delicatezza e sensibilità l’amore profondo fra i due protagonisti, l’amore di Hawking per le sue ricerche, ma soprattutto l’amore dello scienziato per la vita, nonostante una malattia terribile e umiliante. L’uomo che per oltre trent’anni ha insegnato nella stessa cattedra in cui insegnò Isaac Newton ci dice soprattutto questo: la legge universale più importante di tutte è amare la vita.

Da vedere.

“Father and Daughter” di Michaël Dudok de Wit

(Olanda/Belgio /UK, 2000)

Michaël Dudok de Wit, regista dello splendido “La Tartaruga Rossa” prodotto dallo Studio Ghibli, nel 2000 realizza questo bellissimo cortometraggio che si aggiudica l’Oscar nel 2001, oltre a decine di altri premi prestigiosi in tutto il mondo.

Tra i numerosi modi di descrivere un rapporto irrisolto fra padre e figlia, quello scelto dal regista olandese è sicuramente uno dei più belli e suggestivi.

Un padre e la sua piccola figlia pedalano in bicicletta in una luminosa campagna, che ricorda molto quella olandese. Ad un certo punto il padre si accosta e scende sulla riva di quello che sembra un immenso mare. La bambina lo segue, ma il padre la ferma e la saluta affettuosamente, per poi salire su una piccola barca e in solitudine prendere il largo. La piccola rimane ad osservare l’orizzonte per tutto il giorno, fino a quando non è costretta a risalire in bicicletta e tornare a casa. Tutti i giorni successivi, in tutte le stagioni, crescendo e diventando ragazza, donna, madre e poi anche nonna, torna nel posto da cui il padre è salpato sperando di incontrarlo, fino a quando…

Poco più di otto minuti di vera e propria poesia animata, struggente e delicata. Per tutti i papà e le loro piccole principesse. Ovviamente, è impossibile trovarlo sul mercato, ma per fortuna c’è Youtube!

Philip Seymour Hoffman

Il corpo dell’attore Philip Seymour Hoffman è stato rivenuto nel bagno di casa sua, ieri a New York, con una siringa nel braccio: un’overdose di eroina.

Su una tragedia del genere c’è poco da aggiungere. Sia chiaro: Hoffman era un uomo fortunato, nel pieno del successo e che a 40 anni aveva vinto già un Oscar e, richiestissimo, poteva permettersi di scegliere il film in cui lavorare. Aveva tutto, ma evidentemente quel tutto non bastava.

Il suo gesto è stato soprattutto quello di un uomo debole e fragile che preferiva evaporare piuttosto che affrontare la realtà. Ma se ne è andato comunque un grande artista, che ci ha regalato splendide emozioni.

Oltre al suo Truman Capote, nell’omonimo film che gli è valso l’Oscar, Philip Seymour Hoffman va ricordato per molti alti ruoli, come quello di Brandt ne “Il grande Lebowski”, che quello del solitario e vile Allen in “Happiness” diretto da Todd Solondz nel 1996, e ancora ingiustamente sottovalutato.

Poi c’è la collaborazione con Paul Thomas Anderson che inizia in “Boogie Nights”, passa per il grande “Magnolia” e “Ubriaco d’amore”, per concludersi con “The Master”. E ci sono altri ruoli, fra i tanti, che meritano di essere ricordati come quello in “I Love Radio Rock“, quello dell’agente “deviato” della C.I.A. Gust Avrakotos nel bellissimo “La guerra di Charlie Wilson” dell’intramontabile Mike Nichols (per il quale Hoffman è stato candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista) e soprattutto quello di Andy, il fratello maggiore ne “Onora il padre e la madre” ultima opera dell’indimenticabile Sidney Lumet.

Cavolo se ci mancherai Philip!

“Argo” di Ben Affleck

(USA, 2012)

Nel 1979 gli Stati Uniti accolgo la domanda di asilo fatta dall’ex Scià di Persia (ormai divenuto Iran dopo la rivoluzione) Mohammad Reza Pahlavi.

Il nuovo Iran ne chiede immediatamente l’estradizione per poter processare e – molto probabilmente – giustiziare colui che ha affamato e controllato con metodi sanguinari il popolo per oltre tre decenni.

Ma gli USA non cedono – grazie soprattutto ai fiorenti accordi commerciali che ha con lo stesso Scia – e dopo giorni di feroce protesta alcuni manifestanti invadono l’ambasciata americana di Teheran.

Ma, quasi per caso, sei dipendenti del corpo diplomatico riescono a lasciare l’edificio e vengono ospitati clandestinamente nell’abitazione dell’ambasciatore canadese in Iran.

Mentre per i 50 prigionieri americani nell’ambasciata la situazione è drammatica ma stabile (tutta l’opinione pubblica mondiale biasima il grave atto commesso dall’Iran e osserva attentamente cosa accade) per i 6 clandestini le cose si fanno molto più pericolose.

Lasciando volontariamente il suolo americano dell’ambasciata posso essere considerati ufficialmente spie e giustiziati nel mondo più cruento e spettacolare possibile, e inoltre il Canada preme per non avere più “ospiti” così pericolosi.

La C.I.A. cerca freneticamente di elaborare un piano per far uscire i 6 dall’Iran, ma ogni proposta sembra impraticabile. Lo specialista in fuoriuscite clandestine Tony Mendez (Ben Affleck) propone l’unico piano folle ma attuabile: far passare i clandestini come componenti di una troupe cinematografica intenta a fare sopralluoghi per girare un film di fantascienza – sulla scia del successo di “Guerre stellari” che ancora anima il pianeta – ambientato in Iran.

Tutto deve essere fatto con la massima attenzione, e per questo viene creata una vera e propria casa di produzione e acquistata una sceneggiatura dal titolo “Argo”. Ma, come sempre, le cose non sono così facili come sembrano…

Premio Oscar come miglior film e come miglior sceneggiatura non originale 2013, “Argo” – anche per chi conosce già l’epilogo della vicenda dei 6 clandestini e di tutti gli altri prigionieri dell’ambasciata – ispirandosi a fatti realmente accaduti è serrato ed emozionante fino all’ultimo.

Affleck torna a vincere l’Oscar come autore della sceneggiatura dopo quello per “Willl Hunting – Genio ribelle” del 1997.

“Il curioso caso di Benjamin Button” di David Fincher

(USA, 2008)

Tratta dal racconto breve “Il curioso caso di Benjamin Button” di F. Scott Fitzgerald, la pellicola di Fincher è un inno alla tolleranza e alla diversità, al coraggio di affrontare la vita e soprattutto alla capacità e alla serenità di saperla vivere a pieno.

Con un grande Brad Pitt (inspiegabilmente snobbato agli Oscar) e una bravissima Cate Blanchett, “Il curioso caso di Benjamin Button” è uno dei miei film preferiti in assoluto, anche se troppo rapidamente è caduto nel dimenticatoio.

Oscar per i migliori effetti visivi, che ancora oggi fanno venire i brividi, soprattutto nella prima parte del film quando Benjamin è un vecchietto minuto e claudicante con il bel viso di Pitt.

Una malinconica riflessione sulla vita e sul tempio che passa, come lo scritto di Scott Fitzgerald, con l’aggiunta dell’occhio visionario di uno dei migliori registi contemporanei.