“Estasi di un delitto” di Luis Buñuel

(Messico, 1955)

Molti sono gli aggettivi con cui da decenni si cerca di definire il geniale e visionario (più di ogni altro!) regista spagnolo-messicano Luis Buñuel. E forse quello che, guardando questo film, si avvicina di più è: sanguigno.

Ma non nel senso splatter o horror, sanguigno nell’accezione viscerale, carnale e irrefrenabile. Questo, unito al suo grande passato di cineasta surrealista, fanno di Buñuel uno dei grandi maghi della macchina da presa.

Ispirandosi al romanzo di Rodolfo Usigli, assieme a Eduardo Ugarte, Buñuel scrive uno dei capolavori del cinema noir, che tocca vertici di ansia e angoscia morbosa che solo il grande Hitchcock riesce a raggiungere. Sia per il racconto – colmo di destrutturazioni cronologiche – che per il potente linguaggio visivo.

Non è un caso quindi che il grande François Truffaut – autore fra l’altro di una delle più grandi interviste ad Hicthcock – citi quasi di sana pianta una scena di questo film nel suo “La camera verde”.

La storia dei grandi delitti pensati e bramati, ma nella realtà non commessi da Alessandro (Archibald in originale) De La Cruz è ancora oggi un capolavoro. Per Moravia il film rappresentava come pochi una grande allegoria dell’impotenza sessuale.

E poi il grande cineasta, come in ogni sua pellicola, non disdegna feroci frecciate al perbenismo cattolico, così ingerente nella sua Spagna (allora lontana) come in Messico, soprattutto quando parliamo di desideri e relativi sensi di colpa.

Da vedere, anche se poi carillon e manichini non saranno più gli stessi…

“E Johnny prese il fucile” di Dalton Trumbo

(Bompiani, 2016)

Cominciamo dalla fine: dopo aver letto l’ultima pagina di questo straodinario romanzo, ho avuto difficoltà nell’iniziarne un altro. Perché questo libro, pubblicato per la prima volta nel 1938, colpisce dritto al mento, facendo cedere la mascella e diventare le gambe molli. Si tratta di uno dei più grandi romanzi contro la guerra mai scritti, e incredibilmente è anche l’unico firmato da Trumbo, che ha dedicato il resto della sua splendida penna al cinema. E il film che poi egli stesso ha girato (prima sognando di farlo dirigere a Luis Buñuel), l’unico che abbia mai diretto, era uno dei film preferiti dal grande Francois Truffaut.

Il vent’enne Joe Bonham ripensa alla sua breve vita. Ricorda la sua infanzia, la sua famiglia e la sua adolescenza non ancora finita. E poi si ricorda: si ricorda che il suo Paese è entrato in guerra e lui è stato reclutato. Dopo un breve addestramento è stato portato insieme ai suoi commilitoni in Europa dove “si combatte per la democrazia”. E lì, nel 1918 quando il conflittto sembrava al termine, è stato ferito. Una granata lo ha preso in pieno. E allora Johnny si chiede se è ancora vivo, perché nessuno è mai sopravvissuto… nel limbo senza fondo in cui si è ritrovato capisce l’atroce verità: l’esplosione gli ha portato via gli occhi, il naso, le orecchie, la bocca, le gambe e le braccia. E capisce anche di essere il frutto di un accanimento terapeutico che lo rende “un pezzo di carne in vita”. Potendo solo muovere la testa, Johnny passa il tempo a cercare di capire chi lo sta facendo sopravvivere e perché…

Ispirato alle esperienze di inviato di Trumbo, ma soprattutto dal suo profondo antimilitarismo, “E Johnny prese il fucile” è uno dei romanzi simbolo del Novecento breve e sanguinario (e non è che il 2000 sia iniziato meglio…) e venne pubblicato per la prima volta poche ore dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Le prefazione che l’autore scrisse nella riedizione del romanzo dei primi anni Settanta ci aggiorna tragicamente dei numeri relativi ai giovani deceduti o gravemente menomati sia nel secondo conflitto mondiale che in quello, allora contemporaneo, del Vietnam.

Oltre che nelle scuole, questo libro dovrebbe essere letto da chi pensa che la forza sia sempre la soluzione migliore.

Per la chicca: per realizzare il loro inquietante video “One”, i Metallica hanno usato vari spezzoni originali del film tratto da questo libro.

E Johnny prese il fucile

“Il fascino discreto della borghesia” di Luis Buñuel

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(Francia, 1972)

Qui parliamo del genio di uno dei più grandi registi del Novecento che ha lasciato un segno profondo nel cinema e nella cultura mondiale. Questa pellicola, premio Oscar per il miglior film straniero, Luis Buñuel la dirige passati già i 70 anni: ma il vero genio non ha età. La freschezza narrativa, lo spirito critico e la lucidità con cui racconta l’arroganza e la crudeltà del potere, ne fanno un capolavoro mondiale assoluto.

Due coppie dell’alta borghesia parigina vorrebbero organizzare una cena che, per un disguido o per un semplice malinteso non riesce ad avere luogo. Ma la cena è solo una scusa per raccontare, fra sogno e realtà, una parte della società corrotta e corruttrice, senza ritegno e senza vergogna. La camminata volitiva su una strada in mezzo alla campagna che fanno i protagonisti, è da storia del cinema.

Con un cast superbo, fra cui spiccano Fernando Rey e Jean-Pierre Cassel (padre di Vincent), “Il fascino discreto della borghesia” è un film da rivedere a intervalli regolari, per la sua triste attualità, e per apprezzarne ogni volta un nuovo piccolo e geniale particolare.

Il fascino discreto della borghesia