
(Argentina/Spagna, 2009)
Un uomo va in pensione e decide di scrivere un romanzo. Sembra l’inizio di una barzelletta. Ma non lo è.
Benjamín Espósito è un ufficiale giudiziario del Tribunale di Buenos Aires che porta dentro di sé, da oltre venticinque anni, un peso che non è riuscito a depositare da nessuna parte: l’omicidio di Liliana Coloto Morales, una giovane donna di ventitré anni picchiata, violentata e uccisa nella propria casa nel 1974, mentre il marito era al lavoro. Un caso irrisolto. Una ferita che non si è mai rimarginata del tutto. E adesso, con tutto il tempo del mondo davanti e nessuna scusa per rimandare ancora, Espósito decide di tornare su quei passi. Per farlo, deve tornare anche dalla sua ex capo, Irene Menéndez Hastings, che all’inizio tenta di dissuaderlo ma alla fine lo asseconda. Non si può fare diversamente con certi fantasmi. Bisogna accompagnarli, non scacciarli.
Il viaggio nella memoria che compirà Espósito sarà doloroso e straziante. Sullo sfondo — sempre presente, mai esplicito come un muro che non puoi non sentire ma non riesci a vedere — c’è un’Argentina che lentamente scivola nel dramma della sanguinaria dittatura militare. Il generale Jorge Rafael Videla non viene mai nominato direttamente nel film, eppure la sua ombra è ovunque: nelle istituzioni corrotte, nei silenzi imposti, nelle carriere spezzate, nella paura che impara a camminare fianco a fianco con le persone comuni come se fosse un’abitudine normale. Campanella sceglie di mostrare la dittatura non attraverso i proclami o i manifesti, ma attraverso quello che fa alle persone: le logora, le piega, le costringe a scegliere tra la coscienza e la sopravvivenza.
E proprio questa scelta registica — raccontare il grande orrore collettivo attraverso il piccolo orrore individuale — è ciò che rende “Il segreto dei suoi occhi” qualcosa di più di un semplice ottimo film. È una macchina narrativa di rara perfezione, costruita su più livelli che si parlano continuamente: il presente della scrittura e il passato dell’indagine, la storia di un omicidio irrisolto e la storia di un amore non detto, l’Argentina degli anni Settanta e l’Argentina di un futuro in cui i conti non sono stati ancora del tutto saldati.
Ricardo Darín è Espósito con quella sua consueta capacità di sembrare sempre semplicemente una persona reale davanti alla macchina da presa, non un attore che interpreta una parte. È l’uomo che porta il peso degli anni non come un lamento ma come una stanchezza dignitosa e irriducibile. Soledad Villamil è Irene: il personaggio che avrebbe potuto essere solo la spalla romantica e che invece diventa il centro emotivo e morale dell’intera vicenda, quella che sa leggere in ogni sguardo quello che Espósito non ha mai avuto il coraggio di dire ad alta voce. E poi c’è Guillermo Francella, il collega alcolizzato e irresistibile Sandoval, che in una scena memorabile in un bar spiega come si prende un criminale guardandolo negli occhi. Una scena che vale da sola il prezzo di qualunque biglietto.
Campanella gestisce il tempo con l’eleganza di chi conosce la differenza tra tensione e velocità. Non corre mai. Si ferma quando deve fermarsi, lascia respirare i personaggi, lascia che gli sguardi durino abbastanza da diventare significativi. La sequenza allo stadio — girata con una logistica da grande cinema d’azione ma con la precisione narrativa di un romanzo classico — è forse la dimostrazione più clamorosa di questa padronanza: una scena che comincia dall’alto, tra migliaia di spettatori, e si stringe progressivamente fino a catturare esattamente chi deve catturare. È cinema nel senso più pieno della parola.
Guardando questo film è inevitabile ricordare che proprio in quegli anni la FIFA aiutò il regime dittatoriale argentino a rifarsi un’immagine internazionale permettendogli di ospitare e poi vincere i Mondiali di Calcio del 1978. La fotografia di Videla che consegna la coppa al capitano biancoceleste Passarella è facilmente reperibile in rete, e ha la capacità di risultare ancora oggi profondamente nauseante per chiunque abbia un minimo di coscienza storica. Il calcio come strumento del potere, lo sport come lavaggio del sangue. Non è una novità nella storia dell’umanità, ma fa sempre male con la stessa intensità.
“Il segreto dei suoi occhi” vince l’Oscar come miglior film straniero nel 2010, e per una volta l’Academy non sbaglia mira, tanto che nel 2015 Billy Ray gira il remake americano con Julia Roberts e Nicole Kidman decontestualizzandolo però, e rendendolo così un semplice noir come molti altri.
“Il segreto dei suoi occhi” di Campanella non è solo un grande film argentino. È uno di quei film che appartengono a tutti, perché parlano di qualcosa che non ha confini geografici: la memoria ostinata, la giustizia che arriva tardi o non arriva affatto, l’amore che aspetta senza saperlo, la verità che non si può seppellire abbastanza in profondità da non tornare a galla.
Un gran bel film per non dimenticare. Anzi: un film necessario. Che è una cosa diversa, e molto più importante.
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