“La tempesta del secolo” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2000)

Little Tall Island è una delle isole sparse davanti alla costa del Maine. I suoi circa quattrocento abitanti si conoscono tutti, visto poi che sono quasi tutti parenti. Anche se l’estate l’isola ospita numerosi turisti e villeggianti, il cuore della comunità è composto dagli stessi cognomi da ormai molte generazioni.

E’ per questo che da decenni sull’isola non si consuma nessun delitto, a parte quello presunto di Joe St. George, passato ufficialmente come incidente. St. George, infatti, è stato ritrovato in un vecchio pozzo morto per le ferite subite durante la caduta, ma tutti sull’isola sanno che nella dinamica della sua morte c’è entrata senza dubbio sua moglie, Dolores Claiborne. Ma è stato un “fatto” privato che riguardava esclusivamente le dinamiche e gli abitanti dell’isola, solo loro. A Little Tall Island tutti sanno tutto – o quasi – di tutti e per questo non si commettono delitti. Almeno fino al terribile inverno del 1989.

A raccontarci, nove anni dopo, gli eventi agghiaccianti di quell’inverno è Mike Anderson, che allora sull’isola era il proprietario dell’unico emporio e, “a tempo perso”, lo sceriffo. Il suo secondo lavoro, infatti, prevedeva al massimo il fermo per una notte di qualche suo concittadino ubriaco o molesto, ma niente di più. Il reo veniva ospitato nella cella realizzata dal fabbro alla meno peggio nel retro del suo emporio e la mattina seguente tornava a casa dopo un perentorio rimbrotto.

L’inverno del 1989 era iniziano come tanti altri, ma al suo culmine l’incontro di alcuni fronti freddi provenienti dal continente e dall’oceano aveva dato il via a una tempesta molto forte. Col passare delle ore i meteorologi avevano cominciato a intuire che l’evento sarebbe stato quasi senza precedenti e la sua furia si sarebbe scatenata soprattutto sulle coste del Maine.

Dei circa quattrocento abitanti di Little Tall Island la metà si fermò sulla costa dove c’erano le scuole superiori e fabbriche, mentre gli altri, soprattutto anziani e i bambini in età d’asilo, rimasero sull’isola. Fu lo stesso Anderson a chiedere al Sindaco Robbie Beals di organizzare letti e cibo per tutti gli isolani rimasti sull’isola nei sotterranei del Municipio.

Mentre il mare iniziava ad agitarsi e la neve a fioccare con vigore, alla porta dell’anziana Martha Clarendon bussò André Linoge, un essere molto cattivo che in pochi secondi la uccise colpendola violentemente col suo bastone dalla testa in argento a forma di lupo. Col sangue della sua vittima scrisse sul muro “Datemi quello che voglio e io me ne andrò” e poi si sedette nella poltrona della padrona di casa aspettando l’arrivo dello sceriffo. Ma chi era Andre Linoge? …E soprattutto cosa voleva dagli abitanti di Little Tall Island?

Il Re ci racconta superbamente, ancora una volta, una storia agghiacciante dove il mostro più terribile forse non è l’essere sovrannaturale che uccide e abusa gli abitanti di una piccola comunità, ma il lato oscuro della stessa comunità messa con le spalle al muro.

Nella prefazione King ci racconta la genesi e la struttura di questa sua opera. L’idea gli è venuta semplicemente osservando una vecchia foto che ritraeva uno sconosciuto seduto su una branda dietro le sbarre di una cella. Dall’espressione e soprattutto dagli occhi l’uomo doveva essere una persona cattiva, molto cattiva. Al Re è bastato questo per liberare la sua fantasia che col passare del tempo ha elaborato la spina dorsale della storia che si è andata a intrecciare con la vera tempesta di neve che a metà degli anni Settanta colpì duramente gli Stati Uniti del nord.

La scelta poi di ambientarla nella stessa isola immaginaria dove qualche tempo prima aveva fatto consumare le vicende del suo splendido “Dolores Claiborne” – da cui Taylor Hackford ha diretto l’ottimo adattamento “L’ultima eclissi” nel 1995 – gli forniva nuove e numerose possibilità narrative in un ambito conosciuto e già ampliamente rodato.

Per quanto concerne la struttura King ci spiega come fin dalla stesura delle prime pagine gli sia stato chiaro che non si trattava di un romanzo classico ma di un: “autentico romanzo per la televisione”. “E’ sempre l’idea a dettare la forma” ci sottolinea il Re che ha scritto quindi direttamente una vera e propria sceneggiatura. Lo sviluppo della storia non poteva essere contenuto in un normale film e per questo King, una volta finita, la propose direttamente a un nertwork nazionale. La miniserie suddivisa in tre puntate andò in onda sulla Abc a partire dal febbraio del 1999 e solo dopo venne pubblicato questo libro che contiene perciò la sceneggiatura originale firmata dal Re.

Non si può parlare perciò di un adattamento televisivo di un’opera del maestro del terrore, come ad esempio “L’ombra dello Scorpione”, ma di un’opera scritta e pensata proprio per la TV. La serie, diretta da Craig R. Baxley, rispecchia fedelmente l’opera originale e le pochissime modifiche, ci racconta sempre King nella prefazione, hanno toccato solo le scene più cruenti o hanno riguardato i tempi per l’inserimento degli spot pubblicitari.

Per la chicca: Stephen King recita un brevissimo cameo nei panni di un conduttore televisivo che appare per qualche secondo sulla televisione rotta della povera Martha Clarendon.

“Stand By Me – Ricordo di un’estate” di Rob Reiner

(USA, 1986)

Nel 1986 arriva sul grande schermo il terzo adattamento cinematografico di un’opera del maestro Stephen King all’altezza dell’originale. Dopo “Shining” diretto da Stanley Kubrick nel 1980 e “La zona morta” realizzato David Cronenberg nel 1983, Rob Reiner decide di portare al cinema “The Body” pubblicato dal Re nella strepitosa raccolta di quattro racconti intitolata “Stagioni diverse” pubblicata per la prima volta nel 1982.

Tanto per la cronaca gli altri tre racconti sono: “La redenzione del carcere di Shawshank” che nel 1994 Frank Darabont porterà sul grande schermo col titolo “Le ali della libertà”, “L’allievo” di cui Bryan Singer realizzerà l’omonimo adattamento nel 1998, e “il metodo di respirazione” che, purtroppo, per il tipo di storia narrata è davvero molto difficile trasformare in un film.

Il regista Rob Reiner non ha mai nascosto la grande empatia che ha sempre provato per Gordie Lachance, il protagonista del racconto “The Body” ambientato nel 1959, quando lui e lo stesso Stephen King (entrambi classe 1947) avevano più o meno la sua età.

Approdiamo così nell’afosa estate del 1959 a Castel Rock – che poi diverrà anche il nome della casa di produzione della stesso Reiner – piccola cittadina dell’Oregon dove vive Gordon “Gordie” Lachance (Will Weathon) un piccolo dodicenne dotato di una grandissima fantasia che ha appena terminato le scuole medie. Ma a casa sua nessuno festeggia, solo quattro mesi prima suo fratello maggiore Danny (John Cusack), promessa nazionale del football, è morto in un incidente automobilistico e i suoi genitori sono così annichiliti dalla tragedia tanto da trascurare anche Gordie.

Ma il giovane, fortunatamente, ha tre amici coetanei con cui passa le torride giornate: Chris (River Phoenix), Teddy (Corey Feldman) e Vern (Jerry O’Connell), anche se è soprattutto col primo, che apprezza come nessun altro i suoi racconti e le sue storie, che ha il legame più profondo.

La solita routine estiva dei quattro viene interrotta da Vern con una notizia incredibile: ha sentito casualmente suo fratello maggiore Billy parlare con un amico di Ray Brower, un coetaneo dei quattro che tre giorni prima era andato a raccogliere mirtilli e di cui si sono perse le tracce. Billy e l’amico, la sera precedente, avevano rubato un’automobile ed erano andati a nascondersi in una stradina fuori città nei pressi della ferrovia. Proprio mentre si godevano la macchina rubata, avevano scorto il corpo di Brower vicino ai binari morto evidentemente investito da un treno. Ma, data la situazione e non potendo andare alla Polizia, erano scappati.

Senza pensarci Gordie, Chris, Teddy e lo stesso Vern decidono di raggiungere il povero Brower e denunciare loro il ritrovamento alla Polizia, diventando famosi in tutto il Paese. Così nel primo pomeriggio i quattro iniziano un viaggio che nessuno di loro dimenticherà mai più…

Splendida pellicola di formazione diretta con tatto e maestria da Reiner, e scritta per il grande schermo da Bruce A. Evans e Raynold Gideon, che non a caso verranno candidati all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Il film è di fatto uno dei più rappresentativi degli anni Ottanta, perché come in altre sue opere – “Harry ti presento Sally” su tutte – Reiner sceglie un cast davvero di prim’ordine, cosa non facile per la giovane età dei protagonisti, e una colonna sonora indimenticabile fatta dei grandi classici anni Cinquanta e Sessanta, fra i suoi personalmente preferiti, come la bellissima “Stand By Me” di Ben E. King che dona anche il titolo al film.

Sempre a proposito di cast, in ruoli secondati, Reiner sceglie gli allora semi sconosciuti John Cusack e Kiefer Sutherland che da questo film in poi decolleranno come attori di prima grandezza, sia al cinema che in televisione.

Indimenticabile: uno dei dieci film da portare sull’isola deserta.

“I ragazzi del massacro” di Fernando Di Leo

(Italia, 1969)

Nel 1969 Fernando Di Leo realizza il primo adattamento cinematografico di un romanzo del grande Giorgio Scerbanenco. Si tratta de “I ragazzi del massacro”, pubblicato l’anno precedente, e terzo libro della quadrilogia dedicata a Duca Lamberti, un poliziotto con un passato da medico, radiato dall’Ordine per aver procurato l’eutanasia a una paziente terminale.

Ma Di Leo cambia i toni e alcuni snodi narrativi del romanzo – come ad esempio il movente e il colpevole che naturalmente non svelerò – realizzando il suo primo noir e dando il via a un filone cinematografico prolifico, crudo e violento di cui lui stesso sarà considerato un maestro imitato e omaggiato anche dalle generazioni successive di cineasti, che vede per esempio in Quentin Tarantino uno dei suoi più grandi fan. Al tempo stesso però, il regista riesce ad essere fedele all’anima dura del romanzo di Scerbanenco.

Già dai titoli di testa entriamo violentemente nella storia: su una musica pesante e ossessiva assistiamo allo stupro e alle sevizie che un gruppo di ragazzi compie ai danni della loro insegnate che alla fine muore quasi completamente nuda sulla cattedra.

La Polizia in breve tempo ricostruisce la dinamica di una così efferata e inaudita violenza, che è stata accesa senza dubbio da dell’anice lattescente – noto anche come assenzio – visto che una bottiglia vuota con ancora dei residui del distillato è stata rinvenuta accanto al corpo. Le Forze dell’Ordine in poche ore arrestano tutti i presenti che, ancora con i postumi dell’assenzio, ammettono di ricordare poco dell’evento scaricandosi la colpa l’uno conto l’altro.

Le indagini sono affidate al Commissario Lamberti (Pier Paolo Capponi) che dopo le prime tornate di interrogatori comincia a intravedere una figura dietro all’omicidio, che appare sempre più il frutto di una macchinazione e non di un gesto impulsivo…

Duro e crudo poliziottesco D.O.C. a tutti gli effetti in cui si evincono già le grandi doti narrative e visive di Di Leo che – come ricordò in più di un’intervista – scelse l’opera di Scerbanenco perché era la prima nel panorama contemporaneo del noir che denunciava una società come la nostra capace di rendere le nuove generazioni, soprattutto quella nata alle soglie del famigerato Boom economico, prive di principi e tutele sociali nonché statali e per questo spesso preda della più spietata e famelica criminalità.

Non a caso i volti dei “ragazzi del massacro” hanno chiari ed espliciti riferimenti a quelli che Pier Paolo Pasolini dipinge e descrive nei suoi romanzi come “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, o nei suoi film come lo splendido “Mamma Roma” su tutti.

La sequenza iniziale oggi, ad oltre cinquant’anni di distanza e nonostante tutto quello che è stato girato nel frattempo, ancora turba e ferisce e ce la dice lunga sulle doti cinematografiche del regista capace di creare un’opera ispirata ma allo stesso tempo nettamente separata da quella di Scerbanenco. Esempio molto simile a quello fra Stanley Kubrick e Stephen King per il film “Shining”. Il regista americano, infatti, dopo aver ottenuto diritti del romanzo del Re, già scrivendo la sceneggiatura attuò numerosi cambiamenti sia alla storia che nei personaggi e per chiarirlo bene agli spettatori inserì una sequenza esplicativa nella scena in cui Dick Hallorann, chiamato attraverso la luccicanza dal piccolo Danny Torrance, torna all’Overlook Hotel.     

Mentre l’uomo al volante della sua auto percorre una statale sotto la neve, deve rallentare a causa di un incidente. E quando raggiunge il luogo dello scontro si nota benissimo che l’auto coinvolta è un vecchio maggiolino rosso cappottato, con accanto un ambulanza e il personale sanitario che ci fa intendere che il guidatore è morto. Non è un caso, anche se la sequenza dura davvero pochi secondi, visto che è rosso il maggiolino che guida Jack Torrance nel romanzo, mentre Kubrick ne fa guidare uno giallo al suo Jack Torrance/Jack Nicholson sottolineando il fatto che il suo film e il suo personaggio sono “un’altra cosa” rispetto a quelli creati da King, il cui Jack nella pellicola “muore” ben lontano dalle vicende dell’Overlook Hotel.    

Cosa simile accade in questo “I ragazzi del massacro” dove Di Leo, che scrive la sceneggiatura assieme a Nino Latino e Andrea Maggiore, ci sottolinea che i suoi personaggi sono “altra cosa” rispetto a quelli creati da Scerbanenco e ce lo dice anche col particolare della targhetta che svetta sulla scrivania del Lamberti su cui c’è scritto “Dott. Luca Lamberti” e non “Dott. Duca Lamberti” come il personaggio originale creato dallo scrittore.

Gli unici segni del tempo che riporta la pellicola sono quelli legati all’ipocrita e perbenista visione della società italiana che la parte più bigotta della nostra cultura voleva mostrare. Alla fine degli anni Sessanta, nel nostro Paese, dove alti uomini di Stato dichiaravano pubblicamente che la Mafia non esisteva, i nostri costumi e la nostra “morale” erano fortemente legati alla Chiesa Cattolica Romana ed era così molto difficile parlare di violenza, abusi sulle donne o sui minori, sotto proletariato, omosessualità e tutti i temi che stavano esplodendo soprattutto nelle nostre metropoli ma che spesso venivano volutamente ignorati e insabbiati.

Così, per passare i famigerati visti di censura, gli omosessuali venivano chiamati barbaramente “invertiti”, termine seguito sempre da qualche sorriso da parte di tutti gli uomini che così ostentavano la loro indiscutibili virilità. Ma Scerbanenco prima e Di Leo poi squarciano il velo dell’ipocrisia e raccontano storie tragiche, violente e soprattutto vere. Basta ricordare bene cosa è stato e cosa ha significato sotto questo punto di vista, nella storia del nostro Paese, il decennio successivo segnato indiscutibilmente da tanta sanguinaria violenza sociale. 

Una fotografia nitida e dura della nostra storia recente.

Questo film è il primo della trilogia cinematografica che in quegli anni verrà realizzata dalle opere di Scerbanenco. Gli altri due sono l’ottimo “La morte risale a ieri era” di Duccio Tessari e – …purtroppo – il trash “Il caso ‘Venere privata’” di Yves Boisset.

“La scatola di bottoni di Gwendy” di Stephen King e Richard Chizmar

(Sperling & Kupfer, 2018)

Gwendy Peterson è una dodicenne solitaria, forse a causa del suo aspetto che lei stessa non considera così piacevole visto qualche chilo in più, cosa che porta alcuni suoi compagni di scuola a prenderla in giro chiamandola “Goodyear”.

Così l’estate del 1974, approfittando delle vacanze estive, decide di perdere un po’ di peso facendo attività fisica salendo ogni mattina la “Scala del Suicidio” che con i suoi oltre quattrocento scalini fissati su un dirupo arriva in cima a un monte che domina la valle di Castle Rock, cima sulla quale è stato allestito un parco pubblico. Una mattina Gwendy, ancora vittima del fiatone dovuto agli infiniti scalini appena saliti, viene chiamata da uno strano signora in un curioso vestito nero con tanto di cappello che, seduto sulla panchina che è a pochi passi dall’entrata del parco, le sorride.

L’uomo si presenta come Richard Farris e le promette che non intende farle alcun male, anzi, ha per lei un regalo. Gwendy gli si avvicina titubante e l’uomo le porge un’elegante scatola in legno ornata di bottoni colorati. Consegnandogliela Farris le rivela che ogni bottone, una volta premuto, ha il potere di materializzare i suoi pensieri, soprattutto quelli più nefasti. Solo due sono collegati ad altrettanti piccoli sportelli che, ogni volta che lei li premerà le doneranno uno un cioccolatino dalla graziosa forma di un animale e l’altro un antico dollaro d’argento dal valore che supera i settecento dollari. Naturalmente, le suggerisce Farris prima di sparire, meno persone sapranno della scatola e meno problemi ci saranno.     

Gwendy torna a casa col suo dono segreto dal quale inizia a prendere quasi quotidianamente un cioccolatino che le premette, incredibilmente, di moderarsi col cibo senza il minimo sacrifico. La vita così inizia improvvisamente a cambiare per il meglio a partire dai suoi genitori che erano sull’orlo del divorzio e invece si ritrovano innamorati più di prima. Ma anche a scuola le cose migliorano, i voti diventano stabilmente sempre più alti, così come il suo aspetto comincia a cambiare e i chili di troppo, senza fatica, scompaiono senza più tornare.

Senza sforzo Gwendy primeggia anche nello sport e iniziano anche i primi corteggiamenti. La voglia di verificare tutte le cose che Farris le ha detto a proposito la scatola diventa irresistibile e così un giorno decide di provare iniziando a studiare un posto nel mondo dove verificare la sua potenza…

Breve ma ficcante romanzo del Re scritto assieme a Richard Chizmar che ci porta, non solo nel Maine e nell’adolescenza – luogo e periodo della vita così cari al grande scrittore americano – ma nell’animo umano di chi, anche con le migliori intenzioni, deve fare i conti con la propria coscienza. Col suo stile diretto e implacabile il Re ci racconta una storia originale che ricorda lo storico episodio “The Box” della serie “Ai confini della realtà” del 1983, ampliandone la tematica. 

A questo sono seguiti “La piuma magica di Gwendy” a firma dello stesso Chizmar e “L’ulitma missione di Gwendy“ sempre scritto dalla coppia King/Chizmar.  

 

“Billy Summers” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2021)

Billy Summers non ha avuto certo una vita facile. Sua madre è passata da un uomo all’altro, portandoli tutti nella grande roulotte che era la loro casa, dove il piccolo Billy viveva con sua sorella minore. Poi un giorno, proprio uno dei “compagni” della madre, tornando nella roulotte ha segnato la sua vita, come quella di sua sorella e così anche quella della madre.

Da quel giorno la vita di Billy è diventata una lunga e inesorabile salita che lo ha portato ad arruolarsi, neanche maggiorenne, per partecipare alla guerra di “liberazione” che gli Stati Uniti facevano in Medio Oriente. E lì, tra le cose che ha imparato, oltre a vedere i propri amici morire o tornare a casa devastati nel fisico e nell’animo, Billy ha compreso come affinare la tecnica per uccidere le persone, soprattutto a distanza.

Congedatosi è diventato uno dei killer prezzolati più ricercati dalla criminalità americana e, grazie al suo talento di cecchino e alla sua pignoleria nel studiare i piani di fuga, superati abbondantemente i quaranta non ha sulla testa alcun mandato di cattura.

Uno dei suoi clienti più fidati gli propone un lavoro nella piccola cittadina di Red Bluff. Il compenso è astronomico tanto che permetterebbe a Billy di ritirarsi, ma l’obiettivo è in carcere e bisogna attendere forse lunghi mesi prima del suo trasferimento nella cittadina. Nel frattempo, come copertura, Billy dovrà fingere di essere uno scrittore…

Insolito romanzo del Re del terrore che questa volta ci racconta la storia di un uomo “costretto” dalla vita a diventare “cattivo”, e che casualmente scopre la scrittura che diventa inesorabilmente l’unico modo possibile per fare i conti col proprio passato e anche, naturalmente, col proprio futuro. Il Re così ci ricorda che, anche nella persona meno probabile della Terra la scrittura, sfiorata sia pure per scherzo, può accendere comunque il sacro “demone” della narrazione.

Anche questa volta non sono i mostri fantastici a essere i protagonisti, ma quelli in carne ossa che fin troppo spesso si nascondono dentro gli abiti di persone famose e facoltose. Per questo diventa godibile fino all’ultima sillaba anche il richiamo che il Re fa all’Overlook Hotel…

Chi segue il grande scrittore americano sa bene delle scintille social – e non solo – che si sono consumate fra lui e Donald Trump (soprattutto quando era presidente in carica) tanto che questo lo bloccò come suo follower, prima di essere bloccato a sua volta in tutti i social più noti del pianeta. E così nelle sue opere più recenti, come in questa, King non lesina frecciate o attacchi diretti all’ex presidente repubblicano.            

“L’ultima eclissi” di Taylor Hackford

(USA, 1995)

Dolores Claiborne (una bravissima Kathy Bates) è una sessantacinquenne come molte della sua generazione, nate e cresciute nella profonda provincia americana.

Senza una particolare istruzione a Dolores, per guadagnare, non è rimasto altro che andare a fare le pulizie. L’unico bene e tesoro che ha nella vita è sua figlia Selena (Jennifer Jason Leigh) che però vive a New York dove fa la giornalista di successo. E proprio a Selena arriva un fax anonimo che la informa che sua madre è accusata di aver ucciso Vera Donovan, la sua ricca e ventennale datrice di lavoro.

Selena, che da oltre quindici anni non vede la madre, è costretta a lasciare il suo lavoro per tornare nella piccola isola sulla coste del Maine dove viveva anche lei. A portare avanti le indagini è il detective John Mackey (Christopher Plummer) coadiuvato dallo sceriffo Frank Stamshaw (John C. Reilly).

Lo stesso Mackey ha condotto oltre diciotto anni prima l’inchiesta per la morte di Joe St. George (David Stratharin) caduto in un vecchio pozzo nei pressi di casa sua. Casa che Joe condivideva con la moglie Dolores e la figlia Selena.

Sia Mackey che la stessa Selena sono convinti che a uccidere Joe sia stata proprio Dolores che però è riuscita a scamparla grazie solo alla fortuna. Ma questa volta Mackey non ha intenzione di commettere errori. Selena vorrebbe tornare alla sua vita newyorkese, visto che poi sua madre sembra non interessata a volersi difendere. Ma proprio prima di partire Dolores costringe la figlia a ricordare…

Ottimo film tratto da un’altrettanto ottimo libro di Stephen King – pubblicato per la prima volta nel 1993 – che ci ricorda, purtroppo, come la violenza sulle donne non si esaurisca dopo il 25 novembre, giornata dedicata alla lotta ad essa. Questa pellicola, così come lo stesso King quando ne racconta, colpisce molto duro, ma certo non come la vera violenza sulle donne che non da tregua né fa pause.

Nel mondo, e anche tragicamente nel nostro Paese, ci sono decine e decine di Dolores Claiborne che tentano in tutti i modi di difendersi e soprattutto difendere le proprie figlie dai vili e infami Joe di turno. Ma molte, purtroppo, non riescono a sopravvivere come lei.

A scrivere l’ottima sceneggiatura è, non a caso, Tony Gilroy, autore di script di grandi successi come i primi film della serie “The Bourne Identity” nonché quello di “Rogue One – A Star Wars Story“. Nel cast anche l’autore teatrale Eric Bogosian nei panni del capo redattore di Selena. Nella nostra versione da ricordare l’indimenticabile Valeria Moriconi che dona la voce alla Bates.

Duro come la violenza sulle donne: da vedere e far vedere.

“Guns – Contro le armi” di Stephen King

(Marotta & Cafiero, 2020)

Il 14 dicembre del 2012 nei pressi della città di Newtown, nel Connecticut, il ventenne Adam Lanza, imbracciando armi automatiche, irrompe nella Sandy Hook Elementary School e uccide 27 persone, di cui 20 bambini fra i 6 e i 7 anni. Lanza si uccide prima che sul posto arrivino le forze dell’ordine.

Stephen King, sconvolto come tutto il resto del Paese, scrive questo saggio sull’uso e l’abuso delle armi negli Stati Uniti. Il grande autore americano, già ai tempi del liceo, aveva scritto un lungo racconto su un adolescente che decide di imbracciare un’arma e uccidere i compagni di scuola, racconto dal titolo italiano “Ossessione”. Vicenda che viene ripresa anche in un altro racconto agghiacciante di King: “L’allievo”, pubblicato nella strepitosa raccolta “Stagioni diverse”.

Ma “Ossessione” sembra anticipare in maniera inquietante le numerose stragi che ripetutamente si consumano nella scuole o nei centri commerciali degli Stati Uniti. E gli inquirenti ne trovano spesso una copia nelle case degli assassini. Così lo stesso King decide di ritirare definitivamente il suo libro, non perché sia fra le leve che portano adolescenti turbati a compiere terribili stragi di loro coetanei o addirittura di bambini, ma perché anche la semplice empatia che provoca il protagonista del racconto può convincere definitivamente qualche squilibrato o disadattato che la sua idea di vendetta contro il mondo possa essere considerata “giusta”.

E se un semplice libro può essere un appiglio per una mente malata o drammaticamente confusa, quanto può pesare la possibilità di acquistare armi automatiche o semiautomatiche in un supermercato, presentando semplicemente un documento d’identità?

Centinai di migliaia di vite, ovviamente.

Ma King chiarisce subito che non ha la minima intenzione di proporre l’abolizione del Secondo Emendamento della Costituzione americana che garantisce il possesso di armi. Lui stesso è proprietario di ben tre pistole. Lo scrittore invece si scaglia contro la vendita di fatto quasi incontrollata delle armi d’assalto, alla base di tutte le tragedie che si consumano nelle scuole americane, dove per entrare, alunni e insegnanti devono sempre e comunque passare per un metal detector.

La situazione degli USA è paragonabile, ci racconta lo scrittore, a quella dell’Australia di qualche anno prima, dove a causa della vendita indiscriminata di armi le morti violente erano a livelli vertiginosi. Il Governo australiano ha introdotto il controllo capillare della loro vendita e delle concessioni dei porto d’armi, cosa che in poco tempo ha fatto crollare il numero delle vittime e degli incidenti.

King accusa poi le grandi aziende belliche che imputano ogni strage alla “cultura della violenza” americana e che come soluzione vedono solo quella di armare ancora più persone. Ma le ricostruzioni di ogni strage palesano sempre più il fatto che se l’omicida avesse avuto un’arma normale e non una d’assalto le vittime sarebbero state notevolmente di meno.

Per noi che viviamo – fortunatamente! – in un Paese dove per avere un’arma da fuoco bisogna superare non pochi ostacoli burocratici, prove fisiche e soprattutto aspettare un bel lasso di tempo – cosa che tra l’altro auspicherebbe King anche negli USA – sembra incredibile parlare della differenza determinante fra armi automatiche, semi automatiche o da ricaricare.

Personalmente abolirei totalmente l’uso di armi da fuoco, soprattutto quelle ad uso privato perché, parafrasando il maestro Alfred Hitchcock: “…se un film appare una pistola, prima o poi quella pistola sparerà”. Motivo per il quale molti illuminati Vigili Urbani nel nostro Paese si rifiutano, giustamente, di portare in servizio un’arma da fuoco.

So bene che la mia è solo un’utopia irrealizzabile, perché i profitti delle fabbriche di armi incidono in maniera determinante nel PIL di molte nazioni, compresa la nostra.

Naturalmente la cultura della violenza si combatte anche, e forse soprattutto, con la cultura dalla C maiuscola e il maestro Stephen King – autore che ha venduto oltre 500 milioni di copie in tutto il mondo – ce lo dimostra anche pubblicando in Italia questo suo saggio presso una casa editrice a conduzione familiare di Scampia, in barba a dotti – e tanto invidiosi… – benpensanti.

“Later” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2021)

Jamie Conklin è un bambino apparentemente normale che vive con sua madre Tia, un’agente letterario, a New York e frequenta con profitto le scuole elementari.

Ma Jamie Conklin possiede una strana e inquietante peculiarità: nelle ore o nei giorni che seguono la morte di una persona, lui può vederne il fantasma e parlarci, proprio come il protagonista del film “Il sesto senso”. Ma Jamie possiede un dono nel dono: i fantasmi dei morti non posso mentire ad una sua domanda diretta.

A parte il poter vedere e parlare con le persone come erano fisicamente nel momento in cui sono trapassate – che se si tratta di infarto è una cosa, ma se parliamo di un brutto incidente o una morte violenta è tutto un altro discorso… – Jamie imparerà che il suo dono può presentare lati oscuri e terribili, soprattutto se nella vita si incrociano veri e proprio mostri, fra i quali i più pericolosi e temibili non sono tanto quelli ultraterreni, ma quelli in carne ed ossa chiamati esseri umani.

Con atmosfere, soprattutto nella prima parte, che ricordano “Il cardellino” di Donna Tartt, il Re ci racconta la particolare e difficile infanzia di un ragazzo simile a molti, ma con un peso nella propria esistenza – e non mi riferisco solo al dono… – molto grande ed ingombrante da portare; nonché ci regala uno sguardo crudo e tagliente sul mondo dell’editoria americana.

Forse non fra i più terrificanti e clamorosi, ma sempre un gran bel libro del maestro Stephen King.

“L’istituto” di Stephen King

(Speling & Kupfer/Mondadori, 2019)

Maledetto di uno Stephen King che anche questa volta non mi hai fatto dormire per finire di leggere il tuo romanzo!

Fin da quando lessi la prima volta “La zona morta”, caro il mio Fedele Scrittore, per poi passare a ”L’ombra dello scorpione”, allo strepitoso “It”, al claustrofobico “Il gioco di Gerald” – e potrei continuare per molto… – mi hai inchiodato alle tue pagine fino all’ultimo rigo. E anche questa volta non mi hai deluso.

In questo angosciante libro ci porti in uno degli incubi di quasi tutti i ragazzini: essere rapiti e allontanati dai propri genitori. Così il dodicenne Luke Ellis, bambino intellettualmente superdotato, in una oscura notte viene rapito dalla sua casa a Minneapolis per risvegliarsi in una sorta di Istituto, perso nei boschi del Maine, dove insieme ad alcuni suoi coetanei viene sottoposto a numerosi e misteriosi esami medici, che sono anche delle vere e proprie torture fisiche e mentali.

Coloro i quali tentano di ribellarsi vengono violentemente picchiati, e per renderli il più possibile remissivi, viene elargito loro alcol e tabacco. Luke non riesce a comprendere come degli adulti possano torturare e picchiare dei bambini e poi la sera tornare a casa come se nulla fosse. Ma la storia, purtroppo, gli ricorda come gli essere umani riescano ad abituarsi a tutto, come quando nazisti e fascisti sterminavano ebrei, disabili, omosessuali o zingari per poi tornare a casa e cenare o giocare con i propri figli.

Ma soprattutto Luke scopre che il motivo per cui è stato rapito non è il suo incredibile intelletto, ma un’altra cosa, che lui ha sempre considerato secondaria. E così i suoi aguzzini a commettono l’errore di considerare secondaria la sua straordinaria intelligenza…

Il Re ci regala un grande e inquietante romanzo che come ritmo e ansia si allinea ai suoi scritti migliori.

E adesso che ho finito questo tuo romanzo, caro Stephen King, come mi addormento?

“Revival” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2016)

Jamie Morton, alle soglie delle Terza Età, ci racconta la sua storia, terribile.

Il giorno in cui le cose presero una piega molto particolare, che portarono lo stesso Jamie a vivere ed essere testimone di fatti e sofferenze atroci, risale al suo sesto anno di vita.

Quando, innocente e inconsapevole, giocava con i soldatini – che le aveva regalato sua sorella maggiore Claire – e la terra nel giardino di casa Morton, tentando di costruire una montagna in miniatura.

Un’ombra coprì il sole allungandosi su di lui, era il giovane reverendo Charles Jacobs, appena giunto nella piccola cittadina dei Morton assieme alla graziosa moglie e al loro unico figlio Morrie, ancora in fasce. Jacobs, in poco tempo, diventò un riferimento per tutta la comunità, ma il suo fedele preferito era sempre Jamie.

Grazie alla sua profonda passione per l’elettricità, Jacobs riuscì infatti a guarire Con, uno dei fratelli maggiori di Jamie, che per un brutto colpo alla gola non poteva più parlare. Ma il destino aveva in serbo, per Jacobs prima, e per lo stesso Jamie poi, grandi e oscure novità…

Gran romanzaccio del Re, che tiene inchiodati fino all’ultima pagina. Possono passare gli anni e cambiare le mode, ma il Re è sempre il Re. E come sempre è capace, oltre che di farci riflettere, …di terrorizzarci!

Viva il RE!