“L’ultimo turno” di Andrew Cohn

(USA, 2020)

Stanley (un bravissimo Richard Jenkins) è a un solo weekend dalla pensione, dopo 38 anni passati a gestire, nel turno di notte, il piccolo fast food drive-in nella periferia di Albion, una cittadina dello stato del Michigan.

Prima di ricevere il suo assegno di trattamento fine rapporto, la proprietaria del fast food lo obbliga a formare, in un paio di turni, Jevon (un altrettanto bravo Shane Paul McGhie) il suo giovane sostituto. Se la situazione personale di Stanley è patetica e solitaria, single e con pochissimi soldi da parte che forse gli consentiranno di raggiungere sua madre ospite in una casa di risposo in Florida; quella di Jevon anche se diversa è altrettanto drammatica.

E’ stato arrestato e condannato per aver imbrattato un monumento pubblico, e i servizi sociali vista la sua età gli hanno offerto la possibilità di scontare gli ultimi dieci mesi di condanna in libertà vigilata.

Jevon ha un figlio di pochissimi anni avuto con una sua compagna di classe che, come lui, ha dovuto abbandonare l’idea di frequentare un college, ed insieme vivono a casa di sua madre. Al liceo Javon scriveva per il giornale scolastico, ed il suo sogno era quello di diventare uno scrittore. Ma il suo carattere indomito e facilmente polemico, unito al fatto di appartenere alla comunità afroamericana, gli hanno creato sempre molti problemi.

I due, che sembrano diametralmente opposti, si scontrano e incontrano davanti alle piastre degli hamburger, e l’influenza di Javon porterà il remissivo e ubbidiente Stanley, per la prima volta in vita sua, a reagire. Ma, ahimè, reagirà alla Stanley…

Questa deliziosa e amara pellicola ci pennella, con uno stile limpido e crudo, un ritratto della provincia americana. Quella provincia che il maestro Stephen King sa raccontare come pochi altri. I recenti tragici avvenimenti legati alla proclamazione di Joe Biden a Presidente Eletto hanno drammaticamente mostrato al mondo le netta frattura sociale e culturale insita negli Stati Uniti.

Probabilmente l’immagine che il mondo ha del Paese è legata maggiormente alla vita sociale e culturale delle grandi metropoli come New York, Los Angeles, Chicago, ecc.. Ma dalle urne delle scorse elezioni presidenziali è uscito appunto un Paese diviso nettamente a metà, e lo studio specifico del voto ha evidenziato proprio la netta differenza fra i grandi centri urbani e la sconfinata provincia.

Scritto e diretto dallo stesso Cohn, “L’ultimo turno” ci aiuta a comprendere meglio questa profonda spaccatura. Da ricordare nel cast anche Ed O’Neill, già patriarca nella strepitosa serie “Modern Family“.

“La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro

(USA, 2017)

Il genio di Guillermo Del Toro ci regala due ore di grande ed emozionante cinema.

Il maestro messicano ci racconta una delle storie più romantiche degli ultimi decenni. Come sempre, poi, i messaggi più profondi e forti passano nel cinema di genere molto più spesso che in quello classico.

Anche per questo Del Toro, che sa mettere in maniera sublime e come pochi il cinema nel cinema, rende omaggio al genere horror anni Cinquanta e Sessanta (fra cui su tutti “Il mostro della Laguna Nera”) dove i temi sociali avevamo molto più spazio rispetto alle leggiadre e infiocchettate commedie romantiche con Rock Hudson o Doris Day.

Non è un caso, quindi, che Elisa Esposito (una bravissima e affascinantissima Sally Hawkins) sia una donna muta, cresciuta in un orfanotrofio nel quale fu accolta dopo essere stata ritrovata da bambina, con la laringe recisa.

E non è un caso quindi che i suoi unici amici siano Zelda, una collega di colore (un altrettanto bravissima Octavia Spencer) e Giles, un pittore omosessuale (Richard Jenkis) reietto della società.

Facendo le pulizie Elisa e Zelda capitano in un laboratorio dove è tenuta segregata una strana creatura, una specie di uomo pesce. Il responsabile scientifico è il Dottor Hoffstetler (un sempre bravo Michael Stuhlbarg) che nutre un profondo rispetto e una sana curiosità per l’essere sconosciuto.

Ad avere fra le mani le vite di tutti questi “diversi”, invece, è il colonnello Strickland (Michael Shannon), volitivo e inflessibile giovane promessa delle Forze Armate, incarnazione del sogno americano più reazionario possibile, razzista e sessista come un bell’uomo bianco e con un po’ di potere in quegli anni doveva essere.

Capire ora chi è il vero mostro in questa splendida favola gotica non è difficile…

“La forma dell’acqua”, scritto da Del Toro insieme a Vanessa Taylor,  ha incassato 7 nomination agli Oscar fra cui quella per il miglior film, e il miglior regista (categoria per la quale Del Toro ha già vinto il Golden Globe) nonché che quella come miglior attrice alla Hawkins, e miglior attori non protagonisti alla Spencer e a Jenkins.

Ma indipendente da premi che potrà vincere o meno, “La forma dell’acqua” con i suoi omaggi al grande cinema, da Fritz Lang a Federico Fellini, è una delle pellicole più struggenti degli ultimi anni.

Da vedere.