“L’amore di Murphy” di Martin Ritt

(USA, 1985)

Sally Field, fresca vincitrice del suo secondo Oscar come miglior attrice protagonista – per “Le stagioni del cuore” di Robert Benton –  torna ad essere diretta da Martin Ritt (vero maestro di Hollywood che ha firmato pellicole come “La spia che venne dal freddo”, “Il prestanome”, o “Lettere d’amore”) che l’aveva già diretta in “Norma Rae” pellicola grazie alla quale vinse la sua prima statuetta.

Emma Moriarty (la Field) vuole iniziare una nuova vita insieme al figlio dodicenne Jake. E’ nata e cresciuta in un ranch, e gestirne uno è quello che sa fare meglio. Così, con i pochi rispiarmi, ne ha comprato uno alla porte di una piccola cittadina dell’Arizona. I pochi soldi che le sono rimasti devono bastare per far sopravvivere suo figlio e lei finché l’attività non decolla.

Fra i vari abitanti della città, quello che la colpisce di più è Murphy Jones (un bravissimo James Garner), l’attempato e anticonformista farmacista e padrone dell’emporio della città. Fra i due si instaura subito uno strano e impalpabile rapporto che subisce un brusco mutamento quando nel ranch arriva Bobby Jack, l’ex marito di Emma e padre di suo figlio…

Se la Field è brava come sempre, in questa pellicola romantica e intimista, possiamo apprezzare le doti di Garner, che proprio per questo ruolo venne candidato all’Oscar come miglior attore protagonista. E pensare che Ritt e la Field dovettero discutere non poco con la produzione per inserirlo nel cast, visto che in quegli anni James Garner era considerato soprattutto un attore di televisione.

“Il prestanome” di Martin Ritt

Il prestanome Cop

(USA, 1976)

“Caccia alle streghe” è stata definita la persecuzione con cui vennero isolati e ghettizzati molti artisti americani comunisti o simpatizzanti comunisti, agli inizi degli anni Cinquanta, sulla scia delle presunte attività “anti-americane” urlate dal Senatore Joseph McCarty, da qui anche il termine “Maccartismo”. Ma la Commissione che appurava tali attività, in realtà esigeva solo un atto, un atto puro di delazione e denuncia nei confronti degli altri, anche se i nomi erano già stati fatti e ben conosciuti: per tornare a lavorare bastava denunciare. Era la paura ad annientare le coscienze. Ma Howard Price (un inconsueto Woody Allen) è un piccolo allibratore che per sbarcare il lunario fa il cassiere in una tavola calda a Manhattan. Un giorno Alfred, un suo vecchio compagno di scuola, lo supplica di aiutarlo: per i suoi passati da simpatizzante comunista è finito nelle liste nere della Commissione Contro le Attività Anti-Americane, e nessuna televisione lo fa più lavorare. Ha bisogno quindi di un “prestanome” che firmi e presenti le sceneggiature al posto suo. A lui andrà il 10%. Howard è un uomo senza scrupoli che accetta felice. Nel giro di poche settimane diventa un autore televisivo famoso, ben pagato e soprattutto prolifico: ad Alfred si aggiungono altri due proscritti. Tutto sembra procedere al meglio ma gli occhi della Commissione immancabilmente si posano su di lui. Howard è un uomo senza morale e quindi non si preoccupa: darà loro quello che vogliono. Ma pochi giorni prima dell’udienza Hecky Brown (un grandioso Zero Mostel) – attore televisivo proscritto al quale la Commissione ha chiesto di spiare Price per poter essere riabilitato – si suicida, e le cose cambiano. Ritt firma un’emozionante pellicola che riproduce magistralmente gli anni Cinquanta e soprattutto quel clima di terrore e delazione che regnava nel mondo dello spettacolo. Da vedere tutto, compresi i titoli di coda in cui ai nomi del cast viene associato l’anno di inserimento nelle liste nere, si perché, fra gli altri, Martin Ritt, Zero Mostel e Walter Bernstein  – autore della sceneggiatura – fra il 1950 e il 1953 finirono tutti all’indice.