“Che strano chiamarsi Federico” di Ettore Scola

Che strano chiamarsi Federico Loc

(Italia, 2013)

Il grande Ettore Scola firma un imperdibile e intimo ritratto di quello che è stato uno dei più grandi autori cinematografici del Novecento, nonché suo amico, Federico Fellini. I rispettivi nipoti dei due grandi registi impersonano i giovani cineasti che si conobbero nella redazione della rivista “Marc’Aurelio”, fucina dei più grandi autori comici e satirici italiani dell’epoca come Ruggero Maccari, Marcello Marchesi, Stefano Vanzina, Vittorio Metz, Age e Scarpelli, tanto per dirne alcuni. Per poi ripercorrere la loro amicizia fatta anche di notti passate in automobile nel ventre di Roma o dietro la macchina da presa. Il tutto ricostruito nel mitico Teatro 5 di Cinecittà, luogo nel quale Fellini giro’ quasi tutti i suoi film, costruendo set indimenticabili, e dove infine gli venne allestita la camera ardente. Ma bando alla commozione, Fellini – e questo lo raccontano tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo – non era affatto un “bravo ragazzo”: per lui la bugia era arte. E così Scola lo ricorda come un anziano Pinocchio sempre in fuga dai Carabinieri…

Imperdibile.

“La migliore offerta” di Giuseppe Tornatore

La migliore offerta Locandina

(Italia, 2013)

Qui parliamo di grande cinema, di un grande regista che riesce a fare anche l’ottimo sceneggiatore. Si potrebbe sintetizzare il film in una sola domanda: che cos’è l’amore?

E Tornatore ce lo dice con uno stratosferico Geoffrey Rush nei panni di un caparbio e scaltro battitore d’asta e antiquario, che incontra sulla sua strada una ragazza molto particolare …

Della storia non aggiungo altro perché chi ancora non l’ha visto non si perda nulla, ma si goda al meglio storia e dialoghi, con sullo sfondo opere d’arte riprese e inquadrate superbamente. E soprattutto si interroghi alla fine sul senso di possesso che porta una persona a spendere un capitale solo per acquistare pochi centimetri quadrati di tela dipinta, per poi tenerli blindati e ammirarli in piena solitudine.

Alla presentazione del film a Rush hanno chiesto come è stato lavorare con il regista italiano, e lui ha risposto: “Tornatore è un perfezionista maniacale, ma che film!”

Questo si che è il grande cinema italiano.

Luigi Magni

Magni Cop 2

Ieri mattina se ne è andato Luigi Magni, grande regista, ma anche grande sceneggiatore del nostro cinema. Dopo aver partecipato alla stesura di alcune commedie leggere da botteghino, Magni firma quella de “Il mio amico Benito”, diretta da Giorgio Bianchi nel ’62 e ambientata nel Ventennio, con un grande Peppino De Filippo nei panni di un uomo onesto e retto che viene bistratto da tutti – compresi famiglia e lavoro – ma che improvvisamente si ricorda di essere stato compagno d’armi del Duce nella Prima Guerra Mondiale, evento che potrebbe davvero cambiare la sua esistenza, ma che alla fine la sua integrità lo porta a rinnegare. Nel ’64 scrive “Le voci bianche” di Pasquale Festa Campanile, ambientato nella Roma Papalina, con un bravissimo Paolo Ferrari. L’anno dopo collabora con Lizzani allo script de “La Celestina P…R…”. Il 1968 è l’anno in cui esordisce alla regia con “Faustina”, ma collabora anche con Monicelli ne “La ragazza con la pistola”. L’anno successivo esce il film che molti considerano il suo capolavoro “Nell’anno del Signore”, con uno dei cast più importanti del nostro cinema. Nel 1971 collabora con l’amico Nino Manfredi alla sceneggiatura di “Per grazie ricevuta”, diretto dallo stesso Manfredi e ancora oggi considerata una delle migliori commedie all’italiana a colori. Sempre nel ’71 scrive e dirige il crepuscolare “Scipione detto anche l’Africano”. Nel 1973 arriva “La Tosca” tratto dal dramma di Sardou e musicato splendidamente dallo stesso Magni assieme al maestro Armando Trovajoli. “Nun je dà retta Roma” è uno dei momenti più belli del cinema italiano degli anni Settanta. Nel 1976 partecipa ai film a episodi  “Signore e signori, buonanotte” e “Quelle strane occasioni”, mentre nel 1977 firma un’altra pietra miliare: “In nome del Papa Re”. Con la crisi del cinema anche Magni, come molti altri grandi autori, passa alla televisione. Nel 1983 scrive e dirige “State buoni …se potete” con un bravo Johnny Dorelli nei panni di San Filippo Neri e con le musiche di Angelo Branduardi. Nel 1984 gira il bellissimo documentario “L’addio a Enrico Berlinguer”. Nel 1987 firma “Secondo Ponzio Pilato”, sottovalutato dal pubblico forse per l’interpretazione gigiona troppo alla “Manfredi” di Nino Manfredi nelle vesti di uno dei temporeggiatori pavidi più famosi della storia. Nel 1990 firma “In nome del popolo sovrano”, che torna alle origini nella sua Roma papalina divisa nel Risorgimento. Tema che affronta nuovamente, e per l’ultima volta, ne “La Carbonara” nel 2000, che chiude di fatto la sua cinematografia. Ma come sceneggiatore lasciatemelo ricordare anche per un altro film, che ha accompagnato la mia infanzia: “Il soldato di ventura”, diretto da Pasquale Festa Campanile nel 1976, con un Bud Spencer in gran forma nei panni di Ettore Fieramosca durante la mitica “Disfida di Barletta”. E andiamo! Ricordiamoci che al momento siamo i detentori del Trofeo Garibaldi! Non dico altro…

Nino Taranto

Nino Taranto 1

Il 28 agosto 1907 nasceva a Napoli Nino Taranto, uno dei più grandi attori e caratteristi del Novecento. Taranto salì sul palcoscenico a 12 anni e praticamente non ne scese più, se non pochi anni prima della sua morte, avvenuta il 23 febbraio 1986 a Napoli. E’ stato uno dei pochi attori napoletani, infatti, a non lasciare mai la sua città natale. Dal teatro macchiettistico la sua carriera ha spaziato nella rivista, alla radio, al cinema e poi la anche in televisione. E’ vero che “Ciccio Formaggio” e “Agata” sono considerati i suoi cavalli di battaglia, ma io amo tanto le sue interpretazioni cinematografiche accanto a Totò (trovo limitante chiamarli semplicemente ruoli da spalla). Soprattutto in “Tototruffa ‘62” (1961, di Camillo Mastrocinque) e ne “Il monaco di Monza” (1963, di Sergio Corbucci) i loro duetti hanno qualcosa di straordinario e irripetibile che non stanca mai, e sono paragonabili solo a quelli con Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Vittorio De Sica. In un’intervista degli anni Settanta, Taranto ha raccontato del grande stress che pativa nel lavorare con Totò: una volta battuto il ciak sudava fisicamente “sette camicie” per stare dietro alle gag e alle battute esilaranti che il Principe si inventava su due piedi, ogni volta diverse dalla precedenti. Ma vogliamo parlare di “Mobutu: l’Ambasciatore del Batonga”?

Tototruffa 2

Totò e Nino Taranto col vero Mobutu (“Totòtruffa ’62”)