“Vita privata di Sherlock Holmes” di Billy Wilder

(UK, 1970)

Il sette volte premio Oscar Billy Wilder decide di parlare di uno dei personaggi più famosi della letteratura – e del cinema – mondiale, Sherlock Holmes. Insieme al suo stretto collaboratore I.A.L. Diamond scrive questa avventura-disavventura del detetcive più famoso di sempre.

Ma già dalla prima scena – e da quella finale – capiano che il vero protagonista del film è il Dottor John H. Watson, o meglio lui in qualità di scrittore che “romanza” i fatti che vedono protagonsta il suo amico. Nell’ironia del dottor Watson (interpretato da un bravo Colin Blakely) possiamo riconoscere facilmente una parte dello stesso Wilder che non può vivere senza raccontare e soprattutto senza “accomodare” gli eventi al fine di renderli più interessanti per il lettore (spettatore).

Wilder e Diamond partono da quello che lo stesso Arthur Conan Doyle ci accenna come tallone di Achille del segugio di Baker Street: le donne. Tema che poi sarà ripreso in vari altri film – e libri – a lui dedicati.

Una fredda sera nebbiosa, al 221b di Baker Street bussa alla porta un arcigno vetturino con fra le braccia una donna in evidente stato di choc. L’uomo asserisce di averla salvata dalle acque del Tamigi e, non avendo documenti, l’ha portata all’indirizzo scritto nel biglietto che aveva in mano.

Sherlock Holmes (interpretato da Robert Stephens) e il Dottor Watson deducono che la donna sia stata aggredita, rapinata e gettata nel fiume, visto che lei è colpita da una tremenda amnesia…

Nei panni del Mycroft Holmes c’è il grande Christopher Lee che insieme a Geneviève Page (nei panni della smemorata) compone un cast davvero di prim’ordine. Basta pensare che Stephens è stato considerato l’erede del suo maestro Laurence Olivier, la Page si è formata alla Comédie-Française, e Blakely vestì i panni di Domenico Soriano nella prima rappresentazione britannica di “Filumena Marturano” del maestro Eduardo De Filippo.

Wilder si è sempre dichiarato molto legato a questa sua opera, che considerava una delle più “eleganti” da lui firmate. Ma le riprese vennero funestate dal tentato suicidio dello stesso Stephens, allora marito di Maggie Smith.

Nel dvd purtroppo non sono presenti i contenuti extra, ma il doppiaggio è quello originale dove a donare la voce a Stephens è un bravissimo Gigi Proietti, che qualche anno dopo doppierà il giovane Sylvester Stallone nel primo “Rocky”.

“La strana voglia di Jean” di Ronald Neame

(UK, 1969)

Muriel Spark (1918-2006) è considerata una delle più rilevanti scrittrici scozzesi del Novecento. Nata ad Edimburgo da padre di religione ebraica e madre cristiana, la Spark nel 1954 decide di convertirsi definitivamente al cattolicesimo. Questo suo percorso interiore la porta, dopo alcuni anni come autrice di poesie e di critiche letterarie, a diventare scrittrice di romanzi. E’ lei stessa che in più di un’occasione lo sottolinea.

Esordisce così nel 1957 con “The Comforters”, ma è con il sesto romanzo “The Prime of Miss Jean Brodie” che acquista fama internazionale. Tradotto in italiano “Gli anni fulgenti di Miss Brodie” (o anche “Gli anni in fiore della signorina Brodie”) il libro diventa un best seller soprattutto per due motivi: l’originalità della storia narrata la cui protagonista è una donna fuori dal comune, e lo stile caratterizzato da continue destrutturazioni temporali.

Visto il successo del romanzo, la drammaturga americana Jay Presson Allen (autrice di script come “Marnie” o “Cabaret”) decide di farne una pièce teatrale che riscuote una calda accoglienza a Broadway, tanto da varcare l’oceano e approdare nei teatri inglesi.

Nel 1969 il regista inglese Ronald Neame gira l’adattamento cinematografico la cui sceneggiatura è curata dalla stessa Presson Allen, e come protagonista nei panni di Miss Jean Brodie ha una straordinaria Maggie Smith, che non a caso vince il suo primo Oscar proprio come miglior attrice protagonista.

Edimburgo 1932, per le alunne della conservatrice “Marcia Blaine School” inizia un nuovo anno accademico. Nel corpo insegnante spicca, ormai da qualche anno, Miss Jean Brodie (Maggie Smith) che con i suoi metodi anticonformisti e anticonvenzionali crea un rapporto profondo e molto stretto con le sue alunne.

Ma Miss Brodie, scopriranno a loro spese proprio le sue ragazze, sotto l’alone romantico e innovatore, nasconde un’anima irrisolta e ambigua, che la porta ad idolatrare e romanzare figure e principi che in realtà sono particolarmente reazionari e conformisti.

Tiene spesso, infatti, lunghe lezioni sul nuovo e volitivo Capo di Stato italiano Benito Mussolini che si fa “opportunamente” chiamare Duce; così come sul “promettente” ufficiale spagnolo Francisco Franco che ha intrapreso una dura battaglia contro i “terroristi” che tentano di dilaniare il suo Paese. E con gli stessi principi reazionari tenta di controllare e programmare subdolamente la vita delle sue studentesse…

Davvero una bellissima e toccante pellicola scritta da donne e che parla di donne, e di uno dei nemici più temibili e subdoli della loro emancipazione: le donne che si dichiarano femministe convinte ma vivono assecondando medievali principi maschilisti.

L’ambientazione locale e temporale non è un caso, visto che la stessa Muriel Spark fino al 1933 frequentò la “James Gillespie’s High School for Girls” di Edimburgo.

Per la chicca: studiosi ed esperti di tutto il mondo, da ormai cinquant’anni, tentano con ogni mezzo scientifico a disposizione di scoprire cosa sia scattato nella testa dei nostri distributori quando scelsero il titolo italico “La strana voglia di Jean” che, oltre a richiamare morbosi pruriti tipici del cinema pecoreccio, non c’entra un piffero – tanto per rimanere in tema… – col film.

“Vox” di Christina Dalcher

(Nord, 2018)

Questo ottimo romanzo fantasy – e speriamo che tale rimanga… – ci racconta di un futuro prossimo possibile, ma speriamo non probabile.

Negli Stati Uniti dopo il mandato del primo Presidente di colore nella storia, vince Myres, il candidato più conservatore – sposato in seconde nozze con Anne, bellissima donna molto più giovane di lui – appoggiato dal Movimento Per la Purezza, guidato dal reverendo Carl Corbin. Fra quelli che certo non lo hanno votato c’è la dottoressa Jean McClellan, massima esperta nel Paese dell’Area di Wernicke, la parte sinistra del cervello dominante nei destrimano.

Dopo lo sdegno iniziale Jean ha continuato la sua vita di sempre: badare ai suoi quattro figli, insieme a suo marito Patrick, e andare a lavorare nel suo laboratorio scientifico. Ma col passare dei mesi le cose lentamente sono cambiano: il Manifesto del Movimento della Purezza ha iniziato a essere il riferimento della vita sociale nel Paese, e le donne sono state costrette ad abbandonare il proprio lavoro per tornare a casa a “badare ai figli” ossequiando supinamente il proprio marito.

Di fatto i diritti delle mogli sono passati direttamente nelle mani dei mariti. Le donne senza marito hanno dovuto scegliere: o i campi di lavoro – senza diritti – o entrare nelle scuderie dei numerosi bordelli che in tutto il Paese hanno iniziato a fiorire per aiutare gli uomini ad affrontare le loro dure giornate…

Anche i programmi nelle scuole sono cambiati: i maschi seguono materie che ruotano intorno al concetto di Purezza, mentre alle femmine si insegna a contare solo fino a cento e soprattutto a fare i lavori domestici.

Poi il reverendo Corbin, che appare regolarmente in televisione per leggere brani del suo Manifesto, ha introdotto il “braccialetto” per le donne, tutte le donne: dalle bambine alle anziane. Una semplice striscia metallica con un contatore che ad ogni mezzanotte riparte da zero. Nel corso delle successive ventiquattro ore, il simpatico aggeggio, conta le parole che la donna che lo indossa pronuncia. Tutti, o quasi, sono tarati fino a 100, poi una scarica elettrica colpisce il polso. Cento parole sono abbastanza per una donna che deve essere “remissiva e sottomessa”.

Le donne che hanno osato pubblicamente opporsi o adottato un comportamento non consono al Manifesto, così come le lesbiche, oltre ad essere internati nei campi di lavoro, hanno il braccialetto tarato sullo zero.
Così Jane, dopo circa un anno, si ritrova senza lavoro e senza parola, costretta ad osservare impotente i suoi figli crescere secondo i principi medievali del Manifesto.
Ma un giorno alla sua porta bussa proprio il reverendo Corbin…

Come diceva Edmund Burke, e ricorda a se stessa incessantemente Jean: “Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”. E così la colpa della scellerata presa di potere di Myres e di Corbin non è solo di chi li ha votati, ma anche di tutti quelli che per paura o semplice inerzia non si sono alzati in piedi per protestare.

Ottimo romanzo di provocazione che ci regala tanti spunti su cui riflettere – i riferimenti al quotidiano sono molti, ed è inevitabile pensare a Trump quando si legge di Myres… – e ci ricorda quanto ancora la nostra società sia maschilista e la vera emancipazione delle donne e la concreta parità di genere siano lontane.

“Little Miss Sumo” di Matt Kay

(UK, 2018)

Questo cortometraggio ci porta in Giappone, lo stesso Giappone dove pochi giorni fa si è conclusa la Rugby World Cup 2019 che, nonostante l’arrivo di uno dei cicloni più devastanti degli ultimi cinquant’anni, si è svolta senza problemi o grandi intoppi.

Il Paese del Sol Levante ha mostrato una incredibile – ma certo non inaspettata – capacità organizzativa assieme agli stadi che hanno ospitato tutte le partite della manifestazione sempre pieni di pubblico festoso. Un grande amore per lo sport quindi.

Ma se guardiamo i circa diciannove minuti di “Little Miss Sumo”, scritto e diretto da Matt Kay, non possiamo che rimanere perplessi. Perché attraverso la storia della ventenne Hiyori Kon, Kay ci racconta come in Giappone sia di fatto impossibile per una donna aspirare a diventare una lottatrice di sumo professionista.

Fino alle scuole elementari l’antico sport del sumo viene fatto praticare a tutti i bambini, indifferentemente dal loro sesso. Poi però le cose cambiano.

Crescendo, alle ragazze vengono proposti, più o meno perentoriamente, altri sport. Il periodo dell’università è l’ultimo nel quale una ragazza può praticarlo dopo, di fatto, in Giappone non esistono più eventi o occasioni ufficiali per le donne.

Così seguiamo Hiyori Kon in Corea del Sud per partecipare ad un torneo internazionale dove le atlete da battere sono quasi tutte russe o ucraine.

Se è vero che il sumo ha antiche radici ed è legato indissolubilmente a storiche tradizioni, è vero anche che rinnovarsi ed evolversi fa parte integrante della storia umana, ed è possibile farlo anche senza calpestare la storia di nessuno. E’ strano perciò che un Paese tanto particolare e affascinante abbia ancora degli strascichi così “maschilisti”.

Insomma, come il comportamento di alcuni giocatori della nazionale inglese di rugby che appena terminata la finale, mentre il Sud Africa neo campione del mondo alzava al cielo la William Webb Ellis Cup, infastiditi attendevano la fine della premiazione chi dando le spalle al palco, chi camminando per il campo tenendo distrattamente in mano la medaglia d’argento, che invece quella medaglia si è proprio rifiutato di indossarla. Proprio loro che hanno inventato alcuni fra gli sport più belli del mondo.

Chi ama e pratica lo sport ovviamente non deve per forza amare la sconfitta, ma non può evitare di confrontarsi col mondo che cambia o non rispettare tutti i suoi avversari, sia i più deboli che i più forti.

“Incontro al Central Park” di Guy Green

(USA, 1965)

La scrittrice australiana di origini scozzesi Elizabeth Colina Katayama, con lo pseudonimo di Elizabeth Kata scrive il suo primo romanzo “Be Ready with Bells and Drums” nel 1959, che vede le stampe però solo nel 1961.

La storia è molto particolare e originale, e così il regista Guy Greene decide di portala sul grande schermo, scrivendo la sceneggiatura e cambiando il titolo in “A Patch of Blue” (titolo che poi prenderà il romanzo nelle successive ristampe).

La macchia di blu a cui si rifesce il titolo originale è l’unico ricordo “colorato” che ha la diciottenne Selina D’Arcy (una bravissima Elizabeth Hartman) da quando a cinque anni ha perso la vista.

L’incidente che l’ha resa non vedente è nato dall’ennesimo litigio fra il padre e la madre Rose-Ann (Shelley Winters) sorpresa con uno dei suoi tanti amanti occasionali. Per difendersi dall’ira del marito la donna gli lancia contro una bottiglia presa fra i suoi trucchi, che finisce però sugli occhi della figlia.

Da quel giorno Selina vive reclusa in casa, dove sbriga la faccende domestiche e lava i panni della madre e del nonno. Ma non solo, per contribuire alle spese di casa – che sono soprattutto gli alcolici per i suoi due parenti – Selina passa il tempo libero ad infilare perline di collane.

Un giorno riesce a farsi portare dal nonno al parco vicino casa, dove da tanto desidera passare la giornata lavorando le sue perline. Un piccolo bruco dall’albero a cui la ragazza è appoggiata le cade sul collo e lei viene presa dal panico, ma l’intervento di un passante risolve subito la questione. Si tratta di Gordon Ralfe (Sidney Poitier) che rimane colpito dalla enorme coraggio di Selina, che a sua volta ignora il colore della pelle del suo nuovo conoscente…

Bellissima pellicola che ci parla di tolleranza, rispetto e coraggio, con un grande cast a partire dalla brava e sfortunata Elizabeth Hartman che viene giustamente condidata all’Oscar e premiata col Golden Globe; passando per il grande Poitier anche lui candidato al Golden Globe, e arrivando alla Winters che meritatamente l’Oscar come migliore attrice non protagonista lo vince.

Incredibilmente oggi questa bella pellicola sembra caduta nell’oblio ed invece, anche a distanza di quasi sessant’anni, andrebbe fatta vedere a scuola. Non a caso il romanzo “A Patch of Blue” negli Stati Uniti è stato uno dei testi più frequentemente letti nelle biblioteche delle scuole primarie.

“Ballando ballando” di Ettore Scola

(Italia/Francia, 1984)

Nel 1982 il maestro Ettore Scola è a Parigi per girare “Il nuovo mondo”. Durante una pausa delle riprese, l’allora Ministro della Cultura dell’esecutivo francese Jack Lang, lo invita a vedere un curioso spettacolo musicale che si tiene in un piccolo teatro nella periferia parigina.

Si tratta di “Le Bal” del Téàtre du Campagnol scritto, diretto e interpretato da Jean-Claude Penchenat. L’azione si svolge in un unico ambiente, una sala da ballo dove con la musica in sottofondo i protagonisti si incontrano in situazioni e dinamiche differenti, sempre senza alcun dialogo.

La rappresentazione affascina Scola soprattutto per due caratteristiche a lui carissime: l’azione che si svolge in un solo ed unico ambiente e lo scorrere del tempo. Decide così di farne un film e chiama i suoi colleghi e amici di sempre Ruggero Maccari e Furio Scarpelli per scrivere la sceneggiatura.

La redazione si rivela molto più complicata del previsto perché, anche se Scola decide rimanere fedele al testo originale senza dialoghi, li mette ugualmente nello script per aiutare gli attori ad interpretare meglio la loro parte che sarà esclusivamente fisica e mimica.

Anche se il cast originale è composto tutto da attori non professionisti, fra cui alcuni docenti e un medico, Scola decide di mantenerli tutti, compreso lo stesso Penchenat, con alcune piccole aggiunte (come Monica Scattini nel ruolo della ragazza miope e Francesco De Rosa in quello del barista) e così inizia a girare a Parigi. Ma dopo circa un mese il regista viene colto da un infarto e la lavorazione sospesa. Riprenderà solo un anno dopo a Roma, negli studi di Cinecittà, dove Scola realizzerà uno dei capolavori del nostro cinema.

Con le musiche di Vladimir Cosma e la consulenza del maestro Armando Trovajoli, viviamo circa cinquant’anni di storia del Novecento attraverso i balli dei solitari frequentatori di una piccola balera di periferia.

Dagli anni Trenta ai primi anni Ottanta osserviamo le povertà e le miserie sentimentali e morali di alcuni appartenenti alla piccola borghesia d’oltralpe (che ovviamente può essere quella di qualsiasi altro paese del mondo) che sperano di terminare e sconfiggere la loro solitudine il sabato pomeriggio ma alla fine, delusi, sono pronti a ritentare la settimana successiva.

Un capolavoro che dimostra come un film nel quale non si pronuncia una sola parola, non è certo un film …”muto”. Da vedere.

Il dvd, negli extra, contiene una preziosa intervista allo stesso Scola sulla realizzazione del film; e nella galleria sono presenti le immagini dei bozzetti realizzati dallo stesso regista prima delle riprese e dai quali è stata presa l’idea per la locandina.

“Panama Papers” di Steven Soderbergh

(USA, 2019)

Il 3 aprile del 2016 il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) pubblica il report “Panama Papers”, che si basa su circa 11,5 milioni di documenti confidenziali creati dallo studio legale panamense Mossack & Fonseca, e relativo a circa 214.000 società offshore sparse in tutto il mondo.

Nei documenti sono menzionati i leader di cinque Paesi – Arabia Saudita, Argentina, Emirati Arabi Uniti, Islanda e Ucraina – nonché alti funzionari di governo, parenti o collaboratori stretti dei leader di altri 40 Paesi fra cui l’Italia, la Gran Bretagna, la Spagna, la Russia e la Francia.

I documenti, sottratti in maniera clandestina allo studio Mossack & Fonseca, fanno luce su un’enorme rete finanziaria mondiale che controlla la vita – non solo economica… – di miliardi di esseri umani a loro totale insaputa. E ciò che appare ancora più grave è che quegli organi direttamente o indirettamente eletti dal popolo sono incapaci di controllare il sistema o spesso ne sono complici.

Sodenbergh ricostruisce la storia dello studio legale Mossack & Fonseca – interpretati rispettivamente da Gary Oldman e Antonio Banderas – e in parallelo quella Ellen Martin (una stratosferica, come sempre, Meryl Streep) una donna alle soglie della terza età che durante un incidente nautico perde il marito.

Oltre la tragedia, Ellen deve affrontare anche la beffa: la compagnia di assicurazione dell’imbarcazione che ha causato la tragedia fa parte di uno degli innumerevoli “gusci” (così vengono chiamate in gergo le società offshore) creati dallo studio legale panamense…

Scritto da Scott Z. Burns e tratto dal libro “Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite” di Jake Berstein, “Panama Papers” – che in originale s’intitola non a caso “The Laundromat” ovvero lavanderia a gettoni – è un gran bel film che ha un solo difetto: vi farà imbestialire…

 

“Adèle e l’enigma del faraone” di Luc Besson

(Francia, 2010)

Luc Besson torna a parlarci di una donna fuori dal comune. Così come Nikita, Algel-A o Lucy, anche Adèle Blanc-Sec è una donna che non si ferma davanti all’ottusità degli uomini che spesso incontra.

Tratto dai fumetti di Jacques Tardi “Adèle e l’enigma del faraone” è una versione al femminile, che ha detto lo stesso Besson, di Indiana Jones. L’amore per il cinema spettacolare americano Besson non lo ha mai nascosto, anzi, spesso come ne “Il quinto elemento” ha dimostrato di poterci tranquillamente competere.

4 novembre 1911, la scrittrice e giornalista Adèle Blanc-Sec (Louise Bourgoin) è nell’antico Egitto alla ricerca della mummia del medico personale del potente faraone Ramsete II. Fra ladri di tombe, trappole mortali e il perfido Dieleveult (Mathieu Amalric) Adèle riesce e tornare a Parigi con la salma tanto desiderata.

Intanto, la capitale francese è scolvolta da uno strano e grande uccello, che molti identificano come uno pterodattilo, causa della morte di tre persone…

Con scene spettacolari e tanta ironia, Besson firma un’altra pellicola d’azione al femminile, godibile e divertente per tutte le età.

“Madadayo – Il compleanno” di Akira Kurosawa

(Giappone, 1993)

Il maestro Akira Kurosawa chiude la sua straordinaria carriera di cineasta con questa splendida pellicola intimista, che molti considerano il suo testamento spirituale. Come molti film precedenti, anche per questo, Kurosawa si affida al suo stretto collaboratore Hishiro Honda, lo stesso geniale regista di fantascienza che nel 1954 girò il primo e indimenticabile “Godzilla”.

I due, basandosi sui veri saggi del professor Hyakken Uchida scrivono la sceneggiatura, curano la fotografia, la regia ed il montaggio del film. Alle soglie degli anni Quaranta e compiuti i sessant’anni, il professor Uchida, docente di tedesco presso l’Università di Tokyo, decide di ritirarsi dall’insegnamento e vivere pubblicando i suoi scritti.

L’affetto dei suoi studenti è molto grande, tanto da portare alcuni ad aiutarlo a traslocare e andare a trovarlo regolarmente. Nonostante le ristrettezze legate al secondo conflitto mondiale, Uchida decide di offrire un banchetto ai suoi ex studenti più cari. Poco dopo la sua casa viene rasa al suolo durante un bombardamento alleato, e il professore e sua moglie sono costretti a trasferirsi in una piccola baracca, dove però la stima e l’affetto dei suoi studenti non mancano mai.

Per sostenere il loro ex docente in un momento così difficile viene organizzato un banchetto in suo onore proprio il giorno del suo compleanno. Durante la cena, Uchida scherzando risponde alla domanda che è convinto vogliano fargli i suoi ospiti “Mada kai?” (“Sei pronto?” riferendosi ovviamente alla morte) con un perentorio: “Madadayo!” (“Non ancora”). Questo piccolo scherzo diventa un rito irrinunciabile che ad ogni cena annuale si ripete fra il professore e i suoi ex studenti…

Splendida riflessione sulla vita, l’amore, il rispetto e ovviamente la morte che ancora oggi lascia incantanti e sereni, e che ci racconta intimamente l’anima della vita sociale e culturale del Sol Levante.

Da studiare a scuola di cinema la magistrale e toccante, come poche, scena finale.

“Il diritto di contare” di Theodore Melfi

(USA, 2016)

C’è un vecchio – subdolamente maschilista ma sempre tanto usato – detto che dice: “Dietro una grande uomo, c’è sempre una gran donna” che sottolinea come il massimo spazio d’azione e di affermazione di una donna, da sempre, può essere solo nell’ombra del suo uomo.

Per sdradicare e distruggere questi pericolosi preconcetti ci vogliono eroi e veri rivoluzionari che semplicemente con il loro comportamento cambiano le cose per sempre. Se il nostro Paese deve essere onorato e orgoglioso di avere dato i Natali ad una persona straordinaria come Franca Viola, gli Stati Uniti devono esserlo ugualmente perchè hanno visto nascere entro i loro confini persone come Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, la cui storia ci racconta questa bellissima pellicola.

Già agli inizi degli anni Sessanta la cittadina segregazionista di Hampton, nello Stato della Virginia, ospitava il Langley Reserch Center, il più antico centro della NASA. Sono gli anni della lotta contro l’U.R.S.S. per la conquista dello spazio. Gli USA sono in netto ritardo dopo che i sovietici hanno lanciato il primo satellite nella storia, lo Sputnik, e soprattutto hanno inviato il primo uomo nel cosmo: Yuri Gagarin.

Sotto la pressione del Presidente Kennedy, la Nasa deve raggiungere e superare gli avversari. A gestire il programma è Al Harrison (Kevin Costner) che ha bisogno di ingegneri e di matematici. E proprio cercando il migliore a disposizione, Harrison incappa in Katherine Johnson (Taraji P. Henson) brillantissimo genio matematico, con solo due grandi “limiti”: essere donna, ed essere di colore.

Così come hanno gli stessi “limiti” le sue due colleghe matematiche Dorothy Vaughan (Octavia Spencer) che lavora come responsabile di un gruppo senza averne però la carica ufficiale, e Mary Jackson (Janelle Monàe) aspirante ingegnere…

Scritto dallo stesso Theodore Melfi assieme ad Allison Schroeder, e tratto dal libro “Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race” di Margot Lee Shetterly, questo film ci parla di tre donne che con la loro volontà e soprattutto il loro coraggio hanno contribuito a cambiare il mondo.

Da far vedere a scuola.

Per la chicca: nella parte di un antipatico ingegnere retrogado e razzista spicca il grande Jim Parsons, mentre in quelli dell’algida e spocchiosa Sig.ra Mitchell, capo della Vaughan, c’è Kirsten Dust.