“L’occhio del lupo” di Daniel Pennac

(Salani, 1993)

Pubblicato per la prima volta nel 1984, questo romanzo per ragazzi firmato da Daniel Pennac ci porta in luoghi lontani e magici, così come in alcuni vicini e assai tristi.

Ci troviamo nella gabbia dello zoo di una metropoli. Dentro c’è un grande lupo con un occhio solo, che non può fare altro che camminare sempre nello stesso senso, in quei pochi metri quadrati. Ormai è abituato e rassegnato ad essere osservato da frotte di esseri umani che lo studiano come un fenomeno da baraccone. Ma lui non li guarda più, non li degna più della sua attenzione, fino a quando un bambino non si ferma davanti alle sue sbarre e lo fissa senza sosta…

Delizioso romanzo breve per piccoli ma anche per grandi che ci parla di amore, integrazione e soprattutto rispetto. Nel 1984 in Italia in problema dell’integrazione sociale e del razzismo era pubblicamente quasi sconosciuto.

Non che non ci fosse il razzismo – …poveri noi… – ma non c’erano vere e proprie comunità straniere sulle quali riversare le nostre paure e la nostra ignoranza. Ma la Francia, invece, già da numerosi decenni doveva farci i conti, a causa soprattutto della sua volitiva politica colonizzatrice.

E così Pennac ci racconta di come uno splendido lupo dell’Alaska rinchiuso in una gabbia dello zoo si senta come un bambino africano trapiantato suo malgrado in una grande metropoli francese. Solo l’amore e il rispetto potrà salvare entrambi.

Per piccoli che un giorno diventeranno grandi, e per grandi che sono ancora piccoli.

“Nomadland” di Chloé Zhao

(USA/Germania, 2020)

Che differenza c’è fra una persona senzatetto e una senza casa?

Questo splendido film, tratto dal libro “Nomadland: Un racconto d’inchiesta” scritto dalla giornalista americana Jessica Bruder e pubblicato nel 2017, tenta di spiegarcelo.

La stessa Bruder ha impiegato circa tre anni per scrivere il libro, anni nei quali ha viaggiato per gli Stati Uniti in un camper, fra il confine col Messico a quello col Canada, entrando in contatto con numerosi suoi connazionali che, a causa della crisi economica – che ha fatto molto più abbienti i ricchi e molto più numerosi i poveri – degli affitti alti e dei bassi salari, vivono in un camper o in un van inseguendo lavori stagionali o occasionali.

L’attrice e produttrice Frances McDormand – già vincitrice dell’Oscar come migliore attrice per le sue interpretazioni nei film “Fargo” scritto dal marito Joel Coen e diretto dal cognato Ethan Coen (cineasti con cui spesso collabora nella stesura degli script) e “Tre manifesti a Ebbing, Mossuri” di Martin McDonagh – insieme al produttore Peter Spears decidono di adattarlo per lo schermo.

Durante la premiazione degli Independent Spirit Awards 2018, la McDormand incontra l’altra candidata come lei al premio Chloé Zhao, alla quale decide di affidare sia la sceneggiatura che la regia.

Per 88 anni la cittadina di Empire, nel Nevada, si è retta sull’industria del cartongesso, che però la grande recessione della fine del primo decennio del nuovo millennio ha portato alla chiusura. La cittadina viene abbandonata da tutti, tanto da portare l’ufficio federale ad eliminare il suo codice di avviamento postale.

Superati i sessant’anni Fern (una grande McDormand) non avendo più una casa – l’immobile apparteneva alla fabbrica – né più un marito – deceduto poco prima della crisi del cartongesso – parte alla ricerca di lavori occasionali o stagionali nell’Ovest degli Stati Uniti a bordo di un van di terza mano, che diventerà la sua casa a tutti gli effetti.

Scoprirà un universo di persone costrette dagli eventi a condurre una vita simile alla sua, grazie alla quali troverà la forza di resistere e il coraggio di vivere.

Una grande pellicola intimista, con accenti che ricordano lo splendido “Una storia vera” di David Lynch, che ci racconta però anche dei grandi buchi neri sempre più frequenti e ampi nella nostra società, dentro i quali cadono loro malgrado sempre più individui. Una pellicola dedicati agli ultimi, che fin troppo spesso sono più rispettosi degli altri e della Natura in confronto ai primi, e forse troppo spesso per questo finiscono ai margini della società. Da sottolineare anche la splendida fotografia che rispecchia in maniera sublime lo stato d’animo della protagonista.

Il film, oltre al Leone d’Oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, ha vinto numerosi premi in tutto il mondo, due Golden Globe e tre Oscar, fra cui quelli come miglior attrice protagonista alla McDormand.

Da ricordare anche la colonna sonora firmata da Ludovico Einaudi.

“Il cacciatore di draghi” di J.R.R. Tolkien

(Bompiani, 2019)

Nel 1927, nei pressi di Oxford, la famiglia Tolkien sta facendo un divertente picnic in campagna. Improvvisamente il tempo cambia e nuvole minacciose invadono il cielo. I componenti della famiglia hanno giusto il tempo di rifugiarsi sotto un piccolo ponte per proteggersi dalla pioggia che comincia a scrosciare sempre più violentemente.

Il professore di Filologia Anglosassone presso il famoso ateneo lì vicino, John Ronald Reuel Tolkien, cerca un modo per intrattenere i suoi piccoli figli visto che il temporale sembra aver rovinato la giornata e soprattutto l’umore di tutti. E così inizia a raccontare una storia che prende spunto dai miti e dalle leggende che lui stesso ama leggere e studiare.

Tutto ebbe inizio a causa della distrazione di un gigante del Nord e della sua testardaggine nel non voler ammettere di essere assai miope e molto sordo. Così il gigante un giorno prese la strada sbagliata per tornare a casa e si ritrovò, senza rendersene conto, nella terra abitata dagli uomini. Per difendere la sua proprietà e i suoi animali Giles, un fattore della piccola località di Ham, fu costretto, suo malgrado e controvoglia, ad imbracciare l’archibugio e sparare al nuovo venuto. Il gigante, dopo essersi fermato tornò improvvisamente suoi suoi passi per poi scomparire per sempre. L’intero villaggio, che aveva assistito alla scena, portò in trionfo il fattore ignorando che il gigante scappò via perché convinto di essere stato punto da una zanzara segno, secondo lui, che aveva raggiunto una zona poco salubre.

La notizia del coraggio del fattore arrivò fino al Re che, in procinto di preparare l’annuale banchetto a base di coda di drago, lo fece chiamare a corte…

Pubblicato per la prima volta nel 1949 quando l’editore di Tolkien premeva per avere il seguito de “Lo Hobbit” visto il suo successo di pubblico e critica – ma l’autore non aveva ancora terminato il leggendario “Il Signore degli Anelli” – questo racconto “Il cacciatore di draghi” possiede già molti elementi classici dell’opera tolkieniana. Ci sono infatti i giganti, i cavalieri, le armi magiche e i draghi perfidi e subdoli che amano più di ogni altra cosa le ricchezze. Ma soprattutto c’è molta ironia che rende questo racconto davvero piacevole da leggere per tutti.

E’ opportuno ricordare che proprio durante la nascita di questo racconto Tolkien stringerà una forte amicizia con Clive Staples Lewis, docente di Lingua e Letteratura Inglese nello suo stesso ateneo, e autore dello splendido “Le Cronache di Narnia”.

Questa edizione contiene anche la prima stesura del racconto che lo stesso Tolkien scrisse a mano una volta tornato a casa dal picnic. Le illustrazioni originali sono firmate da Pauline Baynes, prolifica pittrice inglese, che illustrò anche alcune edizioni de “Le Cronache di Narnia”.

“Gli Sporcelli” di Roald Dahl

(Salani, 2008)

Quando, fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, guardavo tra l’incantato e lo spaventato la serie televisiva britannica “Il brivido dell’imprevisto” – serie paragonabile sotto molti aspetti alla splendida “Ai confini della realtà” di Rod Serling, e purtroppo oggi introvabile in italiano – ignoravo che quell’alto signore, seduto davanti ad un bel caminetto scoppiettante, che presentava ogni volta la puntata era uno dei più geniali scrittori per ragazzi del Novecento.

Infatti Roald Dahl, oltre a scrivere romanzi per i più piccoli, era un amante dei generi thriller e horror, e ideò quella serie che ebbe un enorme successo di pubblico in tutto il mondo.

D’altronde in tutti i suoi libri, anche nei più famosi come “La fabbrica di cioccolato”, “Le streghe” o “Matilde” ci sono sempre atmosfere ed accenti che richiamano ai più classici caratteri dell’horror. Caratteri che ritroviamo anche ne “Gli Sporcelli”.

I coniugi Sporcelli sono le due persone più antipatiche e cattive dell’emisfero boreale, e forse di tutto il nostro pianeta. Non si sopportano più e passano il loro tempo a farsi scherzi atroci e terribili.

Il signor Sporcelli ha poi due grandi passioni: il pasticcio di uccelli e il circo. Per la prima, una volta a settimana, cosparge il grande albero secco che troneggia nel suo giardino della supercolla di sua invenzione. La mattina dopo, fiero e con l’acquolina in bocca, raccoglie i poveri volatili che hanno avuto la malaugurata idea di poggiarvisi sopra (cosa che ricorda le disavventure di “Marcovaldo” del grande Italo Calvino). Per la seconda, invece, Sporcelli possiede una famiglia di scimmie che tiene chiusa in una gabbia, alle quali impone di stare tutto il tempo a testa in giù per poi presentarle come spettacolo centrale del circo che un giorno riuscirà senz’altro – ne è più che convinto – ad aprire.

Ma un bel giorno, nel giardino degli Sporcelli arriva un grande uccello africano…

Delizioso romanzo pubblicato la prima volta nel 1980, fra i miei preferiti in assoluto di Dahl, che ci fa ridere e come sempre riflettere sui nostri vizi e sulle nostre debolezze. Le divertenti illustrazioni del libro sono firmate da Quentin Blake.

“Assassinio sul treno” di George Pollock

(UK, 1961)

Tratto dal romanzo di Agatha Christie “Istantanea di un delitto” pubblicato nel 1957, questo “Assassinio sul treno” ha vari motivi per essere visto o rivisto, al di là del suo intreccio giallo.

Si tratta infatti del primo adattamento cinematografico del personaggio di Jane Marple creato dalla Christie, adattamento che ebbe poi un enorme successo. Questo non solo per il genio della grande scrittrice inglese, ma anche grazie al talento e al carisma di Margaret Rutherford, grande attrice di teatro, che davanti alla macchina da presa interpreta Miss Jane Marple per il cinema in maniera davvero divertente e indimenticabile.

La Marple è una classica “zitella” – così come lei stessa sa di essere appellata – impicciona che però non si arrende facilmente. Ha piena e totale fiducia in se stessa e nei proprio mezzi, e non è un caso quindi che fra le prime battute che dice nel film ci sia: “…Questo è il secolo delle donne!”. Nella nostra versione deve essere ricordata anche l’indimenticabile attrice Lola Braccini che le prestò la voce.

Miss Marple sta viaggiando sul treno ed è sola nello scompartimento. Quando mancano pochi minuti all’arrivo in stazione il suo treno viaggia parallelo ad un altro per pochi instanti. Istanti nei quali però la Marple scorge in uno scompartimento di quel treno delle implacabili mani guantate strozzare a morte una povera donna.

La Marple avvisa subito il controllore che, una volta arrivati in stazione, informa la Polizia. Ma non c’è traccia di alcun cadavere, né sul treno, né lungo i binari. L’ispettore Craddock (Charles Tingwell) ne informa la Marple, che però non ammette di passare per visionaria e così assieme al suo fedele amico nonché bibliotecario Mr. Stringer (interpretato dall’attore Stringer Davis, vero compagno di vita della Rutherford) inizia le sue personali indagini…

Come anticipato il successo è planetario tanto da portare la produzione a realizzare altri tre film con lei nei panni di Miss Marple: “Assassinio al galoppatoio” del 1963, “Assassinio sul palcoscenico” e “Assassinio a bordo” entrambi del 1964; anno in cui la Rutherford vinse l’Oscar e il Golden Globe come migliore attrice non protagonista per la sua interpretazione nel film “International Hotel” di Anthony Asquith.

Ma non solo, l’attrice Joan Hickson, che in “Assassino sul treno” interpreta il ruolo marginale di una governante part-time, visto il successo del film, a partire dagli anni Ottanta interpreterà Miss Jean Marple in varie serie televisive.

E sempre parlando di televisione non si può non pensare alla serie “La signora in giallo“, il cui titolo originale è “Murder, She Wrote” che richiama direttamente “Murder, She Said” titolo originale di questo “Assassino sul treno”. Non sono poche, infatti, le somiglianze fra la Marple della Rutherford e la Jessica Fletcher interpretata da Angela Lansbury, soprattutto quella delle prime stagioni. Anche la musica dei titoli di testa della serie ricorda chiaramente il tema centrale della colonna sonora del film di Pollock.

Per amanti della Christie, e non solo.

“Betty” di Claude Chabrol

(Francia, 1992)

Oltre trent’anni dopo la prima pubblicazione dello splendido romanzo del maestro Georges Simenon “Betty“, pubblicato per la prima volta nel 1961, Claude Chabrol realizza il suo affascinante adattamento cinematografico.

Fra i numerosi registi che hanno portato sul grande schermo le opere di Simenon, Chabrol è senza dubbio fra quelli che hanno corde narrative molto simili a quelle dello scrittore. Non è un caso quindi che i suoi due adattamenti, “I fantasmi del cappellaio” del 1982 e “Betty”, siano fra i migliori in assoluto realizzati per il grande schermo dalle opere immortali dello scrittore belga.

Nell’anonimo locale “La Buca” di Versailles viene portata dal suo accompagnatore, la giovane e in evidente stato di ebrezza Betty (Marie Trintignant). L’uomo, un ex medico cocainomane, sembra essere preda d’improvvise nevrosi che vengono contenute da Mario, il proprietario del locale. Betty, sempre più in preda all’alcol, chiede all’uomo ancora da bere, mentre al suo tavolo si siede un’altra avventrice del locale, Laure (Stéphane Audran) per ascoltare la sua storia. Storia che però Betty non riesce a raccontare perché sviene ferendosi ad una mano.

Laure chiede a Mario di portarla nell’albergo dove lei risiede ormai da qualche anno, e la fa sistemare nella camera accanto alla sua. La stessa Laure è stata per molti anni la moglie di un famoso medico e così, dopo aver lavato Betty, le cura la mano e la fa assumere alcuni tranquillanti.

Appena la ragazza si risveglia la sua ospite chiama un medico per visitarla, medico che conferma le cure di Laure e raccomanda assoluto riposi per vari giorni. Così Betty inizia a raccontare alla sua nuova amica la propria storia. Fino a pochi giorni prima era la moglie di uno dei rampolli di una delle famiglie più aristocratiche di Parigi, gli Etamble. Ma il suo carattere e soprattutto la sua sessualità irrisolta l’hanno portata alla “rovina”, costringendola ad abbondare le sue due figlie piccole.

Ma Betty, proprio nel locale “La Buca” ha toccato il suo “fondo”, e adesso non può fare altro che risalire…

Molto fedele al romanzo di Simenon, questo film di Chabrol è davvero uno dei migliori girati negli anni Novanta. Infatti, il regista francese, riesce a farne un’opera a se stante, che si basa sul romanzo di Simenon, ma che al tempo se ne distacca, toccando nuove leve emotive. Lo stesso Chabrol, per esempio, ha affermato che se nel libro originale Simenon, proprio per sottolineare la carnalità della storia, inserisce in continuazione carezze, abbracci e palpate amichevoli, lui li ha volutamente evitati. Perché, da vero artigiano del cinema quale era, sapeva bene che un conto è leggere una cosa, un altro assai differente è vederla. E così il senso di carnalità nel film lo ha ricreato attraverso non solo ai corpi, ai comportamenti e ai dialoghi fra i personaggi, ma anche con i rumori, la colonna sonora e i movimenti della macchina da presa, per non parlare dei continui flashback che ci raccontano frammentata e apparentemente incomprensibile la storia di Betty.

Per la chicca: all’inizio dei flashback ambientati nella austera magione degli Etamble, la suocera di Betty, matriarca della famiglia e volitiva vedova del generale Etamble, parla sdegnosa di un film “indegnamente” scandaloso appena visto al cinema. Si tratta del bellissimo “Un affare di donne” che lo stesso Chabrol diresse nel 1988, film che provocò non poche polemiche negli ambienti più reazionari della società francese.

Purtroppo, guardando questo film, non si può non pensare al vero tragico epilogo della vita dell’attrice Marie Trintignant, figlia del grande attore Jean-Louis Trintignant. Nella notte fra il 26 e 27 luglio del 2003 – mentre era a Vilnius, in Lituania, per girare un film – venne massacrata di botte dal suo “compagno” il cantante Bertrand Cantat, frontman del gruppo Noir Désir. Per le gravi lesioni la donna entrò in coma e morì il 1° agosto dopo due vani interventi chirurgici. Il destino volle, inoltre, che questo infame delitto si consumasse in una stanza d’albergo, ambiente in cui si svolge la maggior parte del film “Betty”.

“Nonostante tutto” di Jordi Lafebre

(BAO Publishing, 2021)

Anita e Zeno si conoscono da molti decenni. Il loro rapporto è iniziato senza che nessuno di loro due fosse preparato o pronto.

Nel corso del tempo ha preso pieghe complicate e molto astruse, ma …nonostante tutto… il cuore di uno non hai mai smesso di battere per quello dell’altra. E adesso…

In venti deliziosi capitoli lo spagnolo Jordi Lafebre (classe 1979) ci dipinge a ritroso la storia sentimentale ed emozionale fra due persone apparentemente molto distanti, ma in realtà legate nel profondo dell’anima.

Con un tratto perfettamente in simbiosi con la storia, Lafebre ci racconta una vicenda così particolare – da poter essere vera – che può aiutarci a rispondere ad una delle domande centrali della nostra esistenza: …l’amore che cos’è?

Per inguaribili romantici.

“Tutti i mercoledì” di Robert Ellis Miller

(USA, 1966)

Nel 1964 debutta a Broadway la commedia “Tutti i mercoledì” della scrittrice e drammaturga americana Muriel Resnik. Sia l’autrice che il cast, fra cui c’è Gene Hackman, il quel momento sono semi sconosciuti, ma il riscontro di pubblico e critica è clamoroso cogliendo tutti di sorpresa.

Come spesso accade Hollywood ha un occhio sempre fisso sulla strada dei teatri più famosa d’America, e così due anni dopo esce l’adattamento cinematografico. A scrivere la sceneggiatura è Julius J. Epstein (storico sceneggiatore della Mecca del Cinema, e premio Oscar per quella non originale di “Casablanca”) che produce anche la pellicola.

John Cleves (Jason Robards) è un caparbio dirigente d’azienda di mezza età, rispettato e temuto da tutti. Felicemente sposato con Dorothy Cleves (Rosemary Murphy, unica superstite del cast originale di Broadway) conduce una vita laboriosa e inappuntabile. Almeno per sei giorni a settimana, visto che il mercoledì lo passa in un piccolo appartamento a New York intestato a una delle ditte che dirige, che invece lui assegna regolarmente alle sue giovani amanti con cui passa il giorno feriale. Quando l’ultima lo lascia Cleves parte alla ricerca di quella nuova, e fra le sue facoltose e volitive braccia cade la giovane e fragile Ellen Gordon (una bravissima Jane Fonda, fresca reduce del successo in “Cat Ballou“) che dopo non poche resistenze cede alla sua corte.

Le cose per John sembrano procedere alla grande fino a quando la sua distratta segretaria non dà le chiavi dell’appartamento dove vive Ellen a Cass Henderson (Dean Jones, che il mondo ricorda per le sue interpretazioni nei film dedicati ad Herbie il maggiolino tutto matto) giovane dirigente di una delle ditte di Cleves. Se all’inizio Cass è convinto che Ellen faccia parte dei “benefit” dell’appartamento, non ci mette molto a capire la vera dinamica sentimentale fra l’ospite e il suo capo. A complicare le cose ci si mette anche la signora Cleves che, sempre per colpa della segretaria di suo marito, piomba nell’appartamento per arredarlo…

Classica commedia degli equivoci che però, e forse è questo il motivo del suo successo, ci presenta le protagoniste femminili Ellen Gordon e Dorothy Cleves in una nuova luce. Le due donne, infatti, da posizioni succubi materialmente o moralmente degli uomini, si emancipano prendendo ognuna la propria consapevole strada.

Non è un cambiamento da poco, visto i profondi stereotipi con cui le donne vengono rappresentante in quegli anni nelle commedie sul grande schermo, e anche in pellicole di successo internazionale. Ellen e Dorothy respirano già quell’aria di cambiamento che di lì a pochi anni infiammerà la contestazione e soprattutto la lotta per l’emancipazione delle donne.

Insomma, un piccolo gioiellino precursore dei tempi. Jane Fonda viene giustamente candidata al Golden Globe per la sua interpretazione.

“Anatomia di una rivolta” di John Wainwright

(Paginauno, 2019)

Nel 1982, proprio quando al 10 di Downing Street c’è la coriacea Margaret Thatcher, il grande narratore britannico John Wainwright pubblica “Anatomy of a Riot”, che descrive in maniera cruda e fin troppo calzante la genesi e l’esplosione di una violenta rivolta nella piccola – e fittizia – cittadina inglese di Beechwood Brook, scoppiata a causa dell’omicidio di un ragazzo di colore per mano di due agenti che volevano “solo” dargli una lezione.

La rabbia e la disperazione sono la paglia, l’ottusità ed il razzismo di alcuni poliziotti sono i fiammiferi che, assieme, accendono il fuoco in uno dei quartieri più degradati della cittadina. Così Wainwright ci racconta con maestria e perizia il lento ed inesorabile percorso verso l’abisso. Lui che per vent’anni è stato davvero un agente di Polizia nello Yorkshire.

La famiglia di Benny Swale proviene dalle cosiddette Indie Occidentali. Benny ha consumato i suoi primi ed unici due decenni di vita all’ombra delle bottiglie bevute dal padre e della ghettizzazione della sua gente vista da molti come “minaccia sociale”, a partire proprio dall’allora Primo Ministro Margaret Thatcher. Ma nulla giustifica il fatto che Benny sia diventato un piccolo e arrogante criminale locale, spacciatore di marijuana e capo di una gang.

Così due agenti della Polizia di Beechwood Brook, incontrandolo da solo nel cuore della notte, pensano di dargli una “raddrizzata”. Ma Benny, per le violente percosse, muore.

“Pregiudizi razziali, consapevoli o accidentali. Danni reali o immaginari. Arroganza. Una rozza stupidità. Permalosità. Assenza di umorismo. Credenze stravaganti. Una mancanza di pazienza. E naturalmente, la pelle. Pelle di colori diversi, e pelle di diverso spessore…” ci racconta Wainwright, sono fra le cause delle violenze che sfociano in veri e proprio scontri “razziali”.

Anche se oggi gli studiosi, soprattutto quelli di Antropologia, negano che l’essere umano sia diviso in razze perché – al di là delle immani tragedie che tale ottusa e arrogante divisione ha portato nella storia – le migliaia di anni dall’apparizione dell’Homo Sapiens ad oggi sono oggettivamente poche per consentirne un’evoluzione tale da creare vere e proprie razze diverse, a differenza di altre specie animali, c’è ancora chi in preda a misere paure o soprattutto per meri e beceri interessi personali ci si aggrappa.

Nonostante gli anni passati dalla sua prima pubblicazione, questo ottimo romanzo ci ricorda come non solo gli Stati Uniti siano ancora oggi dilaniati dalla piaga del razzismo, ma anche la Gran Bretagna che, a causa del suo spregiudicato imperialismo, da secoli ospita comunità provenienti dai luoghi più disparati della Terra, e nonostante questo è ancora il teatro di intolleranze e tragiche relative violenze.

Non è un caso quindi che anche durante lo scorso Torneo delle Sei Nazioni di rugby, durante il minuto di raccoglimento contro ogni tipo di razzismo voluto dalla Federazione Internazionale, alcuni giocatori del XV inglese si siano inginocchiati in segno di “scusa”, così come hanno fatto molti rappresentati della Polizia e del Senato americani.

Il volume contiene anche un’interessante postfazione di Carlo Osta che ripercorre le violenze razziali consumatesi nel Regno Unito a partire dal Secondo Dopoguerra, comprese quelle avvenute nel 1981 a Brixton, un quartiere di Londra, evento al quale si è ispirato Wainwright. Episodi tragici e drammatici quasi sempre preceduti e seguiti da accorate dichiarazioni di esponenti radicali del Partito Conservatore Britannico – fra cui spicca la stessa signora Thatcher – assai preoccupati dalla presenza di comunità straniere sul suolo natio di Sua Maestà.

Tragicamente attuale.

“Il lungo viaggio verso la notte” di Sidney Lumet

(USA, 1962)

Nel 1956, tre anni dopo la morte del suo autore Eugene O’Neill – che lo avrebbe voluto pubblicato non prima di venticinque anni dalla sua dipartita – va in scena il dramma teatrale “Lungo viaggio verso la notte”.

Il successo è immediato in tutto il mondo e l’opera viene subito e giustamente considerata una delle pietre miliari della drammaturgia americana del Novecento al pari di “Un tram che si chiama desiderio” di Tenneesse Williams e “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller.

Nel 1962 Sidney Lumet realizza un indimenticabile adattamento cinematografico con un cast davvero memorabile.

Siamo nell’estate del 1912 in Connecticut, nella magione estiva dei Tyrone. Il capofamiglia, James Tyrone (Ralph Richardson) ha fatto una piccola fortuna in gioventù recitando in una lunga serie di commedie teatrali romantiche dove interpretava il protagonista, ruolo che però ha finito per bloccarlo segnando anche il declino della sua carriera. Le sue umili origini lo hanno portato poi ad essere assai parsimonioso col denaro.

Sua moglie Mary (una grande Katharine Hepburn) che lo ha conosciuto proprio al culmine del suo successo ancora studentessa di un austero convento cattolico, alla morte in culla del loro secondo genito è caduta in depressione tanto da portare il medico curante a somministrale dei medicinali a base di morfina. Alla nascita del loro terzo genito Edmund, Mary è caduta nuovamente in depressione ed è ricorsa alla morfina diventandone sempre più dipendente. Poco prima dell’inizio dell’estate è stata dimessa per l’ennesima volta da una clinica disintossicante.

Il primogenito Jamie Tyrone (Jason Robards, che interpretò lo stesso ruolo al primo allestimento del dramma a Broadway nel ’56) ha seguito le orme del padre senza mai avere successo però, cosa che ha contribuito a renderlo un alcolista.

Edmund (Dean Stockwell) che ormai ha vent’anni, è da poco tornato da un lungo viaggio intorno al mondo in nave come marinaio, e ora vorrebbe diventare uno scrittore. Ma la violenta tosse che spesso lo assale insinua in lui, e nei suoi familiari, il sospetto di essere malato di tubercolosi.

Un’uggiosa giornata di pioggia costringe i quattro Tyrone a passare insieme un’intera giornata in casa, cosa che metterà a nudo i rancori, le debolezze, le invidie e i tradimenti di ognuno dei componenti della famiglia.

Molto fedele all’opera di O’Neill, questo adattamento cinematografico ci regala il ritratto drammatico e amaro di una famiglia disfunzionale, dove non si consumano omicidi materiali, ma atroci massacri emozionali e personali. Così come Miller in “Morte di un commesso viaggiatore”, O’Neill ci parla di come la famiglia possa diventare l’inferno e la causa di angosce e gravi nevrosi.

Il motivo principale per cui O’Neill voleva la sua pubblicazione così tanto dopo la morte sono certamente i profondi riferimenti che l’opera ha in relazione alla vera famiglia di origine del suo autore. A partire dalla casa nel Connecticut dove si svolge il dramma (che è molto simile al Monte Cristo Cottage, la casa posseduta dagli O’Neill a New London), per passare alla carriera teatrale del patriarca James Tyrone (James O’Neill, padre di Eugene fu un vero attore teatrale di successo in gioventù, che poi rimase “impantanato” nell’interpretazione del protagonista di una lunga serie di spettacoli teatrali dedicati al Conte di Montecristo) o come i nomi di battesimo dei protagonisti che ricalcano quelli veri di madre, padre e fratello di Eugene. Edmund, il figlio minore dei Tyrone, è malato di tubercolosi e alla fine del dramma si appresta ad entrare in sanatorio, cosa che accadde davvero allo stesso Eugene O’Neill nel 1912 e 1913, e che ne fa quindi un suo vero e proprio alter ego.

E’ curioso pensare che a partire dal secondo dopoguerra, la cultura italiana ha smesso quasi completamente di parlare dei lati oscuri della famiglia, che rimane ovviamente la base fondamentale della società, ma allo stesso tempo è anche il luogo di tragici eventi, come per esempio i femminicidi, che straziano il nostro Paese quasi quotidianamente. L’unica grande opera italiana che affronta le disfunzionalità della famiglia rimane l’immortale “Natale in casa Cupiello” del maestro Eduardo De Filippo, che però risale al 1931.

La Hepburn (che viene anche nominata agli Oscar come migliore attrice protagonista), Richardson, Robards e Stockwell ottengono al Festival di Cannes il premio come migliori interpreti.