“I Goonies” di Richard Donner

(USA, 1985)

Chi, come me, ha vissuto la propria adolescenza negli inesorabili anni Ottanta non può che essere legato a questo film frutto del genio di Steven Spielberg.

Perché proprio a Spielberg viene l’idea del soggetto – che ha molti riferimenti al suo “E.T. L’extraterrestre” – poi sviluppato da Chris Columbus (che diverrà successivamente il regista di blockbuster come “Mamma, ho perso l’aereo” o “Harry Potter e la Pietra Filosofale”) e girato da Donner (regista della prima saga di “Superman” e di quella di “Arma letale”). Un mix esplosivo il cui risultato è un vero e proprio film cult.

C’è poi il cast che annovera alcuni giovani attori che poi sarebbero diventati icone del cinema hollywoodiano di oggi, come Josh Brolin (“Men in Black 3” nonché Thanos nelle pellicole degli Avengers, solo per citarne alcuni) nella parte di Brad Walsh, e Sean Astin in quella di suo fratello minore Mickey, protagonista del film, che poi vestirà i panni di Samvise Gamgee nella trilogia de “Il Signore degli Anelli “ di Peter Jackson.

Lo stesso Astin ci indica che eredità ha lasciato questo film nell’immaginario contemporaneo visto che, non a caso, è stato inserito nel cast della seconda stagione di una delle serie televisive di più successo degli ultimi anni come “Stranger Things”.

La storia che si consuma nelle caverne sotterranee di Astoria, una piccola cittadina dell’Oregon, è una di quelle che hanno segnato gli anni Ottanta, e non solo.

Nel dvd sono presenti molti extra, fra cui uno sfizioso “Dietro le quinte” e il videoclip – così si diceva negli Ottanta… – della canzone colonna sonora del film “The Goonies ‘R’ Good Enough” canta da Cindy Lauper, in cui la stessa cantante sospesa sotto una cascata come quella del film dice al pubblico: “…E’ tutta colpa di Steven Spielberg!”. Il regista poi appare, perplesso seduto al tavolo di montaggio osservando la Lauper in difficoltà…

Insomma: gli Ottanta non sono morti, ma vivono e combattono con noi!

“Non rimpiango la mia giovinezza” di Akira Kurosawa

(Giappone, 1946)

Com’è vivere una vita senza rimpianti? Secondo Ryukichi Noge, uno dei protagonisti di questo film giovanile del maestro Akira Kurosawa, è essere disposti a tutto per difendere la libertà del proprio Paese.

Giappone, 1933. All’Università Imperiale di Kyoto sono famose le lezioni liberali del professor Yagihara. Fra gli studenti che frequentano la sua casa ci sono Noge e Itokawa, due ragazzi che hanno caratteri opposti. Il primo è impulsivo e dichiaratamente di sinistra, mentre il secondo è più riflessivo e moderato. I due sono comunque attratti da Yukie, figlia unica del professore e loro coetanea.

Quando le truppe imperiali nipponiche invadono la Manciuria, gli studenti dell’Università organizzano un’imponente manifestazione contro il proprio Governo. Tra i docenti più attivi contro l’atteggiamento fascista del Giappone c’è Yagihara, che per questo viene rimosso dalla sua cattedra. Durante gli scontri con le Forze dell’Ordine, Noge viene arrestato mentre Itokawa, grazie alla sua moderazione, non solo termina gli studi ma diventa anche procuratore del Governo. Una sera, a cena dagli Yagihara, Itokawa rivela che dopo quattro anni Noge è finalmente uscito di prigione e al momento è a Tokyo dove conduce una vita pacifica e ordinaria: la detenzione lo ha “finalmente” convertito.

Yukie, da sempre attratta da Noge, parte per la città in cerca del ragazzo incredula del suo cambiamento. Infatti, rintracciatolo, scopre che l’uomo conduce una pericolosissima doppia vita: è in contatto con l’U.R.S.S. per tentare si fermare la deriva nazista e fascista verso la quale il suo Paese sta andando, ed evitare in ogni modo un possibile e catastrifico conflitto mondiale. I due si sposano ma Noge lascia fuori dalla sua attività clandestina la moglie.

Una notte però la Polizia irrompe nella loro casa arrestandoli e separandoli. Yukie viene interrogata e torturata, ma non fornisce alcuna informazione ai suoi aguzzini. Il giorno del bombardamento giapponese di Pearl Harbour la donna, grazie all’intervento di Itokawa, viene liberata. Ad aspettarla fuori dal carcere ci sono i suoi genitori che chiedono allo stesso Itokawa notizie di Noge. Il procuratore del Governo rivela agli Yagihara che il marito di Yukie è morto la sera precedente.

La guerra si consuma tragicamente, mentre Yukie è prostrata dal dolore. L’unica cosa che si sente di fare è portare le ceneri del marito ai suoi genitori, due umili contadini residenti in una delle prefetture più povere del Giappone. Se il suocero la rifiuta, la madre di Noge l’accoglie con cortesia invitandola però ad andarsene subito perché loro due sono ormai additati e maltrattati da tutta la cittadina per essere i genitori di una spia. Yukie si oppone e decide di rimanere per dare una mano lavorando nelle risaie, lavoro che per la vergogna e le vessazioni continue deve essere fatto di notte. Ma la determinazione granitica di Yukie…

Ispirata alla vera vicenda che vide protagonista il professor Takikawa e il suo allievo Hidemi Ozaki (unico giapponese impiccato dal proprio Governo durante la Seconda Guerra Mondiale), questa pellicola già ci mostra le grandi doti narrative e soprattutto visive di Kurosawa.

Con chiari riferimenti all’Espressionismo tedesco di Fritz Lang e alla “drammaturgia della forma” di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, Kurosawa ci racconta una storia di amore e di onore in uno degli anni più difficili nella storia del suo Paese che, straziato dalla tragedia della guerra, tenta di risollevarsi.

Nel dvd la qualità del filmato – per ragioni storiche – non è ottimale, e il doppiaggio presente è quello recente perché quest’opera non fu distribuita in Italia. Il titolo in italiano che appare all’inizio è “Nessun rimpianto per la nostra giovinezza”. Negli extra è possibile ripercorrere una sintetica biografia del grande cineasta giapponese assieme a quelle di alcuni degli interpreti del film.

“Circe” di Madeline Miller

(Sonzogno, 2019)

La figura mitologica di Circe è da sempre associata a quella di una maga perfida e gelosa che usa la sua arte per trasformare gli uomini in maiali o trasfigurare le sue belle antagoniste in terrificanti mostri ingordi, come Scilla. Almeno così’ Omero ha iniziato a raccontarla, e nel corso dei secoli la sua fama oscura è stata da molti altri autori ampliata e romanzata.

La Miller, invece, ci narra di una dea che ha avuto la “colpa” di nascere donna, non particolarmente attraente e con una voce sgraziata. Caratteristiche che la pongono ai margini della vita sociale nel palazzo di suo padre, lo splendente Elios. Quando però Circe scopre di avere sorprendenti doti da maga, la situazione precipita. Se il mondo può tollerare – non senza sbeffeggiarla continuamente – una donna poco piacevole, certo non può sopportare una donna che con le sue pozioni può tramutare o ghermire anche il più potente degli dei.

E allora Circe, che comunque non può essere eliminata per i suoi stessi natali, viene confinata per l’eternità nell’isola di Eea, in piena solitudine. Ma su quelle sponde giungerà un giorno un mortale dalle doti intellettuali molto speciali, che sarà il primo a comprendere e apprezzare veramente le doti di Circe. Un mortale dal nome Odisseo…

Ottimo romanzo mitologico scritto dalla stessa autrice del best seller “La canzone di Achille”, che ci parla di una donna molto particolare, ma al tempo stesso tanto comune e umana. E di come le sue doti da maga, fatte di conoscenza e sapienza, sono fumo negli occhi per tutti gli altri dei, uomini e – …purtroppo… – donne che siano, che vedono minare il proprio millenario ruolo nella società maschio-centrica divina.

Il passaggio da “maga” a “strega” è molto rapido e così non ci dobbiamo stupire se fino a qualche secolo fa, nei più libertari paesi come in quelli più antichi, si bruciavano le donne che non si “conformavano” alla società. In epoche più recenti, invece, si rinchiudevano nei manicomi con la scusa dell’isteria, come è accaduto a Camille Claudel o a Sabina Spielrein, così come a molte altre donne che “osavano” primeggiare nelle arti e nelle scienze con gli uomini.

E allora c’aveva ragione Circe a trasformarli in porci, o no?        

“Gli esclusi” di John Cassavetes

(USA, 1962)

Abby Mann è stato uno dei più prolifici drammaturghi nonché autori cinematografici e televisivi americani del Novecento.

Proprio per la televisione scrive una pièce che il produttore e regista Stanley Kramer (produttore e regista di pellicole come “..E l’uomo creò Santana” e “Indovina che viene a cena?”) decide di portare sul grande schermo. A dirigerlo chiama il giovane e promettente regista indipendente John Cassavetes, e come attori principali due dei protagonisti del suo precedente “Vincitori e vinti” (che gli valse un Oscar): Burt Lancaster e Judy Gardland.

Jean Hansen (Judy Gardland) giunge al Crawthorne State Training Institute, un istituto per giovani con gravi deficit cognitivi diretto dal dott. Matthew Clark (un grandissimo Lancaster) per iniziare il suo nuovo lavoro. Grazie alla sua amica Mattie, che già lavora lì, le è stato affidato il compito di insegnare musica agli allievi.

La Hansen, che non ha alcuna esperienza, dopo i primi momenti di turbamento inizia il suo lavoro. Subito viene colpita dal comportamento del piccolo Reuben Widdicombe, un bambino di dieci anni con un grave ritardo cognitivo. Soprattutto Jean è scioccata dal fatto che i suoi genitori non vengano mai a trovarlo il giorno di visita settimanale.

Attraverso la storia di Reuben e dei suoi genitori Sophie (Gena Rowlands) e Ted (Steven Hill) riviviamo la dolorosa e straziante storia di una coppia che deve accettare la disabilità del proprio figlio.

La Hansen trova il comportamento di Clark – che d’accordo con Sophie non organizza gli incontri col figlio – troppo duro e severo. Ma il medico le mostra come la vera e grande angoscia di un genitore di un bambino disabile sia la propria morte, ovvero quando il figlio sarà comunque internato. E allora ogni piccolo centimetro che un bambino disabile compie verso la propria indipendenza è fondamentale per il suo futuro.

Soprattutto visto che la società in cui vivono, a parte gli ipocriti e perbenisti slanci amorosi “natalizi” di loro se ne frega, anzi in molti non li vorrebbero neanche vedere.

Ci sono film bellissimi e poi ci sono film che sono delle vere e proprie odi civili. Questo firmato da Cassavetes e Kramer (visto che in sede di montaggio il regista litigò col produttore tanto da abbandonare la produzione) è una vera e propria ode civile a favore dei più deboli, come sono i bambini disabili.

Le immagini girate da Cassavets nel vero Pacific State Hospital di Pomona, set del film, sono un atto d’amore limpido, di rispetto senza pietismi o falsi buoni sentimenti, verso i bambini che fino ad allora nessuno aveva il “coraggio” di mostrare, sottolineando che il problema non è nel loro aspetto o nel loro comportamento: ma negli occhi e nella testa di chi li guarda.

Come mi è già capitato di ricordare, nel mondo anglosassone c’è una lucida serenità nel parlare di disabilità che noi italiani ci sognamo. E’ solo di pochi anni fa la ricerca di cast – per un film di una nota regista italiana – di disabili: “…che ispirino tenerezza ed empatia”.

Il titolo in italiano è abbastanza calzante, ma quello originale riferito al giorno di visita nell’istituto e ai bambini disabili in generale è ancora più struggente: “A Child is Waiting”.

Il dvd, che purtroppo non presenta extra, riporta il doppiaggio originale con una grandissima Rina Morelli – compagna di vita e di palcoscenico di Paolo Stoppa nonché attrice teatrale fra le più amate da Luchino Visconti – che dona superbamente la voce alla Garland.

“Il medico e lo stregone” di Mario Monicelli

(Italia, 1957)

Questa deliziosa pellicola, nonostante il suo ricco cast, è una delle meno conosciute e ricordate del maestro Mario Monicelli. Siamo in pieno Boom economico e l’Italia sta rapidamente cambiando aspetto: da rurale e agricola ora punta su quell’industrializzazione che la porterà a diventare, in pochi anni, una delle prime potenze economiche del pianeta.

Ma tutto a un costo, ci ricordano Monicelli, Age & Scarpelli, Ennio De Concini e Luigi Emmanuele autori della sceneggiatura. Tema che verrà poi affrontato in maniera più cruda da Dino Risi nel monumentale “Il sorpasso” del 1962. Nel 1957 invece si respira ancora un’aria di speranza e futuro per il Boom, che ha il volto splendido di Marcello Mastroianni.

Pianella è un piccolo paesino arroccato su un cucuzzolo (che nella realtà ha le meravigliose prospettive di Civita di Bagnoregio, dove Sordi tornò a girare con Zampa ne “Contestazione generale” del 1970) nella provincia di Avellino; nonché la nuova sede del giovane medico condotto Francesco Marchetti (Mastroianni appunto), primo vero medico nella storia del paesino. Perché da sempre colui che si occupa della salute fisica e sentimentale dei pianellesi è Don Antonio Locoratolo (uno straordinario Vittorio De Sica), un misto fra un santone e un guaritore.

Marchetti si trova ovviamente il paesino contro, e tutti disertano la vaccinazione di tifo obbligatoria che lui deve compiere secondo quanto indicato dal Ministero. Alla sua porta bussa lo stesso Don Antonio che propone al giovane medico uno scambio proficuo di favori e “pazienti”. Marchetti sdegnato lo caccia e corre dal sindaco che però, visti gli stretti rapporti fra sua sorella Mafalda (una bravissima Marisa Merlini) e lo stesso Don Antonio, cerca in tutti i modi di evitare di schierarsi. Ma…

Sappiamo bene come è andata a finire e chi alla fine ha vinto nel nostro Paese, che però legge quotidianamente gli oroscopi, ammira i santoni – soprattutto quelli in tv – e frequenta i guaritori.

Da vedere e godere ancora oggi i duetti fra De Sica e la Merlini, che certamente ammiccano a quelli di “Pane, amore e fantasia” di qualche anno prima, ma che ci ricordano che grandissimi attori erano entrambi.

E’ impossibile non ricordare anche il cameo di Alberto Sordi che veste i panni di Corrado, l’ex fidanzato di Mafalda disperso in Russia durante la guerra, che già tratteggia mirabilmente i tratti vili e opportunisti di alcuni dei personaggi più famosi da lui poi interpretati.

Deve essere ricordato anche Virgilio Riento, che qui impersona un impiegato comunale complice di Don Antonio, già attore dei film cosiddetti dei “Telefoni bianchi” dove era spesso spalla dello stesso De Sica, nonché nel cast di “Pane, amore e fantasia”; e come ciliegina finale la colonna musicale firmata dal maestro Nino Rota.

Gli extra del dvd contengono il trailer originale del film, che dura svariati minuti, commentato dalla voce di Stefano Sibaldi, una delle più famose del nostro cinema che però non tutti associano al nome. E’ Sibaldi, tanto per togliere ogni dubbio, a donare la voce a Nick Carter in quasi tutte le puntate della storica serie animata di “SuperGulp!”, tramessa dalla RAI fra gli anni Settanta e quelli Ottanta.  


“Joker” di Todd Philips

(USA, 2019)

E’ ormai indiscutibile che il successo di un eroe è decretato soprattutto dall’efficacia del cattivo con cui deve combattere. Anakin Skywalker/Lord Darth Fenner, Sauron, J.R. Ewing e Crudelia De Mon sono, probabilmente, gli esempi più riusciti e conosciuti. Così il Cavaliere Oscuro Bruce Wayne/Batman deve gran parte del suo duraturo successo dal suo nemico per eccellenza: Joker.

Non è la prima volta che si tenta la ricostruzione della genesi del diabolico cattivo dai capelli verdi, ma nessuno ha centrato l’obiettivo come questo film.

Primi anni Ottanta, Gotham City è allo sbando e la differenza fra i molti poveri e pochi ricchi è sempre più incolmabile. La nettezza urbana non viene raccolta da giorni e i più vivono nel degrado materiale e morale. Fra questi c’è Arthur Fleck (uno stratosferico Joaquin Phoenix) che vive con sua madre, e sbarca il lunario facendo il clown a feste o promozioni. Sogna di fare il comico, ma il suo precario equilibro emotivo, e forse la mancanza di talento, glielo impediscono.

Arthur è un uomo che vive in perenne stato depressivo, ma tenta comunque di rapportarsi col mondo in maniera positiva e “sorridente”. Ma il mondo – almeno quella parte in cui vive – non ricambia, anzi con lui è particolarmente cattivo e spietato. E come dice il vecchio detto: “Il male più grande è farsi vincere dal male” Arthur sceglierà la sua strada, e la sua terribile “missione”…

Altro d’altronde non poteva essere visto che Batman è, fra i supereroi più famosi, l’unico senza veri super poteri, che usa i mezzi quasi illimitati che ha per annientare senza pietà il male. Il suo rapporto con la violenza e la giustizia spesso è al limite, e la rabbia che lo spinge ogni sera ad affrontare i male ha spesso sfumature ambigue e irrisolte, fondando le sue radici nel lutto, nel dolore e nel rancore. Cose che personalmente lo rendono uno dei supereroi più accattivanti in assoluto. Il suo alter ego, quindi, non può che avere una storia di follia, lutto e rancore.

Scritto dallo stesso Philips assieme a Scott Silver, e ovviamente basato sui personaggi creati da Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson, questo “Joker” oltre ad aver sbancato al botteghino ha conquistato meritatamente il Leone d’Oro dall’ultima Mostra del Cinema di Venezia. L’interpretazione di Phoenix difficilmente passerà inosservata agli Oscar e già si parla del sequel.

Merita anche di essere ricordata l’interpretazione dell’infinito Robert De Niro nei panni del conduttore televisivo Murray Franklin, tratto d’unione in carne ed ossa col film vera ispirazione di questo: “Re per una notte” di Martin Scorsese.

Da vedere ma, come disse Jack Nicholson a Heath Ledger: “Occhio al Joker…”

“Re per una notte” di Martin Scorsese

(USA, 1982)

Questo film del maestro Martin Scorsese è, a torto, poco considerato.

Agli inizi degli anni Ottanta il cineasta di New York, ispirandosi allo script di Paul D. Zimmerman, realizza un vero e proprio capolavoro che anticipa incredibilmente i lati oscuri della società contemporanea, e come questa venga implacabilmente influenzata dalla televisione, regno indiscusso di chi desidera prima di tutto apparire. Concetto che oggi ha acquistato ancora più peso grazie, o meglio a causa, dei social.

Uno dei re indiscussi della New York del 1982 è Jerry Langford (un bravissimo Jerry Lewis che dimostra come chi sa far ridere è molto bravo anche a saper far piangere) conduttore storico del Late Show che spopola in tutti gli Stati Uniti.

Fra i suoi fan più sfegatati e ossessivi – che oggi chiameremo stalker – c’è Rupert Pupkin (un monumentale Robert De Niro) un trentacinquenne che vive ancora con la madre, e che ha solo una certezza nella vita: essere un comico, ed ottenere una possibilità per dimostrarlo. Grazie ad uno stratagemma Rupert riesce a parlare con Jerry dal quale estorcere la promessa di ascoltare un nastro con le sue migliori battute.

Quando il solerte, sempre sorridente e cortese Rupert il giorno dopo si reca negli uffici della produzione del programma, viene accolto con cortesia e congedato con la promessa di essere ricontattato. Passano i giorni, ma Rupert non riceve alcuna chiamata e così decide di reagire…

Anche se è un film di quasi quarant’anni fa non desidero rivelare il finale, che comunque illumina senza pietà su come diventerà la nostra società, e sul potere del piccolo schermo capace di creare imperi e successi smodati, così come potere politico e morale.

Non è un caso quindi che Todd Philips si sia dichiaratamente ispirato a questo capolavoro per realizzare il suo “Joker” con Joaquin Phoenix. Basta pensare al titolo originale del film “King of Comedy” (“Re per una notte” è il titolo dell’autobiografia scritta dallo stesso Rupert che riempirà tutte le biblioteca americane) che è l’appellativo con cui si auto fregia alla fine Arthur Fleck/Joker.

Rupert, come Arthur, vive solo con la madre e praticamente non ha una vera vita sociale. Il cambiamento della loro esistenza e della percezione che di loro ha il mondo avviene per entrambi in uno studio televisivo.

E poi, ovviamente, c’è l’infinito Robert De Niro come collegamento viscerale fra le due pellicole. In questa ospite dello show, in “Joker” storico conduttore del talk show che guarda come un oracolo Arthur tutti i giorni.

Nella nostra versione di “Re per una notte”, presente nel dvd, c’è l’indimenticabile Ferruccio Amendola che doppia De Niro. Senza nulla togliere al bravissimo Stefano De Sando che doppia l’attore in “Joker”, il connubio Amendola/De Niro fa ancora oggi venire la pelle d’oca…

“Vita privata di Sherlock Holmes” di Billy Wilder

(UK, 1970)

Il sette volte premio Oscar Billy Wilder decide di parlare di uno dei personaggi più famosi della letteratura – e del cinema – mondiale, Sherlock Holmes. Insieme al suo stretto collaboratore I.A.L. Diamond scrive questa avventura-disavventura del detetcive più famoso di sempre.

Ma già dalla prima scena – e da quella finale – capiano che il vero protagonista del film è il Dottor John H. Watson, o meglio lui in qualità di scrittore che “romanza” i fatti che vedono protagonsta il suo amico. Nell’ironia del dottor Watson (interpretato da un bravo Colin Blakely) possiamo riconoscere facilmente una parte dello stesso Wilder che non può vivere senza raccontare e soprattutto senza “accomodare” gli eventi al fine di renderli più interessanti per il lettore (spettatore).

Wilder e Diamond partono da quello che lo stesso Arthur Conan Doyle ci accenna come tallone di Achille del segugio di Baker Street: le donne. Tema che poi sarà ripreso in vari altri film – e libri – a lui dedicati.

Una fredda sera nebbiosa, al 221b di Baker Street bussa alla porta un arcigno vetturino con fra le braccia una donna in evidente stato di choc. L’uomo asserisce di averla salvata dalle acque del Tamigi e, non avendo documenti, l’ha portata all’indirizzo scritto nel biglietto che aveva in mano.

Sherlock Holmes (interpretato da Robert Stephens) e il Dottor Watson deducono che la donna sia stata aggredita, rapinata e gettata nel fiume, visto che lei è colpita da una tremenda amnesia…

Nei panni del Mycroft Holmes c’è il grande Christopher Lee che insieme a Geneviève Page (nei panni della smemorata) compone un cast davvero di prim’ordine. Basta pensare che Stephens è stato considerato l’erede del suo maestro Laurence Olivier, la Page si è formata alla Comédie-Française, e Blakely vestì i panni di Domenico Soriano nella prima rappresentazione britannica di “Filumena Marturano” del maestro Eduardo De Filippo.

Wilder si è sempre dichiarato molto legato a questa sua opera, che considerava una delle più “eleganti” da lui firmate. Ma le riprese vennero funestate dal tentato suicidio dello stesso Stephens, allora marito di Maggie Smith.

Nel dvd purtroppo non sono presenti i contenuti extra, ma il doppiaggio è quello originale dove a donare la voce a Stephens è un bravissimo Gigi Proietti, che qualche anno dopo doppierà il giovane Sylvester Stallone nel primo “Rocky”.

“La strana voglia di Jean” di Ronald Neame

(UK, 1969)

Muriel Spark (1918-2006) è considerata una delle più rilevanti scrittrici scozzesi del Novecento. Nata ad Edimburgo da padre di religione ebraica e madre cristiana, la Spark nel 1954 decide di convertirsi definitivamente al cattolicesimo. Questo suo percorso interiore la porta, dopo alcuni anni come autrice di poesie e di critiche letterarie, a diventare scrittrice di romanzi. E’ lei stessa che in più di un’occasione lo sottolinea.

Esordisce così nel 1957 con “The Comforters”, ma è con il sesto romanzo “The Prime of Miss Jean Brodie” che acquista fama internazionale. Tradotto in italiano “Gli anni fulgenti di Miss Brodie” (o anche “Gli anni in fiore della signorina Brodie”) il libro diventa un best seller soprattutto per due motivi: l’originalità della storia narrata la cui protagonista è una donna fuori dal comune, e lo stile caratterizzato da continue destrutturazioni temporali.

Visto il successo del romanzo, la drammaturga americana Jay Presson Allen (autrice di script come “Marnie” o “Cabaret”) decide di farne una pièce teatrale che riscuote una calda accoglienza a Broadway, tanto da varcare l’oceano e approdare nei teatri inglesi.

Nel 1969 il regista inglese Ronald Neame gira l’adattamento cinematografico la cui sceneggiatura è curata dalla stessa Presson Allen, e come protagonista nei panni di Miss Jean Brodie ha una straordinaria Maggie Smith, che non a caso vince il suo primo Oscar proprio come miglior attrice protagonista.

Edimburgo 1932, per le alunne della conservatrice “Marcia Blaine School” inizia un nuovo anno accademico. Nel corpo insegnante spicca, ormai da qualche anno, Miss Jean Brodie (Maggie Smith) che con i suoi metodi anticonformisti e anticonvenzionali crea un rapporto profondo e molto stretto con le sue alunne.

Ma Miss Brodie, scopriranno a loro spese proprio le sue ragazze, sotto l’alone romantico e innovatore, nasconde un’anima irrisolta e ambigua, che la porta ad idolatrare e romanzare figure e principi che in realtà sono particolarmente reazionari e conformisti.

Tiene spesso, infatti, lunghe lezioni sul nuovo e volitivo Capo di Stato italiano Benito Mussolini che si fa “opportunamente” chiamare Duce; così come sul “promettente” ufficiale spagnolo Francisco Franco che ha intrapreso una dura battaglia contro i “terroristi” che tentano di dilaniare il suo Paese. E con gli stessi principi reazionari tenta di controllare e programmare subdolamente la vita delle sue studentesse…

Davvero una bellissima e toccante pellicola scritta da donne e che parla di donne, e di uno dei nemici più temibili e subdoli della loro emancipazione: le donne che si dichiarano femministe convinte ma vivono assecondando medievali principi maschilisti.

L’ambientazione locale e temporale non è un caso, visto che la stessa Muriel Spark fino al 1933 frequentò la “James Gillespie’s High School for Girls” di Edimburgo.

Per la chicca: studiosi ed esperti di tutto il mondo, da ormai cinquant’anni, tentano con ogni mezzo scientifico a disposizione di scoprire cosa sia scattato nella testa dei nostri distributori quando scelsero il titolo italico “La strana voglia di Jean” che, oltre a richiamare morbosi pruriti tipici del cinema pecoreccio, non c’entra un piffero – tanto per rimanere in tema… – col film.

“Vox” di Christina Dalcher

(Nord, 2018)

Questo ottimo romanzo fantasy – e speriamo che tale rimanga… – ci racconta di un futuro prossimo possibile, ma speriamo non probabile.

Negli Stati Uniti dopo il mandato del primo Presidente di colore nella storia, vince Myres, il candidato più conservatore – sposato in seconde nozze con Anne, bellissima donna molto più giovane di lui – appoggiato dal Movimento Per la Purezza, guidato dal reverendo Carl Corbin. Fra quelli che certo non lo hanno votato c’è la dottoressa Jean McClellan, massima esperta nel Paese dell’Area di Wernicke, la parte sinistra del cervello dominante nei destrimano.

Dopo lo sdegno iniziale Jean ha continuato la sua vita di sempre: badare ai suoi quattro figli, insieme a suo marito Patrick, e andare a lavorare nel suo laboratorio scientifico. Ma col passare dei mesi le cose lentamente sono cambiano: il Manifesto del Movimento della Purezza ha iniziato a essere il riferimento della vita sociale nel Paese, e le donne sono state costrette ad abbandonare il proprio lavoro per tornare a casa a “badare ai figli” ossequiando supinamente il proprio marito.

Di fatto i diritti delle mogli sono passati direttamente nelle mani dei mariti. Le donne senza marito hanno dovuto scegliere: o i campi di lavoro – senza diritti – o entrare nelle scuderie dei numerosi bordelli che in tutto il Paese hanno iniziato a fiorire per aiutare gli uomini ad affrontare le loro dure giornate…

Anche i programmi nelle scuole sono cambiati: i maschi seguono materie che ruotano intorno al concetto di Purezza, mentre alle femmine si insegna a contare solo fino a cento e soprattutto a fare i lavori domestici.

Poi il reverendo Corbin, che appare regolarmente in televisione per leggere brani del suo Manifesto, ha introdotto il “braccialetto” per le donne, tutte le donne: dalle bambine alle anziane. Una semplice striscia metallica con un contatore che ad ogni mezzanotte riparte da zero. Nel corso delle successive ventiquattro ore, il simpatico aggeggio, conta le parole che la donna che lo indossa pronuncia. Tutti, o quasi, sono tarati fino a 100, poi una scarica elettrica colpisce il polso. Cento parole sono abbastanza per una donna che deve essere “remissiva e sottomessa”.

Le donne che hanno osato pubblicamente opporsi o adottato un comportamento non consono al Manifesto, così come le lesbiche, oltre ad essere internati nei campi di lavoro, hanno il braccialetto tarato sullo zero.
Così Jane, dopo circa un anno, si ritrova senza lavoro e senza parola, costretta ad osservare impotente i suoi figli crescere secondo i principi medievali del Manifesto.
Ma un giorno alla sua porta bussa proprio il reverendo Corbin…

Come diceva Edmund Burke, e ricorda a se stessa incessantemente Jean: “Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”. E così la colpa della scellerata presa di potere di Myres e di Corbin non è solo di chi li ha votati, ma anche di tutti quelli che per paura o semplice inerzia non si sono alzati in piedi per protestare.

Ottimo romanzo di provocazione che ci regala tanti spunti su cui riflettere – i riferimenti al quotidiano sono molti, ed è inevitabile pensare a Trump quando si legge di Myres… – e ci ricorda quanto ancora la nostra società sia maschilista e la vera emancipazione delle donne e la concreta parità di genere siano lontane.