E’ uscito il mio nuovo romanzo “Speradina”

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Per Sperandina Rimedi la speranza è solo una parte del nome perché la vita si presenta presto priva di aspettative e con ben pochi sogni da realizzare.

In un viaggio di novant’anni, che si incrocia con gli eventi storici e i progressi sociali del nostro Paese, la protagonista ci mostra le difficoltà di crescere donna in una società patriarcale, con un padre maschilista e tanti pregiudizi da superare.

Ma Sperandina, spesso rassegnata e disillusa, la speranza non la perde mai davvero, e l’indipendenza conquistata a fatica le consente di godere del bello della vita, di sognare attraverso il cinema, il teatro, la musica e di toccare anche l’amore.

Così la speranza per Sperandina brilla anche nelle sue ultime brevi e sospirate parole, che guardano al futuro con fiducia e amore.

“L’uomo del banco dei pegni” di Sidney Lumet

In primo piano

(USA, 1964)

Sol Nazerman (un indimenticabile Rod Steiger) gestisce un banco dei pegni in uno dei quartieri più popolari di New York: Harlem.

Per la sua indole fredda e distaccata riesce ad approfittarsi al meglio dei disperati che entrano nel suo negozio. Sol, infatti, non prova più niente. Da quando, unico della sua famiglia, è tornato dai campi di sterminio nazisti, le sue emozioni sono letteralmente sparite.

Solo Jesus, il giovane commesso portoricano che lo aiuta nella sua attività, sembra riuscire ad avvicinarlo. E quando questo, per proteggerlo, cade sotto i colpi di un rapinatore, Sol decide di tornare a “sentire”…

Tratto dal romanzo di Edward Lewis Wallant e con le musiche di Quincy Jones, “L’uomo del banco dei pegni” è uno delle opere più emozionanti che il cinema ha dedicato all’Olocausto.

L’uscita della pellicola negli Stati Uniti suscitò numerose polemiche soprattutto per le scene di nudo di donna – allora inconcepibili in un film “drammatico” per il grande pubblico – e per gli stereotipi con cui, secondo alcuni, vennero ritratti gli afroamericani e i latinoamericani come i “soliti” criminali, e gli ebrei come i “soliti” strozzini.

Se la sceneggiatura del film forse possiede alcune lacune, è giusto ricordare la splendida interpretazione di Steiger e la riuscita di alcune scene indimenticabili come quella del flashback di Sol che viene quotidianamente straziato dal ricordo della morte del piccolo figlio che, sul vagone piombato che li stava portando in un campo di sterminio dopo infiniti giorni in piedi senza acqua né cibo e stretto agli altri deportati, non riesce più a tenere sulle spalle e lascia inesorabilmente cadere sul pavimento dove verrà inghiottito dal buio per sempre.

Così come quella in cui sempre Sol, davanti al cadavere di Jesus, disperato dal non provare più emozioni sbatte la mano volontariamente sul chiodo ferma bollette che ha sul bancone per tornare, almeno per qualche istante, un vero essere umano.

Una pellicola dura e tragicamente indimenticabile che è giusto riguardare di tanto in tanto, sia per ricordare tutti quelli che dai campi di sterminio non sono tornati, sia per mantenere bene in mente cosa accadde, chi lo fece, chi si oppose e chi, purtroppo, voltò lo sguardo da un’altra parte perché, come disse la maestra alla piccola Liliana Segre: “…le leggi razziali non le ho fatte io!”.

“Mikey & Nicky” di Elaine May

(USA, 1976)

La geniale e poliedrica artista Elaine May – a cui quest’anno è stato assegnato l’Oscar alla carriera – scrive e dirige questa originale e claustrofobica pellicola noir centrata sul rapporto decennale, ma al tempo stesso irrisolto, fra due uomini.

Mickey (Peter Falk) e Nicky (John Cassavetes) si conoscono sin dall’infanzia passata soprattutto per la strada. Così, quando il secondo si è chiuso in una stanza d’albergo per paura di essere freddato dal killer del boss a cui ha rubato dei soldi, l’unico che può chiamare in aiuto è Mickey.

I due inizieranno un lungo viaggio in una cupa e opprimente notte newyorkese cercando di sfuggire alla vendetta del boss, per il quale lavorano entrambi. Ma tutti i nodi del loro rapporto e delle rispettive esistenze verranno al pettine…

Con una scena finale dura come un pugno nello stomaco e le straordinarie interpretazioni dei due protagonisti – amici anche nella vita reale – davvero da Oscar e Golden Globe (ma che invece in tali sedi furono vergognosamente ignorati), “Mickey & Nicky” è un gioiello del cinema americano indipendente degli anni Settanta, di cui – non a caso – lo stesso Cassavetes era l’autore di spicco.

La May ci racconta un mondo tutto al maschile dove le donne, che possono aspirare al massimo a essere mogli o amanti, devono inesorabilmente adattarsi a quello che gli uomini voglio o dicono. Da ricordare, per questo, l’interpretazione di Carol Grace (seconda moglie di Walter Matthau – che con la stessa May dirige nel delizioso “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” solo quale anno prima – nonché amica personale di Truman Capote tanto da aver ispirato, raccontano le cronache del tempo, il personaggio di Holly Golightly, protagonista del suo romanzo “Colazione da Tiffany”) nel ruolo di Nellie, l’amante di Nickey. Nel cast anche un arcigno Ned Beatty.     

Davvero una pellicola insolita e originale, da vedere o rivedere perché sempre molto attuale, anche se nel nostro Paese è assai difficile da reperire, anche nel mondo dell’usato.

“Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin

(Edizioni e/o, 2019)

La consapevolezza che solo l’amore possa arginare la devastazione di una morte, per chi resta, è un concetto profondo su cui da sempre artisti raccontano o tentano di raccontare.

Parlare di ciò che lascia la morte improvvisa e “ingiusta” di una persona vicinissima a noi non è affatto semplice però. Raccontare in maniera sincera ed equilibrata le devastanti macerie che rimangono alla fine di una tale tragedia – che per se stessa non può essere equilibrata – è un’impresa molto, ma molto difficile. Soprattutto se non si vuole cadere nella compassione o toccare il patetico.

Ma Valérie Perrin ci riesce benissimo, invece, e ci racconta la dura storia di Violette Trenet – proprio come l’indimenticabile chansonnier – che di mestiere fa la guardiana di un cimitero. Si tratta di un piccolo camposanto nel nord della Francia, dove lei è arrivata molti anni prima assieme a suo marito Philippe.

Così, attraverso il suo racconto e quello di altre donne a lei volontariamente o involontariamente legate, ripercorriamo l’esistenza dell’orfana Violette cresciuta passando in affido da una famiglia all’altra fino alla soglia della maggiore età quando una sera in un locale incontra Philippe Toussaint.

Il fatto di essere un’orfana rifiutata da tutti – a partire dalla sua sconosciuta madre – porta Violette ad accettare il rapporto col futuro marito sbilanciato ovviamente a suo sfavore. Anche quando lei partorirà Léonine e Philippe accetterà di sposarla – soprattutto per non perdere i diritti sulla figlia – il carico quotidiano della casa e del lavoro di casellante – ufficialmente assegnato ad entrambi – spetterà solo a lei, visto che il marito passerà le giornate o a giocare con la sua consolle o in giro sulla sua potente motocicletta. Per non parlare dei sui genitori che non la accetteranno mai come nuora.

Ma la vita non asseconda i sogni e i desideri di tutti e così Violette, Philippe e i suoi genitori dovranno affrontare ciò che il destino ha in serbo per loro. E alla fine riuscirà a sopravvivere solo chi, nonostante ferite strazianti e mai definitivamente cicatrizzabili, affronterà la propria esistenza con limpida sincerità e onesto amore…

Bello e dolorosissimo romanzo della Perrin che ci trascina da pagina a pagina, da parola a parola senza lasciarci un attimo di tregua. Tanto che ogni personaggio, anche quelli più ottusi e negativi, una volta terminato il libro finiscono per mancarci. Una sincera e bellissima riflessione, senza sconti, sulla morte vista e vissuta da quelli che rimangono, così come sono fatti i cimiteri.

D’altronde, poco più di due secoli fa, Ugo Foscolo scriveva:

“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

Confortate di pianto è forse il sonno

Della morte men duro?…”

“Cry Macho – Ritorno a casa” di Clint Eastwood

(USA, 2021)

Texas, 1979. Michael “Mike” Milo (un inossidabile Clint Eastwood) è un anziano cowboy e addestratore di cavalli. Sulla parete del suo salotto troneggiano numerosi premi vinti in quasi tutti i rodei del Paese, con accanto i relativi articoli incorniciati che elogiavano le sue prestazioni eccezionali.

L’ultimo della fila però racconta del grave incidente avvenuto proprio durante un rodeo, nel quale un cavallo rovinandogli addosso gli ha spezzato la schiena, ponendo fine alla sua gloriosa carriera. Nel grande ranch di Howard Polk, dove Milo da decenni si occupa di addestrare e curare i cavalli, c’è una novità: il suo capo ha trovato un sostituto più giovane e soprattutto più entusiasta di lui.

Ma il rapporto fra Milo e Polk è molto più profondo di quello classico fra un datore di lavoro e il suo dipendente. Infatti, poco dopo il grave incidente alla schiena, Milo iniziò a prendere sempre più antidolorifici che alla fine lo resero dipendente dai medicinali e poi anche dalla bottiglia. Soprattutto quando sua moglie e suo figlio perirono in un incidente automobilistico.

Milo diventò così un fantasma inaffidabile e “inutile”, ma Howard Polk non lo cacciò, anzi lo aiutò ad uscire dal tunnel per rimettersi in piedi. Così, quando un anno dopo averlo licenziato, lo stesso Polk si presenta a casa di Milo chiedendogli un favore, il vecchio cowboy non si può rifiutare. Howard ha un ex moglie e un figlio tredicenne a Città del Messico. Per vecchie ragioni legali non può più mettere piede in Messico ma vuole fortemente Rafo, suo figlio, che non vede da parecchi anni, e così chiede a Milo di trovarlo e convincerlo a seguirlo in Texas nel suo ranch.

Milo in pochi giorni raggiunge la capitale messicana e trova Rafo che vive in strada facendo combattere il suo gallo “Macho”, ma…

Come tutte le ultime fatiche del grande Eastwood, anche questa è crepuscolare e assai intimista, e possiede un accento romantico e al tempo stesso ottimista. Il viaggio di Milo è anche un lungo tragitto emotivo dentro se stesso, durante il quale si dovrà confrontare con un giovanissimo adolescente, cresciuto suo malgrado troppo presto, che rappresenta pure quel figlio morto troppo presto con cui lui non ha mai avuto il tempo di litigare.

A novantuno anni suonati Clint Eastwood produce, dirige, scrive – assieme a Nick Schenk col quale ha collaborato già nelle splendide pellicole “Gran Torino” e “Il corriere – The Mule” – e interpreta una pellicola da vedere e godere fino all’ultima dissolvenza.

La genesi dell’adattamento dell’omonimo romanzo scritto da N. Richard Nash (1913-2000) e pubblicato per la prima volta nel 1975 è fra le più lunghe e complicate della storia del cinema americano. Per molti anni la storia di Mike Milo ha attirato attori di primo calibro come Burt Lancaster o Roy Scheider. Nel 1988 la parte venne offerta proprio a Eastwood che dovette rinunciarci perché già impegnato nelle riprese di un altro film.

Durante il suo mandato come Governatore della California, Arnold Schwarzenegger annunciò che, uno volta terminata la sua carriera politica, sarebbe tornato al cinema interpretando proprio la storia di Milo, ma i successivi problemi legali legati al divorzio con la moglie fecero naufragare il progetto.

Così a distanza di oltre trent’anni Eastwood veste i panni di un uomo che – come ci ricorda lo stesso Milo – da giovane aveva tutte le risposte ma da anziano non se ne ritrova più neanche una.

“Uno sparo nel buio” di Blake Edwards

(USA, 1964)

Nel 1960 debutta a Parigi la commedia “L’idiote” del drammaturgo francese Marcel Achard, che ha come interprete principale Annie Girardot. Il successo è clamoroso tanto arrivare a interessare Hollywood quando, nel 1962, la commedia sbarca trionfalmente a Broadway, tradotta da Harry Kurnitz.

Per il suo adattamento cinematografico vengono scelti Anatole Litvak come regista, Sophia Loren e Walter Matthau come protagonisti. Ma il progetto rimane bloccato fino a quando non viene scritturato Peter Sellers al posto di Matthau. Lo stesso Sellers nota evidenti lacune nello script e chiede a Blake Edwards di occuparsi della sceneggiatura – cosa che farà insieme a William Peter Blatty – e della regia. “La Pantera Rosa” è stato appena terminato e non è ancora uscito nelle sale, ma i due decidono di adattare lo stesso il film come “seguito” delle avventure del maldestro ispettore Clouseau.

Il successo al botteghino de “La Pantera Rosa” accelera la produzione che individua come coprotagonista, per impersonare la procace italiana Maria Gambelli, la tedesca Elke Sommer. Per il ruolo dell’ispettore capo Dreyfus viene scelto Herbert Lom che aveva già recitato assieme a Sellers nello splendido “La Signora Omicidi” diretto da Alexander Mackendrick nel 1957.

L’altero George Sanders è il milionario Benjamin Ballon nella cui residenza viene commesso il primo di una lunga serie di omicidi, di cui è incolpata la bella Maria Gambelli. L’arrivo nella magione Ballon dell’ispettore di turno, l’ineffabile Clouseau, segna il film e la storia del cinema…

E pensare che per “La Pantera Rosa” in quel ruolo era stato scritturato Peter Ustinov che però a poche ore dall’inizio delle riprese lasciò per incomprensioni il set ed Edwards, come “ripiego”, chiamò in tutta fretta Sellers.

Ancora oggi le gag fisiche e verbali di Clouseau/Sellers sono irresistibili regalandoci momenti di puro divertimento. Nonostante il rapporto burrascoso fra l’attore inglese e il regista americano, i due realizzarono 5 film della seria “La Pantera Rosa”, tutti di enorme successo per non parlare poi del mitico “Hollywood Party“. Poco prima dell’inizio della lavorazione del sesto film con Clouseau – dal titolo provvisorio “L’amore della Pantera Rosa” – il 24 luglio del 1980 Peter Sellers morì a causa di un infarto.    

Così come l’interpretazione di Sellers, immortale è anche la colonna sonora firmata dal maestro Henry Mancini fra le più famose del cinema.

Noi italiani, inoltre, dobbiamo ricordare il grande Giuseppe Rinaldi che dona la voce a Sellers con un accento francese maccheronico ancora oggi inarrivabile.   

“I cavoli a merenda” di STO

(Adelphi, 1990)

Sergio Tofano, col suo pseudonimo STO, è stata una delle figure artistiche poliedriche più rilevanti della cultura italiana del Novecento, soprattutto quella legata al mondo della scrittura, della recitazione e dell’illustrazione.

Nato a Roma nel 1886, esordì come illustratore e scrittore per “Il Giornalino della Domenica ” di Vamba (al secolo Luigi Bertelli che lo fondò nel 1906, e autore, tra le altre cose, de “Il giornalino di Gian Burrasca”). Nel 1917 Tofano crea il suo personaggio forse più famoso: Il Signor Bonaventura che vede la luce sulle pagine del leggendario “Corriere di Piccoli”, lo stesso sulle quali io lo leggerò qualche decennio dopo.

Nel 1920 Tofano pubblica per la prima volta questa raccolta di 10 novelle da lui stesso illustrate, surreali e originali, che anticipano stili e vicende molto simili a quelle che scriverà qualche tempo dopo il grande Gianni Rodari.

Sono favole per piccine e piccini, ma che in realtà contengono spunti e concetti che si sviluppano su più livelli. Quella che personalmente amo di più è senza dubbio “Checco… povero Checco…”, divertente e sempre attuale, come lo sono anche tutte le altre.

Per comprendere a pieno l’arte di Tofano, basta ripercorrere la sua carriera: a partire dal secondo dopoguerra – e fino al 1969 – insegnerà recitazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” forgiando intere generazioni di attrici e attori fra i più famosi del nostro teatro e del nostro cinema. Nel 1965 pubblicherà un testo che ancora oggi è di riferimento: “Il teatro all’antica italiano”. E fino a quasi la sua morte interpreterà alcuni preziosi camei sia al cinema (come nel bellissimo “Il padre di famiglia” di Nanni Loy) che in televisione (partecipando a episodi differenti de “Le inchieste del commissario Maigret” con Gino Cervi).

Insomma, una grande figura della nostra cultura del secolo scorso, troppo spesso ingiustamente dimenticata.

“La strana coppia” di Gene Saks

(USA, 1968)

Neil Simon, fresco del successo a Broadway della sua deliziosa commedia “A piedi nudi nel parco”, andata in scena per la prima volta nel 1963, torna a Los Angeles per passare un pò di tempo assieme al fratello Danny Simon. Nella seconda metà degli anni Cinquanta i due, infatti, fra i più richiesti autori comici televisivi, avevano lasciato la nativa New York per Los Angeles, allora cuore pulsante del piccolo schermo.

Delle capacità creative di Danny Simon – il maggiore fra i due – oltre a raccontarcele lo stesso Neil, anche Woody Allen – che allora era pure lui un giovanissimo autore televisivo di successo – nella sua deliziosa autobiografia “A proposito di niente” ce le ricorda con molta stima, considerando lo stesso Danny Simon un vero e proprio mentore della comicità.

Ma torniamo a Neil Simon che a differenza del fratello, alla soglia dei Sessanta, decide di fare il commediografo e di tornare nella Grande Mela, cosa che di fatto rompe il sodalizio di autori nato già durante l’adolescenza, ma non certo l’affetto e la stima reciproca.

Così Neil torna a passare un pò di tempo con Danny, ma quest’ultimo ha da poco divorziato e, per mere ragioni economiche, è costretto a dividere l’appartamento con un amico anche lui da poco separato.

Durate quella vacanza californiana a Neil si accende una lampadina in testa e, tornato a New York, inizia subito a scrivere la sua nuova commedia “La strana coppia” che debutterà a Broadway il 3 ottobre del 1965 riscuotendo un nuovo clamoroso successo. Non è un caso quindi se Neil dividerà le royalty della commedia col Danny.

Così Hollywood, tre anni dopo, decide di realizzare l’adattamento cinematografico mantenendo Walter Matthau nel ruolo di Oscar, mentre in quello di Felix Art Carney viene sostituito da Jack Lemmon. La sceneggiatura viene affidata allo stesso Simon che inserisce alcune scene all’aperto, ma mantiene fedelmente lo sviluppo della commedia originale. Dietro la macchina da presa c’è Gene Saks che l’anno precedente aveva diretto l’adattamento cinematografico di “A piedi nudi nel parco” con Robert Redford e Jane Fonda.

Lo scontro fra i due caratteri diametralmente opposti di Oscar e Felix, ancora oggi, nonostante gli oltre cinquant’anni del film, è sempre irresistibile, così come alcune battute che sono ancora oggi esilaranti.

Nella versione originale in italiano, ancora oggi possiamo godere della notevole arte di due grandi attori e straordinari doppiatori Renato Turi e Giuseppe Rinaldi che donano la voce superbamente e rispettivamente a Oscar e Felix.

Da vedere e rivedere.

“Esterno notte” di GIPI

(Coconino Press – Fandango, 2019)

GIPI (al secolo Gianni Pacinotti, classe 1963) è giustamente considerato uno dei più significativi autori di graphic novel contemporanei, non solo del nostro Paese.

Questo “Esterno notte”, pubblicato per la prima volta nel 2003, è il suo primo libro e ha segnato sia la storia dei graphic novel italiani, sia quella del suo autore che nella quarta di copertina ci confida: “Con Esterno notte ho trovato per la prima volta la mia voce, scegliendo di raccontare solo quello che conoscevo.”

Nella prefazione lo stesso GIPI ci spiega brevemente la tecnica usata per realizzare le sei storie contenute nel volume, che è esclusivamente pittura ad olio alla quale sovrappone a volte carta trasparente su cui ridisegna i volti o i movimenti delle figure umane.

I sei racconti sono: “La storia di Faccia”, l’autobiografico “Via degli Oleandri”, “Le facce nell’acqua”, “Macchine sotto la pioggia”, “Le cinque curve” e “Muttererde”.

Sono racconti di vicende e individui ai margini ma che in realtà ci parlano di noi, delle nostre paure, dei nostri sogni e, soprattutto, dei nostri sentimenti più profondi.

Terribilmente bello, da leggere tutto d’un fiato.

“Mangiare bere uomo donna” di Ang Lee

(Taiwan, 1994)

Mangiare, bere, uomo e donna sono i bisogni primari di ogni essere umano. Cosa che sa bene il signor Chu (Sihung Lung) visto che è uno dei cuochi più famosi ed esperti della millenaria cucina cinese a Tapei.

Forse per questo organizza ogni domenica un pranzo luculliano per le sue tre figlie, la più piccola delle quali ha appena superato i vent’anni mentre la più grande sfiora i trenta. Jia-Jen (Kuei-Mei Yang), Jia-Chien (Chien-Lien Wu) e Jia-Ning (Yu-Wen Wang) sanno che l’appuntamento è imprescindibile, anche se fra una splendida portata e l’altra la comunicazione non è delle migliori.

Vedovo da oltre sedici anni, Chu si preoccupa per l’avvenire e soprattutto per la felicità delle sue figlie che però, come lui stesso, non si scambiano pensieri, timori o sogni. Probabilmente a ciò è legata la patologia che gli impedisce da anni, nonostante il suo mestiere, di assaporare gli alimenti visto che il suo palato non riconosce più alcun sapore.

Ma le vite dei quattro, proprio come capita nella realtà, sono destinate a essere travolte dagli eventi più inaspettati…

Deliziosa e “saporita” commedia …cucinata secondo la grande tradizione culinaria cinese che ci ricorda – come la splendida serie manga giapponese “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories” firmata da Yaro Abe – quanto lo stomaco sia vicino al cuore.

Da “mangiare” con gli occhi.

La sceneggiatura del film è scritta dallo stesso Lee assieme a James Schamus (collaboratore storico del regista col quale lavorerà anche nei progetti successivi) e alla sceneggiatrice e attrice Hui-Ling Wang. La pellicola viene candidata all’Oscar come migliore opera straniera, e anche se non si aggiudica la statuetta lancia definitivamente la carriera internazionale di Ang Lee.

Per la chicca: nella stanza di Jia-Ning si intravede il poster del mitico film “Il mio vicino Totoro” del grande Myazaki.

Purtroppo è quasi impossibile trovare questo delizioso film nella programmazione tradizionale o in streaming. Per “rigustarlo” occorre rivolgersi al mondo dell’usato.

“La balena alla fine del mondo” di John Ironmonger

(Bollati Boringhieri, 2021)

Nel 2015 il britannico John Ironmonger pubblica il romanzo “Not Forgetting the Whale“, che prenderà poi anche il titolo “The Whale at the End of the World” sia per la trama che per la sua ambientazione in Cornovaglia il cui punto più a sud – non lontano dalla piccola e immaginaria St. Piran del libro – si chiama appunto “Land’s End” (in cornico “Penn an Wlas“) e rappresenta anche il posto più a sud dell’intera Gran Bretagna.

Le vecchie cronache, risalenti a cinquant’anni prima, raccontano che in un’algida alba sulle coste che lambiscono la piccola cittadina marittima di St. Piran, fu ritrovato un uomo privo di sensi. Il malcapitato, senza un indumento addosso, venne immediatamente portato dal vecchio medico in pensione che viveva nel paese che subito riuscì a farlo rinvenire.

A St. Piran tutti si conoscevano da sempre e così non fu difficile capire che l’uomo era il proprietario di una fuori serie parcheggiata al centro della località. L’uomo, che si chiamava Joe Haak, era arrivato nel piccolo centro della Cornovaglia nella notte e si era fermato quando la terra lasciava il posto al mare.

In fuga da Londra, Joe ebbe l’impulso di togliersi tutti i vestiti e immergersi in acqua. Quando il freddo e le correnti lo stavano portando inesorabilmente al largo verso una morte certa, una balena con la sua coda lo spinse a riva.

Ma i fantasmi che spinsero l’uomo a fuggire dal suo ricco lavoro di analista presso una delle banche più ricche della City, nonostante il bagno catartico, non lo abbandonarono. E così, ripensando a quello che gli aveva confidato il presidente dell’istituto di credito a proposito dello scoppio di una pandemia planetaria simile alla Sars, Joe decise di spendere i suoi risparmi per comprare derrate alimentari per tutelare se stesso e tutti gli abitanti di St. Piran nel momento in cui la pandemia sarebbe arrivata in Cornovaglia e avrebbe fatto collassare l’intero sistema planetario. Ma…

Ironmonger realizza la cronaca “romantica” di una pandemia che travolge il nostro pianeta. Oggi è particolarmente interessante – e allo stesso tempo inquietante – leggere il libro, pensato e scritto quando nessuno di noi ipotizzava neanche lontanamente di imparare a convivere con termometri ad infrarossi, lockdown, mascherine e varie dosi di vaccino.

Bisogna riconoscere quindi all’autore britannico di aver saputo anticipare scenari che molti di noi ignoravano, ma su due cose Ironmonger ha sbagliato: a differenza di quello che Haak crede nel libro, nonostante l’avvento improvviso del virus, il sistema ha retto e non ha lasciato il posto ad alcun caos post apocalittico.

Per la seconda vi dovete leggere il libro fino alla fine…