E’ uscito “Ciacco. L’ennesima involontaria inchiesta dell’ineffabile Di Tuccio”

In primo piano

La quarta inconsapevole inchiesta dell’addetto alla pulizie più intuitivo di sempre…

Una morte così banale da diventare sospetta.

Una storia così drammatica da sembrare irreale.

Un personaggio pubblico così famoso da essere quasi invisibile.

Uno sconosciuto così misterioso da essere disperatamente indecifrabile.

Perugia, ancora una volta, torna ed essere la scena di un mistero letale nel quale l’inconsapevole Di Tuccio, come sempre, ci scivola inesorabilmente dentro.

Questa volta, nei meandri dell’antica città etrusca, il curioso esploratore dell’animo umano Corrado Di Tuccio, dovrà confrontarsi con la violenta risacca che esplode quando l’onda del passato si scontra contro quella del presente. 

“Quell’oscuro oggetto del desiderio” di Luis Buñuel

(Francia/Spagna, 1977)

Nel 1898 lo scrittore francese Pierre Louӱs pubblica il romanzo “La donna e il burattino” il cui protagonista è Mateo Diaz, innamorato perdutamente dell’avvenente andalusa Conception che però lo tradisce ripetutamente, per poi puntualmente ricercarlo. Ma Mateo, che è al corrente di tutti i tradimenti fisici e morali di Conception, suo malgrado, non può fare a meno di lei.

Una trama così secolare non poteva che stuzzicare l’interesse del cinema che a partire dal 1920 ne realizza vari adattamenti, come quello di Josef von Sternberg intitolato “Capriccio spagnolo” del 1935 o “Femmina” firmato da Julian Duvivier nel 1959, con la fatale Brigitte Bardot.

Nel 1977 il maestro Buñuel, alla soglia degli ottanta anni, ispirandosi al romanzo di Louӱs scrive la sceneggiatura, assieme a Jean-Claude Carrière, di quella che sarà anche la sua ultima opera cinematografica intitolandola “Cet Obsucr Objet du Désir”, titolo originale che fortunatamente i nostri distributori hanno rispettato.

Così come nel romanzo originale, Buñuel incentra il film sul racconto della sua frustrante storia d’amore che fa lo stesso “burattino”. Siamo nel 1977 e il ricco vedovo di mezza età Mathieu (Fernando Rey) salito sul treno che da Siviglia lo porta a Madrid – città dalla quale poi rientrerà nella sua Parigi – narra ai suoi compagni di scompartimento la turbolenta storia d’amore avuta con Conchita (Carole Bouquet e allo stesso tempo Angela Molina) conclusasi proprio pochi istanti prima che il treno partisse con una secchiata d’acqua versata dallo stesso Mathieu addosso alla ragazza, che dal marciapiede affianco al binario lo supplicava di non lasciarla.

Con lunghi flashback riviviamo il primo incontro fra i due avvenuto a Parigi, a casa di Mathieu, dove Conchita prestavava servizio come cameriera. Ma soprattutto assistiamo al bramoso corteggiamento dell’uomo che, attraverso costosi regali e numerose banconote, tenta in ogni modo di possedere Conchita. Se la ragazza accetta la sua corte e i suoi regali, e gli si concede moralmente, non è disposta invece a farlo fisicamente. Al matrimonio, infatti, la giovane dichiara di volerci arrivare vergine. Ma…    

Il genio surrealista del maestro spagnolo, anche in quest’ultima sua pellicola, è sempre molto vivo e perentorio. A partire dal far recitare il ruolo di Conchita a due diverse attrici, allora ancora sconosciute, senza un apparente criterio narrativo.

Ma soprattutto Buñuel sa raccontare la meschina e vile brama di possesso di un uomo viziato, in maniera cruda ed efficace come pochi altri hanno saputo fare.

Ed aggiunge al romanzo un altro grande tema contemporaneo: il terrorismo. Siamo, infatti, in pieni “anni di piombo” e tutto il racconto cinematografico ha come sfondo violenti e mortali attentati che infiammano la Spagna e la Francia. Ma Mathieu, che senza dubbio rappresenta la classe ricca borghese dell’epoca, non se ne cura e assiste quasi annoiato, dal vivo o attraverso la televisione o la radio, agli attentati che si consumano attorno a lui, con la sola preoccupazione di rimanere imbottigliato nel traffico ed arrivare tardi dalla “sua” Conchita, che certo incarna la nuova e ribelle generazione.

Tragicamente premonitrice sembra essere la scena finale che ha come sfondo l’audio di un notiziario che commenta i gravi attentati avvenuti in tutta Europa, soffermandosi su quello consumatosi in Italia in cui è stato vittima l’Arcivescovo di Siena, colpito da alcuni colpi d’arma da fuoco sparati dai membri dei “Gruppi Armati Rivoluzionari del Bambin Gesù” unitisi agli estremisti di sinistra. Nelle nostre sale il film uscì il 24 novembre del 1977, poco meno di quattro mesi prima del vile e sanguinario rapimento di Aldo Moro, col feroce e bestiale massacro di tutta la sua scorta, in via Cesare Fani a Roma.   

Per la chicca: certamente avrà intrigato Buñuel anche il fatto che Siviglia (città in cui Mateo incontra Conception nel romanzo di Louӱs), è la stessa che nella quale nel 1616 venne e scritto e ambiento il dramma “El burlador de Sevilla y convidado de piedra” firmato da Tirso de Molina, prima opera nella storia che ha come protagonista Don Giovanni e dalla quale, nei secoli successivi, hanno preso ispirazione i più grandi autori per raccontare il mito del Dissoluto. Figura così diametralmente opposta al “burattino” del romanzo.

“MicroCosmos – Il popolo dell’erba” di Claude Nuridsany e Marie Pérennou

(Francia/Svizzera/Italia, 1996)

Questi 73 minuti di documentario sono fra i più emozionanti e spettacolari del cinema degli ultimi trent’anni. La cosa stupisce ancora di più se si pensa che i suoi protagonisti sono dei “comuni” insetti che fanno parte del nostro habitat di europei.

Da sopra le nuvole caliamo direttamente in un prato della campagna francese – che potrebbe essere tranquillamente quella italiana – ed entriamo in un mondo microscopico che abbiamo tutti i giorni sotto agli occhi, ma che siamo troppo grandi – o troppo distratti… – per vedere.

Così assistiamo a 24 ore nella vita degli insetti che popolano piante, alberi e specchi d’acqua. La lotta per la sopravvivenza è epica e assistiamo a come la Natura, nel corso dei millenni, si è ingegnata per sopravvivere. Uno dei miei professori di Scienze asseriva che se solo gli insetti avessero avuto mediamente le dimensioni di un passerotto, per quanti sono e per come si sono evoluti, non avrebbero lasciato spazio all’essere umano.

Ignoro se questa affermazione sia davvero scientificamente provata, ma sta di fatto che solo la biodiversità oggi può salvare il nostro pianeta, gravemente malato.

Cinque anni di lavorazione: due di pre-produzione e tre di riprese, in uno studio appositamente realizzato in campagna dove venivano girati anche gli esterni. La voce narrante, nella versione originale, è quella dell’attore Jacques Perrin (che ha dato il volto al Salvatore adulto in “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore ed interprete, fra gli altri, de “Il patto dei lupi” di Christophe Gans) che ha anche prodotto la pellicola.

Indimenticabile, fra le molte scene davvero emozionanti, è la nascita di una zanzara che, sulle acque di uno stagno, da larva diventa maestosamente quell’insopportabile insetto che ci tortura tutta l’estate.

Da vedere.

“Scheletri” di Zerocalcare

(Bao Publishing, 2020)

L’immortale Fabrizio De André canta nella sua splendida “Andrea”:

“…Il pozzo è profondo
Più fondo del fondo degli occhi
Della notte del pianto
Lui disse ‘Mi basta, mi basta che sia
Più profondo di me’…”

lanciando uno sguardo senza fine nel buco più profondo che abbiamo tutti nell’angolo più remoto di noi stessi. E così Zerocalcare torna a raccontarci dei suoi pensieri, dei suoi sogni e, soprattutto, dei suoi incubi irrisolti.

Come in “Un polpo alla gola“, in “Scheletri” Zerocalcare ci narra la dinamica che lo ha portato – suo malgrado e costretto coi denti dagli eventi – ad affrontare un enorme mostro che si era stabilito nella sua anima per molto tempo. Un’abominevole creatura cento volte più grande di quella che lo costringeva a mentire a sua madre in relazione al suo – inesistente – percorso universitario.

Nonostante la crudezza di alcuni eventi, Zerocalcare riesce come sempre a farci ridere e sorridere condendo la narrazione e i suoi disegni con battute e considerazioni molto spesso irresistibili. E poi “Scheletri”, come tutti gli altri volumi del suo autore, è anche un grande inno alla tolleranza e al rispetto verso gli altri, soprattutto quelli de Roma Est, che per me che so’ de Roma Nord, rimangono sempre un’enigma.

Chi non ha convissuto con un mostro simile almeno una volta nella vita: …è un bugiardo.

Zerocalcare …è sempre lui!

“L’occhio del diavolo” di Ingmar Bergman

(Svezia, 1960)

Ci sono alcuni storici che ritengono, giustamente, il 1960 l’annus mirabilis della cinematografia mondiale.

Mentre Roma si preparava ad organizzare le sue Olimpiadi – le prime dell’era dei grandi mass media e ad essere seguita dalle prime Paralimpiadi della storia – al cinema uscivano delle vere e proprie pietre miliari della settima arte.

Film come “La dolce vita” di Fellini, “Psyco” di Hicthcock, “La ciociara” di De Sica, “Spartacus” di Kubrick, “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti, “L’avventura” di Antonioni, “L’appartamento” di Wilder, “Zazie nel metrò” di Malle, “…E l’uomo creò Satana” di Kramer, “Il bell’Antonio” di Bolognini, “La lunga notte del ’43” di Vancini, “Tutti a casa” di Comencini o “L’occhio che uccide” di Powell.

A questi va aggiunto, senza dubbio, anche “L’occhio del diavolo” scritto e diretto dal maestro Ingmar Bergman che uscì nelle sale proprio quell’anno.

Bergman è uno dei pochi registi – geniali – che riesce ad unire il teatro al cinema, e lo fa senza limitarsi a realizzare del semplice “teatro filmato”. E questo film è uno dei migliori esempi. Attraverso l’antica forma farsesca del “capriccio”, veniamo introdotti da un esimio e cerimonioso presentatore all’Inferno, dove Satana ha un problema. Il suo occhio destro è afflitto da un orzaiolo e questo significa che una giovane ragazza sta per sposarsi ancora vergine.

Prima che le schiere celesti possano festeggiare, il Diavolo invia sulla Terra il suo “ospite” più micidiale e implacabile: Don Giovanni, affinché possa conquistare e “deflorare” Britt-Marie (Bibi Andersson) prima che giunga all’altare. Ma…

Ispirato alla commedia radiofonica “Ritorna Don Giovanni” del danese Oluf Bang (1882-1959) e scritta dallo stesso Bergman, “L’occhio del diavolo” è una splendida pellicola che ci parla schiettamente, senza ipocrisie e spesso molto dolorosamente – come tutto il cinema del maestro svedese – delle pieghe più oscure e contraddittorie dell’animo umano.

L’amara ironia, l’oppressione del falso perbenismo, il sesso e i riferimenti alla propria vita reale – non è un caso che Britt-Marie sia la figlia di un vicario, così come lo era nella realtà il regista – sono temi classici del cinema di Bergman, che conosceva molto bene l’ambiente e il clima di una certa società borghese.

Una delle migliori riletture del mito del Don Giovanni al cinema. Da vedere.

Nella sezione degli extra del dvd è presente una preziosa quanto rara intervista a Bergman fatta da Gian Luigi Rondi, in cui il cineasta scandivano parla del suo cinema e del suo teatro che inseguono sempre e solo una cosa: la verità.

“Mancia competente” di Ernst Lubitsch

(USA, 1932)

Sebbene l’era del cinema sonoro fosse iniziata solo da un lustro scarso, “Mancia competente” è ancora oggi – che si avvicina a festeggiare le novanta candeline – una delle pietre miliari della cinematografia planetaria.

Perché apre ufficialmente il filone della vera e propria commedia cinematografia, genere che fino ad allora era rappresentato soprattutto da spettacoli teatrali di successo adattati per il grande schermo. Il maestro Lubitsch è, infatti, fra i primi ad usare in maniera sublime il linguaggio cinematografico: le immagini, le voci ed i suoni sono parte integrante della storia e del suo sviluppo. Ma non solo: allo stesso tempo lascia piccoli misteri ed eventi dissimulati nel racconto, che creano un fascino unico in ogni sua pellicola, il famoso “Tocco alla Lubitsch”.

Altro elemento focale del Tocco è il sesso. In questo film, come in tutti gli altri diretti da Lubitsch, non c’è fotogramma privo di sfacciate o ammiccanti allusioni sessuali. D’altronde il suo alunno più famoso, il maestro Billy Wilder in “Conversazioni con Billy Wilder” di Cameron Crowe, racconta di come Lubitsch fosse particolarmente attratto dal sesso, cosa che ne provocò anche la scomparsa nel 1947, ufficialmente attribuita ad un poco chiaro attacco cardiaco (il secondo in pochi anni).

Ma attenzione: le allusioni sessuali più o meno marcate dei film di Lubitsch non hanno mai nulla di volgare o becero. Tutto è incentrato elegantemente sul piacere, sul desiderio, la delusione e sopratutto sull’ironia più graffiante. Non è un caso quindi che lo stesso Wilder, durante tutta la sua carriera, quando si trovava davanti ad un bivio creativo si poneva sempre la fatidica domanda: questa scena come la farebbe Lubitsch?

Il film si apre con un classico gondoliere veneziano che però, invece di cantare romanticamente alla Luna, canta scaricando un bidone di immondizia su un piccolo battello colmo di altri rifiuti. Scena che magistralmente ci introduce immediatamente nell’anima della storia: anche in una delle città più belle e famose della pianeta ci sono rifiuti da smaltire.

E così, attraverso un Venezia da cartolina (e di cartone visto che gli esterni sono evidentemente girati in studio) entriamo in un lussuoso appartamento di uno dei più esclusivi alberghi della città, dove un uomo è stato appena aggredito e un altro è fuggito dalla finestra.

In un’altra suite, un’affascinante rappresentante della più alta aristocrazia europea prepara il suo incontro galante con una sua pari che finalmente ha ceduto alla sua corte. Il rendez-vous viene interrotto bruscamente dalla Polizia: nell’albergo è stato commesso un furto e qualcuno si è dileguato con una grande somma di denaro. Ma le Forze dell’Ordine, assicuratesi che i due ospiti non hanno informazioni utili, li lasciano soli. Riprende così la loro amorosa singolar tenzone con un nuovo elemento che la renderà ancora più passionale: il malloppo appena rubato.

Perché i due aristocratici non son altro che il ladro internazionale Gaston Monuscu (Herbert Marshall) e la borseggiatrice Lily Vautier (Miriam Hopkins) che sotto mentite spoglie cercavano l’uno di derubare l’altra. Scatta così l’amore a prima vita e Gaston e Lily diventano una della coppie di ladri d’alto rango più inafferrabili del mondo. Questo fino a quando non approdano a Parigi, dove incappano nella ricca e bella vedova M.me Mariette Colet (Kay Francis), unica proprietaria dell’impero di prodotti di cosmesi Colet. Perché il fascino sensuale della Colet complicherà non poco le cose…

Tratto dalla commedia “The Honest Finder” dell’ungherese Aladar Laszlo e adattata per lo schermo da Grover Jones, “Mancia competente” – il cui titolo originale è “Trouble in Paradise” – possiede ancora integra tutta la sua sublime potenza narrativa e la sua immortale ironia, legata soprattutto all’ottusa voglia di tanti di voler apparire piuttosto che essere.

Da tenere nella propria videoteca.

“Bellezza infinita” di Craig Roberts

(UK, 2019)

Il gallese Craig Roberts (classe 1991) è considerato uno dei migliori attori britannici della sua generazione, grazie sopratutto alle interpretazioni nelle ottime pellicole “Submarine” diretto da Richard Ayoade nel 2010 e “Altruisti si diventa” di Rob Burnett del 2016.

Probabilmente anche attraverso questi due film è passata la genesi di “Bellezza infinta”, la sua seconda opera da regista e sceneggiatore, dopo l’esordio con “Just Jim” del 2015. Perché in “Submarine” Roberts ha recitato accanto a Sally Hawkins che vestiva i panni di sua madre, mentre in “Altruisti si diventa” interpretava in ruolo di Trevor, un adolescente paraplegico affetto da una grave forma di distrofia muscolare.

Sebbene una disabilità fisica abbia caratteristiche e conseguenze profondamente diverse da una mentale o comportamentale, spesso l’occhio di chi la osserva ottusamente le accomuna nel provare disagio o falsa pietà e commiserazione.

Per questo il Trevor di “Altruisti si diventa”, che ama scandalizzare e turbare gli sconosciuti che lo osservano nascondendo il proprio disagio sotto una misera coltre di pietismo, non è troppo lontano dalla Jane protagonista di “Bellezza infinita” che, nonostante il mondo la consideri solo una “povera malata di mente”, vuole vivere semplicemente assecondando le proprie basiche esigenze.

Così approdiamo nella cittadina del Galles dove vive Jane (una stratosferica Sally Hawkins da Oscar) classificata come “schizofrenica” dopo un grave esaurimento nervoso. Attraverso i suoi occhi e, soprattutto, la sua mente ripercorriamo gli eventi che hanno contribuito a farla precipitare nel baratro, eventi che hanno il loro fulcro, come accade fin troppo spesso – purtroppo – nella famiglia.

Ma Jane ha risorse che i “normali” (come si vogliono per forza chiamare tutti quelli che tronfi sfuggono alle classificazioni ufficiali) si sognano; e ai quali Jane dimostrerà di saper fare la cosa che la maggior parte di loro vanamente anela per tutta la propria esistenza: saper convivere con se stessa.

Con una battuta finale memorabile, “Bellezza infinita” è un vero e proprio gioiello cinematografico e un inno all’amore e alla tolleranza …soprattutto verso le persone che ostentatamente bramano per esser incasellate nel gruppo dei “normali”.

Da ricordare anche l’interpretazione di Penelope Wilton nei panni della madre di Jane.

Per la chicca: il film è dedicato alla vera “Calamity Jane” e quindi, come accade spesso, la realtà supera la finzione.

Da vedere.

“Il pianeta verde” di Coline Serreau

(Francia, 1996)

Questo gioiellino satirico e – purtroppo – anche molto attuale, dopo essere stato brevemente distribuito nelle nostre sale solo grazie ad un circuito indipendente, è letteralmente sparito dalla circolazione, almeno nella nostra versione.

Infatti è impossibile reperirlo in dvd o in altro supporto, visto che non è mai uscito. E’ possibile solo vederlo in rete dove è spesso – …purtroppo – interrotto da numerose pubblicità.

Eppure la sua regista e sceneggiatrice Coline Serreau è l’autrice di uno dei film francesi più famosi degli anni Ottanta: “Tre uomini e una culla”. E allora perché Hollywood, che non ha perso tempo a realizzarne una remake americano di enorme successo ha completamente ignorato questa pellicola divertente e ironica che, alla sua uscita, ha riscosso anche un discreto successo in Francia?

Anche se non posso entrare nella capoccia degli amministratori delegati delle grandi major americane, la risposta è abbastanza semplice: perché è una critica all’acido muriatico della luminosamente ottusa società occidentale. “Il piante verde” è un ritratto impietosamente lucido e intelligente dei numerosi vizi, dei numerosi limiti e delle numerose ipocrisie del nostro tempo. E, soprattutto, punta il dito contro tutti quei comportamenti superficiali e/o arroganti che stavano nel 1996 (e continuano ancora oggi…) uccidendo il nostro pianeta.

Mila (la stessa Serreau) abita serenamente sul Pianeta Verde, un piccolo e felice corpo celeste dove ognuno vive in perfetta simbiosi con gli altri e con l’ambiente. Gli abitanti, la cui vita supera in media ben oltre i duecento anni, sono del tutto identici agli essere umani, solo che la loro storia è avanti di circa tremila anni. Sul Pianeta Verde, infatti, l’era industriale è passata da tre millenni, e il popolo è sopravvissuto alle sue tirannie e al suo inquinamento smettendo di comprare cose inutili e tornando a rispettare animali e piante.

Si è sviluppata in maniera incredibile anche la telepatia, che permette agli abitanti del piccolo pianeta di viaggiare attraverso il cosmo sugli altri corpi celesti dove scambiano nozioni, esperienze e pensieri. Ma da oltre duecento anni nessuno vuole tornare sulla Terra, visto che è considerato un posto selvaggio e tanto arretrato, socialmente e culturalmente.

Prima di morire il padre di Mila le ha confessato però che sua madre era una terrestre, conosciuta durante l’ultimo viaggio fatto sulla Terra, e che è morta dandola alla luce. Spinta da una incontenibile curiosità, Mila si offre volontaria per compiere una spedizione informativa sul nostro pianeta, cosa che provocherà un impatto indimenticabile per lei, ma soprattutto per gli umani che avranno la “fortuna” di incrociarla…

Nel cast appaiono, oltre alla regista (autrice anche della colonna sonora), Vincent Lindon e una giovanissima Marion Cotiliard. Negli anni Novanta nel nostro Paese non era ancora così universalmente riconosciuto il problema ambientale. O meglio, chi già se ne preoccupava non spostava troppi elettori o spettatori. E allora perché anche da noi questo film è scomparso?

Perché osa toccare due argomenti tabù per la nostra cultura “nazional-popolare”. Il primo infatti è il Cattolicesimo: Mila entrando a Nostre-Dame de Paris riconosce nell’uomo inchiodato alla croce che domina una cappella Gesù, un antico abitante del Pianeta Verde sceso sulla Terra duemila anni prima per emancipare i suoi abitanti e mai più tornato…

Ma non basta!

La Serreau oltre a scherzare sulla nostra religione ufficiale, si permette di toccare la cosa che arde in ogni focolare domestico da Trieste in giù, forse anche di più dell’amor patrio. Coline Serreau osa burlarsi …del calcio.

Mila viene invitata ad assistere ad una partita di calcio al Parco dei Principi, e mentre si consuma il match lei scombussola le menti di giocatori, arbitro (cha corre per il campo cantando “‘O sole mio”) e guardialinee… bagarre che si conclude con un bacio finale e alquanto appassionato fra i due portieri.

Come diceva mia nonna: “Scherza coi Santi, ma non toccare gli Attaccanti!” …o forse non era così.

“L’ultima minaccia” di Richard Brooks

(USA, 1952)

Richard Brooks scrive e dirige uno dei migliori film sul giornalismo della storia del cinema. E si ispira alle vicende realmente accadute fra gli eredi, dopo la morte di Joseph Pulitzer, che portarono alla vendita prima e alla chiusura poi del “New York World” il giornale, più di ogni altro, attraverso il quale Pulitzer rinnovò il giornalismo fin dalle sue fondamenta.

L’incrollabile Ed Hutcheson (un duro dal cuore d’oro Humprey Bogart, in una delle sue migliori interpretazioni) è il direttore del “The Day” il quotidiano fondato dal compianto John Garrison, che da quasi cinquant’anni vigila sui fatti e soprattutto sui misfatti della città di New York, e non solo.

Le inchieste pubblicate sulle sue pagine sono sempre state a favore dei più deboli e dei più indifesi; così come erano quelle vere del “New York World” che più di una volta denunciò la drammatica situazione nei cosiddetti manicomi, o lo sfruttamento degli immigrati da parte dei grandi proprietari edilizi che speculavano affittando e subaffittando i proprio immobili a numerose famiglie contemporaneamente, in condizioni igieniche vergognose. Cosa che nell’estate del 1883 provocò, a causa di un terribile innalzamento delle temperature, la morte di numerosi bambini immigrati, tragedia che il N.Y.W. denunciò in tutto il Paese.

Hutcheson ha dedicato tutto se stesso al giornalismo, sacrificando anche il suo matrimonio con Nora (Kim Hunter) rispettando quel patto di correttezza e sincerità coi lettori che Garrison stesso scrisse nel primo numero del “The Day”. Ma la figlia minore di Garrison, Kathrine, ha raggiunto la maggiore età e, secondo le disposizioni testamentarie, insieme alla sorella maggiore Alice e alla madre Margaret (Ethel Barrymore) può vendere il giornale.

L’editore Lawrence White (figura ispirata a quella di William Randolph Hearst, fra i maggiori competitori di Pulitzer, nonché protagonista non dichiarato dello splendido “Quarto potere” di Orson Welles) è disposto, infatti, a rilevare ad un prezzo molto allettante il “Day” per poi chiuderlo, eliminando così la concorrenza più calzante.

Nel frattempo nell’Hudson viene rinvenuto il corpo senza vita, e con in dosso solo una pelliccia di visone, della giovane Sally Gardner che porta segni evidenti di percosse. La Polizia scopre poco dopo che il vero nome della Gardner era Bessie Schmidt, e che con l’anziana madre e il fratello minore qualche anno prima era immigrata negli Stati Uniti dall’Europa centrale.

Hutcheson e il suo collaboratore Frank Allen (Ed Begley) fiutano qualcosa di losco e molto sospetto quando un loro giovane reporter viene selvaggiamente picchiato mentre faceva domande sulla Schmidt. In breve scoprono che la ragazza era stata per molto tempo nelle grazie di Rodzich, un immigrato croato che, grazie al sindacato di autotrasportatori che dirige, sta diventando sempre più “importante” in città, e che a picchiare il giornalista sono stati proprio alcuni dei suoi scagnozzi.

Anche se Rodzich ha amici potenti e mezzi poco ortodossi, Hutcheson decide di metterlo sotto pressione rivolgendo quasi tutte le energie del giornale su di lui. Ma l’unico testimone che sembrava poterlo inchiodare, il fratello di Bessie, viene ucciso dagli uomini di Rodzich proprio fra le rotative del “The Day”. Nonostante la firma apposta sul contratto preliminare con White, Margaret Garrison, vista l’inchiesta che coraggiosamente sta conducendo il giornale fondato e diretto per decenni dal suo compianto marito, chiede al giudice di bloccarne la vendita. Ma…

Con una scena finale memorabile – sia per il mondo del cinema che, soprattutto, per il mondo del giornalismo – “L’ultima minaccia” è ancora una pietra miliare della cinematografia planetaria. Infatti Brooks riesce, come pochi, a farci entrare nella mente e nel cuore di chi il giornalismo lo vive come una vera e propria missione, più che come un lavoro.

Da far vedere a scuola, soprattutto in quelle di giornalismo!

Per la chicca: purtroppo i distributori italiani erano impegnati a pettinare le loro preziose bambole quando preparano questa pellicola per il nostro mercato. A partire dal titolo che in originale è “Deadline – U.S.A.” e che si riferisce sia alla scadenza della vita del “The Day”, sia al fatto che quando un giornale d’inchiesta viene chiuso per togliere di mezzo la concorrenza, di fatto si supera una linea di demarcazione molto infida e pericolosa per tutta la società. I nostri distributori invece, e qui mi butto sulle ipotesi, ritenevano evidentemente i giornali come quello del film “l’ultima minaccia” per i disonesti come Rodzich. E proprio sul personaggio di Rodzich fecero anche meglio, visto che in originale non si chiama così e non è croato ma un l’italo americano di nome Tomas Rienzi, che ricorda tanto Al Capone. D’altronde, fino a non troppi decenni fa, abbiamo avuto esimi e ancora oggi tanto amati e ricordati alti esponenti del nostro Governo che in varie sedi processuali hanno sempre candidamente dichiarato che: “…la Mafia non esiste”.         

“Harriet” di Kasi Lemmons

(USA, 2019)

Harriet Tubman non sapeva né leggere e né scrivere.

Harriet Tubman non possedeva nulla, neanche se stessa. Perché Harriet Tubman era una schiava, nata da una schiava i cui figli sarebbero sempre stati schiavi. Harriet Tubman aveva solo due cose che nessuno poteva portarle via: la fede in Dio e, soprattutto, in se stessa.

Araminta “Minty” Ross (Cynthia Erivo) è nata agli inizi degli anni Venti del XIX secolo nella Contea di Dorchester, nello stato del Maryland (che ha ancora oggi nel suo stemma ufficiale ha il motto in italiano arcaico: “Fatti Maschi Parole Femine“) ed è parte integrante dei beni della famiglia Bordess in qualità di schiava. A tredici anni, per difendere uno dei suoi fratelli, viene colpita da un pezzo di metallo che le rompe la fronte. Rimane quasi due mesi in coma e quando si sveglia inizia a soffrire di emicranie vertigini e di epilessia.

Per Minty le crisi che la colpiscono sono mistiche, le considera dei veri e propri messaggi del Signore. A circa vent’anni Minty è sposata con un uomo libero e grazie ad una clausola relativa all’acquisto di sua nonna è nel pieno diritto di reclamare la propria libertà. Ma Bordess oltre a rifiutare, la mette in vendita con l’intenzione di sbarazzarsi di una schiava scomoda e attacca brighe. Minty, così, decide di fuggire in cerca della libertà, ripentendosi : “O libera, …o morta”.

Incredibilmente, in ventisei giorni, Minty raggiunge Philadelphia, in Pennsylvania, stato che ha abolito la schiavitù e che ospita molti schiavi riusciti a scappare. Sceglie Harriet Tubman come nome di donna libera, ed inizia una nuova vita. Ma le notizie che arrivano dalla Contea di Dorchester non le danno pace. Così decide di tornare per liberare i suoi cari, ma…

Harriet Tubman (1822-1913) nelle sue “incursioni” da donna libera nel Maryland, nonostante i feroci cacciatori di schiavi, libererà oltre settanta fra donne bambini e uomini conducendoli verso la libertà. Durante la Guerra di Secessione comanderà un plotone che libererà oltre settecentocinquanta persone dall’indegno giogo della schiavitù. Sarà poi una delle più impegnate personalità attive a favore del suffragio femminile.

Questo film, con una sceneggiatura – scritta da Gregory Allen Howard e dalla stessa Kasi Lemmons – scorrevole ma non particolarmente brillante, ha comunque il merito di raccontarci la storia di una donna coraggiosa e libera che, anche senza saper leggere o scrivere, saprebbe raccontarci molto bene le radici della tragica e ottusa intolleranza razziale che ancora oggi affligge gli Stati Uniti.

“Enola Holmes” di Harry Bradbeer

(UK, 2020)

Nel 1929 la grande Virginia Woolf nel suo splendido “Una stanza tutta per sé”, descrivendo le immense e troppo spesso insormontabili difficoltà che una donna scrittrice – e non solo – ha incontrato nel corso dei secoli in una società spudoratamente maschilista come quella britannica – …e non solo – ci parla di Judith, l’ipotetica sorella dell’immortale William Shakespeare che, anche dotata del suo stesso inarrivabile ingegno, non sarebbe mai potuta diventare famosa o scrivere tutte le opere che firmò il fratello perché stritolata e soffocata “a causa” della sua condizione di bambina prima, e donna dopo.

La scrittrice americana e docente di scrittura creativa Nancy Springer nel 2006, sulla scia ideale della Judith Shakespeare della Woolf, pubblica “The Case of the Missing Marquess” (primo di una serie, ad oggi, di sei romanzi) la cui protagonista è la giovane Enola Holmes, l’ipotetica sorella minore di Mycroft e Sherlock Holmes.

La sedicenne Enola Holmes (Millie Bobby Brown) vive felicemente con la madre Eudoria (Helena Bonahm Carter) nella grande villa in campagna della famiglia Holmes. Il padre è morto poco prima che lei nascesse e i suoi fratelli Mycroft (Sam Caflin) e Sherlock (Henry Cavill) hanno lasciato la magione da anni. In realtà il vero proprietario è Mycroft, il primogenito, che però ha concesso alla madre e alla sorella di vivere nella villa fino al sedicesimo compleanno di Enola.

Così, proprio la mattina del suo sedicesimo compleanno, Enola scopre che sua madre se ne è andata per sempre. Ma Eudoria non l’ha educata come le altre ragazze (a differenza di Judith): le ha insegnato il combattimento corpo a corpo, la chimica, la scienza e soprattutto la voglia di imparare e scoprire. Grazie ad alcuni indizi la giovane ipotizza che la madre si sia trasferita a Londra. Quando tornano nella villa i suoi due fratelli maggiori, con Mycroft che vuole rinchiuderla in un austero collegio femminile, Enola decide di ritrovare la madre da sola. Ma sulla sua strada inciamperà in un ragazzo…

Sfizioso e godibilissimo film con una protagonista insolita e avvincente, anche per i pignoli amanti del grande Sherlock Holmes come me. La sceneggiatura è firmata da Jack Thorne (autore di quella dell’ottimo “Radioactive” di Marjane Satrapi) ed evidenzia in maniera ironica e intelligente il geniale contrasto creato dalla Springer nel dare all’investigatore più misogino della letteratura planetaria una sorella bella e intelligente come lui, …o forse di più.

Insieme a “Vita privata di Sherlock Holmes” di Billy Wilder, “La soluzione sette per cento” di Nicholas Meyer, “Piramide di paura” di Barry Levinson, “Senza indizio” di Thom Eberhardt e alla serie “Sherlock” di Mark Gatiss, Steven Moffat e Steve Thompson, “Enola Holmes” è una delle migliori opere liberamente ispirate al personaggio immortale creato dal grande Arthur Conan Doyle.