“Tentativo di corruzione” di Paolo Levi

(Rizzoli, 1980)

In questo bel giallo Paolo Levi abbandona Mario Aldara – protagonista dei suoi precedenti “Ritratto di provincia in rosso” e “Delitto in piazza” – per presentarci Renzo Caluso, un ispettore di Polizia in ferie.

Caluso, che ha molti tratti in comune con Aldara, è reduce da una tragica esperienza: qualche mese prima, durante l’inseguimento di alcuni rapinatori è stato costretto ad ucciderne uno. Si trattava di un giovane tossicodipendente che prima di morire aveva ucciso l’agente che era con Caluso.

La breve inchiesta ha chiarito la dinamica e così Caluso non ha subito nessuna ripercussione legale o lavorativa. Ma se parliamo di morale la cosa è ben diversa. Non passa notte, infatti, che Renzo non sogni il giovane criminale mentre muore. E così decide di prendersi due settimane di vacanze comprando il biglietto per una crociera nel Mediterraneo.

Sulla “Magellano” Caluso si sente un pesce fuor d’acqua, ma almeno passa il tempo ad osservare la più varia umanità che come lui ha deciso di prendersi quindici giorni di ferie in mezzo al mare.

Proprio quando sembra cominciare ad ambientarsi, il comandante della nave lo fa chiamare: poche ore prima è stato ritrovato il corpo di Antonio Sassu, noto giornalista “controcorrente”. Accanto al cadavere è stata trovata una rivoltella e tutto fa sembrare al suicidio.

Ma visto che l’uomo sei mesi prima è stato vittima di un’aggressione da parte di alcuni sedicenti terroristi che gli hanno sparato riducendolo in fin di vita, il capitano vorrebbe essere sicuro dell’accaduto per poi avvisare gli uffici competenti in Italia. E l’unico passeggero con l’esperienza e la competenza adatta è proprio lui. Malvolentieri Caluso accetta l’inchiesta che lo porterà a confrontarsi con un mondo a lui socialmente lontano, ma anche con una parte di se stesso poco conosciuta…

Sfizioso giallo nella nostra grande tradizione, che ha forse solo un piccolo neo: il suo protagonista. Troppo vicino a Mario Aldara, del quale sembra un po’ un fratello irrisolto.

 

 

“La parola ai giurati” di Sidney Lumet

(USA, 1957)

Il 13 aprile del 1957 usciva nella sale statunitensi lo splendido “La parola ai giurati” diretto dall’esordiente Sidney Lumet.

Reginald Rose, nato a New York nel 1920, appena congedato dall’esercito americano decide di guadagnarsi da vivere scrivendo soggetti per il nuovo e singolare mezzo che inesorabilmente sta prendendo sempre più piede nelle famiglie americane: la televisione.

Nei primi anni Cinquanta inizia a collaborare con la CBS firmando drammi da un’ora per la serie Studio One. Una mattina gli viene recapitata la convocazione per far parte della giuria in un processo per omicidio.

Il giovane rimane impressionato dalle dinamiche legali, e soprattutto da quelle umane, che si avvicendano durante tutte le sedute. Quando, dopo le arringhe dei legali, è chiuso nella stanza della giuria assistendo al dibattito, capisce di avere davanti agli occhi “il dramma perfetto” da raccontare.

In poco tempo Rose scrive lo script de “La parola ai giurati” che, svolgendosi tutto nella stanza di una giuria, sembra perfetto per il teatro e per l’allora fiction televisiva che ad esso si ispirava. L’episodio di un’ora viene trasmesso nel 1954. Il successo è davvero grande e così la produzione decide di realizzare un adattamento cinematografico.

Allo stesso Rose viene affidato il compito di scrivere la sceneggiatura, mentre al giovane, ma già esperto regista di drammi televisivi, Sidney Lumet viene affidata la regia.

Se nel ruolo del protagonista viene chiamata una stella di prima grandezza come il sempre bravo Henry Fonda, per quelli dei comprimari vengono scelti alcuni fra migliori caratteristi di Hollywood, che poi diverranno protagonisti o coprotagonisti di numerose serie televisive di successo, meno famosi ma che con la loro bravura renderanno la pellicola una delle più belle della storia del cinema.

Nella piccola stanza di un tribunale la giuria, formata da dodici individui che non si conoscono, deve scegliere se dichiarare il giovane imputato presunto parricida colpevole o innocente. Il caso sembra semplice, tutti gli indizi sono a sfavore del ragazzo, ma alla prima votazione salta fuori un giurato contrario alla condanna.

Si tratta del giurato n.8 (un Henry Fonda davvero luminoso) che ammette di non essere affatto certo dell’innocenza dell’imputato, e per questo quindi non può essere sicuro della sua colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio”.

L’uomo viene quasi aggredito verbalmente dagli altri giurati, molti dei quali vorrebbero tornare rapidamente alle loro occupazioni quotidiane, ma il giurato n. 8 inizia a smontare ogni indizio che fino a quel momento sembrava davvero ineccepibile…

Strepitosa pellicola, girata in uno splendido bianco e nero, che di fatto fonda (non l’attore!) il genere legal drama, e che ci pone una delle domande basiche della nostra società: quanto riusciamo ad essere obiettivi ed imparziali, nonostante le nostre esperienze personali?

Da antologia.

Il film, oltre ad essere candidato a tre premi Oscar e quattro Golden Globe, vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino.

 

“Regina senza corona” di Thomas Schlamme

(USA, 1989)

La drammaturga Beth Henley (classe 1952) ha vinto il premio Pulitzer nel 1981 per la sua opera teatrale “Crimini del cuore”, scritta nel 1978, e che Bruce Beresford porterà sul grande schermo nel 1986 con protagoniste Sissy Spaeck, Diane Keaton e Jessica Lange. Nel 1979 la Henley scrive “The Miss Firecracker Contest” (che letteralmente sarebbe “Il Concorso Miss Fuochi d’Artificio”) ambientata in una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti.

L’opera riscuote molto successo prima a Los Angeles e poi a Broadway, dove diventa un vero e proprio classico. Come accade spesso, la mecca del cinema si rivolge proprio alla capitale del teatro americano per trovare nuove idee, e così – dopo il successo internazionale del film di Beresford – viene adattata per lo schermo anche questa commedia della Henley.

La goffa e poco piacente Carnelle ha un sogno nella vita: vincere il Concorso “Miss Fuochi d’Artificio” che si tiene nella sua cittadina ogni 4 luglio. La ragazza vive nella vecchia casa della zia, ormai deceduta da anni. Qualche giorno prima del concorso tornano in città i suoi due cugini: Elain e Delomount. La prima da ragazza, grazie alla sua altera bellezza, ha vinto trionfalmente il titolo di Miss Fuochi d’Artificio, mentre il secondo è uno scapestrato che vive alla giornata.

Carnelle riesce ad entrare nella schiera delle cinque finaliste e dedica tutta se stessa a preparare la prova conclusiva con cui esibirsi alla fiera del 4 luglio. Solo la vincitrice potrà sfilare al centro del carro allegorico che attraverserà la strada principale della città, evento memorabile per tutta la contea e soprattutto sognato da Carnelle fin da bambina. Ma il concorso, per la ragazza così come per i suoi due cugini, rappresenterà un momento di svolta nelle propria vita…

Nel film – che in originale si intitola solo “Miss Firecracker” – il ruolo di Carnelle è affidato ad una bravissima (e fascinosa nonostante la voluta goffaggine) Holly Hunter. Mentre quello dei suoi cugini Elain e Delmount sono affidati rispettivamente a Mary Steenburgen e Tim Robbins (tutti e tre vincitori di un Oscar: la Steenburgen per “Una volta ho incontrato un miliardario” del 1980, la Hunter per “Lezioni di piano” del 1993 e Robbins per lo splendido “Mystic River” del 2003).

Crudo, ma alla fine anche un po’ ottimista, “Regina senza corona” è un affresco lucido della provincia americana, ma soprattutto delle dinamiche familiari che non risparmiano dolore e sconforto, interpretato poi da un cast davvero eccezionale.

Per la chicca: ve prego, non mi fate parlare del titolo in italiano…

“L’autopompa fantasma” di Per Wahlöö e Maj Sjöwall

(Sellerio 1969/2008)

Eccoci alla quinta indagine di Martin Beck, l’ispettore scandinavo creato dalla coppia Per Wahlöö e Maj Sjöwall.

Ad occupare la scrivania di Beck è questa volta un incendio che ha distrutto un piccolo stabile alla periferia di Stoccolma, nel quale sono morte quasi dieci persone.

Mentre la Scientifica è occupata a stabilire se si tratti di un incendio doloso o meno, Beck e i suoi uomini indagano sui defunti e sui feriti.

C’è soprattutto un uomo, tossicodipendente, con vari precedenti penali che attira l’attenzione degli investigatori, ma l’autopsia rivela che era già morto prima dello scoppio dell’incendio. Ma…

Come sempre la coppia inventrice del giallo scandinavo ci regala un gran bel poliziesco, che ci porta negli antri più miseri dell’essere umano e in quegli angoli della società che troppo spesso non vorremmo vedere.

Per comprendere al meglio il loro lavoro e lo spessore delle loro opere, basta leggere una breve introduzione a firma degli autori che la Sellerio ha inserito nel volume:

“Non riteniamo che il romanzo tradizionale con il suo orientamento verso l’individuo sia adatto ad analizzare la nostra società. Il romanzo poliziesco invece è stato, fin dalle origini, più conscio dell’appartenenza dell’individuo ad un gruppo. La differenza risalta molto chiaramente osservando il modo in cui le azioni dei personaggi vengono motivate. Nel romanzo tradizionale i personaggi trovano le ragioni del proprio comportamento in un certo senso in loro stessi, indipendentemente da chi li circonda. Nel romanzo poliziesco le motivazioni di chi agisce sono sempre in relazione con le altre persone. Non si può immaginare un criminale assolutamente solitario. Egli è sempre legato alla società. La criminalità è una specie di espressione della società su un piano negativo […]”. 

 

“Ready Player One” di Steve Spielberg

(USA, 2018)

Del romanzo “Player One” di Ernest Cline ne ho parlato su queste pagine nel luglio del 2014, anticipado poi che la Warner Bros aveva comprato i diritti e avviato la produzione.

Ma allora ignoravo che la regia sarebbe stata affidata ad uno dei geni di Hollywood come Steven Spielberg. E chi meglio di lui, icona vivente degli anni Ottanta, avrebbe potuto portarlo meglio sulla schermo?

Sulla trama, visto che è fedele al libro, non aggiungo nulla, ma se la vuoi leggere poi andare direttamente al post sul libro cliccando il link “Player One” di Ernest Cline”.

Scritto dallo stesso Cline insieme a Zak Penn “Ready Player One” ci regala delle sequenze davvero incredibili, frutto della tecnologia digitale più all’avanguardia e della mano unica di Spielberg.

Per gli appassionati degli anni Ottanta come me, forse il film è un pò troppo “Trasformer” o “Avangers” (di cui Penn è stato davvero sceneggiatore), mentre il libro è più centrato sulle emozioni dei protagonisti che si rispecchiano in OASIS, creato da un vero “feticista” degli anni Ottanta. Ma Spielberg è sempre Spielberg…

“Semo o nun semo” di Nicola Piovani

(Italia, dal 2005)

Sulla tradizione della grande canzone napoletana si possono tenere convegni e serate per mesi interi, se non per anni. Su quella romana – che di fatto nasce da quella partenope – invece no.

Infatti, dopo la commedia musicale “Rugantino” di Garinei & Giovannini che riscosse un enorme successo superando i nostri confini nazionali, la canzone romana è sembrata cadere nell’oblio.

Il maestro Nicola Piovani, romano di nascita, sale sul palco in sua difesa, creando uno spettacolo dedicato alla canzone della città eterna, che proprio così insignificante non è stata.

Alla fine dell’Ottocento, il 24 giugno, per festeggiare San Giovanni venne creata una grande festa proprio nei pressi della prima Basilica Cristiana romana. Con lo scopo di cacciare le “streghe”, sfilavano carri allegorici e giovani e sconosciuti artisti si esibivano sul palcoscenico.

Proprio su quelle assi, Piovani fa nascere ufficialmente la canzone romana che avrà fra i primi suoi rappresentati Leopoldo Fregoli, che diverrà poi il maestro del trasformismo teatrale.

Ma forse la figura più rilevante della scena romana è Romolo Balzani, autore di alcune delle canzoni più note della tradizione capitolina. E’ lui a cantare, infatti, “Semo o nun semo” che, rifacendosi al famosissimo quesito amletico, dona il titolo allo spettacolo di Piovani, o l’immortale “Barcarolo romano”.

Altro grande autore romano è Luigi Magni, che insieme a Piovani scrisse lo spettacolo teatrale “I 7 Re di Roma”, nel quale c’è la splendida “Se campa appesi a un filo”.

L’amore di Piovani per la tradizione canore della sua città, nasce dalle canzoni che, ancora bambino, gli cantava sua zia, attrice e cantante doc del grande varietà romano.

Voce narrante dello spettacolo è Massimo Wertmuller che incarna molto bene lo spirito più sornione e disincantato della vera romanità. Per chi ama Roma, ma soprattutto la bella musica.

“The Escort” di Will Slocombe

(USA, 2015)

Mitch (Michael Doneger) è un giornalista che ama il suo lavoro ma che viene licenziato dalla testata in cui lavora per i solti e nefasti “costi di gestione”.

Grazie al padre, autore delle musiche di molte canzoni rock famose degli anni Settanta e Ottanta, riesce ad avere una nuova opportunità presso un noto network. Ma dovrà portare un articolo eccezionale e insolito per essere assunto.

Un pomeriggio, nel bar di un grande hotel, viene avvicinato da Natalie (una bravissima Lyndsy Fonseca), una escort di lusso che adesca i suoi facoltosi clienti proprio negli alberghi a cinque stelle.

Mitch ha una dipendenza dal sesso, ed è “schiavo” di una app che gli procura quotidianamente incontri sessuali occasionali. Rimane così immune al fascino della ragazza che alla fine stuzzica e deride, visto che lei gli ha confessato di essersi laureata a Stanford.

Rimasto solo, il ragazzo si rende conto di aver trovato l’argomento del suo articolo: una escort laureata nel secondo ateneo più importante degli Stati Uniti. Rintracciata, le propone un affare: la pagherà per seguirla e scrivere l’articolo su di lei. Natalie accetta, anche se proprio un articolo, qualche anno prima, le ha bruciato ogni tipo di lavoro adatto alla sua laurea avviandola alla prostituzione di lusso. Ma…

Scritta dallo stesso Doneger insieme a Brandon A. Cohen, questa bella pellicola ci parla dell’amore, e soprattutto della paura dell’amore che rende cinici, ruvidi e infelici. Ma l’amore, come la vita, nasce nei posti più improbabili, e come diceva il maestro Fabrizio De André: “Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori”.

Ottimo esempio della grande tradizione del cinema americano indipendente.

“Solo” di Arturo Brachetti

(Italia, 2017/2018)

Uno dei più grandi artisti italiani del palcoscenico è tornato in molti teatri della Penisola col suo nuovo One Man Show. Riprendendo e sviluppando alcuni suoi numeri già rodati e inserendone di nuovi, Brachetti, senza lasciarci un attimo di respiro, ci inchioda alla poltrona per quasi due ore.

Solo pochi artisti al mondo sanno riuscirci così, e Brachetti è uno di questi e sicuramente uno dei migliori. Maestro indiscusso del trasformismo contemporaneo, l’artista torinese passa da un costume all’altro in meno di un battere di ciglia.

Dobbiamo essere orgogliosi di avere un artista così, capace di stupire da oltre trent’anni, e capace di rinnovarsi rimanendo fedele a se stesso e alla sua arte. Arte che sa conciliare al meglio le antiche tradizioni, come ad esempio le classiche ombre cinesi, ai più contemporanei effetti speciali basati sul laser.

Ma alla fine è inutile tentare di parlare o descrivere uno spettacolo di Arturo Brachetti: bisogna vederlo e viverlo.