“Tutti i mercoledì” di Robert Ellis Miller

(USA, 1966)

Nel 1964 debutta a Broadway la commedia “Tutti i mercoledì” della scrittrice e drammaturga americana Muriel Resnik. Sia l’autrice che il cast, fra cui c’è Gene Hackman, il quel momento sono semi sconosciuti, ma il riscontro di pubblico e critica è clamoroso cogliendo tutti di sorpresa.

Come spesso accade Hollywood ha un occhio sempre fisso sulla strada dei teatri più famosa d’America, e così due anni dopo esce l’adattamento cinematografico. A scrivere la sceneggiatura è Julius J. Epstein (storico sceneggiatore della Mecca del Cinema, e premio Oscar per quella non originale di “Casablanca”) che produce anche la pellicola.

John Cleves (Jason Robards) è un caparbio dirigente d’azienda di mezza età, rispettato e temuto da tutti. Felicemente sposato con Dorothy Cleves (Rosemary Murphy, unica superstite del cast originale di Broadway) conduce una vita laboriosa e inappuntabile. Almeno per sei giorni a settimana, visto che il mercoledì lo passa in un piccolo appartamento a New York intestato a una delle ditte che dirige, che invece lui assegna regolarmente alle sue giovani amanti con cui passa il giorno feriale. Quando l’ultima lo lascia Cleves parte alla ricerca di quella nuova, e fra le sue facoltose e volitive braccia cade la giovane e fragile Ellen Gordon (una bravissima Jane Fonda, fresca reduce del successo in “Cat Ballou“) che dopo non poche resistenze cede alla sua corte.

Le cose per John sembrano procedere alla grande fino a quando la sua distratta segretaria non dà le chiavi dell’appartamento dove vive Ellen a Cass Henderson (Dean Jones, che il mondo ricorda per le sue interpretazioni nei film dedicati ad Herbie il maggiolino tutto matto) giovane dirigente di una delle ditte di Cleves. Se all’inizio Cass è convinto che Ellen faccia parte dei “benefit” dell’appartamento, non ci mette molto a capire la vera dinamica sentimentale fra l’ospite e il suo capo. A complicare le cose ci si mette anche la signora Cleves che, sempre per colpa della segretaria di suo marito, piomba nell’appartamento per arredarlo…

Classica commedia degli equivoci che però, e forse è questo il motivo del suo successo, ci presenta le protagoniste femminili Ellen Gordon e Dorothy Cleves in una nuova luce. Le due donne, infatti, da posizioni succubi materialmente o moralmente degli uomini, si emancipano prendendo ognuna la propria consapevole strada.

Non è un cambiamento da poco, visto i profondi stereotipi con cui le donne vengono rappresentante in quegli anni nelle commedie sul grande schermo, e anche in pellicole di successo internazionale. Ellen e Dorothy respirano già quell’aria di cambiamento che di lì a pochi anni infiammerà la contestazione e soprattutto la lotta per l’emancipazione delle donne.

Insomma, un piccolo gioiellino precursore dei tempi. Jane Fonda viene giustamente candidata al Golden Globe per la sua interpretazione.

“Anatomia di una rivolta” di John Wainwright

(Paginauno, 2019)

Nel 1982, proprio quando al 10 di Downing Street c’è la coriacea Margaret Thatcher, il grande narratore britannico John Wainwright pubblica “Anatomy of a Riot”, che descrive in maniera cruda e fin troppo calzante la genesi e l’esplosione di una violenta rivolta nella piccola – e fittizia – cittadina inglese di Beechwood Brook, scoppiata a causa dell’omicidio di un ragazzo di colore per mano di due agenti che volevano “solo” dargli una lezione.

La rabbia e la disperazione sono la paglia, l’ottusità ed il razzismo di alcuni poliziotti sono i fiammiferi che, assieme, accendono il fuoco in uno dei quartieri più degradati della cittadina. Così Wainwright ci racconta con maestria e perizia il lento ed inesorabile percorso verso l’abisso. Lui che per vent’anni è stato davvero un agente di Polizia nello Yorkshire.

La famiglia di Benny Swale proviene dalle cosiddette Indie Occidentali. Benny ha consumato i suoi primi ed unici due decenni di vita all’ombra delle bottiglie bevute dal padre e della ghettizzazione della sua gente vista da molti come “minaccia sociale”, a partire proprio dall’allora Primo Ministro Margaret Thatcher. Ma nulla giustifica il fatto che Benny sia diventato un piccolo e arrogante criminale locale, spacciatore di marijuana e capo di una gang.

Così due agenti della Polizia di Beechwood Brook, incontrandolo da solo nel cuore della notte, pensano di dargli una “raddrizzata”. Ma Benny, per le violente percosse, muore.

“Pregiudizi razziali, consapevoli o accidentali. Danni reali o immaginari. Arroganza. Una rozza stupidità. Permalosità. Assenza di umorismo. Credenze stravaganti. Una mancanza di pazienza. E naturalmente, la pelle. Pelle di colori diversi, e pelle di diverso spessore…” ci racconta Wainwright, sono fra le cause delle violenze che sfociano in veri e proprio scontri “razziali”.

Anche se oggi gli studiosi, soprattutto quelli di Antropologia, negano che l’essere umano sia diviso in razze perché – al di là delle immani tragedie che tale ottusa e arrogante divisione ha portato nella storia – le migliaia di anni dall’apparizione dell’Homo Sapiens ad oggi sono oggettivamente poche per consentirne un’evoluzione tale da creare vere e proprie razze diverse, a differenza di altre specie animali, c’è ancora chi in preda a misere paure o soprattutto per meri e beceri interessi personali ci si aggrappa.

Nonostante gli anni passati dalla sua prima pubblicazione, questo ottimo romanzo ci ricorda come non solo gli Stati Uniti siano ancora oggi dilaniati dalla piaga del razzismo, ma anche la Gran Bretagna che, a causa del suo spregiudicato imperialismo, da secoli ospita comunità provenienti dai luoghi più disparati della Terra, e nonostante questo è ancora il teatro di intolleranze e tragiche relative violenze.

Non è un caso quindi che anche durante lo scorso Torneo delle Sei Nazioni di rugby, durante il minuto di raccoglimento contro ogni tipo di razzismo voluto dalla Federazione Internazionale, alcuni giocatori del XV inglese si siano inginocchiati in segno di “scusa”, così come hanno fatto molti rappresentati della Polizia e del Senato americani.

Il volume contiene anche un’interessante postfazione di Carlo Osta che ripercorre le violenze razziali consumatesi nel Regno Unito a partire dal Secondo Dopoguerra, comprese quelle avvenute nel 1981 a Brixton, un quartiere di Londra, evento al quale si è ispirato Wainwright. Episodi tragici e drammatici quasi sempre preceduti e seguiti da accorate dichiarazioni di esponenti radicali del Partito Conservatore Britannico – fra cui spicca la stessa signora Thatcher – assai preoccupati dalla presenza di comunità straniere sul suolo natio di Sua Maestà.

Tragicamente attuale.

“Il lungo viaggio verso la notte” di Sidney Lumet

(USA, 1962)

Nel 1956, tre anni dopo la morte del suo autore Eugene O’Neill – che lo avrebbe voluto pubblicato non prima di venticinque anni dalla sua dipartita – va in scena il dramma teatrale “Lungo viaggio verso la notte”.

Il successo è immediato in tutto il mondo e l’opera viene subito e giustamente considerata una delle pietre miliari della drammaturgia americana del Novecento al pari di “Un tram che si chiama desiderio” di Tenneesse Williams e “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller.

Nel 1962 Sidney Lumet realizza un indimenticabile adattamento cinematografico con un cast davvero memorabile.

Siamo nell’estate del 1912 in Connecticut, nella magione estiva dei Tyrone. Il capofamiglia, James Tyrone (Ralph Richardson) ha fatto una piccola fortuna in gioventù recitando in una lunga serie di commedie teatrali romantiche dove interpretava il protagonista, ruolo che però ha finito per bloccarlo segnando anche il declino della sua carriera. Le sue umili origini lo hanno portato poi ad essere assai parsimonioso col denaro.

Sua moglie Mary (una grande Katharine Hepburn) che lo ha conosciuto proprio al culmine del suo successo ancora studentessa di un austero convento cattolico, alla morte in culla del loro secondo genito è caduta in depressione tanto da portare il medico curante a somministrale dei medicinali a base di morfina. Alla nascita del loro terzo genito Edmund, Mary è caduta nuovamente in depressione ed è ricorsa alla morfina diventandone sempre più dipendente. Poco prima dell’inizio dell’estate è stata dimessa per l’ennesima volta da una clinica disintossicante.

Il primogenito Jamie Tyrone (Jason Robards, che interpretò lo stesso ruolo al primo allestimento del dramma a Broadway nel ’56) ha seguito le orme del padre senza mai avere successo però, cosa che ha contribuito a renderlo un alcolista.

Edmund (Dean Stockwell) che ormai ha vent’anni, è da poco tornato da un lungo viaggio intorno al mondo in nave come marinaio, e ora vorrebbe diventare uno scrittore. Ma la violenta tosse che spesso lo assale insinua in lui, e nei suoi familiari, il sospetto di essere malato di tubercolosi.

Un’uggiosa giornata di pioggia costringe i quattro Tyrone a passare insieme un’intera giornata in casa, cosa che metterà a nudo i rancori, le debolezze, le invidie e i tradimenti di ognuno dei componenti della famiglia.

Molto fedele all’opera di O’Neill, questo adattamento cinematografico ci regala il ritratto drammatico e amaro di una famiglia disfunzionale, dove non si consumano omicidi materiali, ma atroci massacri emozionali e personali. Così come Miller in “Morte di un commesso viaggiatore”, O’Neill ci parla di come la famiglia possa diventare l’inferno e la causa di angosce e gravi nevrosi.

Il motivo principale per cui O’Neill voleva la sua pubblicazione così tanto dopo la morte sono certamente i profondi riferimenti che l’opera ha in relazione alla vera famiglia di origine del suo autore. A partire dalla casa nel Connecticut dove si svolge il dramma (che è molto simile al Monte Cristo Cottage, la casa posseduta dagli O’Neill a New London), per passare alla carriera teatrale del patriarca James Tyrone (James O’Neill, padre di Eugene fu un vero attore teatrale di successo in gioventù, che poi rimase “impantanato” nell’interpretazione del protagonista di una lunga serie di spettacoli teatrali dedicati al Conte di Montecristo) o come i nomi di battesimo dei protagonisti che ricalcano quelli veri di madre, padre e fratello di Eugene. Edmund, il figlio minore dei Tyrone, è malato di tubercolosi e alla fine del dramma si appresta ad entrare in sanatorio, cosa che accadde davvero allo stesso Eugene O’Neill nel 1912 e 1913, e che ne fa quindi un suo vero e proprio alter ego.

E’ curioso pensare che a partire dal secondo dopoguerra, la cultura italiana ha smesso quasi completamente di parlare dei lati oscuri della famiglia, che rimane ovviamente la base fondamentale della società, ma allo stesso tempo è anche il luogo di tragici eventi, come per esempio i femminicidi, che straziano il nostro Paese quasi quotidianamente. L’unica grande opera italiana che affronta le disfunzionalità della famiglia rimane l’immortale “Natale in casa Cupiello” del maestro Eduardo De Filippo, che però risale al 1931.

La Hepburn (che viene anche nominata agli Oscar come migliore attrice protagonista), Richardson, Robards e Stockwell ottengono al Festival di Cannes il premio come migliori interpreti.

“Le ricette della signora Toku” di Naomi Kawase

(Giappone/Francia/Germania, 2015)

Questo bellissimo e struggente film è tratto dal romanzo “Le ricette della signora Tokue” di Durian Sukegawa, pubblicato per la prima volta nel 2013.

Sentarô (Masatoshi Nagase) gestisce svogliatamente un piccolo chiosco di dorayaki – una sorta di pancake ripieni di marmellata ai fagioli rossi – nei pressi di un grande viale alberato al centro di una metropoli giapponese. La sua vita ruota intorno al chiosco, alla solitudine e all’alcol.

Una mattina di primavera, quando tutti i ciliegi del viale sono in fiore, un’anziana e strana attempata signora si avvicina al chiosco. Notando il cartello con cui Sentarô cerca un aiutante si offre dicendosi disponibile ad accettare anche la metà del salario offerto. Sentarô, vista l’età della donna, rifiuta categoricamente. Ma la signora Toku (Kirin Kiki) non si arrende, e qualche giorno dopo torna con un recipiente colmo della marmellata di fagioli rossi fatta da lei stessa. Appena l’anziana si allontana Sentarô getta il recipiente nella spazzatura ma poi, preso da uno strano senso di colpa, la riprende e l’assaggia rimanendone sublimato.

Così quando la signora Toku torna le offre il posto, non tanto come aiutante, ma come chef per preparare la marmellata. I clienti abituali, fra cui c’è l’adolescente Wakana (Kyara Uchida) si accorgono subito dell’incredibile bontà della nuova marmellata che rendono davvero speciali i dorayaki. Sentarô, infatti, prima dell’arrivo della Toku li farciva con dell’anonima marmellata industriale. In pochi giorni la notizia si sparge velocemente e davanti al chiosco si formano regolarmente lunghe file di clienti.

Wakana è sempre più affascinata e incuriosita dalla signora Toku che ha modi molti cortesi e al tempo stesso assai particolari. E soprattutto la giovane non riesce a fare a meno di osservare tutto il tempo le mani dell’anziana che hanno una grave e particolare malformazione.

La curiosità di Wakana la porterà a scoprire l’atroce e straziante “segreto” della signora Toku, che nonostante tutto sprizza gioia di vivere da tutti i pori. Ed è proprio l’immensa e incontenibile voglia di vivere che l’anziana insegnerà alla ragazza e, soprattutto, a Sentarô che ormai da anni getta via la sua vita.

Splendida pellicola intimista che ci racconta il dramma dei “diversi”, cui la vita spesso ha tolto molto, se non tutto, ma che non è riuscita a scalfire la capacità di apprezzare le cose belle, soprattutto le più piccole. E ci descrive come sono proprio gli stessi “diversi” e godere e riflettere la luce splendente della nostra esistenza, luce che troppo spesso i “normali” non vedono più.

Doloroso ma bellissimo. Da vedere.

“L’effetto acquatico” di Sólveig Anspach e Jean-Luc Gaget

(Francia/Islanda, 2016)

Samir (Samir Guesmi) è un gruista che vive e lavora a Montreuil, in Francia. In un bar assiste alla piazzata che una sconosciuta fa al suo accompagnatore mentre questo tentava di palparla e baciarla. L’uomo ne rimane così colpito che riesce a sapere il nome e dove lavora la donna: si chiama Agathe (Florence Loiret Caille) ed è istruttrice di nuoto presso una delle piscine del quartiere.

Samir decide allora di iscriversi ad un corso tenuto da lei fingendo di non saper nuotare. La cosa sembra funzionare e l’istruttrice inizia a ricambiare l’attrazione che prova Samir. Ma una sera, proprio davanti ad Agathe, Samir si butta in piscina per salvare una ragazza che vi è caduta evidentemente ubriaca.

Essere stata ingannata porta Agathe a troncare ogni rapporto con Samir lasciando il lavoro d’istruttrice presso la piscina. Quando Samir viene a conoscenza che lei parteciperà, in quanto rappresentate di Montreuil, al raduno mondiale degli istruttori di nuoto che si tiene a Reykjavík, parte senza indugio per l’Islanda facendosi passare anche lui per un istruttore di nuoto…

Originale e godibilissima commedia romantica, con un ottimo cast, all’insegna dell’acqua e del desiderio.

Purtroppo questa pellicola è anche l’ultima firmata dalla regista islandese Sólveig Anspach che ne ha scritto la sceneggiatura assieme al francese Jean-Luc Gaget. Infatti, la Anspach muore a causa di un male incurabile durante le riprese, ma appare comunque in un piccolo cameo. A finire il film è lo stesso Gaget. La drammatica sospensione delle riprese si può intuire nel film dal cambio repentino di pettinatura di Agathe.

“L’albero di Antonia” di Marleen Gorris

(Olanda/Belgio/Francia/UK, 1995)

Scritto e diretto da Marleen Gorris questo “L’albero di Antonia” è uno dei film più belli e significativi degli anni Novanta, e non solo.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Antonia (una bravissima Willeke van Ammelrooy), insieme alla giovane figlia Danielle (Els Dottermans), torna nella vecchia fattoria dei suoi genitori, da poco scomparsi, in una piccola località agricola dell’Olanda.

Il fatto di non essere sposata e, soprattutto, l’ostentare di non volerlo fare né di sentirsi in colpa per essere una ragazza madre, crea subito scandalo nel paese. Ma Antonia è superiore alla basse ipocrisie perbeniste, così porta avanti la sua esistenza e la sua fattoria che diventerà il fulcro sociale per tutte le persone deboli e vittime dell’arroganza dei prepotenti, così come di quelle che intendono vivere la propria vita in piena libertà morale.

Attraverso le vicissitudine di Antonia, di sua figlia Danielle, di sua nipote Thérèse e della sua piccola bisnipote Sarah (che rappresenta l’alter ego della stessa Gorris) ripercorriamo la seconda parte del Novecento, ma soprattutto il ruolo e lo spazio che la società ottusa e maschilista vorrebbe concedere alla donna. Ma Antonia, che rappresenta tutte le donne, sia quelle forti e solide come lei che quelle più deboli e fragili, non è d’accordo e nonostante le difficoltà, le ingiustizie e i soprusi, va dritta per la sua strada e per le sue convinzioni.

Insieme allo splendido affresco di Antonia e della sua progenie, la Gorris ci racconta degli uomini che interagiscono con lei, uomini per la maggior parte piccoli, violenti e miseri. Solo quelli che comprendono e amano Antonia così come lei desidera – come il fattore Boer Bas (Jan Decleir) che le passa la vita accanto sempre alla giusta distanza, amandola profondamente e da lei ricambiato – si salvano.

Una splendida riflessione sulle donne e sulla loro emancipazione, che ci raccontata lucidamente quanto questa arricchisca e impreziosisca anche la vita degli uomini.

Da vedere e da far vedere a scuola.

Questo bellissima pellicola vince, tra gli altri numerosi premi, l’Oscar come miglior film straniero.

“La vita agra” di Luciano Bianciardi

(Feltrinelli, 2013)

Scritto nell’inverno fra il 1961 e il 1962 e pubblicato alla fine dello stesso anno, questo romanzo è uno dei più rappresentativi del Novecento italiano.

Luciano Bianciardi (1922-1971) è stato uno dei più rilevanti veri e propri intellettuali a tutto campo del secolo scorso. Nato a Grosseto, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo essere diventato professore di inglese alle medie e poi di storia e di filosofia nel liceo che aveva frequentato da ragazzo, assume la direzione della Biblioteca Chelliana di Grosseto. L’edificio che la ospitava era stato gravemente bombardato e danneggiato da un’alluvione nel ’44, e così Bianciardi ideò il “Bibliobus”, un furgone che portava i libri nelle campagne della Maremma dove altrimenti, in quel periodo, non sarebbero mai arrivati. Inizia un forte impegno sociale politico e culturale, occupandosi anche di cineclub, conferenze e dibattiti a tutto campo sulla nostra società. Allaccia una stretta collaborazione con Carlo Cassola, assieme al quale esordisce come scrittore nel 1956 con “I minatori della Maremma”.

Il legame con la sua terra è molto forte così come l’attenzione per i più deboli e sfruttati, come i minatori che lavorano sulle Colline Metallifere grossetane. Il 4 maggio del 1954 a Ribolla – piccola località dove Bianciardi si recava spesso col suo Bibliobus – esplode il pozzo uccidendo 43 minatori. La tragedia segna profondamente tutto il territorio, anche perché si vocifera che la Montedison (titolare della concessione) intendeva da tempo chiudere quel pozzo ormai poco redditizio – tralasciando la manutenzione e la sicurezza – cercando un’ottima occasione per chiudere, cosa che avrebbe ridotto comunque alla fame tutti i lavoratori e le rispettive famiglie.

Per Bianciardi è un evento così rilevante che decide di lasciare Grosseto e trasferirsi a Milano, accettando di collaborare alla creazione della nuova casa editrice Feltrinelli (per la quale tradurrà, fra gli altri, London, Faulkner, Steinbeck e Miller) e dalla quale però nel 1956 verrà licenziato.

Infatti Bianciardi deplora e poco sopporta l’establishment culturale italiano e così si chiude sempre più in se stesso per leggere, scrivere e tradurre. Nel 1962 pubblica il suo romanzo più famoso “La vita agra” che, come una sorta di autobiografia, racconta la storia di Luciano addetto culturale in una filiale di una grande azienda multinazionale che possiede la concessione della miniera nei pressi del piccolo paesino toscano rurale dove è nato.

Per incuria, ma soprattutto perché la miniera non rende più, la multinazionale vorrebbe disfarsene il prima possibile, sfruttando al massimo il poco minerale rimasto e ovviamente anche i minatori. Cosa che, come fin troppo spesso accade, porta alla catastrofe. Una sacca di gas formatasi fra due tunnel con livelli differenti esplode causando il crollo della miniera e la morte di tutti i minatori presenti.

Luciano, sconvolto e devastato, si sente in dovere di reagire, e così parte per Milano, deciso a far saltare in aria la sede centrale della multinazionale, che lui chiama “il torracchione”. Ma a Milano Luciano verrà travolto da quello che di lì a breve apparirà nei libri di storia come il famigerato “Boom”. Anche se ha lasciato moglie e figlio piccolo al paese, Luciano intreccerà una profonda relazione con Maria, una compagna di battaglie e lotte sociali, con la quale andrà a vivere insieme. E, come il resto della nazione, non potrà evitare ogni giorno di fare i conti con le spese quotidiane, fra rate e cambiali per arrivare, tra una traduzione e l’altra, a fine mese.

Superbo e crudo affresco del Boom e della città che più lo ha rappresentato. Bianciardi ci racconta di un Paese che sacrifica senza remore la propria secolare anima rurale e contadina, vergognandosene quasi, per un futuro “moderno” ed “elettrodomesticizzato”. Un Paese che sembra così lontano ma che, riflettendoci bene, è tanto vicino a quello attuale.

Fra i numerosi brani indimenticabili spicca quello che descrive lo stupore e la solitudine che prova Luciano nel fare la spesa in un grande supermercato, lui che è stato sempre abituato ai piccoli negozi dove si ha il conto aperto e si conosce bene il proprietario. E poi l’autore ipotizza in maniera davvero irresistibile e satirica un futuro alternativo a quello dove il Paese è fagocitato dal Boom. Un futuro dove prende piede una sorta di “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio” che incredibilmente ricorda molto il pianeta utopico da cui proviene la protagonista nel delizioso “Il pianeta verde” di Coline Serrau.

Fino al 1993, anno in cui esce “Vita agra di un anarchico” di Pino Corrias, Luciano Biancardi è praticamente caduto vergognosamente nell’oblio della cultura italiana. Fra le cause principali ne spiccano due: la morte a soli 49 anni, da attribuire alla sua dipendenza dall’alcol e dal tabacco. Ma, soprattutto e come già ricordato, il suo totale disprezzo per l’establishment editoriale e culturale italiano, così come dei suoi “salotti” più importanti. Evidentemente dotti critici ed esperti hanno ritenuto di dover obliare l’opera e le opinioni di un grande intellettuale italiano libero, sempre contro – purtroppo anche verso se stesso… – i compromessi e le ipocrisie morali.

Da leggere per capire da dove veniamo e, soprattutto, dove andiamo.

Nel 1963 Carlo Lizzani gira l’adattamento cinematografico “La vita agra” con un grandissimo Ugo Tognazzi nei panni del protagonista e Giovanna Ralli in quelli di Anna. E sempre a proposito di cinema, non è un caso che nello stesso anno esca nelle nostre sale “Il sorpasso” di Dino Risi, altra memorabile e cruda metafora del Boom italico.

“Ridammi la mano” di Ernesto Anderle

(BeccoGiallo, 2019)

Fabrizio De André ci ha lasciato in eredità splendide e indimenticabili canzoni, i cui testi dovrebbero essere studiati regolarmente nelle nostre scuole.

Versi indimenticabili che ne fanno uno dei maggiori autori italiani del Novecento. Questo per non parlare della sua bellissima e calda voce, e delle sue musiche meravigliose.

Ernesto Anderle crea dei disegni, alcuni davvero molto belli – a volte didascalici a volte quasi astratti – come sfondo delle parole del grande cantautore, sia quelle delle sue canzoni che quelle di frasi o pensieri.

Questo “Ridammi la mano” è un modo originale per rituffarsi nel grande oceano dell’opera di De André, che vive fiera, potente e soprattutto tanto attuale anche senza – purtroppo e allo stesso tempo fortunatamente… – il suo immortale autore.

Caro Fabrizio De Andrè: quanto ci manchi!

“Later” di Stephen King

(Sperling & Kupfer, 2021)

Jamie Conklin è un bambino apparentemente normale che vive con sua madre Tia, un’agente letterario, a New York e frequenta con profitto le scuole elementari.

Ma Jamie Conklin possiede una strana e inquietante peculiarità: nelle ore o nei giorni che seguono la morte di una persona, lui può vederne il fantasma e parlarci, proprio come il protagonista del film “Il sesto senso”. Ma Jamie possiede un dono nel dono: i fantasmi dei morti non posso mentire ad una sua domanda diretta.

A parte il poter vedere e parlare con le persone come erano fisicamente nel momento in cui sono trapassate – che se si tratta di infarto è una cosa, ma se parliamo di un brutto incidente o una morte violenta è tutto un altro discorso… – Jamie imparerà che il suo dono può presentare lati oscuri e terribili, soprattutto se nella vita si incrociano veri e proprio mostri, fra i quali i più pericolosi e temibili non sono tanto quelli ultraterreni, ma quelli in carne ed ossa chiamati esseri umani.

Con atmosfere, soprattutto nella prima parte, che ricordano “Il cardellino” di Donna Tartt, il Re ci racconta la particolare e difficile infanzia di un ragazzo simile a molti, ma con un peso nella propria esistenza – e non mi riferisco solo al dono… – molto grande ed ingombrante da portare; nonché ci regala uno sguardo crudo e tagliente sul mondo dell’editoria americana.

Forse non fra i più terrificanti e clamorosi, ma sempre un gran bel libro del maestro Stephen King.

“Wonder” di Stephen Chbosky

(USA, 2017)

Nel 2012 esce “Wonder” il primo romanzo della scrittrice americana R.J. Palacio (il cui vero nome è Raquel Jamarillo), libro per ragazzi incentrato sul bullismo, soprattutto quello feroce e spietato contro le diversità.

L’esperienza della scrittrice è “diretta”, perché l’esigenza di scrivere il libro le nasce dopo una gita al parco coi figli. Mentre gioca col minore, nelle vicinanze giunge una bambina affetta da una grave malformazione facciale. Il primo istinto della futura scrittrice è quello di allontanarsi per paura che i suoi figli possano rimanere impressionati. La sua reazione ottusa e insensibile, e soprattutto il turbamento che questa le provoca nel profondo, portano la Palacio a scrivere “Wonder”, primo di una serie di sette libri.

Così entriamo nella vita di August “Auggie” Pullman (un bravissimo Jacob Tremblay) un bambino di dieci anni affetto dalla sindrome di Treacher Collins che, oltre a deformargli il cranio, lo ha costretto a ben 27 importanti interventi chirurgici per consentirgli di respirare e sentire.

Auggie, a causa della sua malattia e dei relativi lunghi ricoveri, non è mai andato a scuola e della sua istruzione se ne è sempre occupata la madre Isabel (un’altrettanto brava Julia Roberts). Ora però, secondo Isabel e nonostante i dubbi del padre Nate (Owen Wilson), è giunto il momento per Auggie di frequentare la prima media.

Isabel e Nate sanno però che il primo impatto con il mondo esterno potrebbe essere devastante. Ma senza provare che senso avrebbe per Auggie, così appassionato per lo studio e con una vera e propria propensione per le scienze, la vita passata sempre chiuso in una bolla di vetro?

Come è capitato a tutti noi – tranne ai bulli ovviamente… – Auggie dovrà scontrarsi col bullismo che per lui purtroppo sarà più violento, fatto di atteggiamenti subdoli e ipocriti, atroci prese in giro e insulti belli e buoni.

Come i libri della Palacio, il film ci racconta anche le drammatiche e dure esperienze delle persone che amano e vivono accanto ad Auggie, come sua sorella maggiore Olivia (Izabela Vidovic) che dal giorno della nascita del fratello minore ha sempre vissuto “in punta di piedi” per non creare ulteriori problemi ai suoi genitori. O quelle di Julian, facoltoso compagno di classe di Auggie che identifica in lui il “mostro” da schifare e insultare quotidianamente.

Ma parafrasando Auggie: “Ognuno di noi conduce una guerra contro il mondo, e per questo meriterebbe nella vita almeno una standing ovation”. E la disabilità, fra gli altri gravi problemi, rende questa guerra più evidente e dura.

Sceneggiato dallo stesso Chbosky – autore della discreta pellicola “Noi siamo infinito” – insieme a Steve Conrad e al bravissimo Jack Thorne (che la Rowling ha scelto per scrivere “Harry Potter e la maledizione dell’erede” e autore di script per ottimi film come: “Radioactive” della Satrapi, “Enola Holmes” di Bradbeer e “Il giardino segreto” di Munden) “Wonder” è davvero un inno alla vita struggente ed emozionante.

Da vedere e far vedere nelle scuole.