“La guerra dei Bepi” di Andrea Pennacchi

(People, 2020)

Andrea Pennacchi è approdato al teatro nel 1993 dove, oltre a recitare, è diventato anche autore di numerose opere. La sua carriera dalle tavole in legno del palcoscenico è arrivato davanti alle macchine da presa di cinema prima e televisione poi, dove fra le altre cose è ospite fisso di “Propaganda Live” di e con Diego Bianchi e Makkox, trasmissione nella quale interpreta i monologhi del leghista della prima ora, ma ormai deluso, “Er pojana”.

In questo volume Pennacchi ci racconta tre storie che si intrecciano con la storia del nostro Paese. Le prime due sono anche parte integrante della storia della sua famiglia visto che i protagonisti sono suo nonno nella prima e suo padre della seconda.

Il “primo” Bepi, il nonno di Pennacchi, in “Una feroce primavera” vive la sua personale Prima Guerra Mondiale mandato al fronte come carne da cannone e incredibilmente tornato a casa sano nel fisico ma devastato nell’anima.

In “Mio padre. Appunti sulla guerra civile” Pennacchi ci racconta invece la Seconda Guerra Mondiale vissuta da sua padre che a 17 anni sceglie il nome “Bepi” come partigiano – proprio in onore al padre – ma che viene arrestato dalle milizie fasciste e spedito nel campo di concentramento di Ebensee in Austria. Anche il secondo Bepi tornerà a casa, ma la sua esperienza sarà così terribile tanto che non ne riuscirà a parlarne col figlio, che per ricostruirla sarà costretto a cercare documenti fra l’Italia e l’Austria.

“Checkpoint Pasta. Il paradosso del cane” ci catapulta invece a Mogadiscio, in Somalia, il 2 luglio del 1993, dentro un autoblindo del contingente italiano che collabora all’operazione internazionale “Restore Hope”. In cinque atti riviviamo l’attacco subito dagli uomini delle nostre Forze Armate nei pressi del Checkpoint Pasta della città somala. E anche questa esperienza lascerà negli uomini del mezzo blindato segni incancellabili nel resto delle loro vite.

Non si ricorda mai abbastanza la ferocia e la crudeltà della guerra, visto che c’è ancora chi vuole alzare muri e fortificare i confini fra le nazioni. Senza la memoria non c’è futuro, o meglio, il futuro rimane in mano a pochi.

Duro e indimenticabile, soprattutto nei primi due racconti.

“Una pazza giornata di vacanza” di John Hughes

(USA, 1986)

John Hughes (1950-2009) è stato uno dei rappresentati di spicco del Brat Pack, il movimento culturale che comprende autori, registi e attori che hanno realizzato film di successo, soprattutto sugli adolescenti, negli anni Ottanta.

E’ infatti lui il regista e sceneggiatore di pellicole come “Breakfast Club” o “La donna esplosiva” che hanno raccontato in maniera originale e molto ironica la generazione che viveva la propria adolescenza negli edonistici Ottanta. Ma è stato anche l’autore di sceneggiature di film come “National Lampoon’s Vacation”, “Bella in rosa”, l’esilarante “Un biglietto in due” (che ha anche diretto), “Io e zio Buck”, e “Mamma ho perso l’aereo”, solo per citarne alcuni, diventando autore fra i più richiesti per il cinema dedicato alle famiglie.

Nel 1986 scrive e dirige “Una pazza giornata di vacanza” che – insieme a “Breakfast Club” con cui ne condivide l’ambiente scolastico – è forse uno dei manifesti adolescenziali più efficaci di quegli anni.

Ferris Bueller (un Matthew Broderick nella sua più iconica interpretazione del decennio) è uno studente apparentemente modello che tutta la cittadina, nei pressi di Chicago, nella quale vive stima e adora. Solo sua sorella minore Jeanie (Jennifer Grey, giusto prima che indossi i panni di Frances “Baby” Houseman in “Dirty Dancing – Balli proibiti”, altra grande icona cinematografica degli Ottanta) sa che è un gran bugiardo e manipolatore, capace di ingannare anche i propri genitori. Ferris non lo fa per cattiveria o lucro, ma solo per vivere la propria adolescenza al meglio e goderne ogni attimo insieme alla sua ragazza Sloane (Mia Sara).

Per questo, invece che la classica automobile, come premio per il suo alto rendimento scolastico ha chiesto un personal computer (il riferimento a “War Games – Giochi di guerra” del 1983, con lo stesso Broderick, naturalmente non è casuale) con il quale riesce, per esempio, a entrare nel database della sua scuola e modificare i proprio voti, alla faccia del Preside Roony (Jeffrey Jones altro attore cult del decennio) che qualche sospetto alla fine comincia ad averlo.

Ma Ferris ha piena fiducia nei propri mezzi e soprattutto nel proprio cervello, e così decide di passare un’intera giornata a Chicago, bigiando la scuola insieme a Mia e al suo migliore amico Cameron (Alan Ruck), ma…

Divertente pellicola che racchiude un’infinità di simboli e must degli anni Ottanta, solo per i quali merita di essere rivista. Così come la sua colonna sonora – elemento sempre molto curato da Hughes in tutti i suoi film – che racchiude l’anima della musica del periodo. E come “Breakfast Club” ci racconta il conflitto generazione fra genitori e figli, dove i primi però erano quei figli rabbiosi che contestavano aspramente i loro genitori negli anni Sessanta. Rispetto a quegli anni, negli Ottanta il conflitto è invece più edulcorato e sottile, ma proprio per questo bisognerebbe chiedersi quali danni ha provocato a lungo termine? …Ai posteri l’ardua sentenza.

Intanto rivediamoci questo film che ci dimostra come gli anni Ottanta siano ancora vivi e combattano accanto a noi!

Per la chicca: piccolo cameo per l’ancora sconosciuto Charlie Sheen, altro simbolo del cinema e della televisione dei decenni a seguire.

“La taverna di mezzanotte – Tokyo stories vol.2” di Yaro Abe

(BAO Publishing, 2020)

Eccoci di nuovo nella tavola calda più singolare del Giappone dove, attraverso i piatti preparati dal suo enigmatico chef, viviamo le storie intime e personali dei suoi avventori. Alcuni li conosciamo già dal primo volume – e di cui apprendiamo ulteriori segreti e dolori – altri invece sono nuovi.

Dopo “La taverna di mezzanotte – Tokyo stories” Yaro Abe torna col suo noto manga – mangaka – dedicato alla cucina e alla vera anima del Paese del Sol Levante.

A Shinjuku, quartiere assai popoloso di Tokyo, c’è un piccolo ristorante che apre da mezzanotte alla sette del mattino, tutti i giorni, il cui chef è tanto bravo quanto silenzioso. Oltre al menu fisso, il cuoco-proprietario è disponibile a cucinare qualsiasi piatto che i clienti desiderino, basta che abbiano portato gli ingredienti necessari.

Questo secondo volume, che in piena tradizione giapponese – come il primo – si legge da destra a sinistra, contiene nuove trenta ricette, alcune della classica tradizione nipponica e altre ispirate da piatti tipici di altre cucine e “giapponesizzate”.

Anche in questo secondo tomo – che si riallaccia temporalmente al primo – Abe ci racconta in maniera divertente romantica e a volte struggente, attraverso i suoi disegni e le sue didascalie, come le ricette preferite siano in realtà soprattutto dei ricordi legati a momenti indimenticabili, nel bene o nel male, della nostra esistenza.

Un modo davvero singolare e appassionante di entrare nell’anima e nella cultura giapponese.

E’ possibile vedere su Netflix la serie giapponese “Midnight Diner – Tokyo Stories” davvero …gustosa, come i libri da cui è tratta.

“Intrigo internazionale” di Alfred Hitchcock

(USA, 1959)

L’anno in cui all’Eliseo si insedia Charles de Gaulle come primo Presidente della V Repubblica Francese, e sulla RAI viene trasmesso il Primo Festival della Canzone del Bambino “La Zecchino d’Oro”, esce negli Stati Uniti “North by Northwest”, uno dei capolavori assoluti del maestro Alfred Hitchcock.

A partire dai titoli di testa, il film segna in maniera indelebile il cinema in generale, e quello d’azione nella specifico. Non è un caso quindi che i produttori di quella che diventerà una della saghe più longeve della storia del cinema, per il loro “007 Licenza di uccidere” volevano non solo Cary Grant come James Bond, ma soprattutto Hitchcock come regista.

Ma il genio inglese trapiantato a Hollywood rifiutò perché il progetto non lo stimolava, e soprattutto perché intento a preparare un’altra pietra miliare assoluta come “Psyco”. La sceneggiatura è firmata da Ernest Lehman – autore di script di pellicole come “Sabrina” di Billy Wilder, “West Side Story” e “Lassù qualcuno mi ama” di Robert Wise – che confeziona per il maestro del thriller un plot accattivante ma non particolarmente strutturato.

A farlo diventare un capolavoro è infatti il regista, che gira delle scene strepitose con delle immagini ancora oggi indimenticabili. E così dal classico – e molto caro a Hitchcock – scambio di persona arriviamo a scoprire un pericoloso e grave …intrigo internazionale. Ma i dialoghi hanno poco spazio rispetto alle immagini e alla superbe musiche firmate da Bernard Herrmann, musicista molto amato da Hitchcock e con cui collaborerà frequentemente, e autore di quelle di film come “Quarto potere” di Orson Welles, “Taxi driver” di Martin Scorsese, “Obsession – Complesso di colpa” di Brian De Palma, e di alcuni episodi delle prime stagioni di “Ai confini della realtà” di Rod Serling.

Ma non solo, proprio perché fra i preferiti di Hitchcock, Herrmann verrà chiamato anche da Truffaut per il quale firmerà la colonna sonora dei film “Fahrenheit 451” e “La sposa in nero”. E proprio nello splendido libro “Il cinema secondo Hitchcock” firmato dallo stesso Truffaut, che raccoglie una lunghissima intervista – durata alcuni decenni – al grande cineasta inglese fatta dall’indimenticabile cineasta francese, Hitchcock parla delle genesi di alcune scene di “North by Northwest”.

Come quella dell’agguato a Roger Thornhill/Cary Grant che in realtà all’inizio avrebbe dovuto consumarsi nel cuore della notte, in un luogo angusto e buio dei bassifondi della città. Ma Hitchcock in ogni fotogramma voleva sempre “alzare l’asticella” e così impose a Lehman di riscriverlo ambientandolo alla luce del sole e in un posto il più assolato e ampio possibile. O la scena finale in cui Thornhill/Grant tira sulla cuccetta superiore della scompartimento Eve Kendall, interpretata da Eva Marie Saint, che si chiude con il treno che entra in una galleria, allusione fin troppo esplicita di un rapporto sessuale.

Ogni fotogramma è infatti costruito in maniera impeccabile e al tempo stesso in perfetta simbiosi con quello che lo precede e con quello che lo segue. Se così de Gaulle e il Mago Zurlì oggi ci sembrano appartenere ad un passato abbastanza lontano questa pellicola, invece, continua a splendere nel firmamento dei grandi film della storia del cinema, tanto da essere continuamente imitata e citata.

Insomma, un vero e proprio capolavoro immortale.

Nel cast da ricordare anche James Mason nei panni del perfido Vandamm e Martin Landau in quelli del suo galoppino Leonard.

“Un giorno da cana” di Stefano Tartarotti e Christian Giove

(MS Edizioni, 2020)

Questo divertente fumetto-gioco vi catturerà dalla prima all’ultima vignetta, passando per la 142, poi per la 8, tornando alla 97 per poi andare alla 109, risalendo alla 23 per poi… insomma, per innumerevoli volte e passaggi.

Perché le avventure che vive Lucy, la “cana” protagonista di questo fumetto, sono sempre diverse e cambiano ogni volta che si compie una scelta per proseguire la lettura di vignetta in vignetta, o di paragrafo in paragrafo, come scrivono i due autori.

Tutto comincia a Piozzano, un piccolo comune sui colli piacentini, dove Lucy vive insieme al suo bipede che nella vita fa il disegnatore di fumetti, sempre impegnato con le scadenze dei suoi lavori, tanto da non poterla mai accompagnare nelle passeggiate quotidiane. 

Così Lucy esce da sola e sulla sua strada incontrerà numerosi animali reali o fantastici che aiuterà spesso a superare ostacoli apparentemente insormontabili grazie alla sua fantasia “canina”. Ma ogni volta, anche la stessa avventura, prenderà strade e paragrafi diversi in relazione alle scelte che farà il lettore.

Così incontrerà volpi invadenti, topi intenti a combattere fra loro una lunga faida, strani extraterrestri a forma di fungo, maiali fantasma, ecc.. 

Ma non solo, facendo attenzione a precisi particolari sistemati discretamente ad arte in alcuni paragrafi, e appuntandoseli, si risolveranno ulteriori giochi e rompicapi.

Davvero un gran bel fumetto italiano da gustare in ogni disegno. 

E’ un libro dedicato ai ragazzi, ma io mi sono divertito come un matto a leggerlo e a rivivere ogni volta in maniera diversa le avventure di Lucy. Questo significa, al di là della mia sanità mentale, che sono ancora tanto giovane dentro!

“Spirito allegro” di David Lean

(UK, 1945)

Il commediografo inglese Noël Coward (1899-1973), durante una vacanza sulle coste gallesi con la sua compagna Joyce Carey (attrice britannica che apparve in numerose riduzioni cinematografiche delle opere di Coward) scrive in pochi giorni la commedia “Blithe Spirit”, ispirato dalla lettura della poesia “Ad un’allodola” di Percy Bysshe Shelly.

Siamo nel 1940 e l’ombra oscura della Seconda Guerra Mondiale è già calata tragicamente sul nostro continente. Alla sua rappresentazione, avvenuta l’anno dopo, la critica britannica storce il naso, soprattutto perché Coward scherza in maniera pungente sulla morte.

Ma proprio perché all’orizzonte si prospettano anni terribili, colmi di perdite e privazioni, la gente vuole ridere e dissacrare la morte, troppo presente nella vita quotidiana, e il pubblico decreta un successo quasi senza precedenti per la commedia.

Lo stesso autore produce nel 1945 la sua riduzione cinematografica che fa dirigere al regista, che diventerà fra i più rappresentativi del cinema non solo britannico del Novecento, David Lean che ne scrive la sceneggiatura assieme a Ronald Neame e Anthony Havelock-Allan.

Charles Condomine (Rex Harrison) è uno scrittore di successo che vuole scrivere un nuovo libro per il quale intende ispirarsi a Madama Arcati (Margaret Rutherford) una strana e goffa veggente che vive nella località dove abita anche lui.

Per questo Condomine organizza una seduta spiritica assieme alla moglie Ruth (Constance Cummings) invitando il Dottor Bradman (Kay Hammond) e signora (Joyce Carey). I quattro a stento riescono a non ridere davanti ai gesti e alle frasi di Madame Arcati che però, alla fine, offesa se ne va. Ma qualcosa è successo però perché, appena congedati anche gli altri ospiti, Charles vede materializzarsi il fantasma di Elvira, la sua prima moglie, morta due anni prima.

Se Ruth all’inizio pensa che il marito le stia facendo uno scherzo, visto che lei invece Elvira non può vederla, alla fine comprende la verità, cosa che farà scatenare una “guerra” fra le due, caratterialmente opposte, per conquistare nuovamente Charles, che invece sembra godersi la situazione. Ma…

Deliziosa commedia incentrata sul classico triangolo amoroso, con toni e sfumature davvero insolite e originali, tanto da diventare un vero e proprio capostipite. Coward mette superbamente alla gogna gli aspetti più immaturi e capricciosi dei protagonisti, tanto che alla fine il personaggio più equilibrato e sobrio sembra essere proprio Madame Arcati.

Ma da grande autore quale era, Coward non stereotipizza le due figure femminile rendendole semplici macchiette, ma crea due diversi personaggi, ognuno dei quali possiede pregi e difetti peculiari. E’ Charles quello che davvero ne uscirà moralmente malconcio a causa soprattutto del suo egocentrismo, della sua supponenza e della sua alterigia, peccati per i quali alla fine pagherà il “prezzo” più alto…

Il film nel 1947 vince l’Oscar per i migliori effetti speciali, tutti fatti ovviamente a mano, o quasi.

Nello stesso anno Coward, Lean, Neame e Havelcock-Allan danno vita allo splendido e indimenticabile “Breve incontro“.

Purtroppo l’edizione originale italiana di questa pellicola non è disponibile e così al momento è reperibile solo la sua versione originale – che possiede comunque un fascino del tutto particolare – sottotitolata in italiano.

“Un affare di donne” di Claude Chabrol

(Francia, 1988)

Scritto dallo stesso Chabrol assieme a Colo Tavernier – moglie del cineasta Bertrand Tavernier – e liberamente ispirato sia al libro “Un affare di donne” dell’avvocato Francis Szpiner che alle vicende tragiche che portarono Marie-Louise Giraud ad essere una delle ultime donne ghigliottinate in Francia, questo bellissimo film del maestro francese ci parla di due temi già scottanti durante la Seconda Guerra Mondiale e ancora oggi, purtroppo, considerati tabù in troppi ambienti sociali o addirittura in intere nazioni: l’aborto e la pena di morte.

La guerra è entrata ormai nella sua fase più tragica, soprattutto per i francesi che sono alla mercé del regime collaborazionista di Vichy, guidato dal maresciallo Pétain. Marie Latuor (una bravissima Isabelle Huppert) è una giovane donna senza un’istruzione che deve occuparsi dei suoi due figli piccoli e col marito al fronte. Fin da bambina la sua più grande – e ingenua – aspirazione è quella di diventare una cantante, ma ora al massimo si può concedere un’oretta per ballare e cantare al bar sotto casa insieme alla sua amica Rachel.

Un pomeriggio sorprende la sua vicina Ginette intenta a farsi un bagno nella senape, sperando ingenuamente così di provocarsi un aborto, visto che suo marito sta per essere mandato in Germania a lavorare e lei rimarrà completamente sola. Per solidarietà l’aiuta con un vecchio e rude metodo a base di acqua saponata. Nel frattempo, grazie agli accordi tra la Francia di Pétain e il III Reich che prevedono lo scambio di prigionieri e soprattutto la cattura di tutti gli ebrei francesi e il loro immediato espatrio in Germania, suo marito Paul (Francois Cluzet) torna a casa. La sua amica Rachel, invece, proprio perché ebrea viene catturata e spedita in un campo di concentramento.

Il ritorno di Paul per Marie, però, significa solo una bocca in più da sfamare e un uomo depresso, che forse non ha mai amato, accanto tutto il giorno. Ma Ginette ha iniziato a spargere la voce e le donne in stato interessante che non vogliono portare avanti la loro gravidanza iniziano a bussare alla sua porta.

Casualmente, poco dopo, Marie incontra Lulu (Marie Trintignant) una prostituta alla quale inizia ad affittare una camera ad ore. Ma il Governo, lo stesso che manda quotidianamente bambini ebrei francesi nei campi di sterminio, reputa un alto tradimento contro il Paese uccidere un feto e così scaglia tutta la sua ira sulla donna per rinsaldare il suo potere – reazionario e ottusamente maschilista- in realtà già assai traballante. Maria Latour verrà ghigliottinata a Parigi il 30 luglio del 1943.

Splendida pellicola che ci disegna il ritratto di una donna prima di tutto vittima di se stessa, della società, della sua scarsa cultura ed educazione e della sua ingenuità. Ma soprattutto Marie è una vittima degli uomini, come molte donne della sua generazione. E’ una persona pratica ma al tempo stesso molto ingenua, per nulla abituata ad avere tutto il benessere che gli aborti e la stanza a ore improvvisamente le portano, visto che la sua vita fino a quel momento si è consumata nella più grigia miseria. E con i soldi, oltre a sfamare figli e marito, Marie ci si paga delle tanto desiderate lezioni di canto.

E vittime degli uomini sono anche le donne che si rivolgono clandestinamente a lei, donne che hanno da molto tempo il marito al fronte ma che sono rimaste incinte in un rapporto occasionale per amore o per sopravvivere. O donne come lo struggente caso di Jasmine che, seguendo i dettami della religione cattolica, in sette anni di matrimonio ha partorito sei figli e adesso ne aspetta un settimo, visto che il marito è disposto a vivere in nove in una stanza senza bagno, ma mai a rinunciare alla sua dose quotidiana di piacere.

Vittime, infine, sono anche i bambini: quelli non nati così come quelli nati o cresciuti durante la guerra, come i figli di Marie. Così, mentre i gendarmi la portano sulla ghigliottina, la voce fuori campo di suo figlio, ormai adulto, ci racconta di come venne crudelmente a sapere dell’esecuzione della madre attraverso gli insulti e le risa di alcuni suoi coetanei. Il film si chiude con la frase “Abbiate pietà per i figli dei condannati”.

Purtroppo sono passati oltre trent’anni dall’uscita nelle sale di questo film e quasi ottanta dall’esecuzione della Giraud, ma i temi dell’aborto e della pena di morte sono ancora spinosi in troppi angoli del nostro Pianeta. E Chabrol ci ricorda come, per molti ben pensati, l’aborto dovrebbe essere solo “un affare di donne” che però gli uomini hanno tutto il diritto di giudicare e condannare. Non è un caso quindi che questa pellicola abbia avuto molti problemi prima di arrivare negli Stati Uniti, dove il produttore francese è stato costretto a creare una società ad hoc per la sua proiezione nelle sale, non trovando alcun distributore americano disposto a farlo.

La Huppert vince giustamente la coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia per la sua splendida interpretazione.

Per la chicca: il personaggio del giovane e arrogante collaborazionista francese, esperto nel rastrellamento e nell’individuazione di ebrei fuggiaschi, interpretato da Nils Tavernier (figlio di Colo e Bertrand Tavernier) di cui Marie si invaghisce si chiama non a caso Lucien, come il protagonista del bellissimo “Cognome e nome: Lancombe Lucien” diretto da Louis Malle nel 1974 e ambientato sempre nella Francia di Pétain degli stessi anni.

Da vedere.

“L’ultimo atto” di John Wainwright

(Mondadori, 1979)

Pubblicato per la prima volta nel 1977 col titolo originale “The Day of Peppercorn Kill”, questo duro romanzo del maestro Wainwright ci parla di come il carcere può definitivamente distruggere un individuo invece che redimerlo.

Soprattutto poi se l’uomo ha commesso sì un atto grave, ma non il terribile reato di violenza carnale ai danni di una minorenne per il quale è stato condannato a diciannove anni di carcere, scontandone dodici, a causa di un poliziotto corrotto…

Wainwright, grazie alla sua esperienza ventennale come agente nello Yorkshire, conosce fin troppo bene le dinamiche che portano un uomo a tradire il proprio distintivo, i propri colleghi e soprattutto le persone che invece dovrebbe difendere e tutelare. Ma se c’è una “mela marcia” ci sono molti altri poliziotti che nonostante le difficoltà compiono con serietà e responsabilità il proprio dovere.

Ma, purtroppo, la persona vittima del sopruso difficilmente si riprenderà e potrà tornare alla propria precedente esistenza, dopo tanti anni di carcere e una vita personale distrutta. Così come nelle nostre, in quegli anni nelle carceri di Sua Maestà era quasi impossibile il riscatto di un detenuto.

Non a caso lo scrittore inglese fa ricordare al Sovrintendete Capo Lennox – capace alla fine di “risolvere” il caso – che i medici e i sociologi considerano al massimo quattro anni il tempo di detenzione nel quale un individuo riesce a conservare gran parte della propria personalità. Dopo di essi il detenuto sarà irrimediabilmente un’altra persona. E’ ovvio che ci sono delitti così atroci per i quali chi li commette deve essere senz’altro tenuto a distanza dalla società per il bene di tutti. Ma se parliamo di carcere come mezzo di redenzione …è tutto un altro discorso.

Reputo vergognoso per la nostra cultura che questo splendido romanzo noir – costruito su una lunga serie di flashback incrociati che ci inchiodano fino all’ultima tragica riga – sia ormai fuori catalogo da decenni nel nostro Paese. E che, come altri splendidi libri non solo di Wainwright, sia reperibile con molta fortuna soltanto nel mondo dell’usato.

Da leggere.

“Guns – Contro le armi” di Stephen King

(Marotta & Cafiero, 2020)

Il 14 dicembre del 2012 nei pressi della città di Newtown, nel Connecticut, il ventenne Adam Lanza, imbracciando armi automatiche, irrompe nella Sandy Hook Elementary School e uccide 27 persone, di cui 20 bambini fra i 6 e i 7 anni. Lanza si uccide prima che sul posto arrivino le forze dell’ordine.

Stephen King, sconvolto come tutto il resto del Paese, scrive questo saggio sull’uso e l’abuso delle armi negli Stati Uniti. Il grande autore americano, già ai tempi del liceo, aveva scritto un lungo racconto su un adolescente che decide di imbracciare un’arma e uccidere i compagni di scuola, racconto dal titolo italiano “Ossessione”. Vicenda che viene ripresa anche in un altro racconto agghiacciante di King: “L’allievo”, pubblicato nella strepitosa raccolta “Stagioni diverse”.

Ma “Ossessione” sembra anticipare in maniera inquietante le numerose stragi che ripetutamente si consumano nella scuole o nei centri commerciali degli Stati Uniti. E gli inquirenti ne trovano spesso una copia nelle case degli assassini. Così lo stesso King decide di ritirare definitivamente il suo libro, non perché sia fra le leve che portano adolescenti turbati a compiere terribili stragi di loro coetanei o addirittura di bambini, ma perché anche la semplice empatia che provoca il protagonista del racconto può convincere definitivamente qualche squilibrato o disadattato che la sua idea di vendetta contro il mondo possa essere considerata “giusta”.

E se un semplice libro può essere un appiglio per una mente malata o drammaticamente confusa, quanto può pesare la possibilità di acquistare armi automatiche o semiautomatiche in un supermercato, presentando semplicemente un documento d’identità?

Centinai di migliaia di vite, ovviamente.

Ma King chiarisce subito che non ha la minima intenzione di proporre l’abolizione del Secondo Emendamento della Costituzione americana che garantisce il possesso di armi. Lui stesso è proprietario di ben tre pistole. Lo scrittore invece si scaglia contro la vendita di fatto quasi incontrollata delle armi d’assalto, alla base di tutte le tragedie che si consumano nelle scuole americane, dove per entrare, alunni e insegnanti devono sempre e comunque passare per un metal detector.

La situazione degli USA è paragonabile, ci racconta lo scrittore, a quella dell’Australia di qualche anno prima, dove a causa della vendita indiscriminata di armi le morti violente erano a livelli vertiginosi. Il Governo australiano ha introdotto il controllo capillare della loro vendita e delle concessioni dei porto d’armi, cosa che in poco tempo ha fatto crollare il numero delle vittime e degli incidenti.

King accusa poi le grandi aziende belliche che imputano ogni strage alla “cultura della violenza” americana e che come soluzione vedono solo quella di armare ancora più persone. Ma le ricostruzioni di ogni strage palesano sempre più il fatto che se l’omicida avesse avuto un’arma normale e non una d’assalto le vittime sarebbero state notevolmente di meno.

Per noi che viviamo – fortunatamente! – in un Paese dove per avere un’arma da fuoco bisogna superare non pochi ostacoli burocratici, prove fisiche e soprattutto aspettare un bel lasso di tempo – cosa che tra l’altro auspicherebbe King anche negli USA – sembra incredibile parlare della differenza determinante fra armi automatiche, semi automatiche o da ricaricare.

Personalmente abolirei totalmente l’uso di armi da fuoco, soprattutto quelle ad uso privato perché, parafrasando il maestro Alfred Hitchcock: “…se un film appare una pistola, prima o poi quella pistola sparerà”. Motivo per il quale molti illuminati Vigili Urbani nel nostro Paese si rifiutano, giustamente, di portare in servizio un’arma da fuoco.

So bene che la mia è solo un’utopia irrealizzabile, perché i profitti delle fabbriche di armi incidono in maniera determinante nel PIL di molte nazioni, compresa la nostra.

Naturalmente la cultura della violenza si combatte anche, e forse soprattutto, con la cultura dalla C maiuscola e il maestro Stephen King – autore che ha venduto oltre 500 milioni di copie in tutto il mondo – ce lo dimostra anche pubblicando in Italia questo suo saggio presso una casa editrice a conduzione familiare di Scampia, in barba a dotti – e tanto invidiosi… – benpensanti.

“Rifkin’s Festival” di Woody Allen

(Spagna/USA/Italia, 2020)

Mort Rifkin (un bravissimo Wallace Shawn) è un ex insegnate di cinema di New York con la passione per gli autori europei. Sua moglie Sue (Gina Gershon) possiede un’agenzia di stampa che ha fra i suoi clienti il giovane regista francese Philippe (Louis Garrel) che presenta un film al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastiàn.

Mort decide di seguire la moglie perché sospetta che ci sia del tenero fra lei e lo stesso Philippe. Il viaggio in Spagna per Mort sarà catartico e attraverso i sogni che farà, tutti ispirati ai grandi autori che ha sempre amato, trarrà un bilancio della sua vita e soprattutto del suo modo di essere.

Coprodotto anche dal nostro Paese, questo film del maestro Woody Allen ci parla in maniera malinconica e crepuscolare del bilancio di una vita fatto da un uomo – ogni riferimento personale non è ovviamente casuale… – che nel cinema ha trovato il proprio modo di essere e di esprimersi.

Non è un caso quindi che nel ruolo di Mort Rifkin ci sia Shawn, attore fra i più apprezzati di Broadway – famose sono le sue interpretazioni nelle messe in scena soprattutto delle opere di Chekhov – e “rubato” da Hollywood – oltre a partecipare a numerose produzioni è sua, per esempio, la voce di Rex nella saga di “Toy Story” – che nel bellissimo “Manhattan” è al centro di una delle scene più esilaranti della cinematografia di Allen.

Forse non uno dei film più divertenti del genio newyorkese, ma gli omaggi onirici che fa a Fellini, Bergman, Bunùel, Antonioni e Truffaut sono davvero deliziosi. Da ricordare nel cast anche il bravissimo Christoph Waltz nei panni della Morte de “Il settimo sigillo” di Bergman, e Sergi Lòpez già interprete dello splendido “Il labirinto del fauno” del visionario Guillermo De Toro.