E’ uscito “Ciacco. L’ennesima involontaria inchiesta dell’ineffabile Di Tuccio”

In primo piano

La quarta inconsapevole inchiesta dell’addetto alla pulizie più intuitivo di sempre…

Una morte così banale da diventare sospetta.

Una storia così drammatica da sembrare irreale.

Un personaggio pubblico così famoso da essere quasi invisibile.

Uno sconosciuto così misterioso da essere disperatamente indecifrabile.

Perugia, ancora una volta, torna ed essere la scena di un mistero letale nel quale l’inconsapevole Di Tuccio, come sempre, ci scivola inesorabilmente dentro.

Questa volta, nei meandri dell’antica città etrusca, il curioso esploratore dell’animo umano Corrado Di Tuccio, dovrà confrontarsi con la violenta risacca che esplode quando l’onda del passato si scontra contro quella del presente. 

“L’istituto” di Stephen King

(Speling & Kupfer/Mondadori, 2019)

Maledetto di uno Stephen King che anche questa volta non mi hai fatto dormire per finire di leggere il tuo romanzo!

Fin da quando lessi la prima volta “La zona morta”, caro il mio Fedele Scrittore, per poi passare a ”L’ombra dello scorpione”, allo strepitoso “It”, al claustrofobico “Il gioco di Gerald” – e potrei continuare per molto… – mi hai inchiodato alle tue pagine fino all’ultimo rigo. E anche questa volta non mi hai deluso.

In questo angosciante libro ci porti in uno degli incubi di quasi tutti i ragazzini: essere rapiti e allontanati dai propri genitori. Così il dodicenne Luke Ellis, bambino intellettualmente superdotato, in una oscura notte viene rapito dalla sua casa a Minneapolis per risvegliarsi in una sorta di Istituto, perso nei boschi del Maine, dove insieme ad alcuni suoi coetanei viene sottoposto a numerosi e misteriosi esami medici, che sono anche delle vere e proprie torture fisiche e mentali.

Coloro i quali tentano di ribellarsi vengono violentemente picchiati, e per renderli il più possibile remissivi, viene elargito loro alcol e tabacco. Luke non riesce a comprendere come degli adulti possano torturare e picchiare dei bambini e poi la sera tornare a casa come se nulla fosse. Ma la storia, purtroppo, gli ricorda come gli essere umani riescano ad abituarsi a tutto, come quando nazisti e fascisti sterminavano ebrei, disabili, omosessuali o zingari per poi tornare a casa e cenare o giocare con i propri figli.

Ma soprattutto Luke scopre che il motivo per cui è stato rapito non è il suo incredibile intelletto, ma un’altra cosa, che lui ha sempre considerato secondaria. E così i suoi aguzzini a commettono l’errore di considerare secondaria la sua straordinaria intelligenza…

Il Re ci regala un grande e inquietante romanzo che come ritmo e ansia si allinea ai suoi scritti migliori.

E adesso che ho finito questo tuo romanzo, caro Stephen King, come mi addormento?

“Miyo – Un amore felino” di Jun’ichi Satō e Tomotaka Shibayama

(Giappone, 2020)

L’adolescenza non è mai semplice, soprattutto se si è figli unici ed i propri genitori si sono separati. Ma la giovane e solitaria Miyo affronta la sua vita sempre col sorriso sulle labbra, nonostante i drammi interiori che l’affliggono.

La sua vita sembra finalmente avere un senso quando una sera incontra un enorme e magico gatto che le offre una maschera da felino che potrà indossare a suo piacimento che le consentirà di diventare un piccolo felino. La sera stessa Miyo la prove e finisce casualmente fra le braccia di Hinode, un suo compagno di classe.

Hinode prende a ben volere la piccola gattina che battezza Tarō – in ricordo del suo cane ormai scomparso da anni – e alla quale confida tutti i suoi segreti e problemi. Conoscere intimamente Hinode porta Miyo ad innamorarsi di lui, ma diventa sempre più difficile per la ragazza conciliare la vita diurna da adolescente e quella notturna da gatto.

Fra la madre che l’ha abbandonata quando era ancora una bambina, e la nuova compagna del padre con la quale Miyo non riesce ad instaurare un vero rapporto, oltre ai soliti bulli a scuola, la vita felina sembra essere l’unica sostenibile. E così quando il grosso gatto le propone lo scambio definitivo fra la maschera da gatto e quella da umana, Miyo accetta. Ma tutto ha un costo, e spesso molto alto…

Delizioso anime all’insegna della grande tradizione nipponica che li vede fra i più efficaci mezzi per parlare dei travagli dell’adolescenza, soprattutto quelli delle ragazze. Scritto da Mari Okada, il film ci parla con garbo e delicatezza di una delle fasi più complicate della nostra vita.

E ovviamente, visto che è Giapponese, nel film non potevano mancare i gatti, così come nei deliziosi “I sospiri del mio cuore” e il suo spin-off “La ricompensa del gatto“.

“Picnic ad Hanging Rock” di Peter Weir

(Australia, 1975)

La scrittrice australiana Joan Lindsay (1896-1984) pubblica nel 1967 il suo romanzo più famoso “Il lungo pomeriggio della morte” che racconta la misteriosa scomparsa di tre studentesse e un’insegnante durante una gita ad Hanging Rock (singolare formazione vulcanica nei pressi della città di Melbourne) il giorno di San Valentino del 1900.

Su richiesta – alquanto saggia… – dell’editore, la Lindsay toglie dalla bozza finale il capitolo 18 in cui si dipana la scomparsa delle donne (pubblicato postumo nel 1987, su espresse disposizioni della stessa scrittrice). Così il romanzo esce “mozzato” del finale, insolito elemento che, assieme all’atmosfera di oppressione e angoscia che si respira in ogni pagina, ne decreta un certo successo. La Lindsay inventa di sana pianta la drammatica vicenda, e anche l’articolo di giornale che inserisce alla fine del suo libro è un falso.

Sono solo due i riferimenti ad eventi realmente accaduti: nel 1867 su Hanging Rock scomparvero tre ragazzini che non vennero mai più ritrovati (e ancora oggi è visibile il piccolo monumento, proprio nei pressi della montagna, che ricorda la tragica vicenda) e nel giorno di San Valentino del 1922 la scrittrice si sposò con Daryl Lindsay, dal quale poi prese il cognome.

Nel 1975 il promettente regista australiano Peter Weir decide di adattare per lo schermo il romanzo. Al centro del film c’è ovviamente Hanging Rock che con le sue pietre – che spesso sembrano volti arcigni – i suoi cunicoli e le sue grotte ci opprime e inquieta sin dai primi fotogrammi.

Il 14 febbraio del 1900 tutte le studentesse – tranne una… – dell’aristocratico Appleyard College non troppo distante da Melbourne, vanno in gita ad Hanging Rock. Dopo pranzo, mentre tutte le altre riposano alle falde della montagna, Miranda, Marion, Irma e Edith decidono di fare una piccola passeggiata sulla roccia.

Sempre più influenzate dal caldo e del bush australiano, le quattro si sdraiano e dormono in uno spiazzo fra i dirupi. Al loro risveglio Miranda, Marion e Irma iniziano a proseguire il cammino scomparendo dietro una roccia, mentre Edith, in stato di choc torna correndo dal gruppo.

A notte fonda la scolaresca torna al collegio dove l’attende una disperata Mrs. Appleyard (una bravissima Rachel Roberts) Preside e proprietaria dell’istituto. Tutte le ragazza sono sconvolte, così come l’insegnante Mlle. de Poitiers visto che, nonostante le ricerche, Miranda Marion e Irma sono scomparse nel nulla, così come l’altra accompagnatrice Miss. McCraw, insegnante di matematica.

La situazione diventa ancora più angosciante quando, otto giorni dopo, viene ritrovata fra i cunicoli di Hanging Rock Irma: viva ma priva di sensi…

Weir firma un’appassionante pellicola drammatica che ancora oggi ci inchioda davanti allo schermo fino alla fine. Il successo di questo film consacrerà il regista a livello internazionale aprendogli la porta a dirigere altri grandi film come “Gli anni spezzati”, “Un anno vissuto pericolosamente”, “Witness – Il testimone”, “L’attimo fuggente” o “Truman Show”.

Per la chicca: per decenni, nel nostro Paese, questo film è stato considerato erroneamente ispirato a fatti realmente accaduti. Questo perché, buona parte della critica italiota contemporanea alla sua uscita nelle nostre sale (1977) si è semplicemente limitata a vedere il film, senza approfondire.

Il dvd propone la versione in alta definizione rimasterizzata, con il doppiaggio originale fatto nel 1977. Nella sezione extra sono presenti le scene eliminate da Weir nella versione “Directors’ Cut”; il “Making Of” e il documentario “1900-A Recollection” con interviste a Weir e al cast artistico. C’è anche una sfiziosissima alla bravissima – e sfortunata – Rachel Roberts che parla del suo personaggio. E quando l’intervistatrice le chiede se solo un’attrice inglese avrebbe potuto interpretare il ruolo austero e severo di Mrs. Appleyard, lei piccata risponde: “Prima di tutto io non sono un’attrice inglese: io sono gallese!”.

“La costola di Adamo” di George Cukor

(USA, 1949)

Eccoci davanti ad uno dei film più importanti del Novecento. Si tratta di una delle più classiche sophisticated comedy di Hollywood, ma non solo. E’ al tempo stesso anche uno dei capostipiti del genere “court room drama”, ma soprattutto è uno dei primi grandi film incentrati sulle differenze sociali fra uomo e donna.

Differenze che non sono quelle solite stereotipate, dove fin troppo spesso l’uomo “ha sempre ragione”. Ma sono quelle fra i diritti e i doveri legali e sociali dei due sessi, che vedono da secoli soccombere sempre la donna.

In un’afosa giornata newyorkese seguiamo l’impacciata Doris Attinger (una deliziosa Judy Holliday) seguire furtivamente suo marito Warren Attinger (Tom Ewell) mentre esce dall’ufficio per recarsi nell’appartamento della sua amante. Lì Doris lo raggiunge e gli spara contro alcuni colpi di rivoltella.

L’evento – che, fortunatamente, grazie alla scarsa mira della signora Attinger ha lasciato solo ferito il signor Attinger – attira l’attenzione di tutto il Paese. Il caso viene affidato al capace vice procuratore Adamo Bonner, (un bravissimo Spencer Tracy) che già si sente in tasca la condanna della Attinger.

Proprio a causa delle discussioni casalinghe sul caso avute col marito Adamo, Amanda Bonner (una splendida e volitiva Katherine Hepburn) decide di accettare la difesa della Attinger. Così, con l’apertura del processo, si inaugura anche uno scontro epico e senza esclusione di colpi fra i due coniugi che va ben oltre il tentato omicidio del signor Attinger, visto che Amanda è decisa a dimostrare in aula tutta l’oppressione sociale, fatta di pregiudizi e subdolo maschilismo, che opprime le donne.

Ma attenzione: Adam Bonner non è certo il classico maschilista ottuso. Il vice procuratore, infatti, è un uomo che ama, rispetta e conosce molto bene le donne…

Strepitosa pellicola firmata da uno dei maestri indiscussi di Hollywood e interpretata da un cast davvero stratosferico. Oltre alla immortale coppia Tracy-Hepburn, il film ospita le deliziose interpretazioni della grande Judy Holliday (doppiata superbamente nella nostra versione da Rina morelli) e di Tom Ewell, che verrà definitivamente consacrato a star della commedia qualche anno dopo interpretando “Quando la moglie è in vacanza” del maestro Billy Wilder.

Scritto dalla coppia di drammaturghi e sceneggiatori Garson Kanin e Ruth Gordon (che conobbe il successo anche come attrice, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta in film come “Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York“ di Roman Polanski o “Harold e Moude” di Hal Ashby) che si ispirarono ad un fatto di cronaca davvero accaduto in quegli anni i cui protagonisti furono due avvocati che divorziarono per poi sposarsi coi rispettivi clienti, “La costola di Adamo” è un film incredibilmente attuale. Da ricordare anche la splendida canzone “Amanda”, che il vicino di casa compositore dedica alla protagonista, firmata da Cole Porter.

Il Italia il film venne distribuito solo nel gennaio del 1951. E se pensiamo che il voto alle donne venne concesso nel nostro Paese solo cinque anni prima, alla sua uscita più che una commedia, molte persone lo avranno scambiato sicuramente per un film di …fantascienza.

“I diabolici” di Henri-Georges Clouzot

(Francia, 1955)

Nel 1952 esce il romanzo noir “I diabolici” firmato dai francesi Pierre Boileau e Thomas Narcejac. E’ un romanzo cupo e duro, incentrato sull’omicidio di Marielle da parte del marito Fernand e della sua amante Lucienne, commesso per riscuotere l’assicurazione sulla vita della donna e fuggire insieme.

E’ Vera Clouzot a leggere per prima il romanzo e a consigliarlo al marito Henri-Georges, che lo termina in una sola notte e la mattina si presenta presso la casa editrice per acquistare i diritti cinematografici dell’opera. Alcuni fonti affermano che anticipò solo di poche ore il maestro Alfred Hitchcock, che comunque qualche anno dopo acquistò i diritti cinematografici del racconto “D’Entre Les Morts”, sempre firmato dai due scrittori transalpini, e da cui creerà la sceneggiatura di uno dei suoi capolavori assoluti come “La donna che visse due volte”.

Ma torniamo a Clouzot, insieme al fratello – che usa lo pseudonimo di Jerome Geronimi – impiega 18 mesi per scrivere la sceneggiatura, cambiando molte cose rispetto al romanzo. Raccontando sempre l’epilogo tragico di un triangolo amoroso, cambia però la vittima ed i carnefici; e poi ambienta l’azione in un collegio privato (cosa che ispirerà negli anni successi molti noir e film horror come “Suspiria” di Dario Argento, solo per dirne uno).

Le cronache dell’epoca motivano questi cambiamenti voluti dal regista soprattutto per creare un ruolo ad hoc per sua moglie Vera, che molti giudicano senz’altro affascinante e fotogenica, ma con corde recitative abbastanza limitate. E per questo, riportano sempre le cronache, il regista le vuole accanto una grande attrice come Simone Signoret, che grazie a questa interpretazione in cui indossa spesso degli spigolosi occhiali da sole neri, diventa una delle più riuscite incarnazioni di dark lady della storia del cinema.

Christina (Vera Clouzot) e Michel Dellasalle (Paul Meurisse) sono i presidi e i proprietari di un collegio privato alla periferia di Parigi. Nonostante l’istituto sia stato creato e mantenuto con il patrimonio personale di Christina, Michel non le lesina maltrattamenti e tradimenti alla luce del sole, l’ultimo dei quali con la giovane e avvenente professoressa Nicole Horner (la Signoret). La spregevole arroganza dell’uomo porta le due donne incredibilmente a diventare amiche, fino a decidere di organizzarne l’omicidio pur di liberarsene. Ma…

Capolavoro indiscusso del cinema noir e capostipite del thriller-horror di cui, non a caso, Dario argento è stato maestro. Memorabile non solo la scena finale: ma tutte le ultime tre…

Da ricordare anche la scritta prima dei titoli di coda che invita gli spettatori a non essere “diabolici” coi loro amici raccontandogli l’epilogo del film. Il film segna anche il debutto cinematografico del grande Michel Serrault nei panni di uno dei docenti del collegio. Charles Vanel, uno degli attori preferiti da Clouzot, veste i panni di un “distratto” commissario di Polizia in pensione.

Il dvd contiene una splendida versione restaurata in HD col doppiaggio originale fatto quando la pellicola uscì nelle nostre sale con la grande Andreina Pagnani che dona la sua sensuale e calda voce alla Signoret. Nella sezione extra è presente il delizioso trailer originale del film in francese, e una galleria di immagini del film.

“Un tram che si chiama desiderio” di Elia Kazan

(USA, 1951)

Quattro anni dopo aver diretto a Broadway la prima messa in scena di “Un tram che si chiama desiderio” (che anche grazie a lui diventerà l’opera più famosa di Tennesse Williams), viene affidata allo stesso Elia Kazan la regia del suo primo adattamento cinematografico.

Il successo clamoroso al teatro convince la produzione a prendere in blocco il cast, tranne per il ruolo della protagonista Blanche DuBois. A Jessica Tandy – che l’aveva incarnata sulle assi del palcoscenico di Broadway – viene preferita infatti la star Vivien Leigh – già famosissima protagonista di “Via col vento” – che nel 1949 l’aveva impersonata splendidamente all’Aldwych Theatre di Londra, sotto la regia del marito Laurence Olivier.

Kazan, che conosce bene l’opera teatrale ma che è anche un maestro dietro la macchina da presa, realizza un vero e proprio capolavoro cinematografico che mantiene ogni tragica essenza della pièce originale. L’adattamento viene scritto da Oscar Saul, ma la mano di Kazan si vede chiaramente in ogni fotogramma. Ancora oggi il film conserva tutta la sua potenza narrativa, raccontandoci la drammatica discesa agli inferi di una donna vittima di se stessa e soprattutto vittima degli uomini e dei loro più famelici desideri.

L’impatto sull’immaginario collettivo è clamoroso, e Marlon Brando si ritrova ad essere uno degli uomini più famosi e desiderati del pianeta. Il successo del film, tanto per fare un esempio, lancia definitivamente l’uso – soprattutto negli USA – della t-shirt (allora indumento quasi esclusivo delle Forze Armate) che sostituisce di fatto la classica canottiera. Le cronache del tempo ci raccontano dei continui lavaggi che Kazan faceva fare alle magliette che poi avrebbe indossato lo stesso Brando per renderle sempre più aderenti.     

La pellicola fa incetta di premi in tutto il mondo. Candidata a 12 Oscar ne vince 4: la Leigh come miglior attrice protagonista (che si aggiudica anche la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia, dove viene assegnato a Kazan il Gran Premio della Giuria), Karl Malden come miglior attore non protagonista e Kim Hunter come miglior attrice non protagonista (che si aggiudica anche il Golden Globe). La quarta il film la vince come miglior scenografia.

Incredibilmente così Brando, candidato come migliore attore protagonista, non la vince: gli viene preferito Humprey Bogart per “La regina d’Africa” di John Huston. Se è indubbia la grande prova d’attore di Bogart nel capolavoro di Huston, è inaccettabile la sconfitta di Brando. Perché sono passati quasi settant’anni dalla realizzazione del film e ancora oggi si studia la sua interpretazione di Stanley Kowalski che di fatto ha cambiato per sempre il modo di recitare, sublimando prima a Broadway e poi a Hollywood il metodo Stanislavskij; tecnica alla base dell’Actor’s Studio (tra i cui fondatori c’era lo stesso Kazan) di cui lo stesso Brando fu allievo. Evidentemente l’attore scontò la brutale e sanguigna carnalità del suo personaggio, troppo vero e sessuato per essere premiato nella società americana tanto perbenista di allora, assieme al suo storico e personale anticonformismo.  

Il dvd contiene la preziosa versione in italiano fatta quando il film uscì nelle nostre sale. A doppiare superbamente i due protagonisti sono Lydia Simoneschi (che già aveva donato la voce alla Leigh in “Via col vento”) e Stefano Sibaldi. Se rimane storica la sua prestazione (tanto che Luciano Ligabue la usa per aprire il suo storico brano “Marlon Brando è sempre lui” mentre chiama disperato “…Stella! …Stella!”) è vero anche che Sibaldi non presterà mai più la voce a Brando, poi doppiato soprattutto dai grandi Giuseppe Rinaldi ed Emilio Cigoli.

Questo, probabilmente, perché il tono della voce di Sibaldi sembra più adatto alla commedia che al dramma, non essendo particolarmente basso e carnoso. Ma se si ascolta la versione originale del film ci si accorge che in realtà la voce di Brando possiede un tono molto più simile a quello di Sibaldi, rispetto a quelli di Rinaldi o Cigoli, molto più profondi. A dimostrazione di ciò, quando qualche anno dopo uscì nelle nostre sale il film “Bulli e pupe” di Joseph L. Mankiewicz, in cui Brando canta – e il nostro distributore decise di non doppiare le parti cantate – non a caso molte delle fan nostrane dell’attore rimasero …un pizzichino deluse.

Nella sezione extra è presente il commento originale del film fatto da Karl Malden, e dai critici Rudy Behlmer e Jeff Young. Sono inseriti anche due trailer originali: quello del film e quello de “La valle dell’Eden” diretto da Kazan nel 1955.

“Un bidone di guai” di Donald E. Westlake

(Mondadori, 2013)

Donald Edwin Edmund Westlake (1933-2008) è stato uno dei pilastri del romanzo giallo/noir americano. I protagonisti dei suoi libri sono spesso duri e implacabili. Ma viene ricordato anche come il primo grande autore ad aver inserito nelle sue trame e nei dialoghi dei suoi personaggi una marcata e spesso deliziosa ironia, tanto quasi da fondare un nuovo genere. E ancora oggi colpisce la modernità e l’irriverenza del suo stile.

Questo suo “Un bidone di guai” (“God Save the Mark” in originale) viene pubblicato la prima volta nel 1967. Il protagonista è Fred Fitch – che ci racconta tutto in prima persona… – è la classica vittima ideale di tutti i “bidonisti” di New York.

Non c’è piccola truffa della quale Fitch sia stato vittima, cosa che manda su tutte le furie il suo più caro amico Jack Reilly, un agente di Polizia, membro della Squadra B anti-truffe. Le cose prendono una piega inaspettata quando Fitch eredita in maniera del tutto inaspettata quasi quattrocentomila dollari da Matthew Grierson, un suo lontano zio mai conosciuto di persona. Visto poi che Grierson è stato ucciso…

Delizioso romanzo giallo, godibile fino all’ultima pagina dove ci arriviamo sorridendo, dopo aver vissuto un colpo di scena dietro l’altro.

Westlake è anche l’autore del romanzo “Anonima carogne” del 1962 del quale John Boorman realizza nel 1966 l’adattamento cinematografico “Senza un attimo di tregua“.

“Le Chat – L’implacabile uomo di Saint Germain” di Pierre Garnier-Deferre

(Francia/Italia, 1971)

Quattro anni dopo l’uscita del libro “Il gatto” di Georges Simenon, il cineasta Pierre Granier-Deferre realizza il suo adattamento cinematografico. La sceneggiatura la scrive insieme a Pascal Jardin, e non sono pochi i cambiamenti che i due decidono di fare rispetto alla trama del romanzo.

A partire dai nomi dei due protagonisti che non sono più Emile e Marguerite, ma Julien Buoin (un grande Jean Gabin) e Clémence (un’altrettanto grandissima Simone Signoret). Sono una coppia non più in seconde nozze (come nel romazo), ma in prime. Julien è un tipografo in pensione, mentre Clémence un artista di circo rimasta claudicante a causa di una caduta durante uno spettacolo.

I due non si parlano più, da quando Marguarite ha ucciso il gatto del marito. Anche se condividono la vecchia casa in affitto che abitano dal giorno delle loro nozze, comunicano solo attraverso dei sintetici e taglienti bigliettini.

Il quartiere dove abitano è diventato un cantiere a cielo aperto, dove numerose imprese edili stanno costruendo enormi palazzi “dormitorio” per la nuova Parigi. Ma su tutto, come nel libro del maestro Simeon, aleggia l’ombra della morte…

Gabin, dopo le pellicole dedicate al commissario Maigret, torna a vestire i panni di un personaggio creato dallo scrittore belga. E, come sempre, lo fa da grande attore. Lo stesso si può dire della Signoret che incarna in maniera sublime una donna ormai “sfiorita” che non riesce a più a comprendere il suo compagno di vita.

Un film triste, duro e nostalgico che vale la pena di vedere anche solo per i suoi due grandi protagonisti.

“Un polpo alla gola” di Zerocalcare

(Bao Edizioni, 2012)

Tutti, nella nostra infanzia, abbiamo subito o vissuto un trauma (piccolo o grande che possa essere stato) che per “sopravvivere” abbiamo cercato di nascondere il più profondamente possibile all’interno della nostra anima.

E così Zerocalcare ci racconta il suo, accadutogli ai tempi della scuola dell’obbligo, e le cui conseguenze lo hanno accompagnato fino alle soglie della maturità. Maturità che ovviamente per molti non arriva mai…

Lo sappiamo bene (visto che lo siamo stati tutti) che i bambini possono essere assai crudeli e spietati, ed è così che molto spesso nascono i traumi della nostra infanzia. E’ per salvarsi da uno di questi che il piccolo Zerocalcare, suo malgrado, diventa uno strumento del destino cinico e baro che scaglia tutti i suoi implacabili dardi contro una sua compagna di classe…

Deliziosa storia a fumetti con un finale a sorpresa, che ci parla di come sono state faticose, difficili e soprattutto “pericolose” le nostre infanzie e le nostre adolescenze.

Zerocalcare è sempre lui!

“Alice e il sindaco” di Nicolas Pariser

(Francia/Belgio, 2020)

Paul Théraneau (un bravissimo, come sempre, Fabrice Luchini) è il sindaco di Lione, una delle città più importanti della Francia, ovviamente dopo la capitale. Théraneau ha una lunga carriera politica nello storico Partito Socialista francese, dove grazie alla sua esperienza e alle sue proposte politiche e sociali ha un ruolo nazionale sempre più rilevante.

Ha solo un grande problema: da circa vent’anni non riesce più a pensare, o meglio ad avere nuove idee. Così, dopo aver provato vanamente con la terapia psicoanalitica, il sindaco chiede aiuto alla Filosofia. Viene chiamata a Lione la giovane studiosa e ricercatrice di Filosofia presso l’ateneo di Oxford Alice Heimann (Anaïs Demoustier).

La Heimann è completamente avulsa al mondo politico e l’adattamento alla realtà del Gabinetto del Sindaco non è facile. Ma i suoi spunti filosofici iniziano a far ripartire le meningi – e soprattuto l’anima – di Théraneau, che trova nuova linfa vitale. Così, quando le inaspettate contingenze politiche del suo partito lo portano ad essere uno dei principali candidati socialisti alle elezioni presidenziali, vuole Alice al suo fianco…

Amarissima commedia sociale e politica, che ci parla in maniera limpida e cruda della grave crisi politica che negli ultimi vent’anni ha investito la sinistra europea, e non solo (l’incapacità di Théraneau di avere idee, nonostante la sua totale dedizione alla politica nel senso più alto del termine è fin troppo un’efficace e lampante metafora) compresa anche quella del nostro Paese.

Scritto dallo stesso Pariser, il film è stato premiato Cannes e ai Cesar, dove la Demoustier è stata giudicata come migliore attrice dell’anno.