“Pinocchio” di Matteo Garrone

(Italia/Francia/Inghilterra, 2019)

Uno dei nostri migliori – e più internazionali – attuali registi porta sullo schermo, dopo la Divina Commedia, forse l’opera letteraria italiana più famosa al mondo. Così famosa da diventare molto difficile da adattare sia per il cinema che per il teatro.

Fra le numerose trasposizioni poco riuscite, oltre a quella di Benigni, c’è anche quella fatta da Walt Disney nel 1940 che, rimanendo una vera e propria opera d’arte a livello di disegni, come sceneggiatura presenta numerose lacune.

Il primo regista che riesce a portare sullo schermo – si tratta però di quello piccolo… – l’opera di Carlo Lorenzini alias Carlo Collodi, rimanendo fedele al testo e centrando l’anima della storia è stato Luigi Comencini che nel 1972 realizza lo splendido sceneggiato televisivo “Le avventure di Pinocchio”.

E proprio alle atmosfere create da Comencini si ispira quest’opera di Garrone, scritta assieme a Massimo Ceccherini. Il volto di Geppetto è quello di Roberto Benigni che da vero uomo dello spettacolo – è giusto riconoscerlo – accetta una sfida assai insidiosa dopo il flop del suo di “Pinocchio”. Ma Benigni ci regala un Geppetto molto fedele al libro, davvero da attore maturo.

Il volto di Pinocchio è quello del giovane Federico Ielapi, davvero molto bravo e truccato superbamente da burattino. Completano il cast un grande Gigi Proietti nei panni di Mangiafuoco, Rocco Papaleo e lo stesso Ceccherini in quelli del Gatto e della Volpe, e Marine Vacth in quello della Fata Turchina adulta. Da ricordare anche l’interpretazione del bravo Teco Celio nei panni del Giudice Gorilla.

Con una bellissima fotografia diretta da Nicolaj Brüel, Garrone ci racconta magistralmente una storia che conosciamo bene ma che non ci stanchiamo mai di rivivere.

Garrone – come dopo “Il racconto dei racconti”, sempre tratto da una grande e storica opera letteraria italiana – ci porta belle notizie per il nostro cinema.

“La città perduta” di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro

(Francia/Spagna/Germania, 1994)

La coppia Jeunet & Caro ha segnato visivamente il cinema francese degli anni Novanta che vede nel film “Delicatessen” del 1991 il loro più grande successo al botteghino.

Grazie proprio a tali incassi i due cineasti scrivono e dirigono questo ambizioso “La città perduta” – il cui titoli originale è invece “La città dei bambini perduti” – che grazie ad una coproduzione internazionale esce nelle sale nel 1994.

In una città del nord che si affaccia su un mare scuro e sporco, vive un gruppo di orfani comandati crudelmente da Octpus, una coppia di anziane gemelle siamesi, che li sfrutta costringendoli a piccoli furti, proprio come accade in “Oliver Twist” del maestro Dickens.

In città arriva un gruppo di artisti girovaghi composto dall’uomo forzuto One (Ron Perlman, attore feticcio di Guillermo Del Toro che poi gli farà impersonare Hellboy), il piccolo Dunrée che passa con il piattino delle offerte e un ex acrobata (Ticky Holgado) che fa da presentatore.

Dopo uno spettacolo, mentre i bambini di Octopus ripuliscono i pochi spettatori, l’ex acrobata accortosi dei furti viene pugnalato a morte da Peeler (Rufus) incaricato della “protezione” dei piccoli ladri.

One e Dunrée, senza più una guida, tornano disperati nel loro camion casa, dove però il bambino viene rapito dalla setta dei Ciclopi, comandata da Gabriel Marie (Serge Merlin). I Ciclopi sono un gruppo di uomini che hanno perso l’uso della vista e fornisco bambini a Krank, un clone che invecchiando rapidamente non riesce più a sognare. E così usa i sogni dei bambini per ringiovanire. E’ coadiuvato da alcuni fratelli cloni (Dominique Pinon) che in cambio dei piccoli, fornisce alla setta occhi artificiali.

Con l’aiuto della piccola Miette (Judith Vittet) capobanda del gruppo di Octopus, One cercherà di ritrovare il piccolo Dunrée…

Già da questa breve sinossi si capisce che la sceneggiatura del film è troppo complicata e contorta (e non ho parlato di Irwin, un cervello parlante che in originale è doppiato da Jean-Louis Trintignat e nella nostra versione dal grande Oreste Lionello), cosa che di fatto ha decretato il flop del film ai botteghini francesi, e forse anche la separazione artistica dei due registi, che dopo questa pellicola non hanno più lavorato assieme.  

Nonostante ciò “La città perduta” merita di essere visto (in Italia non è uscito al cinema, ma solo in dvd) perché possiede una potenza visionaria molto particolare. Fra la regia e le scenografia – curate anche dallo stesso Caro – viviamo sensazioni profonde, repentine e alcune volte persino indimenticabili. Non a caso molte sequenze, negli anni successivi, sono state più volte copiate o citate, anche in spot pubblicitari e video musicali, e dal film è stato creato un videogioco.

E poi, per i più romantici, c’è quasi tutto il cast (tranne Audrey Tautou e Matthieu Kassovitz) del capolavoro “Il favoloso mondo di Amélie” che Jeunet dirigerà qualche anno dopo.

Nel dvd è presente una corposa sezione degli extra con le filmografie/biografie dei registi e di Perlman, uno sfizioso “Dietro le quinte” con immagini esclusive dal set, il “Making of” con interviste ai registi e ad alcuni attori, un’intervista a J.P. Gaultier che cura i costumi, un commento audio dello stesso Jeunet, il trailer e il teaser cinematografici.  

“Tolo Tolo” di Checco Zalone

(Italia, 2020)

Checco Zalone, al secolo Luca Medici, dopo quattro film (diretti da Gennaro Nunziante) come protagonista e autore della sceneggiatura passa anche dietro la macchina da presa, e ci racconta una delle tragedie del nostro tempo: l’immigrazione clandenstina dal continente africano verso l’Europa.

Ma soprattutto Zalone – che ha scritto la sceneggiatura insieme a Paolo Virzì – ci narra le miserie di noi europei, e in particolare di noi italiani, che non sopportiamo più le continue “invasioni” dal mare.

Senza pietà per nessuno Luca Medici descrive come il nostro popolo, che certo economicamente non se la passa poi così bene – e anche se è abbastanza semplice individuare i responsabili, questo non è l’ambito giusto per citarli… – così preoccupato di sbarcare il lunario diventa facile preda di rigurciti fascitoidi e razzisti che lo portano ad individuare nell’uomo “nero” (tradizionalmente poi sessualmente più dotato…) il responsabile di tutto.

Così – per la felicità di pochi scaltri – non si accorge che a succhiargli il sangue è lo stesso uomo “bianco” che sfrutta anche i poveri immigrati che cercano solo una vita il più possibile dignitosa.

Con varie esileranti battute e gag alla Zalone – alcune davvero taglienti e senza sconti – “Tolo Tolo” ci gira a forza la faccia verso una tragedia devastante che si continua a consumare alle nostre porte, e che avrà conseguenze per molti decenni, ma che molti vogliono colpevolmente considerare su un’altra galassia.

E allora, dopo la sequenza finale con tanto di cartoni animati, non possiamo che parafrasare Dalla e De Gregori (quest’ultimo presente nella colonorra sonora del film con la sua “Viva l’Italia”) sussurrando: “…E piangendo ci viene da ridere…“.

“Fidanzati dell’inverno” di Christelle Dabos

(Edizioni e/o, 2018)

Non si può negare che Christelle Dabos abbia uno stile accattivante e avvincente, e che col suo libro crei un mondo fantastico e originale. Cosa non facile, soprattutto dopo la pubblicazione della saga di Harry Potter. Così i suoi libri sono diventati un caso letterario in Francia, già all’uscita di questo primo volume avvenuta in terra d’oltralpe nel 2013.

Personalmente però trovo poco giustificabile pubblicare un romanzo la cui trama (nonostante le oltre cinquecento pagine) si ferma di fatto a metà, dando direttamente appuntamento al secondo libro della saga “L’attraversaspecchi”. Anche se la cosa è chiaramente scritta sulla copertina, non la trovo affatto corretta perché, soprattutto nella parte centrale del romanzo, la Dabos rallenta ad arte il ritmo del racconto per poi precipitare gli eventi nelle ultime pagine. Eventi che comunque non portano a nulla di definitivo.

Non è facile, certo, ma è possibile creare una saga composta da vari libri, e al tempo stesso disegnare in ogni libro una storia che abbia uno sviluppo e un epilogo riallacciandosi a quella principale. La saga di Hogwarts della Rowling e quella de “La Bussola d’Oro” di Philip Pullman (le cui atmosfere ricordano molto quelle create dalla Dabos) sono gli esempi riusciti forse più famosi.

Evidentemente, però, J.K. Rowling e P. Pullman hanno un altro passo come scrittori, visto che la Dabos preferisce semplicemente spezzare la storia (cosa che ha anche il sapore banale di un semplice espediente commerciale) piuttosto che sforzarsi di fare altro.

Insomma: più che un bel libro …un accattivante primo capitolo.

“Mià e il Migù” di Jacques-Rèmy Girerd

(Francia/Italia, 2008)

Jacques-Rémy Girerd è uno dei più premiati registi di cartoni animati francesi contemporanei. Con questo film, coprodotto in Italia, ha vinto tra i numerosi premi anche l’Oscar Europeo per il miglior film d’animazione nel 2009.

Siamo in un futuro molto prossimo, dove il riscaldamento globale costringe quasi tutti gli abitanti del pianeta e soffrire il caldo o vivere protetti dall’aria condizionata (cosa che non fa altro che peggiorare la situazione).

Al mondo sono rimasti pochi luoghi non contaminati che conservano un clima fresco e salutare. Proprio in uno di questi l’architetto Jackhide – un uomo senza scrupoli che ha messo il proprio successo davati anche al figlio ancora bambino e alla moglie – vuole costruire un mega resort di lusso.

I suoi finanziatori, prima di firmare il contratto definitivo, vogliono fare una visita al cantiere, che però da qualche settimana è funestato da strani incidenti. Sembra, infatti, che una inquietante e invisibile presenza boicotti i lavori e spaventi gli operai.

Proprio uno di questi, Pedro, inseguendo un’ombra nella scavo di una galleria viene inghiottito da una frana. Nello stesso instante la sua piccola figlia Mia, rimasta nel villaggio natale insieme alle sue zie, si sveglia spaventata, e decide di raggiungere il padre. Il viaggio sarà lungo, faticoso e ricco di particolari incontri, fra cui quello con le strane presenze nel cantiere dove lavora il padre…

Deliziosa pellicola onirica, scritta oltre che da Girerd, anche da Benoît Chieux (anche lui ottimo regista di lungometraggi animati), Antoine Lanciaux e Iouri Tcherenkov; che spiega – …se ancora ce ne fosse bisogno – perché la Francia mantiene ormai da anni il terzo posto al mondo (dopo USA e Giappone) come produttrice di cartoni animati.

Una piccola favola per grandi e piccoli, con delle immagini sublimi che passano da Van Gogh a Frida Kahlo e Diego Rivera.

Negli extra del dvd sono presenti due gallerie con alcuni bellissimi disegni tratti dal film.

“The Little Prince” di Stanley Donen

(USA/UK, 1974)

Questa suggestiva trasposizione cinematografica del romanzo di Antoine de Saint-Exupéry, nonostante il prestigioso cast dietro e davanti alla macchina da presa che presenta, purtroppo non è mai uscita nelle nostre sale, né è mai stata trasmessa dalle nostre televisioni tradizionali.

A dirigere e produrre il film è Stanley Donen (regista di pellicole come “Catando sotto la pioggia”, “Sette spose per sette fratelli” o “Due per la strada”) la sceneggiatura e i testi della canzoni sono di Alan Jay Lerner (autore di script come “Un americano a Parigi” e “My Fair Lady”) e le musiche di Frederick Loewe (autore di quelle di film come “Gigi”, “Intrigo internazionale” e “My Fair Lady”).

Per quanto riguarda il cast artistico spiccano il grande Bob Fosse e l’indimenticabile Gene Wilder. Fosse (coreografo e regista quasi inarrivabile a Broadway – con ben otto Tony Award vinti per le sue coreografie e uno per la regia – e autore al cinema di film come “Cabaret”, “Lenny” e “All That Jazz”) impersona il Serpente. La coreografia “Snake in The Grass”, da lui creata e interpretata, ancora oggi fa scuola.

Gene Wilder invece interpreta la Volpe, e con il suo completo fulvio, senza altri particolari effetti, sembra proprio la volpe del libro.

Un vero piccolo gioiello – vista l’indiscutibile difficoltà di tradurre per il grande schermo un libro così particolare e sublime – che però non parla l’italiano visto che l’unica versione al momento reperibile è quella in inglese. Il dvd, infatti, non possiede sottotitoli o contenuti extra.

“La verità” di Henri-Georges Clouzot

(Francia, 1960)

Con questo film Brigitte Bardot entra ufficialmente nel firmamento delle stelle del cinema. Ma non è certo questo il suo pregio più importate. Dietro la macchina da presa, infatti, c’è Henri-Georges Clouzot, uno dei migliori registi noir transalpini (che ebbe un periodo oscuro alla fine della Seconda Guerra Mondiale e venne accusato, con il suo “Il corvo” di fare propaganda al nazifascismo, ma che poi molti intellettuali francesi – soprattutto di sinistra – riabilitarono permettendogli di tornare a lavorare, motivo per cui nella locandina del film è assente il cognome Clouzot) che tanti paragonano giustamente al maestro Alfred Hitchcock.

Scritto dallo stesso Clouzot insieme ad altri cinque autori – fra cui sua moglie Vera Clouzot e la scrittrice femminista Christiane Rochefort, nota per i suoi libri dedicati alla sessualità femminile e alla lotta per l’emancipazione delle donne – “La verità” ci racconta la tortuosa vita di Dominique Marceau (la Bardot) accusata dell’omicidio di Gilbert, suo amante e fidanzato di sua sorella Annie.

In un classico Courtroom Drama in bianco e nero ripercorriamo con una serie di flashback e di testimonianze la vita – che molti considerano semplicemente “dissoluta” – della giovane e la sua relazione con il morto.

Attraverso poi gli occhi cinici dell’avvocato Eparvier (Paul Meurisse) che rappresenta la madre di Gilbert, e quelli dell’avvocato Guérin (Charles Vanel) che difende l’imputata, cogliamo il perbenismo più ipocrita della società francese di quegli anni.

Perché la colpa più grande e inaccettabile di Dominique è quella di voler vivere libera e fuori dalle “bigotte” regole sociali e, soprattutto, quello di essere bella e prorompente come la Bardot, che tutti volenti o nolenti vorrebbero possedere…

Il dvd contiene la versione integrale del film, con le scene “troppo scabrose” per il mercato italiano che vennero censurate e quindi non doppiate, ma che ancora oggi ci fanno capire perché “…tutto il mondo sospirò!” quando BB apparve sullo schermo. Negli extra è presente una breve scheda sulla pellicola.

“Star Wars: L’ascesa di Skywalker” di J.J. Abrams

(USA, 2019)

Ecco, ci siamo…

dopo 42 anni si chiude una delle saghe del cinema più famose di sempre (non ci possiamo scordare, infatti, quella dell’agente segreto 007 James Bond che da quasi sessant’anni furoreggia al botteghino).

La terza trilogia della saga sembra definitivamente conclusa. E con quest’ultima fatica del geniale J.J Abrams scopriamo il posto nell’Universo – o forse sarebbe meglio dire …nella Galassia – di ognuno dei personaggi. Ci sono quelli che scompaiono e quelli che rimangono, quelli che fanno scelte oltre i propri limiti e quelli che accettano l’inevitabile.

Se la seconda trilogia ha deluso molti (compreso me) questa riporta “Star Wars” a livello della prima, che ha rinnovato e cambiato il cinema di fantascienza, e non solo. Così non ci dobbiamo stupire se la Forza trova la sua pedina più forte e coraggiosa in una ragazza, o se assistiamo al primo bacio lesbo consumatosi tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…

Abrams rinnova la saga, la rende attuale e contemporaneamente senza tempo, così come è la prima. E se ci rattristiamo per la sua fine annunciata, aggrappiamoci alla speranza che gli incassi superino i record di quelli precedenti tanto da “costringere” la Disney a mettere in lavorazione – oltre ai film della serie “A Star Wars Story” – una nuova trilogia.

Comunque vada …che la Forza sia con voi!

“Il cardellino” di John Crowley

(USA, 2019)

Del bel romanzo di Donna Tartt ne ho già parlato e come sempre, dopo aver letto l’opera originale letteraria, ero molto curioso di vedere la sua riduzione cinematografica.

Non è mai facile ricreare al cinema ambienti, situazioni ed emozioni che nascono fra le pagine di un libro. Ma bisogna avere ben presente che un romanzo e un film sono due opere artistiche completamente diverse, anche se narrano la stessa storia.

John Crowley (regista irlandese molto noto a Broadway e con al suo attivo alcuni film fra cui “Brooklyn” del 2015) riesce nell’impresa di mantenere le aspettative del libro e dirige un bel film con un cast davvero di primo livello.

La storia dell’infanzia e della dura adolescenza di Theodore Decker (interpretato prima da Oakes Fegley e poi da Ansel Elgort) ci colpisce al cuore, così come ci commuove il suo doloroso rapporto con “Il Cardellino”, il famoso quadro dipinto nel 1654 dal taletuoso olandese Carel Fabritius, uno dei più dotati allievi di Rembrandt.

A proposito di cast deve essere sottolineata l’interpretazione di Nicole Kidman che, grazie al trucco e alla computer grafica, incarna negli anni Mrs. Barbour (la facoltosa madre di un compagno di scuola di Theo, con la quale lui avrà un rapporto molto profondo) in maniera davvero eccellente.

Da ricordare anche l’ottima prova della bravissima Sarah Paulson, nei panni della provocante compagna del padre di Theo, ruolo molto lontano da quelli interpretati di solito dall’attrice. Così come l’interpretazione di Finn Wolfhard (già protagonista della serie “Stranger Things”) nel ruolo del giovane Boris, punto centrale sentimentale ed emotivo dell’adolescenza di Theo.

Insomma, quest’ottima trasposizione cinematografica de “Il cardellino” della Tartt, scritta da Peter Straughan (autore di ottimi script come quello de “Il debito” di John Madden) può essere vista e goduta da chi ha letto il romanzo, e da chi – purtroppo per lui! – non lo ha ancora fatto.

“Alike” di Daniel Martìnez Lara e Rafa Cano Méndez

(Spagna, 2015)

Fra i significati che il vocabolario Treccani assegna al termine omologazione c’è anche: “Uniformazione, riduzione a un determinato modello, con appiattimento delle differenze e delle peculiarità prima esistenti…”.

Se è vero che noi esseri umani siamo animali sociali, e per vivere in una società il più possibile equilibrata c’è bisogno di regole di diritti e di doveri; è anche vero che fra le cose che hanno fatto della nostra specie quella dominante sul pianeta (…ammesso che la cosa sia davvero positiva…) ci sono indiscutibilmente le peculiarità individuali.

Peculiarità come quelle di Archimede, di Leonardo da Vinci o semplicemente di quell’essere umano (il cui nome rimarrà per sempre nell’oblio ma nonostante questo in molti sono convinti, inspiegabilmente, che sia per forza un uomo…) che ha intuito la potenza rivoluzionaria di una ruota.

Se è giusto, quindi, insegnare ai bambini l’importanza delle regole, è altrettanto fondamentale permettergli di coltivare e sviluppare i propri sogni e le proprie caratteristiche. Perché ci sono doti e qualità che non si possono “contenere”: o si lasciano germogliare o muoiono per sempre.       

Di questo focale aspetto della nostra società ci parla con una deliziosa metafora questo cortometraggio di soli 8 minuti, che ha vinto meritatamente più di ottanta premi in tutto il mondo.