“Sperandina”

In primo piano

Per Sperandina Rimedi la speranza è solo una parte del nome perché la vita si presenta presto priva di aspettative e con ben pochi sogni da realizzare.

A cavallo tra due secoli le drammatiche vicende del nostro Paese, dalla seconda guerra mondiale al terrorismo, sino alla pandemia, scandiscono il trascorrere di una vita, nel cui inesorabile dipanarsi per nove decenni, emerge la dolorosa consapevolezza di un prezioso ”durante”.

Sperandina, soprattutto, ci mostra le difficoltà di crescere donna in una società patriarcale, con un padre maschilista e tanti, troppi, pregiudizi da superare, ma l’indipendenza conquistata a fatica le consente di godere comunque del bello della vita, di sognare attraverso il cinema, il teatro, la musica e di toccare anche l’amore.

Sperandina, che dopo aver lasciato Roma, rassegnata e disillusa, decide di vivere definitivamente a Perugia, la speranza non la perde mai davvero. Così la speranza per Sperandina brilla anche nelle sue ultime brevi e sospirate parole, che guardano al futuro con fiducia e amore.

Parabola umana di una straordinaria figura femminile, delineata con estrema sensibilità e delicatezza in un quadro sociologico, storico e familiare destinato a suscitare profonde emozioni.

“La donna, il sesso e il superuomo” di Sergio Spina

(Italia/Francia, 1967)

Negli ultimi decenni la produzione cinematografica nel nostro Paese si è concentrata soprattutto sui generi della commedia e del thriller.

Ma negli anni Sessanta, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, il cinema italiano rappresentava una delle eccellenze più attive e produttive del pianeta producendo non solo i capolavori immortali di grandi artisti come Rossellini, Fellini, Visconti, Antonioni o Monicelli. Così, oltre al mostro sacro della commedia all’italiana, venivano realizzate pellicole che toccavano tutti i generi, anche quelli meno usuali.

Questo “La donna, il sesso e il superuomo” è uno degli esempi più originali e particolari. Scritta dal giornalista Furio Colombo, Ottavio Jemma e lo stesso Sergio Spina (che qualche anno dopo diventerà il regista del programma televisivo “Mixer”), attraverso il genere della fantascienza, questa pellicola è una fotografia molto particolare della nostra società di allora.

Richard Werner (Richard Harrison) è un uomo di bell’aspetto e con un fisico invidiabile. Vive godendosi i piaceri della propria esistenza assieme alla sua compagna, la fotomodella Deborah Sandor (Judi West). Un giorno però viene rapito da alcuni uomini che lo portano in un laboratorio segreto.

Lì fa la conoscenza del perfido e glaciale Karl Maria von Beethoven (un cattivissimo Adolfo Celi) proprietario della “Fantabulous”, una multinazionale che grazie all’aiuto del professor Krohne (Gustavo D’Arpe) ha creato un super cervellone elettronico il quale, attraverso ad un transistor – che goduria riscrivere un termine ormai così arcaico! – impiantato alla base del cervello di un essere umano, oltre a controllarlo, lo rende un vero e proprio super eroe invincibile.

Non ci mette tanto Werner a capire che lui è stato rapito per diventare il 17esimo esperimento umano, visto che i primi sedici sono morti durante l’intervento e che: “…ci vuole un mediocre per fare un superuomo”. Nonostante le proteste e i tentativi di fuga, a Werner viene impiantato il transistor e così diventa “Fantabulous” il nuovo e moderno supereroe capace di conquistare tutti i mercati globali.

Ma Beethoven e Krohne non hanno calcolato due cose: la prima è che Fantabulous ogni volta che vede Deborah torna ad essere Werner mandando in tilt il cervellone elettronico. E la seconda è l’interesse, molto particolare, di tutte le potenze economiche e militari del mondo che, scoperto “Fantabulos”, lo vorrebbero dalla loro parte per riportare l’ordine in un mondo dove ci sono troppi “cervelli pensanti”, cosa che le rende disposte a pagare qualsiasi cifra e usare qualsiasi mezzo.
Per questo il fascino di Deborah e soprattutto l’incontenibile attrazione sessuale che emana agli occhi del suo fidanzato complicano i piani un po’ di tutti…

Pellicola girata nello stile più psichedelico e caotico degli anni Sessanta, con numerosi inserti di fumetti e immagini reali, accompagnati da dialoghi e scene appositamente sopra le righe – con toni che appariranno anche nello strepitoso “VIP, mio fratello superuomo” di Bruno Bozzetto – che di fatto aprono le porte a quel ’68 che tanto prometteva e così poco ha mantenuto.

Ma il messaggio contro il più feroce capitalismo e militarismo è ben chiaro ed efficace, grazie anche a un bravissimo – come sempre – Celi che richiama per il cognome e soprattutto per la sua folta chioma bianca a quell’Herbert von Karajan che molti in quegli anni accostavano – giustamente o ingiustamente la storia non lo ha detto ancora con certezza – ai “nostalgici” del III Reich.

Come la nostra cultura di allora purtroppo pure questo film, anche se così originale, sconta un approccio grezzo e rozzo alle diversità, tanto da usare più di una volta l’abominevole termine “mongoloide” come insulto a chi non appare così sveglio e lesto. Ma d’altronde, che ci piaccia o no, noi eravamo anche – ma certamente non solo – così. Il che aiuta a spiegare alcune determinanti svolte della storia recente e anche di quella recentissima del nostro Paese.

“Il coltello nell’acqua” di Roman Polanski

Immagine

(Polonia, 1962)

Nel 1962 viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia il lungometraggio d’esordio di un giovane regista polacco che riscuote subito un clamoroso successo, tanto da portare notorietà internazionale al suo autore ed essere il primo film polacco nella storia ad ottenere una candidatura all’Oscar come migliore pellicola straniera, Oscar che poi sarà vinto da “8 e 1/2” di Fellini.

Il giovane cineasta, che non ha ancora compiuto trent’anni, è Roman Polanski che assieme a Jakub Oldberg e Jerzy Skolimowski ha scritto la sceneggiatura e poi diretto lo straordinario “Il coltello nell’acqua”.

Andrea (Leon Niemczyk) e Cristina (Jolanta Umecka) – Andrzej e Krystina nella versione originale – viaggiano sulla loro auto nella zona dei laghi masuri, nella parte nord orientale della Polonia. I due si stanno dirigendo presso il molo dove è ormeggiata “Christine”, la loro barca a vela, sulla quale passeranno le successive ventiquattro ore.

Poco prima di arrivare però incappavano in un giovane vagabondo (Zygmunt Malanowicz) che alla fine Andrea decide di caricare prima sulla macchina e poi anche sulla barca. Se il ragazzo e Cristina hanno più o meno la stessa età, Andrea fa parte della generazione precedente e così, davanti agli occhi di sua moglie, nell’uomo inesorabilmente scaturisce una competizione di virilità e forza col nuovo venuto.

L’unica cosa che possiede il ragazzo è un grande coltello a serramanico che tiene sempre in tasca. Fra una prova di forza e l’altra, la situazione precipita quando Andrea, più o meno involontariamente, fa cadere in acqua il coltello. Scoppia una colluttazione fra i due e alla fine anche il giovane cade dalla barca. Nel tempo in cui Cristina e Andrea fanno virare l’imbarcazione il loro passeggero però scompare fra i flutti. La cosa fa esplodere le ire di Cristina, visto che il ragazzo proprio salendo in barca aveva sottolineato di non saper nuotare…

Bellissima e immortale pellicola che, compiuti i sessant’anni è ancora graffiante e coinvolgente fino all’ultimo fotogramma. Con una regia davvero aggressiva, Polanski ci racconta una storia che sembra molto banale, ma che in realtà è la metafora della società del suo Paese di quegli anni. Anni in cui si era formata una generazione “borghese” che poco spazio lasciava a quella successiva, che comunque alla fine non si sarebbe discostata tanto moralmente e materialmente da quella precedente.

Una metafora senza speranza raccontata con delle immagini e delle inquadrature spesso claustrofobiche anche se girate al centro di un immenso bacino d’acqua. Anche l’orizzonte ci provoca ansia e disagio, così come le scene in cui la barca “taglia” le acque del lago.

Ma di metafore il film è pieno a partire da quella del coltello, chiaro simbolo fallico, a cui fa da contraltare la barca col nome della donna …da comandare e conquistare. Come molta, se non tutta, la cinematografia di Polanski, anche questo suo esordio è un’opera profondamente carnale, che scuote e spiazza ancora oggi.

Dal primo all’ultimo fotogramma si vedono solo i tre protagonisti, perché per rendere ancora più opprimente e schiacciante il racconto, Polanski sceglie di non usare neanche una comparsa sullo sfondo, ma solo i tre attori principali. Nella versione originale a doppiare Malanowicz, non accreditato, è lo stesso Polanski.

Pietra miliare della cinematografia mondiale.

“Matrimonio in quattro” di Ernst Lubitsch

(USA, 1924)

Ernst Lubitsch (1892-1947) è considerato giustamente il padre fondatore della sophisticated comedy hollywoodiana che toccherà il suo apice negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, e che definirà il genere commedia nei decenni successivi. Nato a Berlino e figlio di un sarto, Lubitsch già adolescente si innamora del palcoscenico e decide di fare l’attore comico. Nel 1912 approda al cinema come apprendista e dall’anno successivo recita ruoli in alcune commedie di successo che gli iniziano a dargli una certa popolarità.

Intanto comincia a scrivere delle sceneggiature e nel 1918 esordisce dietro la macchina da presa col film “Gli occhi della mummia” che, a dispetto del genere per cui verrà ricordato nella storia del cinema, è un dramma. E’ nel 1919 che Lubitsch acquista notorietà internazionale con la commedia graffiante e ironica “La principessa delle ostriche”, dove interpreta anche una piccola parte.

All’inizio degli anni Venti si reca negli Stati Uniti per promuovere il suo film “Das Weib des Pharao”. Hollywood non si lascia scappare uno dei registi più sofisticati mitteleuropei e così viene assunto per dirigere due film: “Rosita” con Mary Pickford – allora star di prima grandezza – nel 1923 e “Un matrimonio in quattro” l’anno successivo.

Ed è soprattutto con quest’ultimo che Lubitsch pone la basi della grande sophisticated comedy americana. Grazie alla sua strepitosa regia – che ancora oggi viene studiata nelle scuole di cinema di tutto il mondo – Lubitsch crea un’atmosfera leggera ma la tempo stesso colma di allusioni, soprattutto sessuali, metafore e satira pungente che porta lo spettatore a seguire i protagonisti fino all’ultimo fotogramma, nonostante la totale assenza del sonoro che verrà collaudato solo tre anni dopo.

I passaggi e i movimenti seguono gli attori che si muovono nelle scenografie come se la macchina da presa fosse la partecipante ad uno dei classici e opulenti balli che in quegli anni si tenevano nell’Europa più altolocata. Lubitsch diventa quindi il più grande narratore di quell’idea decadente del vecchio continente che sogna e immagina il pubblico americano.

Così se Eric von Stroheim, negli stessi anni, racconta agli Stati Uniti in maniera più lucida e cruda la decadenza morale dell’Europa che inesorabilmente sta andando verso la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, Lubitsch la descrive con i toni classici della commedia colmi di ironia e satira.

Non è un caso quindi che la pellicola si svolga a Vienna, e non solo per rispettare l’opera originale.
Il Dottor Josef Stock (Adolphe Menjou) è stanco del suo matrimonio con Mizzi (Marie Prevost) e cerca in ogni modo di trovare una scusa per poter divorziare. Quando Charlotte Braun (Florence Vidor) le presenta suo marito il Dottor Franz Braun (Monte Blue) Mizzi se ne invaghisce subito e tenta in ogni modo di sedurlo. Ma Franz è perdutamente innamorato di Charlotte, anche se…

La sceneggiatura è scritta da Paul Bern ed è tratta dalla commedia teatrale – che ricorda in toni molto più leggeri “Girotondo” di Arthur Schnitzler – “Soltanto un sogno” di Lothar Schmidt (1862-1931) con una classica e intricata trama a base di equivoci e malintesi amorosi tipica dell’operetta, che però il regista tedesco riesce a trasformare superbamente in una pellicola divertente e graffiante che castiga i vizi e le ipocrisie dell’alta borghesia, non solo quella austriaca. Lubitsch girerà nel 1931 un’ottima versione sonora, sempre tratta dall’opera di Schmidt, con Maurice Chevalier come protagonista e come aiuto regista un giovane, e non accreditato, George Cukor.

Per comprendere al meglio l’impatto di Lubitsch nel cinema contemporaneo e la sua eredità in quello a lui successivo, basta rileggere ciò che uno dei suoi giovani assistenti, che molti considerano giustamente il suo erede, disse di lui in varie interviste.

Nel bellissimo “Conversazioni con Billy Wilder” di Cameron Crowe, per esempio, è lo stesso Wilder a raccontarci come Lubitsch fosse un regista quasi maniacale e che per ogni scena studiasse le soluzioni migliori e più incisive anche per i particolari meno rilevanti, sempre per rendere ogni fotogramma ricco di ironia e allusioni. Per questo lo stesso Wilder, divenuto sceneggiatore e regista, per risolvere problemi di scrittura o dubbi dietro la macchina da presa si chiedeva sibillino: “…Come la farebbe Lubitsch?”

“Il presidente” di Henri Verneuil

(Francia/Italia, 1961)

Ispirata al romanzo “Il presidente” pubblicato dal maestro George Simenon un paio di anni prima, questa pellicola ci offre una rilevante interpretazioni di Jean Gabin che veste il ruolo di uno dei più importanti statisti francesi del Novecento.

Appena giunto a Parigi, il Primo Ministro britannico parte con tanto di scorta e codazzo di giornalisti per La Verdière, una piccola località della Provenza dove risiede Émile Beaufort, notissimo politico transalpino, numerose volte Presidente del Consiglio ma ormai ritiratosi da molti anni, suo storico compagno di lotte politiche internazionali.

La stampa francese, e non solo, si chiede e ipotizza l’argomento dell’incontro riservato fra i due, che però nella realtà è soprattutto una rimpatriata amichevole. Beaufort, partito il suo vecchio amico, torna alla sua routine quotidiana fatta di molte medicine, data la sua età e la sua salute cagionevole, e soprattutto fatta di ricordi politici e personali.

Da tempo, infatti, sta dettando alla sua storica segretaria Mademoiselle Milleran (Renée Faure) la sua autobiografia, attraverso la quale rivive i momenti fatidici della sua carriera, come quando fu tradito dal “fedele” assistente Philippe Chalamont (interpretato da un bravissimo Bernard Blier) o quando decise di ritirarsi “ricattato” da quasi tutto il Parlamento per la sua decisione di aderire al progetto dell’Europa Unita.

Leggendo i giornali, ascoltando la radio e guardando la televisione, Beaufort viene a sapere che per risolvere la grave crisi istituzionale che affligge la Francia, il Presidente della Repubblica ha incaricato proprio Chalamont di fare un Governo di unità nazionale.

Visto che possiede un documento assai compromettente per lo stesso Chalamont, Beaufort sa che il suo ex assistente verrà ad incontrarlo prima di accettare l’incarico datogli dal Presidente della Repubblica. E così, nel suo studio solitario il Presidente – così come ormai tutti chiamano Beaufort – contornato dai suoi ricordi attende un incontro che aspetta da oltre vent’anni. Ma la politica è una cosa dura e spietata…

Discreto film centrato sul tema della politica e dei suoi oscuri e bui corridoi che ci regala un grande Gabin in un ruolo insolito nella sua carriera. Proprio per far aderire al meglio al grande attore francese il personaggio, Verneuil e Michel Audiard – autori della sceneggiatura – si discostano dal personaggio originale creato da Simenon per crearne uno abbastanza differente, sia per l’età – il Beaufort del romanzo ha ottantadue anni mentre quello del film settantadue – che per le dinamiche politiche che lo vedono protagonista.

Il risultato comunque merita di essere visto e apprezzato anche a distanza di oltre sessant’anni. Nella nostra versione deve essere ricordato il grande Emilio Cigoli che doppia superbamente, ancora una volta, Jean Gabin.

Per la chicca: nonostante la produzione – così come lo stesso Simenon fece all’uscita del suo romanzo – dichiarò esplicitamente che Beaufort non era ispirato a nessun politico reale, le cronache contemporanee lo associarono a Georges Clemenceau (1841-1929), fautore dell’alleanza franco-britannica nonché artefice del Trattato di Versailles che mise fine alla Prima Guerra Mondiale, politico che lo stesso Gabin/Beaufort cita all’inizio della pellicola.

“Book Tour – L’autore incontra il suo pubblico” di Andi Watson

(Edizioni BD, 2021)

G.H. Fretwell ha da poco pubblicato il suo ultimo romanzo “Senza K” e, come richiesto dal suo editore, parte per un tour promozionale. Lo fa malvolentieri perché a casa lascia sua moglie Rebecca e suo figlio piccolo Olly. Ma ogni scrittore ha bisogno del suo pubblico e così lascia la sua città per un’altra dove rimarrà pochi giorni, giusto il tempo di incontrare in alcune librerie i suoi lettori e firmare loro le copie del suo libro.

Ma alla stazione della sua meta uno sconosciuto, fingendosi un facchino, gli ruba la valigia con dentro i suoi libri. Dopo aver denunciato il furto, Fretwell passa al suo albergo e poi si reca nella libreria per l’incontro col pubblico. Ma nel locale trova solo la signora Rebecca (come sua moglie …senza K) Harpin, la commessa: forse a causa della pioggia alla libreria non si presenta nessuno. Un po’ sconfortato Fretwell viene convinto dalla Harpin ad anticipare la chiusura dell’evento, visto che lei poi è stata invitata a cena al “Locarno”, il migliore ristorante della città.

Tornato in albergo Fretwell ordina un pasto in camera e si mette subito a letto. Ma la mattina dopo, prima di raggiungere la nuova libreria per il nuovo incontro con i suoi lettori, Fretwell viene avvicinato da due poliziotti che vogliono rivolgerli alcune domande sulla sera precedente, visto che la signora Harpin è scomparsa e in città c’è uno spietato serial killer. Le assonanze fra la trama del suo ultimo romanzo e la scomparsa della donna sono incredibilmente tante. Inizia così per Fretwell una discesa agli inferi che diventerà sempre più ripida…

Pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 2019, questo delizioso graphic novel ci racconta la storia, ma soprattutto la mente, di uno scrittore travolto da quello che più difficilmente può comprendere e gestire: tutto ciò che è oltre i suoi libri.

Con efficaci toni kafkiani e inquietanti atmosfere simili allo splendido romanzo breve del grande Leonardo Sciascià “Una storia semplice”, Watson ci dipinge un racconto dentro ad altri racconti davvero bello, grazie anche al suo tratto apparentemente semplice e lineare.

Da leggere e da vivere.

“Lost Ollie” di Shannon Tindle

(USA, 2022)

Non è semplice parlare di dolore e lutto durante l’infanzia.

Ci sono però alcune opere davvero belle e struggenti, che possono aiutare nell’affrontare la tragedia di una grave perdita, come il romanzo tratto dall’opera dell’indimenticabile Siobhan Dowd – ed elaborato da Patrick Ness – portato ottimamente sul grande schermo da Juan Antonio Bayona nel 2016 con l’omonimo titolo “Sette minuti dopo la mezzanotte“, o “Un ponte per Terabithia” pubblicato da Katherine Paterson nel 1976 e adattato per il cinema nel 2007 da Gabor Csupò.

All’elenco si può aggiungere pure questa serie televisiva, in quattro puntate, anch’essa tratta da un libro: “Ollie e i giocattoli dimenticati” pubblicato da William Joyce, prolifico scrittore di libri illustrati per bambini, vincitore del premio Oscar nel 2012 col cortometraggio animato “The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore” e uno dei più noti autori delle copertine del “The New Yorker”. Ideata da Shannon Tindle (già autore dello script del bellissimo “Kubo e la spada magica” diretto da Travis Knight nel 2016) e scritta assieme a Kate Gersten e Marc Haimes (anche lui coautore di “Kubo e la spada magica”) la serie è diretta da Peter Ramsey.

Il coniglio di pezza Ollie si risveglia in uno scatolone dentro un vecchio negozio di cose usate. La sua memoria sembra essere scomparsa e l’unica cosa che ricorda è di appartenere al bambino Billy. Così, una volta sistemato su uno scaffale, rifiuta cortesemente l’invito di Suzy, una bambina che si offre di adottarlo.

Ma senza memorie, e quindi senza sapere dove andare, tutto è molto complicato. Fortunatamente in suo soccorso arriva Zozo, un vecchio pupazzo da baraccone che, incantato dal particolare campanellino che Ollie possiede al posto del cuore, decide di aiutarlo.

La prima cosa che Zozo fa fare a Ollie sono dei disegni per risvegliare i suoi ricordi, disegni che poi il vecchio pupazzo incolla l’uno all’altro ottenendo una sorta di mappa per trovare Billy. Ai due si unisce Rosy, un orso di peluche che Zozo molto tempo prima è riuscito a ricucire.

Intanto nella mente del coniglio di pezza iniziano a tornare frammenti di memoria con immagini e sensazioni di profondo affetto che circondano il piccolo Billy, che però inesorabilmente dovrà affrontare una prova dura e molto dolorosa…

Commovente ed emozionante, questa serie ci sottolinea, visto che ce ne è sempre bisogno, come nella vita sia importante l’amore, l’affetto e la serenità di saper lasciare andare le cose, anche quelle più dolorose.

Nella versione originale la voce di Rosy è quella straordinaria della cantate Mary J. Blige.

“Il palloncino rosso” di Albert Lamorisse

(Francia, 1956)

Albert Lamorisse (1922-1970) è stata una delle figure più poliedriche della cultura del secondo Novecento francese. Scrittore, produttore e regista cinematografico, Lamorisse già durante l’adolescenza inizia a lasciare il segno nella cultura contemporanea.

Sui banchi di scuola, infatti, inventa un gioco da tavolo che chiama “La Conquête du Mondo” e che poi brevetterà nel 1954 diventando famoso in tutto il globo come “Risiko!”. Ma i suoi interessi spaziano nelle arti visive, soprattutto nel cinema dove predilige produrre e dirigere documentari. Sarà proprio durante la riprese del documentario “Le vent des amourex”, in Iran, che perirà a causa dell’incidente in cui verrà coinvolto l’elicottero su cui viaggiava.

La sua opera più famosa, oltre all’immortale gioco da tavolo, è senza dubbio il cortometraggio “Il palloncino rosso” che nel 1956, anno in cui fu presentato, vinse numerosi premi in tutto il mondo fra cui la Palma d’Oro a Cannes e l’Oscar come migliore sceneggiatura.

Il piccolo Pascal (Pascal Lamorisse) mentre va a scuola, una mattina, trova annodato su un lampione un bel palloncino rosso. Senza pensarci due volte lo slaccia e se lo porta dietro ma, non potendoci salire sull’autobus, è costretto a correre a scuola a piedi dove arriva naturalmente in ritardo. Prima di entrare in classe però lascia il palloncino al custode.

All’uscita Pascal può finalmente tornare a passeggiare col suo nuovo compagno, ma a casa la madre non ne vuole sapere e lo butta fuori dalla finestra. Ma il palloncino invece di volare via aspetta paziente davanti alla finestra finché Pascal, felice di vederlo, lo fa entrare. Inizia così un rapporto di profonda e speciale amicizia fra i due, rapporto che purtroppo non è compreso dagli adulti – il bambino e il suo palloncino verranno cacciati anche da una chiesa – e che alla fine susciterà l’invida e la rabbia dei coetanei di Pascal, che inizieranno a dargli la caccia per farlo scoppiare…

Interamente girato nelle strade e nei vicoli di Ménlimontant, un quartiere di Parigi, “Il palloncino rosso” racchiude 34 minuti di vera poesia cinematografica dedicata ai bambini, e non solo per loro, con una scena finale struggente e indimenticabile, che anticipa molti dei tempi e delle ambientazioni che racconterà qualche anno dopo il grande Francois Truffaut.

Nel corso dei decenni sono stati numerosi gli accenni e la citazioni di questo capolavoro – nonché libri tratti dalla sceneggiatura del film – arrivando a “Il palloncino bianco” di Abbas Kiarostami del 1995 e, naturalmente, “Up” diretto da Pete Docter e Bob Peterson nel 2009 che idealmente ci racconta la terza età vissuta dal piccolo Pascal “divenuto” l’anziano signor Fredricksen.

Da vedere.

“Il presidente” di Georges Simenon

(Adelphi, 2012)

Émile Beaufort è stato uno degli uomini più influenti di Francia e del mondo. Il suo carattere decisionista, volitivo e pratico lo ha reso uno degli statisti più famosi del suo tempo. Alla politica e alla Francia Beaufort ha sacrificato tutto, anche la sua vita privata.

E’ stato sposato, è vero, ma solo per circa tre anni. Ha avuto anche una figlia, ma che non ha mai veramente frequentato e non vede da molto tempo. Beaufort è stato uno dei “Cinque Grandi”, che erano i cinque capi di stato che per molto tempo hanno governato l’intero pianeta. Ma adesso, tranne lui, i “Cinque Grandi” sono tutti morti. Così come sono scomparse moltissime delle persone con cui ha fatto politica per tanti decenni.

Beaufort ormai ha superato gli ottant’anni e vive a “Les Ébergues”, una residenza che ha scelto molti anni prima come luogo di risposo e villeggiatura, e poi messagli a disposizione dal Governo. La villa è a pochi chilometri da un piccolo porto della Normandia dove tutto lo conoscono e lo chiamano: il Presidente.

Ma se Beaufort è stato numerose volte Presidente del Consiglio, non è mai riuscito a diventare Presidente della Repubblica. Il treno per l’Eliseo passa una sola volta nella vita di un politico, anche in quella di uno consumato e scaltro come lui, e quella volta sulla sua strada ci si è messo Chalamont, il suo fedele e storico assistente.

Da quel giorno i due non si parlano più e il giovane intraprese la sua carriera politica indipendentemente dal suo storico mentore che, poco prima di ritirarsi, dichiarò perentoriamente: “Chalamont non sarà mai Presidente del Consiglio finché io sarò in vita …e neanche dopo”.

Il Presidente ormai passa le giornate seduto sulla sua poltrona Luigi Filippo ad osservare il fuoco nel camino che la sua storica segretaria rintuzza con precisione maniacale, assistito dai suoi collaboratori fedelissimi come Emilè, il suo autista che è l’unico a cui lui dà del tu. Nelle sue giornate ci sono anche l’infermiera e il medico che si prendono cura della sua salute ormai divenuta cagionevole dopo un ictus che lo ha colpito poco tempo prima. Inoltre, nel giardino de Les Ébergues si alternano ventiquattro ore al giorno tre poliziotti inviati dal Ministero degli Interni per garantire la sua sicurezza.

Ma davanti al fuoco Beaufort ripercorre la sua vita politica – e non solo – ripercorrendo la sua carriera, le sue vittorie e le sue – poche ma determinanti – sconfitte, soprattutto adesso che tutti i giornali e radiogiornali – che lui ascolta in ogni edizione – parlano della grave crisi di Governo che ha investito il Paese. Perché l’ultima risorsa per il Presidente della Repubblica, l’ultimo politico che sembra poter ottenere la fiducia per un suo Governo dopo che tutti, da settimane, naufragano miseramente, sembra essere proprio Chalamont…

Splendido romanzo intimista del maestro Simenon che ci porta magistralmente – come sempre – nell’animo del suo protagonista e ci racconta la storia personale di un uomo che ha fatto la storia. Finito di scrivere nell’ottobre del 1957 e pubblicato per la prima volta l’anno successivo, questo bellissimo romanzo sembra essere stato appena redatto.

Il genio e l’arte di Simenon ci descrivono meravigliosamente lo sguardo di uomo anziano, che aspetta l’ultimo respiro, ma che al tempo stesso è legato alla vita come forse non lo è mai stato in precedenza. E soprattutto ci parla di una politica dura e spietata che nel corso dei decenni non sembra essere affatto cambiata.

Incredibilmente attuale. Da leggere.

Nel 1961 Henri Verneuil dirige l’adattamento cinematografico “Il presidente” con Jean Gabin nei panni di Beaufort e Bernard Blier in quelli di Chalamont.

“Psicospettro” di L.P. Davies

(Mondadori, 1977)

L’inglese Leslie Purnell Davies (1914-1988) è stato uno degli scrittori di fantascienza per stile e atmosfere fra i più paragonabili al grande Philip K. Dick. I suoi protagonisti, infatti, sono sovente vittime di manipolazioni della propria coscienza con conseguenti gravi amnesie e perdite d’identità. E la loro ricerca della verità diventa la colonna portante dei suoi romanzi.

Nel 1965 Davies pubblica “The Artificial Man” che nel 1968 viene portato sul grande schermo con lo sfizioso adattamento “Anno 2118: Progetto X” firmato da William Castle. Nel 1967 pubblica “Psychogeist” che da noi arriva solo dieci anni dopo nella mitica collana “Urania”, col titolo “Psicospettro”.

Colford è un piccolo centro nella campagna inglese. Il giovane dottore Peter Hill vi si è trasferito da un paio di settimane dopo che suo zio Andrew, storico medico della località, è stato colpito da un infarto ed è in convalescenza nell’ospedale del luogo.

La routine quotidiana fra l’ambulatorio e le visite a domicilio di Peter viene interrotta dall’incontro con la signora Martha Metclafe che gli chiede di far ricoverare suo zio Edward Garvey. Il giovane Hill, solo qualche giorno dopo e successivamente ad aver parlato con suo zio, decide di andare a Betley Hatch, località situata a circa cinque chilometri dal paese, dove vive la Metclafe. Garvey, un anno prima, è stato vittima di un grave incidente con numerose fratture dal quale ancora non si è completamente ripreso sia fisicamente che moralmente.

Per cercare di velocizzare la sua ripresa, Martha Metcalfe e sua figlia Rosemary, si sono traferite insieme allo zio nel villino a Betley Hatch. Ma le cose non sono migliorate, anzi, Edward passa quasi tutto il tempo a dormire chiuso nella sua camera. Appena arrivato Hill scopre che nell’abitazione ci sono solo Garvey e Rosemary, perché Martha Metcalfe è stata ricoverata in ospedale a causa di un esaurimento nervoso, poco dopo il loro incontro.

A fare gli onori di casa c’è anche Harvey Milton, un anziano insegnate in pensione che vive nel cottage accanto al loro. E proprio davanti ai tre una tazzina inizia a fluttuare nel salone per poi rovinare sul pavimento andando in mille pezzi.

Nonostante lo scetticismo, Hill non può che prendere atto che nella casa si consumano fenomeni paranormali, imputabili a un poltergeist. Ma, intanto, nella stanza al piano superiore Garvey si addormenta risvegliandosi nel corpo e nell’anima di Argred il Libero, alla ricerca dell’Antica Razza e pronto a compiere la sua inesorabile vendetta…

Originale e sfizioso romanzo nel segno della grande fantascienza degli anni Sessanta, con un accattivante snodo narrativo e gustoso finale. Per patiti del genere e non solo. Purtroppo oggi è reperibile solo nel mondo dell’usato dove si possono ritrovare solo copie stampate oltre quarant’anni fa.

“El cochecito” di Marco Ferreri

(Spagna, 1960)

L’approdo di Marco Ferreri al mondo del cinema è stato molto difficile e lungo. Dopo alcuni tentativi falliti, Ferreri decide di fare il veterinario e per mantenersi, oltre al mestiere di pubblicitario, vende obiettivi anche fuori dai confini italiani. Così nel 1955 si trova a Madrid per affari e conosce casualmente lo scrittore e sceneggiatore Rafael Azcona.

La coppia, negli anni, diventerà una delle più rilevanti del cinema europeo del secondo Novecento. Esordiranno nel 1958 con “El pisito” seguito l’anno dopo da “Los chicos”. Ma è nel 1960, con la loro terza pellicola “El cochecito” – tratto dal romanzo della stesso Azcona – che acquisteranno, giustamente, fama internazionale a partire dalla Mostra del Cinema di Venezia.

Don Anselmo (José Isbert) passa con molta lentezza le sue giornate. Vedovo ormai da molti anni, vive in un grande appartamento al centro di Madrid, ospite di suo figlio Carlos noto avvocato, di sua moglie Matilde e di sua nipote Yolanda. Alla sua veneranda età gli svaghi sono pochi, così come i soldi che arrivano sempre e solo da Carlos. Gli unici beni che possiede sono i gioielli di sua moglie, promessi ormai a Yolanda per le sue nozze con Alvarito, tuttofare e assistente di Carlos.

Fra i pochi appuntamenti fissi che ha Anselmo c’è quello con Luca, suo coetaneo e come lui vedovo, con il quale condivide le visite alle rispettive mogli al cimitero. Ma un pomeriggio Luca ha una grande novità: per sopperire alla grave disabilità che lo affligge alle gambe, ha comprato una carrozzella – così si chiamavano allora gli ausili per i disabili – a motore. Improvvisamente si rovescia la situazione: Luca è diventato indipendente mentre l’amico lo deve seguire faticosamente con un taxi.

Anselmo rimane affascinato dal nuovo acquisto di Luca che lo introduce nel mondo dei disabili che possiedono le carrozzelle a motore, portandolo anche alle loro corse ufficiali. Anselmo viene conquistato dall’affiatamento che c’è nel gruppo e dalla grande indipendenza che una carrozzella a motore può dare. Così chiede al figlio se può compragliene una. Ma Carlos, dopo averlo deriso, si rifiuta categoricamente. Anselmo non si arrende e inizia a simulare gravi problemi motori che però il figlio intuisce subito essere falsi. Disperato, dopo aver venduto i gioielli di sua moglie, paga l’anticipo e firma un cospicuo mazzetto di cambiali per ottenere finalmente la sua carrozzella.

Ma, scoperto dal figlio e pesantemente umiliato, l’anziano è costretto a restituire il suo prezioso acquisto. Ad Anselmo così non rimane che un’unica drastica e definitiva soluzione…

Cattivissima e pungente pellicola con tutte le caratteristiche della grande commedia all’italiana, colma si satira e ironia così come di tanta amarezza. Ferreri e Azcona affrontano a viso aperto due temi che allora stavano diventando protagonisti, nel bene e nel male, della società: la terza età e la disabilità. Temi che solo nei decenni successivi verranno raccontati col giusto spessore – ma non ancora adeguatamente soprattutto per quanto riguarda la disabilità – dal cinema e poi dalla televisione.

Senza ipocrisie e falsi perbenismi, ma sempre con tanta graffiante ironia, Ferreri ci mostra quello che di solito andava nascosto dietro le tende di casa, ovvero la triste “inutilità” di un anziano che non ha più alcun diritto, nemmeno quello di divertirsi. Tema tanto attuale ancora oggi. Così come è schietto e limpido lo sguardo che il regista milanese fa della disabilità fatto troppo spesso di solitudine, esclusione, derisione o ipocrita compassione.

Intramontabile.