E’ uscito “Ciacco. L’ennesima involontaria inchiesta dell’ineffabile Di Tuccio”

In primo piano

La quarta inconsapevole inchiesta dell’addetto alla pulizie più intuitivo di sempre…

Una morte così banale da diventare sospetta.

Una storia così drammatica da sembrare irreale.

Un personaggio pubblico così famoso da essere quasi invisibile.

Uno sconosciuto così misterioso da essere disperatamente indecifrabile.

Perugia, ancora una volta, torna ed essere la scena di un mistero letale nel quale l’inconsapevole Di Tuccio, come sempre, ci scivola inesorabilmente dentro.

Questa volta, nei meandri dell’antica città etrusca, il curioso esploratore dell’animo umano Corrado Di Tuccio, dovrà confrontarsi con la violenta risacca che esplode quando l’onda del passato si scontra contro quella del presente. 

“Il segno di Venere” di Dino Risi

(Italia, 1955)

La sceneggiatura di questo capolavoro del cinema mondiale non a caso è stata scritta da alcuni dei più grandi cineasti del Novecento come: Franca Valeri, Edoardo Anton, Luigi Comencini, Ennio Flaiano, Dino Risi e Cesare Zavattini. La stessa Valeri, assieme ad Anton e a Comencini, è l’autrice del soggetto.

Siamo nel mezzo degli anni Cinquanta e l’Italia si sta rialzando dalla macerie della Seconda Guerra Mondiale. Si respira aria nuova per le strade: sta esplodendo il famigerato Boom. Ma l’aria nuova, come accade da millenni, non è certo per le donne. O quantomeno le possibilità delle donne, rispetto a prima del conflitto in cui non avevano il diritto al voto e alle quali Mussolini con un Decreto Legge del 10 gennaio 1927 dimezzò il salario rispetto a quello degli uomini, sono da nulle a poco più che scarse.

Ne sono un esempio le cugine Cesira (una grandissima Franca Valeri) e Agnese (una prorompente Sophia Loren) che vivono a Roma in viale Libia, nel quartiere detto Africano. Cesira, che da Milano si è trasferita a Roma a casa dello zio (Virgilio Riento) dove vive anche l’altra zia (Tina Pica) e appunto la cugina ventenne, è una grande sognatrice con ambizioni da gran lady, ma che desidera più di ogni altro cosa il massimo a cui le donne possono aspirare in quegli anni: il matrimonio.

Lavora come dattilografa presso i Bagni Diurni della stazione Termini dove da tempo è timidamente corteggiata dal fotografo Mario (Peppino De Filippo). Per il suo aspetto però Cesira è poco considerata dagli uomini e anche Mario stenta a proporsi seriamente. Le cose peggiorano quando Cesira esce insieme ad Agnese che invece non riesce a tenere lontani gli uomini, proprio per il suo aspetto e le sue curve generose. Agnese, infatti, non può prendere un autobus senza essere palpata e molestata.

Con un cast stellare, fra i più completi di quegli anni, “Il segno di Venere” è una pietra miliare della commedia all’italiana, e non solo. Accanto alle due protagoniste ci sono grandissimi interpreti anche nei ruoli secondari come quello del poeta squattrinato Alessio Spano interpretato in maniera sublime dal grande Vittorio De Sica, o quello del goffo ladro di macchine mammone Romolo Proietti impersonato da Alberto Sordi ancora non completamente esploso come mostro sacro della commedia.

Questa immortale pellicola va rivista non solo per i suoi grandi interpreti, ma anche perché ci racconta in maniera amara e tagliente come una donna in Italia, in quegli anni, molto poco poteva scegliere o decidere. Che fosse una “intellettuale” o una “maggiorata”: erano sempre e comunque gli uomini a dettare le regole. Solo se sapeva giocare bene le sue carte avrebbe potuto raggiungere il famigerato altare, il massimo consentitole dalla società.

Sono passati sessantacinque anni da questa straordinaria pellicola e fortunatamente molte cose sono cambiate, ma non abbastanza. Siamo ancora il Paese del femminicidio, dove le vittime si contano come in un bollettino di guerra.

Attualissimo …purtroppo.

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“Utopia” di Gillian Flynn

(USA, dal 2020)

Da più di un anno, attraverso infinite chat, i cinque fan più sfegatati del misterioso fumetto dark fantasy “Dystopia” si scambiano opinioni e inquietanti letture futuristiche nonché catastrofiche sull’avvenire del mondo che il fumetto, secondo loro, nasconde. La protagonista è la piccola Jessica Hyde che tenta di tutto per salvare suo padre vittima del terribile Mr Rabbit, che lo ricatta per ottenere terrificanti armi chimiche.

Quando appare la notizia del casuale e incredibile ritrovamento di “Utopia”, il sequel di “Dystopia”, Backy (Ashleigh LaThrop), Ian (Dan Byrd), Wilson (Desmin Borges), Samantha (Jessica Rothe) e Grant (Javon “Wanna” Walton) decidono di incontrasi fisicamente alla comic convention dove i fortunati possessori del fumetto lo metteranno all’asta.

Intanto nel Paese sembra essere scoppiata una terribile epidemia che attacca i bambini di alcune scuole in varie città. Il virus è letale e in 24 ore non lascia scampo a chi ne entra in contatto. Il primo sospettato è il Dottor Kevin Christie (John Cusack) che con la sua enorme azienda farmaceutica rifornisce di carne sintetica le scuole dove è esplosa l’epidemia.

Ad interrompere le speranze dei cinque di acquistare “Utopia” arrivano Arby (Christopher Denham con una pettinatura inquietante come quella di Bardem in “Non è un Paese per vecchi” dei fratelli Coen) e Rod, due uomini al servizio di un’anonima e implacabile organizzazione che in breve tempo uccidono tutti quelli che sono stati in contatto diretto o indiretto col fumetto. I cinque riescono incredibilmente a scampare agli assassini, ma si ritrovano davanti la vera Jessica Hyde (Sasha Lane) che li minaccia con una pistola per avere lei “Utopia”…

Inquietante ma appassionante serie televisiva – la cui prima stagione è di otto puntate – che ci parla, in maniera fin troppo calzante, del pericolo dei virus e delle armi biologiche soprattutto quando queste finiscono in mano alle persone sbagliate. Nel cast da ricordare anche Rainn Wilson nei panni dell’impacciato Dottor Michael Stearns e la prestazione da Emmy del grande John Cusack.

La sua creatrice Gillian Flynn (autrice di script come quello del film “L’amore bugiardo” di David Fincher) si rifà espressamente all’omonima serie inglese cult creata da Dennis Kelly e andata in onda in due stagioni fra il 2013 e il 2014.

Ci sono complottisti e …complottisti.

“La valle dell’Eden” di John Steinbeck

(Bompiani, 2014)

John Steinbeck nel 1952, quando è già uno scrittore e sceneggiatore di successo, pubblica quello che egli stesso considera il suo romanzo “definitivo”, come ammette in un’intervista: “Penso che tutto ciò che ho scritto è stato, in qualche modo, di preparazione a questo”.

Il libro è dedicato ai suoi figli, che in quegli anni sono ancora molto piccoli, perché il desiderio di Steinbeck è quello di condividere con loro quello che Salinas e la sua valle rappresentarono per la sua infanzia.

Non è un caso perciò che il romanzo narri la storia di due famiglie che si incrociano nella valle di Salinas, i Trask e gli Hamilton, e proprio un’appartenente a quest’ultima, Olive – che nel romanzo ha una parte secondaria – è la vera madre dello scrittore. Lo stesso “John Steinbeck” è poi il narratore ufficiale delle vicende che vivono le due famiglie dagli inizi dell’Ottocento alla fine della Prima Guerra Mondiale.

Assistiamo alla calata delle fondamenta della società di quella nazione che nel Secolo Breve sarebbe diventata una delle super potenze planetarie. Una società formata dallo scontro e incontro di culture e usanze molto differenti, spesso dure e senza mezzi termini, che si sono sviluppate grazie anche alla geografia di un Paese dagli immensi confini. Usanze e culture diverse che però, volenti o nolenti, devono fare riferimento soprattutto ad una cosa.

Così a partire dal titolo questo libro, come molti altri di Steinbeck, affonda le sue radici nella Bibbia. “East of Eden”, il titolo originale, è preso dal Libro della Genesi: “Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, a oriente di Eden” (IV, 16). La stessa cosa vale per il personaggio femminile più rilevante e affascinante del romanzo, Cathy Ames, che lo stesso Steinbeck descrive come la: “personificazione di Eva, di Lilith e del serpente messi insieme“.

Attraverso i Trask e gli Hamilton comprendiamo affondo l’anima di una Paese e di un popolo, che ancora oggi in ogni singola stanza di ogni singolo albergo o motel sul proprio intero territorio, nel cassetto del comodino tiene una copia della Bibbia.

Un immortale caposaldo della letteratura mondiale del Novecento.

Nel 1955 Elia Kazan dirige “La valle d’Eden”, memorabile adattamento cinematografico del romanzo con l’indimenticabile James Dean.

“Radioactive. Marie e Pierre Curie. Una storia d’amore e contaminazione” di Lauren Redniss

(Mondadori, 2020)

Lauren Redniss, classe 1974, è una delle più famose autrici di saggi e libri visivi degli Stati Uniti, e non solo. Ha vinto numerosi premi per le sue opere ma quella più famosa, al momento, è senz’altro “Radioactive. Marie e Pierre Curie. Una storia d’amore e contaminazione” in cui ripercorre la vita di una delle più grandi scienziate della storia.

La giovane polacca Maria Salomea Skłodowska arriva nel 1891 a Parigi per studiare fisica e matematica. Ma la scienza e la carriera accademica sono saldamente in mano agli uomini, che guardano infastiditi una giovane donna capace e volitiva.

L’unico che la sostiene e le offre di dividere il suo laboratorio è Pierre Curie. I due, che condivideranno anche le proprie esistenze, rivoluzioneranno la scienza moderna, scoprendo due nuovi elementi: il Polonio – chiamato così in onore alla terra natale di Marie – e il Radio.

E proprio insieme a quest’ultimo scopriranno anche il lato oscuro della radioattività e della sua contaminazione. E quando appariranno sui loro corpi i primi sintomi visibili da radiazioni, con ulcere e piaghe comprese, i Curie si chiederanno se davvero l’umanità era pronta alle loro scoperte.

Come Alfred Nobel che con la sua invenzione fece fare un balzo clamoroso in avanti alla civiltà ma rimase annichilito da come poi gli stessi esseri umani usarono la dinamite per scopi militari micidiali, Marie e Pierre Curie, anche non potendo vedere direttamente le nefaste conseguenze dell’uso scellerato delle radiazioni, vivranno gli stessi dilemmi…

Insomma, uno splendido graphic novel da leggere e conservare, su una donna straordinaria e geniale che ha cambiato il suo tempo e la società. La Redniss ci ricorda, ad esempio, che la Curie non è stata “la prima donna” ha vincere due premi Nobel – come molto spesso è ricordato nelle sue biografie – ma è stata “il primo essere umano” a farlo, in barba ai suoi pomposi e invidiosi colleghi maschi contemporanei che le sbuffavano alle spalle. Il tutto raccontato attraverso particolari didascalie che si fondono con splendidi disegni, in un’edizione davvero di ottima qualità.

Una lettura per grandi, ma anche per i più giovani, perché è importante pensare in grande fin da piccoli!

Da quest’opera è stato tratto l’ottimo adattamento cinematografico “Radioactive” di Marjane Satrapi con una bravissima Rosamund Pike nei panni della Curie.

“Piramide di paura” di Barry Levinson

(USA, 1985)

Alle soglie del primo centenario della nascita editoriale del più grande ed eccentrico detective di tutti i tempi Sherlock Holmes, avvenuta con la pubblicazione del leggendario “Uno studio in rosso” firmato da Sir Arthur Conan Doyle nel 1887, Steven Spielberg produce una pellicola dedicata all’inedito incontro giovanile fra il detective e il suo futuro amico John Watson, non ancora medico.

Anche se per Doyle i due si conoscono solo nel suo primo romanzo in cui sono adulti, Chris Columbus, autore dello script, se li immagina adolescenti e compagni di scuola. E fra i banchi e le antiche aule di uno dei più prestigiosi college della Londra vittoriana, il giovane Holmes (Nicholas Rowe) dovrà affrontare pericoli mortali ed eventi che segneranno la sua successiva esistenza…

Ispirato all’intera opera di Doyle, ma soprattutto a “Il segno dei quattro” (pubblicato nel 1890) “Piramide di paura” diretto da Barry Levinson è davvero un film divertente e appassionante, soprattutto per i ragazzi o i patiti sfegatati di Sherlock Holmes come me.

Va visto (o rivisto) anche per altri due motivi: è uno dei primi lungometraggi non animati in cui appare un personaggio realizzato interamente in computer grafica, come si chiamava allora. Si tratta del cavaliere che si “stacca” dalla vetrata di una chiesa per inseguire il sacerdote in una delle scene iniziali della pellicola. A realizzarlo è nientepopodimeno che John Lasseter assieme a quel manipolo di geni smanettoni coi quali fonderà la magica Pixar.

Il secondo motivo è perché questo giovane Sherlock Holmes assomiglia incredibilmente tanto a Harry Potter…

Sebbene la Rowling pubblicherà il primo romanzo sul giovane mago più famoso del pianeta solo nel 1997 e la sua riduzione cinematografica arriverà nel 2001, le atmosfere e gli ambienti del college in cui studiano Holmes e Watson ricordano incredibilmente quelle di Hogwarts. E poi lo stesso John Watson (impersonato dal giovane Alan Cox) con la frangetta nera sulla fronte, gli occhiali tondi e gli occhi azzurri (il cui viso si intravede col berretto anche nella locandina del film) sembra proprio il figlio maggiore di James e Lily Potter. Ma come è possibile?

Forse potrebbe essere d’aiuto ricordarsi che l’autore della sceneggiatura di “Piramide di paura” è Chris Columbus, autore di script di film come “Gremlins” o “I Goonies” (del quale è stato da poco annunciato il seguel), lo stesso che poi dirigerà i film “Harry Potter e la pietra filosofale” e “Harry Potter e la camera dei segreti”.

Insieme a “Vita privata di Sherlock Holmes” di Billy Wilder, “La soluzione sette per cento” di Nicholas Meyer, “Senza indizio” di Thom Eberhardt, alla serie “Sherlock” di Mark Gatiss, Steven Moffat e Steve Thompson e a “Enola Holmes” di Harry Bradbeer, “Piramide di paura” è una delle migliori opere liberamente ispirate al personaggio immortale creato dal genio di Conan Doyle.

“A Babbo morto – Una storia di Natale” di Zerocalcare

(Bao Publishing, 2020)

Ma che davvero? …Adesso pure a Natale bisogna pensare? …E no, basta …un pò di tregua.

Ora dobbiamo ricordare quelli meno fortunati di noi anche durante le festività natalizie? Non ci possiamo permettere neanche il lusso di ingurgitare milioni di calorie, organizzando tossici rave party per il nostro colesterolo, senza essere costretti a riflettere sui drammi e le ingiustizie che ci circondano?

Allora che si festeggia a fare? D’altronde se uno sceglie di nascere in una nazione sfigata, o essere assunto in un’azienda gestita da incapaci o peggio criminali e viene sfruttato senza pietà noi che c’entriamo! Se uno perde il lavoro a causa di una pandemia planetaria, acuita da quattro sfigati che giravano senza mascherina prendendo in giro quelli che invece la usavano, noi che c’entriamo!

Il massimo dei problemi morali che vogliamo affrontare a Natale, che ormai inizia ai primi di Novembre, è la secolare dicotomia fra il panettone e il pandoro, e ci vogliamo patologicamente dimenticare tutte le ingiustizie e le storture intorno a noi. Basta con tutte queste tragedie, con questi reietti della società che non ci fanno gustare a pieno il torrone al cioccolato fondente. Lasciateci guardare in pace “Una poltrona per due” beatamente abbrutiti davanti alla tv.

E’ inutile che questo breve romanzo grafico sia stampato in un’elegante versione con la copertina rigida, e i disegni di Zerocalcare siano stati colorati da Alberto Madrigal: la digestione ce la rovina lo stesso!

Viva il colesterolo e lo strutto! Abbasso quel Grinch di Zerocalcare che per forza ci vuole fare pensare pure a Natale!

“Nellie Bly” di Luciana Cimino e Sergio Algozzino

(Tunué, 2020)

Elizabeth Jane Cochran (1864-1922) è stata una delle personalità più rilevanti del giornalismo americano e non solo. Figlia di un magistrato di un piccolo centro della Pennsylvania, poco dopo la prematura morte di questo assistette alle violenze materiali e morali che la madre e i suoi fratelli subivano da parte del nuovo patrigno, un uomo alcolizzato e manesco. Testimoniò in prima persona, durante il processo di divorzio intentato dalla madre, le angherie subite durante il matrimonio.

Ventenne tentò la carriera di insegnate a Pittsburgh, ma quando lesse l’articolo “What Girls Are Good For” sul Pittsburgh Dispatch in cui un borioso giornalista elencava i veri e “sacri” compiti di una donna che nulla avevano a che fare con le suffragette o l’emancipazione femminile, non riuscì a trattenersi e scrisse una lettera di risposta senza usare mezzi termini.

Il direttore del giornale ne rimase così colpito da offrire alla Cochran di scrivere un articolo ufficiale di risposta per poi farla diventare una collaboratrice stabile della redazione. Ma una donna, ancora non sposata, che giocava a fare la giornalista non aveva la massima considerazione sociale e così per salvaguardare se stessa e i propri familiari optò per uno pseudonimo. Fra le canzoni più famose di quel periodo c’erano soprattutto quelle di Stephen Foster (autore per esempio di “Oh! Susanna”) e fra quelle “Nelly Was a Lady” e “Nelly Bly“. La Cochran scelse quest’ultima come pseudonimo, ma per un banale errore di battitura commesso dallo stesso direttore alla fine dell’articolo apparve sul giornale il nome “Nellie Bly”, che poi la donna trovò superfluo correggere.

La Bly aveva nel sangue quello che poi, grazie anche a lei, avrebbe preso il nome di giornalismo d’inchiesta, visto che amava trovare e intervistare le sue fonti direttamente sul campo. All’inizio ovviamente le poche donne che lavoravano nei giornali si occupavano esclusivamente di moda e costume, ma Nellie ruppe gli schemi grazie proprio alle sue coraggiose inchieste. Per quello che aveva subito da piccola e per la grave indigenza nella quale era cresciuta dopo la morte del padre, la Bly prediligeva denunciare gli abusi che subivano i più poveri e indifesi della società. Per questo denunciava sovente le drammatiche situazioni in cui erano costretti a lavorare gli operai.

Fu una delle pochissime giornaliste ad intervistare nel 1884 la prima candidata donna alla Casa Bianca, Belva Ann Lockwood avvocato (è grazie a lei se nel 1879 il Congresso approvò la parità formale dell’avvocatura femminile rispetto a quella maschile) che si era candidata conscia di non avere nessuna possibilità, ma soprattutto per “svegliare” le sue concittadine.

I suoi reportage, visto che erano sempre più seguiti, indispettirono i grandi industriali che iniziarono a fare sempre più pressione sui giornali che la pubblicavano. Così nel 1886 Nellie Bly si trasferì come corrispondente in Messico dove denunciò le pesanti condizioni sociali in cui viveva il popolo sotto la dittatura di Porfirio Diaz. Ovviamente Diaz divenne insofferente alla Bly che poco dopo fu costretta a tornare negli Stati Uniti. Lasciò il Pittsburgh Dispatch per trasferirsi a New York ed entrare nel “New York World”, il giornale diretto da Joseph Pulitzer.

Lo stesso Pulitzer le chiese di realizzare un reportage sul “New York City Mental Health Hospital” del quale si avevano notizie drammatiche ma mai dimostrate. Così la Bly prese una camera in affitto sotto falso nome fingendosi pazza e preda di continua crisi isteriche. La Polizia, chiamata dalla proprietaria della pensione, la consegnò immediatamente all’ospedale nel quale la donna passò dieci interminabili giorni. Per tirarla fuori ci vollero i legali del giornale. Il reportage che la Bly scrisse fece esplodere uno scandalo senza precedenti grazie al quale saltarono numerose poltrone fra politici e sanitari, ma soprattutto la città di New York decise poco dopo di stanziare un milione di dollari per la cura dei malati di mente. L’inchiesta è ancora oggi una pietra miliare del giornalismo americano tanto da ispirare ancora romanzi e film, come “Il corridoio della paura” diretto da Samuel Fuller nel 1963.

Nel 1888 Pulitzer volle sfidare Jules Verne sostenendo, attraverso il suo giornale, che era possibile ormai fare il giro del mondo in meno di 80 giorni. E per provarlo incarico Nellie Bly di compiere il viaggio. Nessuno lo credeva possibile, soprattutto per una donna sola, ma Nellie smentì tutti compiendolo in poco più di 72 giorni. Nel suo lungo viaggio, ad Amiens venne ricevuta dallo stesso Verne entusiasta. L’impatto fu planetario, basta pensare che l’abito che si era fatta confezionare appositamente la giornalista per il viaggio che era resistente, adatto a tutti i climi e austero, divenne quello più venduto e alla moda di quegli anni in tutti gli Stati Uniti e non solo. L’impresa si impresse nel profondo dell’immaginario collettivo tanto da essere continuamente citata o richiamata. Ne è un esempio il personaggio interpretato da Natalie Wood nell’intramontabile “La grande corsa” che Blake Edwards realizza nel 1966.

La Bly si sposò con un ricco industriale per il quale abbandonò la stampa. Alla morte del marito prese in mano le redini dell’industria di famiglia ma, a causa di un esperto truffatore e delle sue idee innovatrici fallì. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale la Bly fu la prima inviata di guerra donna della storia e seguì sul campo i fronti russo e serbo. Elizabeth Jane Cochran muore il 27 gennaio del 1922 a 57 anni per una polmonite. Il suo testamento spirituale si racchiude in una delle ultime frasi che scrisse prima di morire: “Non ho mai scritto una parola che non provenisse dal mio cuore. E mai lo farò”.

Questo graphic novel, il cui testo è firmato da Luciana Cimino mentre i disegni sono di Sergio Algozzino, ripercorre gli eventi salienti della vita della Bly attraverso un’intervista che una giovane studentessa le fa poco prima della sua morte.

Se i disegni sono molto belli e d’effetto, la sceneggiatura è fin troppo semplice e sintetica, ma rimane comunque una testimonianza su una delle donne più carismatiche, coraggiose e libere della nostra storia recente, che contribuì in maniera determinante ad accelerare la nascita del movimento di emancipazione della donna.

“I 7 Re di Roma” di Luigi Magni

(Italia, 1989)

Preferisco, per ricordare un grande artista come Luigi Proietti scomparso solo pochi giorni fa, parlare di una delle sue interpretazioni più indimenticabili, piuttosto che ricordarne semplicemente la vita o elencare il suo, seppur lungo e incredibile, curriculum artistico.

Nella grande tradizione italiana della commedia musicale, firmata soprattutto dallo storica “ditta” Garinei & Giovannini, debutta il giorno di San Valentino del 1989, ovviamente al teatro Sistina, “I 7 Re di Roma”.

Anche se siamo nella più classica commedia, sul cartellone il suo autore Luigi Magni la chiama “Leggenda musicale”. E per le musiche Pietro Garinei – che ne cura anche la regia – e lo stesso Magni si rivolgono al giovane Nicola Piovani che, poco più che quarantenne, ha già lavorato con registi del calibro di Marco Bellocchio, Mario Monicelli, i fratelli Taviani, Nanni Moretti e Federico Fellini.

Magni, da sempre fra i più bravi e ironici narratori della storia di Roma soprattutto quella papalina, stavolta vuole raccontare la fondazione della città Eterna. Basandosi sull’opera “Ab Urbe condita” di Tito Livio, ma anche compiendo ricerche personali su documenti e tradizioni, ci racconta fra miti e leggende la nascita di Roma e la storia dei suoi primi sette Re, che posero le basi di quella che sarebbe diventata il centro di un’impero durato millenni, e che sarebbe morta e risorta più splendente di prima innumerevoli volte. Insomma, i sette che gettarono le basi di un mito, ma che molti troppo spesso non ricordano tutti o nel giusto ordine.

Per interpretare Romolo, Numa Pompilio, Tullio Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Seperbo, ma anche Tiberino, Enea e il fauno Luperco, non poteva bastare un attore “normale”. Ci voleva un genio, un istrione ironico ed irresistibile, un classico e raro “animale” da palcoscenico come se ne vedono pochi: uno come Gigi Proietti.

Così, per oltre due ore e mezza, ripercorriamo la storia antica di Roma che trasformò un manipolo di pastori nei fondatori della città che più di ogni altra nel modo e nel tempo ha segnato la storia. E lo facciamo ridendo di gusto all’arte suprema di Proietti, alle battute di Magni – che ci ricorda giustamente come le donne, anche a quei tempi, erano schiacciate in ruoli marginali e stereotipati, del tutto funzionali agli uomini sia nei loro trionfi che nei loro fallimenti – e rapiti dalle splendide musiche di Piovani.

Reputo la canzone “E’ bello pende al filo” una delle più belle della nostra recente tradizione musicale, davvero indimenticabile, così come l’immenso Proietti.

Da vedere.

“Le streghe” di Robert Zemeckis

(USA, 2020)

Il geniale Roald Dahl (1916-1990) pubblica nel 1983 il romanzo per ragazzi “Le streghe” che riscuote un enorme successo, soprattutto nei paesi di lingua anglosassone.

Nel 1990 il britannico Nicolas Roeg realizza il suo primo adattamento cinematografico con una produzione anglo-americana intitolata “Chi ha paura delle streghe?” con Anjelica Huston nel ruolo della Strega Suprema e i pupazzi della bottega del mitico Jim Henson, che produce anche il film.

Visto che l’opera di Dahl, col passare del tempo, non solo non perde il suo smalto ma ne acquista sempre di più, uno dei registi più rilevanti di Hollywood decide di realizzare un nuovo adattamento. Per farlo Robert Zemeckis scrive la sceneggiatura assieme al visionario Guillermo Del Toro e al regista e produttore Kenya Barris. I tre spostano l’azione dall’Inghilterra dei primi anni Ottanta del libro all’Alabama della fine degli anni Sessanta, trasformando il piccolo protagonista da inglese di origini norvegesi ad appartenente alla comunità afroamericana.

Fuori campo la voce volitiva di un uomo adulto (che nella versione originale appartiene a Chris Rock) descrive e commenta alcune diapositive che parlano della streghe, esseri malefici e perfidi che hanno un solo scopo nella vita: schiacciare tutti i bambini.

Con un lungo flashback l’uomo inizia a raccontare la sua storia: nel Natale del 1968 quando aveva solo otto anni, a causa di un incidente automobilistico, è rimasto orfano. A prendersi cura di lui è stata sua nonna materna (Octavia Spencer) che lentamente, con amore e pazienza, gli ha riacceso la voglia di vivere portandolo con lei a Demopolis, una piccola cittadina rurale dell’Alabama.

Ma un brutto giorno il piccolo incappa in una strana e inquietante signora che gli offre una caramella. Istintivamente fugge via e quando racconta l’accaduto alla nonna questa ne rimane sconvolta. E’ indubbio, infatti, che il piccolo ha incrociato una strega, essere malefico che farà di tutto per annientarlo. La nonna, che da bambina è fortunosamente scampata anche lei ad una strega, decide di lasciare immediatamente la città per mettere al sicuro il nipote.

Grazie a suo cugino riesce a prenotare una camera nel lussuoso “The Grand Orleans Imperial Island Hotel”, un posto per ricchi uomini bianchi dove nessuna strega cercherebbe un bambino da schiacciare. Ma la nonna ignora che proprio in quei giorni, nel lussuoso resort, è previsto il convegno della Società Internazionale per la Prevenzione degli Abusi sui Minori. E che tale società è il paravento dietro il quale si nascondono le streghe americane, la cui presidente è la Strega Suprema (una cattivissima Anne Hathaway)…

Delizioso film fantasy, non solo per ragazzi, che come tutti i libri di Dahl ci parla di tolleranza e rispetto, per gli altri ma soprattutto per se stessi. Il cambio di ambientazione ci ricorda inoltre, con tagliente eleganza, la tragedia del razzismo che ancora attanaglia e miete vittime negli Stati Uniti, e non solo.

Da ricordare anche l’interpretazione di Stanley Tucci nei panni del mellifluo direttore del resort, e la partecipazione del regista premio Oscar Alfonso Cuarón, compatriota di Del Toro, alla produzione.

“Il Gatto con gli Stivali” di Kimio Yabuki

(Giappone, 1969)

Poco più di dieci anni dopo l’uscita nella sale giapponesi dello splendido “La leggenda del serpente bianco“, il primo anime nella storia del cinema, la Toei Animation realizza il suo quindicesimo lungometraggio.

Così come per il primo, ispirato ad un’antica leggenda cinese, anche per questo la società di produzione prende spunto da una fiaba fuori dalle tradizioni giapponesi, cosa che le consente di ampliare il mercato di distribuzione.

Viene scelta “Il gatto con gli stivali” del francese Charles Perrault, alla quale gli sceneggiatori Hisashi Inoue e Morihisa Yamamoto uniscono spunti ed elementi tipici dei romanzi immortali del maestro Alexandre Dumas. Al gatto protagonista viene dato il nome Pero – senza accento – proprio in onore del suo creatore.

Assistiamo all’imponente processo felino nel quale Pero viene condannato a morte dai suoi simili perché ha lasciato fuggire vivo e vegeto un topo. Ma Pero è così: ama la giustizia e la vita. Così, ascoltata la condanna alla pena capitale, saluta tutti col suo cappello e fugge via grazie alla sua scaltrezza e alla sua spada.

Sulle sue tracce vengono inviati tre maldestri gatti sicari, tra cui il più imbranato è Gattognan, che però non riescono mai a prenderlo. Intanto Pero s’imbatte casualmente nel povero e cortese Pierre, giovane contadino vittima dei suoi fratelli maggiori che gli hanno portato via tutto.

Grazie al suo ingegno Pero riesce a far incontrare Pierre con la bella principessa Rosa che, suo malgrado, è al centro delle attenzioni del perfido e malefico Re Lucifero. Ma Pero non si lascia intimidire dai suoi nefasti poteri magici…

Ottanta minuti di ottimo cinema d’animazione, con trovate e gag molto divertenti, conditi da musiche e canzoni scritte apposta per il film. Il successo è planetario tanto da portare la stessa Toei Animation ad adottare Pero come mascotte usando il suo ritratto stilizzato nel proprio logo, e ha mettere in cantiere vari sequel.

Al di là del fatto che questa pellicola è una delle più care della mia infanzia, anche perché veniva trasmessa a ripetizione da un’emittente privata romana alla fine degli anni Settanta, possiede due rilevanti elementi in comune col grande cinema d’animazione che l’ha preceduta e con quello che la seguirà.

Infatti non è casuale il richiamo a “Puss in Boots”, uno dei primi cortometraggi realizzati da Walt Disney nel 1922. Inoltre nel cast tecnico, fra gli animatori, ci sono Hayao Miyazaki e Yasuo Ôtsuka. I due collaboreranno molto insieme, soprattutto nei decenni successivi in serie televisive come “Le avventure di Lupin III” e “Il fiuto di Sherlock Holmes” dirette dallo stesso Miyazaki.

Ma soprattutto Ôtsuka parteciperà alla realizzazione di “Lupin III: Il castello di Cagliostro” primo lungometraggio animato diretto da Miyazaki, in cui alcune scene spettacolari si ispirano esplicitamente a quelle animate dai due dieci anni prima ne “Il gatto con gli stivali”, relative all’inseguimento di Rosa e Pierre da parte di Lucifero sulla torre del suo oscuro castello. Anche la scena finale ricorda molto quella conclusiva de “La ricompensa del gatto“.

Un lungometraggio d’animazione davvero particolare, che in Italia venne presentato all’apertura del Salone Internazionale dei Comics di Lucca del 1969.