“Kill Bill vol.2 ” di Quentin Tarantino

(USA, 2004)

Se “Kill Bill vol.1” era esplosione, il secondo volume è implosione. Tarantino cambia registro completamente, rallenta il ritmo, si concede digressioni che nel capitolo precedente sarebbero state impensabili. “Kill Bill vol. 2” è il film dove la vendetta incontra la propria coscienza, dove i corpi in movimento si fermano finalmente a riflettere sul senso del viaggio.

L’apertura è programmatica: la Sposa alla guida della Pussy Wagon, il deserto che scorre, un monologo interiore che ci porta dentro la sua testa. Non siamo più nell’universo colorato e frenetico del cinema orientale, ma nel territorio dello western crepuscolare, quello dei maestri Sergio Leone e Sam Peckinpah. Il cambio di geografia è anche cambio di linguaggio cinematografico.

Budd rappresenta tutto ciò che il primo film non era. Vive in una roulotte, lavora come buttafuori in uno strip club, ha rinunciato alla vita da assassino per qualcosa che somiglia più alla resa che alla redenzione. Michael Madsen porta in scena una stanchezza esistenziale che rallenta ogni suo gesto, ogni sua parola. Quando seppellisce viva la Sposa, non c’è trionfo nei suoi occhi ma solo la consapevolezza triste di chi sa che sta solo rimandando l’inevitabile.

La sepoltura è il momento di verità del dittico. Tarantino rinchiude la sua eroina in una bara, al buio, con l’ossigeno che si esaurisce, e lì la costringe a fare i conti con sé stessa. Il flashback della formazione col maestro Pai Mei non è solo un intermezzo ma il cuore filosofico dell’intera opera.

Le sequenze dell’allenamento hanno il ritmo di un mantra. La Sposa che colpisce il tronco d’albero fino a sanguinare, che impara la tecnica e il controllo mentale attraverso la sofferenza fisica. Qui Tarantino mostra una maturità narrativa che va oltre il virtuosismo formale: sa quando fermarsi, quando lasciare che i personaggi esistano in uno spazio contemplativo. Non è il Tarantino dell’azione forsennata ma quello che sa costruire tensione attraverso il silenzio e la ripetizione.

Quando la Sposa sfonda il legno della bara con il pugno appreso da Pai Mei, quando si apre la strada verso la superficie scavando con le mani nude, assistiamo a una rinascita letterale. Emerge dalla terra come un’eroina mitologica, coperta di polvere e sangue, e sappiamo che niente potrà più fermarla.

Elle Driver è l’ultima guardiana prima di Bill, e il loro scontro nella roulotte di Budd è violenza sporca, disperata, lontana anni luce dall’eleganza coreografica della Casa delle Foglie Blu. Si combatte tra mobili traballanti e spazi angusti, con un realismo brutale che fa male. Quando la Sposa strappa l’occhio rimasto a Elle, non c’è bellezza ma solo ferocia necessaria. Daryl Hannah costruisce un personaggio che è odio puro, rivalità portata all’estremo, e la sua sconfitta è insieme catarsi e momento di orrore.

Ma il vero climax è l’incontro con Bill. David Carradine (nella nostra versione doppiato superbamente da Adalberto Maria Merli) porta una malinconia che permea ogni scena. Il suo Bill non è il cattivo che ci aspetteremmo: è un uomo che ama ancora la donna che sta per ucciderlo, che suona il flauto per la figlia che non sapeva di avere, che vorrebbe poter fermare il tempo e rimanere per sempre in quella villa messicana dove per un momento sembrano essere una famiglia.

Il monologo su Superman è cinema che parla di cinema ma anche di identità. Bill teorizza che la Sposa è nata assassina, che Beatrix Kiddo è la maschera e Black Mamba la vera natura. Ma Tarantino è più sottile di così: ci mostra una donna che è entrambe le cose, che può essere madre tenerissima e guerriera spietata, che non deve scegliere tra le due identità ma può contenerle entrambe.

Lo scontro finale non è fisico ma esistenziale. E qui, per una volta, non posso fare a meno di parlare dell’epilogo della storia. Chi ancora – colpevolmente! – non l’avesse visto può fermarsi qui e correre a vederlo, per gli altri: la tecnica del pugno esplosivo del cuore in cinque tocchi che finalmente viene usata è quasi un atto di pietà, un modo per chiudere il cerchio senza ulteriore sofferenza. Bill muore camminando, con dignità, cinque passi esatti prima che il cuore esploda. È una morte da samurai per un uomo che ha vissuto secondo un codice, per quanto distorto e sanguinario.

La scena del ricongiungimento con la figlia è devastante nella sua semplicità. Niente musica drammatica, niente enfasi. Solo una madre che finalmente può piangere, che può crollare sapendo che il viaggio è finito. Tarantino tiene la macchina da presa sulla Sposa mentre i titoli di coda scorrono, e in quel pianto c’è tutto il peso di due film, di una vendetta che è costata troppo anche quando era necessaria.

“Kill Bill Vol. 2” completa un’opera che ha ridefinito il cinema di genere per una nuova generazione. Dove Truffaut manteneva distanza glaciale, Tarantino sceglie la carnalità e l’emozione. Dove la Sposa in nero di Jeanne Moreau era un fantasma vendicatore, Beatrix Kiddo è una donna che sanguina, soffre, rinuncia e conquista. Il secondo volume è la prova che dietro il virtuosismo formale c’è un narratore maturo, capace di rallentare quando serve, di trovare il silenzio dopo il fracasso, di chiudere un’opera con un sussurro invece che con un urlo.

Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *