“Kill Bill vol.1” di Quentin Tarantino

(USA, 2003)

Tarantino non fa film sulla vendetta. Fa film sulla vendetta che diventa ossessione, linguaggio, identità. E con “Kill Bill vol. 1” inaugura un progetto che trasforma il desiderio di giustizia personale in un’opera visiva dove ogni inquadratura è una dichiarazione d’amore per il cinema stesso.

Il punto di partenza è letterario quanto cinematografico: “La sposa in nero” di Truffaut, quel gioiello del 1968 dove Jeanne Moreau attraversava una lista di uomini da eliminare con freddezza chirurgica. Ma dove il maestro francese dipingeva con sottrazione e distanza, Tarantino esplode in un’orgia di riferimenti che va dallo spaghetti western al cinema di samurai, dal kung-fu alle animazioni giapponesi, creando un linguaggio ibrido che non appartiene a nessuna tradizione pur omaggiandole tutte.

Il film si apre con un bianco e nero straniante, il volto tumefatto di Uma Thurman e uno sparo. Poi il salto temporale, la struttura non lineare che diventa firma stilistica. Non è solo un gioco formale: è il modo in cui la memoria della vendetta funziona, frammentata, ossessiva, che ritorna sempre agli stessi punti nevralgici del trauma.

La Sposa in tuta gialla è un’icona immediata. Thurman costruisce un personaggio che è insieme madre ferita e macchina da guerra, capace di passare dalla vulnerabilità assoluta del risveglio dal coma alla determinazione feroce di chi non ha più nulla da perdere. Il suo viaggio comincia dall’ospedale, da un corpo che deve essere riconquistato centimetro per centimetro. La scena delle dita dei piedi che tornano a muoversi è cinema puro: Tarantino sa che prima di ogni vendetta c’è un corpo che soffre, che deve reimparare a essere strumento.

Vernita Green (interpretata da Vivica A. Fox) nel suo idillio suburbano rappresenta il primo capitolo (anche se per il racconto è il secondo…), quello che stabilisce le regole. La vendetta può aspettare l’ora della merenda, può interrompersi davanti a una bambina che torna da scuola. C’è un codice etico anche nell’assassinio, una dignità che Tarantino non tradisce mai. Quando il coltello da cucina vola, lo fa in un contesto domestico che rende tutto più straniante, più violento proprio perché avviene tra elettrodomestici e foto di famiglia.

Il viaggio in Giappone eleva tutto a un livello superiore. O-Ren Ishii (che ha il viso di Lucy Liu) non è solo un nome sulla lista: è un’altra donna che ha fatto della vendetta la propria ragione di vita. L’episodio animato che racconta la sua origine è una scelta coraggiosa che funziona perfettamente. L’anime giapponese permette di mostrare una violenza che in live action sarebbe stata insostenibile, ma soprattutto dichiara apertamente che questo non è un film realistico. È cinema che si nutre di cinema, che attraversa i generi e i formati con una libertà che solo un vero cinefilo ossessivo può permettersi.

La sequenza di Hattori Hanzo è un omaggio al cinema di samurai che diventa quasi liturgia. La forgiatura della katana, il maestro che esce dal ritiro per un’ultima opera d’arte mortale. Tarantino sa che le armi nei film di genere non sono oggetti ma estensioni dell’anima, simboli di un percorso iniziatico. La Sposa non può affrontare O-Ren con un’arma qualsiasi: le serve la migliore spada mai forgiata sulla Terra.

La Casa delle Foglie Blu è il cuore pulsante del film. Qui Tarantino orchestra una sinfonia di violenza che dura quasi mezz’ora e non annoia mai. Ogni membro degli 88 Folli che cade è una nota in una composizione perfetta. Il sangue schizza in fontane irrealistiche, gli arti volano, le luci al neon colorano tutto di blu elettrico. Non è violenza che vuole provocare disgusto ma meraviglia. È balletto, è coreografia, è il trionfo della forma sulla sostanza in un modo che solo il cinema può permettere.

La scelta di passare al bianco e nero durante il climax del massacro non è casuale. Permette di spingere ancora più in là la violenza senza cadere nella gratuità, ma è anche un altro omaggio, questa volta al cinema classico giapponese. Tarantino sa esattamente quando ogni registro deve subentrare, quando il colore può tornare, quando il silenzio deve sostituire la musica.

Il duello finale tra la Sposa e O-Ren nel giardino innevato è di una bellezza quasi contemplativa. Dopo il caos della Casa delle Foglie Blu, il ritorno alla purezza del combattimento uno contro uno. La neve che cade, le due donne che si studiano, le spade che si incrociano con precisione millimetrica. Qui Tarantino mostra che sa anche rallentare, che può costruire tensione attraverso la sottrazione dopo aver costruito eccitazione attraverso l’eccesso.

La colonna sonora è un personaggio a sé. Il tema del telefilm “Ironside” che diventa marchio sonoro della Sposa, i motivi western di Ennio Morricone che si intrecciano con le sonorità orientali, Nancy Sinatra che canta la vendetta come una ballata romantica. Ogni brano è scelto con la precisione di un orologiaio, ogni silenzio calibrato per massimizzare l’impatto emotivo.

“Kill Bill Vol. 1” è cinema che non chiede scusa per essere esattamente ciò che vuole essere: un’esplosione di energia visiva, un catalogo ossessivo di omaggi che diventano linguaggio originale, una celebrazione della violenza come forma d’arte. È il primo atto di un’opera in due tempi, quello che stabilisce le regole e il tono, quello che ci fa innamorare di questa Sposa in tuta gialla che attraversa oceani e continenti con una sola missione. E quando Bill ci dice quello che non osavamo sperare, sappiamo che il meglio deve ancora venire in “Kill Bill vol.2”.

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