
(Dynit Manga, 2026)
Esistono case che da fuori sembrano semplicemente vecchie, e case che invece sembrano avere qualcosa da nascondere. Quella che Edogawa Ranpo costruisce sulle alture di Nagasaki appartiene decisamente alla seconda categoria: una villa in stile occidentale, un po’ fuori posto nel paesaggio giapponese, sormontata da una torre dell’orologio che da anni alimenta dicerie, paure e leggende di paese. Il primo pensiero di chiunque ne erediti una è venderla. Il giovane Mitsuo Kodama, invece, quando suo zio la acquista, ci va a dare un’occhiata. Ed è così che comincia il guaio.
Nel 1937 Ranpo, già padre riconosciuto del giallo giapponese e dei suoi mostri da luna park metafisico, firma con La torre degli spettri il suo omaggio più sfrontato al romanzo d’appendice di stampo gotico. Il libro, va detto, non nasce dal nulla: è una rielaborazione, ripresa da un adattamento giapponese più antico di un romanzo d’avventura occidentale. Eppure l’impronta è inconfondibile. Ci sono dicerie di sangue e di follia, sotterranei che sembrano non finire mai, visi che sotto la pelle sembrano nascondere qualcosa di orrendo, una donna misteriosa che compare quando meno te lo aspetti e un protagonista che ha la sfortuna di essere troppo curioso per la propria incolumità fisica e morale.
Sulla trama non dirò altro, perché il piacere di questo romanzo sta tutto – o quasi – nel lasciarsi condurre. Posso dire però che Ranpo è uno di quei narratori che non ti lasciano mai il tempo di fermarti a riflettere sulle piccole incongruenze. Il ritmo è quello del feuilleton più sfacciato: colpi di scena a ripetizione, identità che si ribaltano, capitoli che si chiudono con il fiato sospeso – tecnica che poi verrà chiamata, grazie al cinema, “cliffhanger” – proprio perché si vuole che tu giri pagina. La prosa è asciutta, scorrevole, quasi priva di orpelli, e anche in questo sta il suo fascino. L’orrore non arriva dalla pesantezza dello stile, ma dall’atmosfera: corridoi, ingranaggi, buio, corpi con teste mozzate, rumori che non dovrebbero esserci.
Personalmente ho trovato più riuscita la prima metà, quella in cui la casa è un personaggio a tutti gli effetti, un organismo che respira, nasconde e inghiotte. Poi la storia accelera e la logica da romanzo d’avventura prende il sopravvento. Qualche coincidenza di troppo, qualche svolta che chiede al lettore un atto di fede non indifferente: ma, come si dice in questi casi, o ci si stai o non ci si stai. Io ci sto, e anche volentieri.
E poi c’è la questione, che più di ogni altra, ha fatto parlare di questa edizione: il maestro Hayao Miyazaki. Il fondatore dello Studio Ghibli lesse questo romanzo da ragazzino, alle scuole medie, e a quanto pare non l’ha mai dimenticato. Chi ha visto Lupin III – Il castello di Cagliostro, il suo primo lungometraggio cinematografico del 1979, riconosce subito la parentela: la torre dell’orologio, gli ingranaggi che custodiscono segreti, la fanciulla prigioniera di un luogo che la sovrasta, i passaggi nascosti che corrono sotto la costruzione. Quel film, che pure si muove nel mondo dell’ineffabile Lupin III, porta addosso l’eco di queste pagine, e leggere Ranpo dopo aver amato il Cagliostro di Miyazaki è un po’ come ritrovare le fondamenta di una casa in cui si è già vissuti.
Dynit Manga ha deciso di rendere omaggio a questo legame in modo molto elegante. L’edizione italiana ospita infatti sedici tavole a colori realizzate appositamente da Miyazaki per il libro, e porta in copertina un suo acquerello: una ragazza in kimono davanti a enormi ingranaggi, con la torre sullo sfondo e figure indistinte che s’indovinano più che vedersi. Non aspettatevi un fumetto vero e proprio. Sono piccole finestre che si aprono sul romanzo, e fanno pensare a un regista che torna nella casa dei suoi primi sogni e li disegna come li ricorda. Alcune sono bellissime proprio perché lasciano alla fantasia il compito di completare la scena, con quei colori tenui e quel tratto inconfondibile che bastano a far venire voglia di rimettere mano a Il Castello di Cagliostro la sera stessa.
Resta un’osservazione da appassionato. Chi arriva a questo libro cercando l’orrore psicologico più cupo di altri racconti di Ranpo, quello dei corpi, delle ossessioni e dei desideri inconfessabili, potrebbe rimanere un po’ spiazzato: qui il tono è più avventuroso, più romantico, più vicino a un grande gioco d’ombre che a un incubo a occhi aperti. Ma è un limite – se di limite si può parlare – solo per chi si aspetta un altro tipo di libro. Per tutti gli altri, La torre degli spettri è un classico godibilissimo, la prova che il romanzo gotico, quando è maneggiato da chi ama le sue convenzioni, può ancora funzionare con una semplicità disarmante.
Il vero merito di questo volume è anche quello di rimettere in circolazione una storia che ha lasciato tracce profonde nell’immaginario giapponese, e non solo. Dietro i fantasmi di Nagasaki si intravedono le torri dell’animazione ghibliana, le case che respirano e i castelli pieni di segreti che, da Cagliostro in poi, sono diventati uno dei marchi di fabbrica di Hayao Miyazaki. Leggerlo oggi significa fare un viaggio all’indietro, fino alla scintilla.
Da leggere con una lampada accesa, magari di sera, ascoltando ogni tanto il ticchettio di un orologio. Con la giusta suggestione, vi sembrerà di sentirne battere un altro, più lontano e più inquietante…
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