
(Italia, 1971)
Nel 1971, mentre l’Italia della fine del miracolo economico si godeva le sue auto nuove e i suoi elettrodomestici, Dino Risi decide di rovinare la festa. Gira un film che è uno schiaffo in piena faccia al Paese, un film che usa la commedia all’italiana non per far ridere ma per far male. E ci riesce benissimo.
Per ricordare le donne e gli uomini di legge italiani caduti sotto l’infame mano della grande criminalità organizzata – da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, da Carlo Alberto Dalla Chiesa a Rosario Livatino – voglio parlare di uno dei più belli e controversi giudici mai rappresentati sul grande schermo: Mariano Bonifazi, interpretato da uno stratosferico Ugo Tognazzi che, in questa pellicola scritta da Age e Furio Scarpelli, vince ai punti contro un altrettanto cosmico Vittorio Gassman, che invece dona vita all’industriale corrotto e corruttore Lorenzo Santenocito.
Bonifazi è un giudice istruttore della vecchia guardia, uno di quelli che credono ancora nella legge come strumento di giustizia e non come ingranaggio burocratico. Vive solo, mangia male, dorme poco. La sua vita è il lavoro, e il lavoro è una battaglia quotidiana contro un sistema che sta marcendo dall’interno. Tognazzi lo interpreta con una serietà assoluta, senza cedere mai alla tentazione della macchietta. Non c’è traccia del Tognazzi comico, del mattatore delle commedie sexy. Qui c’è un attore che si spoglia di tutto per diventare un uomo ossessionato dall’idea di giustizia, un uomo che sa di stare perdendo ma continua a combattere perché è l’unica cosa che sa fare.
Dall’altra parte c’è Santenocito, imprenditore di successo, uomo di mondo, che si muove tra ricevimenti, ville lussuose e corruzione sistemica con la disinvoltura di chi ha capito come funziona davvero il mondo. Gassman costruisce un personaggio che non è il cattivo da cartone animato: è peggio, è uno di noi che ha scelto la strada più facile, quella dove i principi si vendono al miglior offrente e dove l’importante è stare sempre dalla parte giusta, cioè quella dei vincenti. E Gassman, con quella sua eleganza naturale, con quella capacità di essere affascinante anche quando interpreta la corruzione morale, rende Santenocito tremendamente credibile. Lo riconosci, perché ne hai incontrati tanti nella vita vera.
Il film è una battaglia verbale tra questi due titani. Risi costruisce la tensione non attraverso inseguimenti o sparatorie, ma attraverso interrogatori estenuanti, dialoghi serrati, silenzi carichi di significato. La macchina da presa resta quasi sempre ferma, come in un teatro, perché quello che conta sono le parole, gli sguardi, le piccole vittorie e le grandi sconfitte che si consumano in una stanza chiusa.
Age e Scarpelli confezionano dialoghi taglienti dove ogni battuta è un pezzo di Italia che si rivela. Non c’è retorica, non ci sono buoni contro cattivi. C’è la rappresentazione spietata di un Paese che ha deciso di voltare pagina, di dimenticarsi dei principi per abbracciare il cinismo.
Chi non appartiene alla mia generazione e non ha visto questo film, forse non può comprendere a pieno la vera storia della nostra società e della nostra politica di questi ultimi cinquant’anni. Perché questo è lo specchio in cui l’Italia ha guardato se stessa e ha deciso che non le piaceva quello che vedeva, così ha scelto di girare la testa e fare finta di niente.
C’è una scena, a metà film, che da sola vale tutto: Bonifazi e Santenocito si incontrano in un ristorante. Non è un interrogatorio ufficiale, è una chiacchierata tra due uomini intelligenti che si rispettano pur essendo su fronti opposti. Santenocito spiega con pacata arroganza che il mondo è cambiato, che la morale di una volta non funziona più, che bisogna adeguarsi. E Bonifazi ascolta, impassibile, sapendo che quell’uomo ha ragione dal punto di vista pragmatico ma torto dal punto di vista etico. È il confronto tra due Italie: quella che potevamo essere e quella che siamo diventati.
La scena finale del film ce la dice lunga su quanto, e se, gli italiani sono cambiati e sul perché delle loro scelte sociali e politiche. Come sempre non voglio rovinarla per chi non l’ha vista, ma quella sequenza con le bandiere, con l’euforia collettiva, con la festa che cancella tutto, è la sintesi perfetta di un Paese che ha scelto di vivere nell’eterno presente, di dimenticare i problemi dietro una vittoria sportiva, di sostituire i principi con il tifo.
Questo film è di fatto un documento storico e civile sul nostro Paese che andrebbe studiato a scuola. Perché mentre studiavamo le guerre puniche, la vera storia dell’Italia contemporanea si consumava nelle aule di tribunale, nei compromessi quotidiani tra legalità e convenienza.
A distanza di ben oltre cinquant’anni non è invecchiato di un giorno. Anzi, è diventato più attuale, più necessario. Perché nel frattempo abbiamo avuto Tangentopoli, le stragi di mafia, i processi infiniti e le prescrizioni. Abbiamo avuto la conferma che quel Paese raccontato da Risi non era un’eccezione ma la regola, non era un momento di passaggio ma la nostra condizione permanente.
E alla fine capisci che Risi non ha raccontato solo l’Italia degli anni Settanta. Ha raccontato l’Italia di sempre, quella che siamo stati, che siamo, e che probabilmente continueremo a essere. Un Paese dove gli eroi veri, come Bonifazi, restano soli e spesso vengono sconfitti, mentre i Santenocito prosperano e muoiono nel loro letto circondati dall’affetto dei familiari e dal rispetto della comunità.
Un capolavoro amaro, necessario, imprescindibile per chiunque voglia capire davvero questo Paese così complicato, così contraddittorio, così disperatamente umano.
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