“Saving Mr. Banks” di John Lee Hancock

(USA, 2013)

Cominciamo col dire che mi hanno sempre affascinato le ricostruzioni cinematografiche della genesi di grandi opere artistiche o di semplici, ma emozionanti, opere d’ingegno che sono entrate a far parte del mio intimo e personale immaginario.

E’ inutile aggiungere che “Mary Poppins” sia una di queste, e John Lee Hancock ci regala un’affascinante ricostruzione dell’apice del lungo e tormentato rapporto – durato quasi vent’anni – fra il grande Walt Disney e la scrittrice P.L. Traves, per la cessione dei diritti del famoso libro.

Basato sul libro di Valerie Lawson “Mary Poppins She Wrote” – titolo che richiama palesemente la Miss Marple di Agatha Christie – che ricostruisce la vita tormentata dell’inventrice della tata più famosa del cinema, “Saving Mr. Banks” ci racconta di una scrittrice terrorizzata dalla paura di “svendere” la sua creatura più famosa e più cara, visto che odia i cartoni animati, e che si scontra con la personalità volitiva e dirompente di Walt Disney, pronto a tutto pur di mantenere la promessa fatta alle sue figlie: portare Mary Poppins sul grande schermo.

Con dei fantastici e godibilissimi duetti fra P.L. Traves (una bravissima Emma Thompson) e Walt Disney (un altrettanto bravo Tom Hanks) questa pellicola ci porta alle radici di un sogno che, come accade spesso, nasce da un grande dolore.

“Il miglio verde” di Frank Darabont

(USA, 1999)

Dopo lo splendido “Le ali della libertà”, Frank Darabont firma la regia del suo secondo adattamento di un’opera del Re Stephen King.

Questa volta si tratta di un romanzo a puntate, successivamente ricompattato per esigenze editoriali, fra i più duri contro la pena di morte scritti da King.

Come in “Rita Hayworth e la redenzione del carcere di Shawshank”, “Il miglio verde” è ambientato nell’America degli anni Cinquanta, periodo centrale nella narrativa del Re, e che lo stesso Darabont riesce a ricreare magistralmente sul grande schermo.

Ma la bellezza di questo film è dovuta anche a un cast straordinario fra cui spiccano ovviamente Tom Hanks – altro grande paladino a favore dell’abolizione della pena di morte negli USA -, Michael Clarke Duncan, David Morse e Sam Rockwell, davvero squilibrato e spietato.

Per la chicca: Darabont ha raccontato che Duncan (scomparso prematuramente nel 2012) era alto 1,94 centimetri, ma per renderlo “gigantesco” – come vuole il racconto – rispetto agli altri, l’attore dovette recitare la maggior parte delle scene su uno sgabello visto che Hanks è 1,84 e Morse 1,93.

“Cast Away” di Robert Zemeckis

(USA, 2000)

Chuck Noland (Hanks) è un uomo efficiente, soprattutto nel lavoro. E siccome lavora per un grande corriere espresso internazionale è costretto a viaggiare continuamente.

Anche a Natale lascia la sua Kelly (Helen Hunt) per seguire una spedizione intercontinentale.  E quando il suo aereo precipita, e lui finisce naufrago e solo su uno scoglio perso nell’oceano, ha quattro anni per ripensare alla sua vita e alle sue scelte, soprattutto quelle con cui ha gestito la relazione con Kelly.

E saranno proprio la voglia di rivedere il suo amore, e molta fortuna, a farlo tornare a casa.

Robinson Crusoe” a parte, è una delle migliori opere sulla solitudine, la “Message In A Bottle” del cinema. E poi c’è un memorabile Tom Hanks (autore dell’idea originale) che tiene la scena per più di un’ora, da solo, parlando col suo “Wilson”.

“Forrest Gump” di Winston Groom

(1994 R.C.S./Sonzogno)

Il libro di Groom, che risale al 1986, è diventato famoso a livello planetario quasi dieci anni dopo grazie al film diretto da Robert Zemeckis e interpretato magistralmente da Tom Hanks.

Ma quello che ha stuzzicato la mia curiosità e spinto a leggerlo non è stato il valore artistico della pellicola, ma le dichiarazioni che fece Winston Groom all’uscita del film, ammettendo di essere furioso con la produzione per aver scelto Hanks, attore – secondo lui – lontanissimo dalle corde del suo Forrest.

Ognuno ha nella testa il personaggio che legge, o meglio ancora che crea, ma siccome la letteratura e il cinema sono due arti separate e ben distinte, mi fanno imbestialire quelli che tentano di sovrapporle.

Un film e un libro saranno sempre e comunque due cose profondamente diverse anche se raccontano la stessa storia. Comunque sia, Groom ha scritto, per il suo stile infantile e la sua natura onirica, un romanzo interessante e a suo modo innovativo.