“Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo” di Mauro Bolognini

(Italia, 1956)

Ci sono poche cose che raccontato il nostro Paese, o meglio la nostra società e il nostro stile di vita, come alla grande commedia all’italiana.

Siamo entrati nel Terzo Millennio e nel nostro quotidiano le cose non sono poi così cambiate rispetto a quello che ci racconta Mauro Bolognini nel 1956 in questa deliziosa pellicola in bianco e nero.

Le vite di quattro Vigili Urbani romani si incrociano sul palco dell’orchestra del Corpo per poi scontrarsi con la vita di tutti giorni.

L’integerrima inflessibilità costerà cara alla guardia Randolfi (un grande Alberto Sordi), così come la troppa passione per la musica classica e le bugie sulla propria famiglia penalizzeranno la guardia scelta Manganiello (un altrettanto grande Peppino De Filippo), mentre meglio andrà al brigadiere Spaziani (Aldo Fabrizi sempre in grande forma) che riuscirà a coronare il sogno della figlia, tutti comandati dal maresciallo Mazzetti (un sornione Gino Cervi).

Fra sketch e scene memorabili, ancora oggi rimangono irresistibili e inarrivabili due scene su tutte: la partita a scopone fra De Filippo-Cervi e Fabrizi-Sordi, con quest’ultimo che non teme di schiaffeggiare neanche la mano del suo superiore mentre questo prende la carta sbagliata. E l’esame dello stesso Randolfi/Sordi che cerca vanamente una traduzione e un’improbabile pronuncia francese della parola “zia”…

Da rivedere a intervalli regolari.

“La lunga notte del ‘43” di Florestano Vancini

La lunga notte del 43

(Italia, 1960)

In uno degli anni più importanti del cinema italiano (lo stesso in cui uscirono “La dolce vita” di Federico Fellini, “La ciociara” di Vittorio De Sica, “L’avventura” di Michelangelo Antonioni, “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti, “Tutti a casa” di Luigi Comencini e “Kapò” di Gillo Pontecorvo, tanto per citare solo i più famosi) esordisce alla regia Florestano Vancini con un film tratto da un racconto di Giorgio Bassani e sceneggiato da Pier Paolo Pasolini, Ennio De Concini insieme allo stesso Vancini. Oltre alla drammatica vicenda che quasi tutto il film racconta, la sommaria e ingiustificata fucilazione di 11 antifascisti come rappresaglia per l’assassinio del capo dell’ufficio federale fascista della città (in realtà freddato da un sicario inviato da Carlo Aretusi, fascista della prima ora, che così riacquista il potere locale), la cosa che a distanza ancora colpisce come un pugno allo stomaco è la scena finale. Ambientata nel 1960, in maniera quasi profetica, ci descrive l’Italia del boom economico così incredibilmente vicina a quella del “nuovo miracolo italiano”. Gino Cervi, nei panni dell’Artusi, ci regala un’interpretazione indimenticabile. Premio Miglior Opera Prima alla Mostra del Cinema di Venezia.