“Il corridoio della paura” di Samuel Fuller

(USA, 1963)

Questo è uno degli esempi più riusciti e immortali del cinema indipendente americano, realizzato da uno dei maestri indiscussi del genere come Samuel Fuller, autore che ancora oggi i più grandi cineasti omaggiano e citano.

Girato a bassissimo costo e tutto in interni, “Il corridoio della paura” ci trascina in un viaggio allucinante nella mente umana e nei suoi più oscuri antri. E, come molti altri B movie dell’epoca, proprio grazie alla sua produzione indipendente e alla sua storia apparentemente banale, ci grida – tipico di Fuller – alcune denunce sociali.

La prima, quella più evidente, è il totale abbandono e la segregazione del tutto simile a quella carceraria delle persone con problemi psichici: sia di quelle pericolose per se stesse e per gli altri e, soprattutto, di quelle completamente innocue.

Poi, con grande coraggio, Fuller – che produce, scrive e dirige il film – lancia un urlo contro il razzismo (siamo nel 1963, è giusto ricordarlo) raccontandoci la storia di Trent, un paziente internato nel manicomio – allora si chiamavano ancora tristemente così – dove si fa rinchiudere il protagonista Johnny Barrett.

Trent è un uomo di colore nato nel profondo sud degli Stati Uniti. Dotato a scuola, grazie a numerose borse di studio riesce ad arrivare all’Università e diventare il primo studente di colore in un campus che da secoli era riservato ai bianchi.

Questo lo trasforma in un simbolo della lotta al razzismo, ma l’enorme pressione a cui è sottoposto e, soprattutto, il viscido e subdolo razzismo dei suoi professori e dei suoi compagni di studio dopo pochi anni lo fanno crollare. E così, nei momenti in cui non è catatonico, è convinto di essere uno dei membri più feroci del Ku Klux Klan, sempre a caccia di “negri” da linciare o impiccare.

L’ultima denuncia Fuller la lancia, con il plot principale, contro quel giornalismo spregiudicato e disposto a tutto pur di fare uno scoop. Johnny Barrett (Peter Breck) è un giovane e promettente redattore del giornale più venduto della città. La sua voglia di affermarsi e vincere il Premio Pulitzer lo porta a farsi internare nel manicomio cittadino per scoprire l’identità dell’assassino di un paziente.

Barrett ha l’appoggio del suo direttore, mentre la sua procace fidanzata Cathy (Costance Towers) nota spogliarellista, è totalmente contraria. Barrett, infatti, deve fingersi disturbato di mente e il piano è quello di far passare Cathy come sua sorella e lui come incestuoso fratello.

Alla fine Cathy cede, e per amore asseconda il piano, così Johnny viene internato nell’ospedale psichiatrico, dove l’unico momento di incontro con gli altri pazienti è nel corridoio. Il giornalista inizia le sue indagini che lo porteranno a trovare il colpevole, ma quanto gli costerà diventare famoso?

Davvero una pietra miliare del cinema mondiale.

“Cat Ballou” di Elliot Silverstein

(USA, 1965)

Scritto da Walter Newman e Frank. P. Pierson (che poi vincerà l’Oscar come migliore sceneggiatore per lo script di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” diretto da Sidney Lumet), anche se tratto dal romanzo di Roy Chanslor, “Cat Ballou” ha però un tono ben diverso, molto più ironico e scanzonato, e davvero innovativo.

Infatti Catherine Ballou (interpretata da una bravissima e luminosa Jane Fonda) – la “Cat Ballou” del titolo – è una protagonista davvero insolita per un film western. Nonostante la formale educazione ricevuta in un collegio di suore, quando lo spietato bounty killer Silvernoose (Lee Marvin) le uccide davanti agli occhi il padre, lei non esita a chiedere a Kid Shelleen (sempre Lee Marvin), che aveva assoldato per difenderlo, di farle giustizia sommaria.

Fra le grandi novità che introduce il film c’è quella impensabile fino a poco tempo prima: tutti gli uomini che portano stivali, speroni e lunghe pistole non sembrano essere all’altezza degli eventi. A partire dallo stesso Shelleen una volta mito del selvaggio West e ormai ridotto a un misero alcolista che non si rende conto neanche di quando gli calano le braghe. Per non parlare dei due cowboy Clay e Jed, pavidi truffatori che dissimulano uno strano e ambiguo reciproco rapporto, gli unici, a parte l’indiano Jackson-Due Orsi (continuamente vessato per il colore della sua pelle) disposti ad aiutarla…

Insomma, una commedia molto particolare grottesca e divertente ambientata nel West – “mostro sacro” della cultura nordamericana – antesignana delle lotte sociali che in quegli anni avevano appena acceso le polveri, e avevano nel loro centro la lotta al razzismo e l’emancipazione della donna.

Paragonabile solo a “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” diretto dal grande Mel Brooks quasi un decennio dopo, e alle ancora più recenti pellicole dei fratelli Coen.

Jane Fonda, che con questo film viene consacrata star di primo livello, già palesa quello che sarà il suo cinema: fatto di donne che devono lottare quotidianamente contro l’arroganza, l’ingerenza e la prepotenza degli uomini.

Da ricordare anche l’interpretazione di Lee Marvin, che non a caso vince l’Oscar come miglior attore protagonista, spesso simbolo di uomini e personaggi duri e tosti, che invece ci regala un ubriacone patetico e rassegnato, che fa da contraltare allo spietato e piatto Silvernoose.

Questa pellicola è stata anche l’ultima interpretata da Nat King Cole, stroncato da un cancro ai polmoni – le cui prime avvisaglie emersero proprio sul set – molti mesi prima che il film approdasse nelle sale.

Cole è stato il prima artista di colore ad avere un programma alla radio e successivamente alla televisione tutto suo, anche se poi, le feroci polemiche razziali di impavidi benpensanti portarono altrettanti pavidi sponsor al ritiro dei loro finanziamenti.

Sempre in prima linea contro il razzismo, anche nel mondo dello spettacolo, ne subì le dirette conseguenze nel 1956 quando venne pestato a sangue a Birmingham, in Alabama, da un gruppo di ameni membri del “White Citizens’ Council” poco dopo aver iniziato il suo concerto. Evento che viene ricordato anche nel recente e splendido “Green Book” di Peter Farrelly.

Artista fra i più quotati in quel periodo negli USA e nel mondo, Nat King Cole ebbe difficoltà ad ottenere la parte di Sunrise Kid – uno dei due cantastorie del film – e vediamo se qualcuno ne indovina il motivo? …Il colore della sua pelle, esatto! La produzione, infatti, era propensa a “non turbare troppo” la morale degli spettatori con un cowboy di colore che suona e canta nel vecchio West (…poveri noi!).

Fortunatamente, sia il regista che il cast artistico – così dicono le cronache dell’epoca – ebbero la meglio.

 

“Il ciclo del progresso” di Rayka Zehtabchi

(USA, 2018)

Netflix, insieme agli studenti di un campus di Los Angeles, produce questo piccolo ma al tempo stesso grandissimo documentario.

Siamo a circa sessanta chilometri da Nuova Delhi, e grazie al contributo fattivo degli studenti americani viene impiantata una piccola fabbrica a basso costo per assorbenti femminili. Nella grande India solo il 10% delle donne usa normalmente assorbenti, il resto usa panni o stracci, molti dei quali raccolti in strada o nei rifiuti.

Così come la pillola anticoncezionale, la libera diffusione degli assorbenti segna un punto importante nell’emancipazione sociale della donna. Seguiamo, infatti, le interviste a giovani ragazze che, non avevado mai visto un assorbente in vita loro, all’arrivo delle prime mestruazioni hanno dovuto abbandonare gli studi.

La nuova fabbrica, completamente gestita da donne, produce assorbenti a basso costo compatibili con le tasche di tutte, e permette alle sue lavoranti di ottenere indipendenza e rispetto da parte di padri, fratelli e mariti.

Come dice l’ingegnere inventore dei macchinari per la produzione degli assorbenti: “Non è la tigre, l’elefante o il leone l’animale più forte creato da Dio, ma la donna”.

23 minuti di grande amore, speranza e dignità. Alla faccia di quegli uomini piccoli piccoli che hanno il terrore che tutte le donne finalmente ne prendano atto.

Fra i numerosi premi vinti da questo corto – che in originale è “Period. End Of Sentence” – c’è anche l’Oscar come Miglior Cortometraggio Documentario 2019.

“Green Book” di Peter Farrelly

(USA, 2018)

Ci sono piccole storie che hanno contribuito a cambiare il mondo.

Magari sono storie simili a molte altre, con amori o amicizie che sfidano costumi e tradizioni del momento, ma che comunque hanno segnato un’epoca. Come questa che ci racconta “Green Book”, ispirata a una storia vera.

New York, 1962. L’italoamericano Frank Anthony “Tony Lip” Vallelonga (uno stratosferico Viggo Mortensen, moro e su di peso) lavora come buttafuori al Capocabana, uno dei night più famosi della città. Quando il locale chiude per restauri però Tony, con moglie e due figli a carico, si trova a spasso e senza un dollaro in tasca.

Fra un lavoro occasionale e l’altro, Tony viene contattato dal Dottor Don Shirley (un altrettanto bravo Mahershala Ali) laureato in psicologia, ma soprattutto fra i più grandi pianisti di musica classica dell’epoca, tanto da essere più volte lodato, fra gli altri, da Igor Stravinsky.

Shirley deve compiere una lunga turnè nel Paese e ha bisogno di un autista e tuttofare. Il problema? Don Shirley è un uomo di colore e la seconda parte della turnè avrà luogo negli Stati del Sud concludendosi a Birmingham, in Alabama, nella stessa cittadina dove sei anni prima il grande Nat King Cole, appena iniziato il suo concerto, venne aggredito, scagliato giù dal palco e picchiato a sangue solo per il colore della sua pelle.

Il viaggio di Shirley, quindi, possiede un grande valore simbolico per la lotta al razzismo in tutto il Paese, tanto da avere l’appoggio diretto della Casa Bianca. Ma il pianista ha comunque bisogno di qualcuno capace di guardargli le spalle, e Tony sembra proprio la persone giusta.

La casa discografica del musicista, che organizza il viaggio, fornisce a Tony anche il Green Book, la guida turistica per “negri” che consiglia i luogi, i ristoranti e gli alberghi “sicuri” per uomini di colore. Inizia così il viaggio fra due mondi talmente distanti da sembrare opposti, ma…

Bellissima pellicola diretta da Peter Farrelly (che stavolta non coodirige insieme al fratello Bobby) e scritta dallo stesso Farrelly con Brian Heys Currie e Nick Vallelonga – vero figlio di Tony – che dovrebbe essere fatta vedere nelle scuole, e magari pure in qualche consiglio comunale, regionale o in qualche commissione parlamentare.

Coprodotta da Octavia Spencer (premio Oscar nel 2012 per “The Help” e coprotagonista de “La forma dell’acqua” di Del Toro) “Green Book” ha fatto incetta di premi, fra cui l’Oscar per il Miglior Film, la Miglior Sceneggiatura Originale e il Miglior Attore non Protagonista a Mahershala Ali.

Per la chicca: il vero Frank Vallelonga – scomparso nel 2013 – con lo pseudonimo di Tony Lip, dal 2001 al 2007, ha interpretato il boss Carmine Lupertazzi nella serie “I Soprano”.

“Il segreto degli Incas” di Jerry Hopper

(USA, 1954)

Harry Steele (Charlton Heston) è uno americano che vive a Cuzco, in Perù, e sbarca il lunario facendo la guida turistica per i suoi connazionali che visitano il Paese.

Steele, come molti altri, ha sentito parlare del grande tesoro degli Incas che è scomparso fra le alte vette delle Ande ormai da secoli e non disdegna alcun mezzo per reperire notizie attendibili e piccoli resti.

Un giorno arriva a Cuzco la rumena Elena Antonescu (Nicole Maurey) una dark lady dall’oscuro passato. La donna è disposta a pagare qualsiasi cifra pur di entrare clandestiamente negli Stati Uniti per sfuggire alla polizia segreta della sua Nazione, e Steele sembra l’uomo adatto.

Con uno stratagemma Steele riesce a rubare un aereo con il quale i due lasciano Cuzco. Per nascondere le proprie tracce decidono poi di atterrare nei pressi del mitico Machu Picchu e proseguire a piedi. Nell’antico sito, Steele e la Antonescu incontrano la spedizione archeologica americana diretta dal professore Moorhead (Robert Young) che è sulle tracce del mitico Sole d’Oro degli Incas, pezzo centrale dell’antico tesoro.

Steele dovrà scegliere se aiutare la rifugiata rumena a raggiungere gli USA o cercare il Sole d’Oro, ma…

Originale pellicola d’avventura (come si diceva un tempo) girata in studio ma anche in loco, con delle panoramiche che ancora oggi incantano, non a caso è la prima volta che una produzione hollywoodiana gira davvero fra i resti archeologici peruviani.

Ma il vero fascino di questo film è un altro: per ammissione dello stesso George Lucas, Harry Steele è il personaggio dal quale è nato nientepopodimeno che il Professor Henry Walton Jones Junior, meglio conosciuto come Indiana Jones.

Il cappello a grandi falde, il giubbotto di pelle, e la presenza di Heston – che nulla ha da invidiare a quella di Harrison Ford – nonché il suo beffardo sorriso lo testimoniano. E poi c’è il fascino dei tesori legati a una civiltà dell’America Latina scomparsa da secoli, e gli enigmi per rintrovarli.

Insomma, un vero gioiellino per amanti del Professor Jones.

Per la chicca: prima di scritturare Sean Connery (che aveva impersonato l’altro grande “padre” di Indiana, e cioè James Bond) nella parte del Professor Jones Senior, Lucas aveva pensato non a caso proprio a Heston.

“3 uomini in fuga” di Gérard Oury

Locandina originale del film nell'edizione italiana con i tre protagonista insieme su una biblicletta in divise tedesche.

(Francia, 1966)

Questa deliziosa e indimenticabile pellicola ci mostra la rara arte di due fra i comici francesi più bravi del Novecento.

All’inizio delle riprese del film, quello più conosciuto al grande pubblico era senz’altro Bourvil (1917-1970) il cui vero nome era André Robert Raimbourg, e che oltre ad essere un grande attore – vinse la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia nel 1956 per la sua interpretazione ne “La traversata di Parigi” – era un ottimo cantante e compositore.

Proprio in una scena de “La traversata di Parigi” Bourvil recita accanto a un bravissimo caratterista, che nella pellicola ha una parte marginale: Louis De Funès (1914-1983).

Dopo il successo di “Colpo grosso ma non troppo” dell’anno precedente, in cui i due formano per la prima volta una vera e propria coppia comica con la classica e irresistibile dinamica vittima (Bourvil) e carnefice (De Funès), Gérard Oury li dirige ancora una volta in una nuova e originale commedia.

Seconda Guerra Mondiale: durante un raid sul territorio occupato dalle truppe tedesche, un aereo militare inglese con gli strumenti di volo danneggiati, tenta la fuga fra le nubi. Dopo alcuni calcoli manuali l’equipaggio è convinto di volare sopra i territori in mano agli Alleati, ma appena usciti dalle nuvole si ri trovano sotto la pancia la Torre Eiffel.

La contraerei tedesca in pochi colpi li abbatte e i tre militari inglesi superstiti, prima di paracadutarsi sulla Ville Lumière, si danno appuntamento per il giorno dopo al bagno turco della città.

Il primo aviere finisce sul tetto dell’Opéra dove verrà aiutato dal borioso e prepotente maestro d’orchestra Stanislas LeFort (De Funès), il secondo sull’impalcatura del pacifico imbianchino Augustin Bouvet (Bourvil) mentre questi lavora presso il comando delle SS parigino, e il terzo nel giardino zoologico.

LeFort e Bouvet aiuteranno i tre fuggiaschi ad attraversare la Francia occupata per raggiungere la costa, in un viaggio rocambolesco e irresistibile che è entrato a pieno titolo nella storia del cinema.

Il successo del film al bottegghino è così grande, nella sola Francia, che verrà battuto solo da “Titanic” di James Cameron oltre quarant’anni dopo, e consacra definitivamente De Funès come grande attore comico. Ancora oggi rimangono irresistibili alcune gag che hanno fatto e continuano a fare scuola.

Da questa pellicola in poi Louis De Funès diventa uno degli attori di maggior successo al box office transalpino, ma soprattutto con lui si afferma una comicità molto fisica e al tempo stesso estremamente nevrotica, un vero ponte fra la quella grottesca dei clown e quella cervellotica tipica della borghesia più arrogante del secolo breve.

Per la chicca: nella versione che arrivò nelle nostre sale nel 1966, a doppiare magistralmente i due grandi attori i distributori misero – e giustamente! – altrettanti grandi attori: Gigi Proietti che dona la voce a Bourvil e Stefano Sibaldi a De Funès.

“Agenzia Omicidi” di Anthony Harvey

(USA, 1985)

Grace Quigley (una straordinaria Katharine Hepburn) vive sola e immersa nei tristi ricordi della sua famiglia, di cui lei ormai è l’unica sopravvissuta, in un piccolo e modesto appartamento nella periferia di New York.

Suo marito e i suoi tre figli, fra la Seconda Guerra Mondiale e un incidente automobilistico, sono morti ormai da molti anni, e Grace non aspetta altro che raggiungerli.

Una mattina, casualmente, assiste all’omicidio del suo nuovo e perfido padrone di casa da parte di un killer (Nick Nolte). L’anziana, senza farsi soprendere, segue il sicario fin nel suo appartamento.

Senza il minimo tentennamento l’anziana suona alla porta e quando l’uomo, che si chiama Seymour Flint, apre lo incalza: ha visto tutto e, se non vuole essere denunciato, dovrà fare quello che chiede: ucciderla.

Flint pensa a uno scherzo, ma Grace non è mai stata così seria in vita sua. L’anziana gli offre tutti i suoi risparmi e l’uomo le promette di iniziare a organizzare il delitto. Pochi giorni dopo Grace bussa nuovamente alla sua porta: ha trovato nuovi clienti, tutti i suoi anziani amici stanchi di soffrire nell’attesa della morte…

Insolita commedia anni Ottanta con uno dei pilastri del cinema mondiale come la Hepburn, e un giovane attore che negli anni successivi diventerà una stella di Hollywood come Nolte.

Dalla seconda metà degli anni Settanta, con l’avvento dei farmaci di largo consumo, la terza età si allunga in maniera impensabile, diventando sempre più consistente rispetto alle altri parti della società.

La solitudine e l’emarginazione, purtroppo, diventano i compagni più comuni di molte persone che hanno solo la colpa di sopravvivere. E Grace Quigley (titolo originale del film) è uno dei simboli di questa nuova società. Toccante è la scena in cui la protagonista, per convincere Seymour a uccidere lei e i suoi amici, lo porta a visitare un’ospizio…

Ma nel 1985 siamo in pieno edonismo reaganiano e così i protagonisti di questo insolito film non potevano farla franca. Il finale ufficiale della pellicola stona non poco con la storia, ma se abbiamo la possibilità di vedere quello alternativo, tutto torna…

Un’altra testimonianza della grande arte di Katharine Hepburn, che per raccontare questa storia non teme di mostrare rughe e capelli bianchi.

“2022: i sopravvissuti” di Richard Fleischer

(USA, 1973)

Tratto dal romanzo “Largo! Largo!” pubblicato da Harry Harrison nel 1966, fra i primi autori di fantascienza a parlare di sovrappopolamento ed esaurimento delle risorse globali, questo “2022: i sopravvissuti” ci racconta di un mondo che sta morendo.

New York, 2022: la popolazione ha raggiunto i 40 milioni di individui. Non c’è spazio, acqua e cibo a sufficienza per i più. Solo una piccola elitè può permettersi di vivere fra i lussi più agiati.

Il detective del NYPD Thorn (Charlton Heston), grazie al suo lavoro, riesce sopravvivere in maniera quasi dignitosa. Condivide il suo piccolo appartamento con Sol Roth (Edward G. Robinson), un “Uomo libro” che lo aiuta nelle sue indagini. La lettura, infatti, è ormai rimasta fra le “capacità” dei pochi anziani rimasti. E così Sol compie le richerche nella sua libreria personale e in quella cittadina per poi riferire i risultati a Thorn.

Allo stesso Thorn viene affidata l’indagine sull’omicidio del ricco Dott. Simonson (Joseph Cotten, altra grande vecchia gloria di Hollywood che nella seconda parte della sua carriera presterà il volto a numerosi film di fantascienza, anche di serie B). Il delitto sembra proprio una rapina finita male, ma Thron intuisce che dietro il crimine si nasconde qualcosa di molto più ampio.

Quando Sol, dopo un’attenta ricerca, gli rivela che Simonson è stato uno dei fondatori della “Soylent”, la multinazionale che produce il “Soylent Green” (titolo originale del film) cibo in sfoglie sintetizzato dal plancton marino e base dell’alimentazione di tutta la popolazioe mondiale, a Thorn viene chiesto di chiudere l’inchiesta. Ma…

Ottimo film di fantascienza “dispotico” e disilluso, con alcune scene davvero ancora d’effetto, come il comiato fra Thron e Sol.

A proposito di questo, le cronache del tempo – subito dopo la vera morte a causa di un male incurabile di Edward G. Robinson avvenuta poche settimane dopo la conclusione delle riprese – raccontarono che le lacrime che Thorn/Heston versa assistendo alla particolare dipartita di Sol/Robinson fossero vere, poichè solo a lui Robinson aveva rivelato la grave malattia che lo stava consumando.

Comunque sia, questo film di fantascienza affronta quasi cinquant’anni fa temi che oggi stanno diventando sempre più caldi e spinosi.

“Tempi moderni” di Charlie Chaplin

(USA, 1936)

A quasi 85 anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche questo capolavoro del grande Charlie Chaplin è più che mai attuale.

Il genio inglese, con almeno tre decenni di anticipo rispetto alla maggior parte dei cervelli del resto del mondo, aveva intuito come poteva degenerare la tanto sognata civiltà del “benessere”, quell’”American Dream” legato a doppio filo alla più famelica e ottusa industrializzazione.

Con occhi ugualmente acuti, un altro genio come Pier Paolo Pasolini in tempi non sospetti, parlava tristemente di come il Boom e il relativo consumismo, in meno di vent’anni, avessero corrotto l’animo puro e contadino del nostro Paese, che nemmeno il Ventennio fascista e l’immane tragedia della guerra erano riusciti a intaccare.

Come fece dire qualche anno dopo al protagonista dell’immortale “Il grande dittatore” che, oltre al tema del conflitto planetario riprende anche quello sociale affrontato in questo film: “…l’abbondanza ci ha dato povertà”.

Con “Tempi moderni” Chaplin ci racconta di una società sull’orlo dell’abisso, abisso che colpevolmente finge di non vedere. E come sempre, a rimetterci saranno sempre i più numerosi, che sono i deboli e gli indifesi.

Da far vedere a scuola.


“Sindrome Cinese” di James Bridges

(USA, 1979)

Il 16 marzo del 1979 usciva nelle sale statunitensi “Sindrome Cinese”, scritto da Mike Gray, T.S. Cook e lo stesso James Bridges che lo dirige. Il cast è di notevole caratura: Jane Fonda, l’attrice del momento e Jack Lemmon, una delle glorie della grande commedia hollywoodiana, questa volta in veste drammatica.

A produrlo è una delle più promettenti giovani menti del momento (e già premio Oscar come produttore per “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman) Michael Douglas, che ha una parte anche come attore nel cast.

Il film viene etichettato dai sostenitori del nucleare come inutilmente allarmista e superficialmente ambientalista, come la solita propaganda ottusa contro il progresso e lo sviluppo economico.

Alle 4.00 del mattino di mercoledì 28 marzo 1979, solo dodici giorni dopo, nell’unità 2 della centrale nucleare sulla Three Miles Island, nella contea di Dauphin in Pennsylvania, ci fu un blocco della portata di alimentazione ai generatori di vapore. La successiva procedura di normalizzazione venne interrotta da una valvola di rilascio che erroneamente non si chiuse, e durante l’incidente ci fu una pericolosissima fusione parziale del nocciolo che portò al rilascio nell’aria di piccole quantità di gas e iodio radioattivi.

Ancora oggi – fortunatamente – l’evento di Three Miles Island è considerato l’incidente nucleare più grave avvenuto nel suolo degli Stati Uniti. Basta pensare che per smaltire l’unità 2 ci sono voluti 13 anni e quello dell’unità 1 della centrale è previsto, per ragioni di sicurezza, nel 2034. Possiamo allora dire che Douglas fu un produttore particolarmente fortunato, visto che il dramma della piccola isola della Pennsylvania catapultò il suo film al centro dell’attenzione planetaria?

Oppure dobbiamo dire che Douglas è un produttore molto attento a quelle che sono le problematiche e i lati più oscuri della società contemporanea, come la gestione dei disabili mentali (con “Qualcuno volò sul nido del cuculo”), o l’arroganza impunita delle grandi lobby internazionali (con “L’uomo della pioggia” e “Wall Street – Il denaro non dorme mai”)?

Certo è che il film da lui prodotto descrive incredibilmente un incidente simile a quello che accadde davvero a Three Miles Island, e portò sotto gli occhi di tutti gli incredibili pericoli legati all’energia nucleare.

Kimberly Wells (una sempre brava e bella Jane Fonda, che sfoggia una lunga e seducente chioma rosso fuoco) è una presentatrice del locale canale televisivo. Kimberly vorrebbe fare la giornalista vera e propria, ma il suo aspetto piacente la “condanna” a servizi banali e d’intrattenimento.

La stessa grande multinazionale che gestisce la centrale nucleare di Ventana, alle porte della città, sta per ottenere del Governo le licenze per una nuova centrale in uno stato limitrofo. Così, per tranquillizzare l’opinione pubblica, il responsabile della comunicazione della grande azienda organizza un servizio televisivo all’interno della centrale. Viene inviata la bella Kimberly come intervistatrice e il cameraman indipendente Richard Adams (Michael Douglas).

Tutto procede secondo i piani, ma quando la piccola troupe arriva nei pressi della centrale di comando, dove sono interdette le riprese, qualcosa fa scattare l’allarme. Il direttore operativo di turno Jack Godell (un grande Lemmon) e tutti i suoi uomini rimangono pietrificati da quello che sta accadendo e soprattutto dal fatto che le indicazioni dei vari strumenti non coincidono. Grazie alla prontezza di Godell però si evita il peggio e l’allarme finalmente rientra.

Kimberly e Richard vengono congedati con molta gentilezza e rassicurati che ciò che hanno visto era un semplice e frequente inconveniente di gestione. All’insaputa di tutti però Adams ha ripreso ogni istante della crisi, e vorrebbe fare subito un pezzo da trasmettere il giorno stesso. Ma il network si fa consegnare il filmato e lo chiude in archivio, non volendo inimicarsi una multinazionale così potente.

Intanto, alla centrale solo Jake Godell è tremendamente preoccupato per l’accaduto e inizia un’indagine personale, scoprendo e che molti protocolli di sicurezza sono stati infranti durante la costruzione della centrale stessa. Contatta Kimberly che insieme a Richard vuole portare le prove di tali infrazioni davanti alla Commissione di Sicurezza del Governo, ma…

I disastri ambientali di Chernobyl prima e Fukushima poi non hanno fatto altro che confermare le paure raccontante in questo bel film; e con tutte le forme energetiche alternative, finalmente il nucleare è entrato davvero in discussione.

Per la chicca: la Sindrome Cinese era una teoria secondo la quale la fusione del nocciolo di una centrale nucleare sarebbe un evento così incontenibile tanto da non poter essere in alcun modo contenuto, neanche dalla crosta terrestre. Per cui il nocciolo bucherebbe tutto, sbucando dall’altra parte del globo, in Cina appunto.

Ma l’incidente di Three Miles Island (quello di Cernobyl venne causato dall’esplosione chimica di un reattore) avallando tutta l’ipotesi del film, ha dimostrato allo stesso tempo che la tesi della Sindrome Cinese non è concreta, visto che il nocciolo venne comunque contenuto dalla struttura.