“Mikey & Nicky” di Elaine May

(USA, 1976)

La geniale e poliedrica artista Elaine May – a cui quest’anno è stato assegnato l’Oscar alla carriera – scrive e dirige questa originale e claustrofobica pellicola noir centrata sul rapporto decennale, ma al tempo stesso irrisolto, fra due uomini.

Mickey (Peter Falk) e Nicky (John Cassavetes) si conoscono sin dall’infanzia passata soprattutto per la strada. Così, quando il secondo si è chiuso in una stanza d’albergo per paura di essere freddato dal killer del boss a cui ha rubato dei soldi, l’unico che può chiamare in aiuto è Mickey.

I due inizieranno un lungo viaggio in una cupa e opprimente notte newyorkese cercando di sfuggire alla vendetta del boss, per il quale lavorano entrambi. Ma tutti i nodi del loro rapporto e delle rispettive esistenze verranno al pettine…

Con una scena finale dura come un pugno nello stomaco e le straordinarie interpretazioni dei due protagonisti – amici anche nella vita reale – davvero da Oscar e Golden Globe (ma che invece in tali sedi furono vergognosamente ignorati), “Mickey & Nicky” è un gioiello del cinema americano indipendente degli anni Settanta, di cui – non a caso – lo stesso Cassavetes era l’autore di spicco.

La May ci racconta un mondo tutto al maschile dove le donne, che possono aspirare al massimo a essere mogli o amanti, devono inesorabilmente adattarsi a quello che gli uomini voglio o dicono. Da ricordare, per questo, l’interpretazione di Carol Grace (seconda moglie di Walter Matthau – che con la stessa May dirige nel delizioso “E’ ricca, la sposo e l’ammazzo” solo quale anno prima – nonché amica personale di Truman Capote tanto da aver ispirato, raccontano le cronache del tempo, il personaggio di Holly Golightly, protagonista del suo romanzo “Colazione da Tiffany”) nel ruolo di Nellie, l’amante di Nickey. Nel cast anche un arcigno Ned Beatty.     

Davvero una pellicola insolita e originale, da vedere o rivedere perché sempre molto attuale, anche se nel nostro Paese è assai difficile da reperire, anche nel mondo dell’usato.

“Cry Macho – Ritorno a casa” di Clint Eastwood

(USA, 2021)

Texas, 1979. Michael “Mike” Milo (un inossidabile Clint Eastwood) è un anziano cowboy e addestratore di cavalli. Sulla parete del suo salotto troneggiano numerosi premi vinti in quasi tutti i rodei del Paese, con accanto i relativi articoli incorniciati che elogiavano le sue prestazioni eccezionali.

L’ultimo della fila però racconta del grave incidente avvenuto proprio durante un rodeo, nel quale un cavallo rovinandogli addosso gli ha spezzato la schiena, ponendo fine alla sua gloriosa carriera. Nel grande ranch di Howard Polk, dove Milo da decenni si occupa di addestrare e curare i cavalli, c’è una novità: il suo capo ha trovato un sostituto più giovane e soprattutto più entusiasta di lui.

Ma il rapporto fra Milo e Polk è molto più profondo di quello classico fra un datore di lavoro e il suo dipendente. Infatti, poco dopo il grave incidente alla schiena, Milo iniziò a prendere sempre più antidolorifici che alla fine lo resero dipendente dai medicinali e poi anche dalla bottiglia. Soprattutto quando sua moglie e suo figlio perirono in un incidente automobilistico.

Milo diventò così un fantasma inaffidabile e “inutile”, ma Howard Polk non lo cacciò, anzi lo aiutò ad uscire dal tunnel per rimettersi in piedi. Così, quando un anno dopo averlo licenziato, lo stesso Polk si presenta a casa di Milo chiedendogli un favore, il vecchio cowboy non si può rifiutare. Howard ha un ex moglie e un figlio tredicenne a Città del Messico. Per vecchie ragioni legali non può più mettere piede in Messico ma vuole fortemente Rafo, suo figlio, che non vede da parecchi anni, e così chiede a Milo di trovarlo e convincerlo a seguirlo in Texas nel suo ranch.

Milo in pochi giorni raggiunge la capitale messicana e trova Rafo che vive in strada facendo combattere il suo gallo “Macho”, ma…

Come tutte le ultime fatiche del grande Eastwood, anche questa è crepuscolare e assai intimista, e possiede un accento romantico e al tempo stesso ottimista. Il viaggio di Milo è anche un lungo tragitto emotivo dentro se stesso, durante il quale si dovrà confrontare con un giovanissimo adolescente, cresciuto suo malgrado troppo presto, che rappresenta pure quel figlio morto troppo presto con cui lui non ha mai avuto il tempo di litigare.

A novantuno anni suonati Clint Eastwood produce, dirige, scrive – assieme a Nick Schenk col quale ha collaborato già nelle splendide pellicole “Gran Torino” e “Il corriere – The Mule” – e interpreta una pellicola da vedere e godere fino all’ultima dissolvenza.

La genesi dell’adattamento dell’omonimo romanzo scritto da N. Richard Nash (1913-2000) e pubblicato per la prima volta nel 1975 è fra le più lunghe e complicate della storia del cinema americano. Per molti anni la storia di Mike Milo ha attirato attori di primo calibro come Burt Lancaster o Roy Scheider. Nel 1988 la parte venne offerta proprio a Eastwood che dovette rinunciarci perché già impegnato nelle riprese di un altro film.

Durante il suo mandato come Governatore della California, Arnold Schwarzenegger annunciò che, uno volta terminata la sua carriera politica, sarebbe tornato al cinema interpretando proprio la storia di Milo, ma i successivi problemi legali legati al divorzio con la moglie fecero naufragare il progetto.

Così a distanza di oltre trent’anni Eastwood veste i panni di un uomo che – come ci ricorda lo stesso Milo – da giovane aveva tutte le risposte ma da anziano non se ne ritrova più neanche una.

“Uno sparo nel buio” di Blake Edwards

(USA, 1964)

Nel 1960 debutta a Parigi la commedia “L’idiote” del drammaturgo francese Marcel Achard, che ha come interprete principale Annie Girardot. Il successo è clamoroso tanto arrivare a interessare Hollywood quando, nel 1962, la commedia sbarca trionfalmente a Broadway, tradotta da Harry Kurnitz.

Per il suo adattamento cinematografico vengono scelti Anatole Litvak come regista, Sophia Loren e Walter Matthau come protagonisti. Ma il progetto rimane bloccato fino a quando non viene scritturato Peter Sellers al posto di Matthau. Lo stesso Sellers nota evidenti lacune nello script e chiede a Blake Edwards di occuparsi della sceneggiatura – cosa che farà insieme a William Peter Blatty – e della regia. “La Pantera Rosa” è stato appena terminato e non è ancora uscito nelle sale, ma i due decidono di adattare lo stesso il film come “seguito” delle avventure del maldestro ispettore Clouseau.

Il successo al botteghino de “La Pantera Rosa” accelera la produzione che individua come coprotagonista, per impersonare la procace italiana Maria Gambelli, la tedesca Elke Sommer. Per il ruolo dell’ispettore capo Dreyfus viene scelto Herbert Lom che aveva già recitato assieme a Sellers nello splendido “La Signora Omicidi” diretto da Alexander Mackendrick nel 1957.

L’altero George Sanders è il milionario Benjamin Ballon nella cui residenza viene commesso il primo di una lunga serie di omicidi, di cui è incolpata la bella Maria Gambelli. L’arrivo nella magione Ballon dell’ispettore di turno, l’ineffabile Clouseau, segna il film e la storia del cinema…

E pensare che per “La Pantera Rosa” in quel ruolo era stato scritturato Peter Ustinov che però a poche ore dall’inizio delle riprese lasciò per incomprensioni il set ed Edwards, come “ripiego”, chiamò in tutta fretta Sellers.

Ancora oggi le gag fisiche e verbali di Clouseau/Sellers sono irresistibili regalandoci momenti di puro divertimento. Nonostante il rapporto burrascoso fra l’attore inglese e il regista americano, i due realizzarono 5 film della seria “La Pantera Rosa”, tutti di enorme successo per non parlare poi del mitico “Hollywood Party“. Poco prima dell’inizio della lavorazione del sesto film con Clouseau – dal titolo provvisorio “L’amore della Pantera Rosa” – il 24 luglio del 1980 Peter Sellers morì a causa di un infarto.    

Così come l’interpretazione di Sellers, immortale è anche la colonna sonora firmata dal maestro Henry Mancini fra le più famose del cinema.

Noi italiani, inoltre, dobbiamo ricordare il grande Giuseppe Rinaldi che dona la voce a Sellers con un accento francese maccheronico ancora oggi inarrivabile.   

“La strana coppia” di Gene Saks

(USA, 1968)

Neil Simon, fresco del successo a Broadway della sua deliziosa commedia “A piedi nudi nel parco”, andata in scena per la prima volta nel 1963, torna a Los Angeles per passare un pò di tempo assieme al fratello Danny Simon. Nella seconda metà degli anni Cinquanta i due, infatti, fra i più richiesti autori comici televisivi, avevano lasciato la nativa New York per Los Angeles, allora cuore pulsante del piccolo schermo.

Delle capacità creative di Danny Simon – il maggiore fra i due – oltre a raccontarcele lo stesso Neil, anche Woody Allen – che allora era pure lui un giovanissimo autore televisivo di successo – nella sua deliziosa autobiografia “A proposito di niente” ce le ricorda con molta stima, considerando lo stesso Danny Simon un vero e proprio mentore della comicità.

Ma torniamo a Neil Simon che a differenza del fratello, alla soglia dei Sessanta, decide di fare il commediografo e di tornare nella Grande Mela, cosa che di fatto rompe il sodalizio di autori nato già durante l’adolescenza, ma non certo l’affetto e la stima reciproca.

Così Neil torna a passare un pò di tempo con Danny, ma quest’ultimo ha da poco divorziato e, per mere ragioni economiche, è costretto a dividere l’appartamento con un amico anche lui da poco separato.

Durate quella vacanza californiana a Neil si accende una lampadina in testa e, tornato a New York, inizia subito a scrivere la sua nuova commedia “La strana coppia” che debutterà a Broadway il 3 ottobre del 1965 riscuotendo un nuovo clamoroso successo. Non è un caso quindi se Neil dividerà le royalty della commedia col Danny.

Così Hollywood, tre anni dopo, decide di realizzare l’adattamento cinematografico mantenendo Walter Matthau nel ruolo di Oscar, mentre in quello di Felix Art Carney viene sostituito da Jack Lemmon. La sceneggiatura viene affidata allo stesso Simon che inserisce alcune scene all’aperto, ma mantiene fedelmente lo sviluppo della commedia originale. Dietro la macchina da presa c’è Gene Saks che l’anno precedente aveva diretto l’adattamento cinematografico di “A piedi nudi nel parco” con Robert Redford e Jane Fonda.

Lo scontro fra i due caratteri diametralmente opposti di Oscar e Felix, ancora oggi, nonostante gli oltre cinquant’anni del film, è sempre irresistibile, così come alcune battute che sono ancora oggi esilaranti.

Nella versione originale in italiano, ancora oggi possiamo godere della notevole arte di due grandi attori e straordinari doppiatori Renato Turi e Giuseppe Rinaldi che donano la voce superbamente e rispettivamente a Oscar e Felix.

Da vedere e rivedere.

“Mangiare bere uomo donna” di Ang Lee

(Taiwan, 1994)

Mangiare, bere, uomo e donna sono i bisogni primari di ogni essere umano. Cosa che sa bene il signor Chu (Sihung Lung) visto che è uno dei cuochi più famosi ed esperti della millenaria cucina cinese a Tapei.

Forse per questo organizza ogni domenica un pranzo luculliano per le sue tre figlie, la più piccola delle quali ha appena superato i vent’anni mentre la più grande sfiora i trenta. Jia-Jen (Kuei-Mei Yang), Jia-Chien (Chien-Lien Wu) e Jia-Ning (Yu-Wen Wang) sanno che l’appuntamento è imprescindibile, anche se fra una splendida portata e l’altra la comunicazione non è delle migliori.

Vedovo da oltre sedici anni, Chu si preoccupa per l’avvenire e soprattutto per la felicità delle sue figlie che però, come lui stesso, non si scambiano pensieri, timori o sogni. Probabilmente a ciò è legata la patologia che gli impedisce da anni, nonostante il suo mestiere, di assaporare gli alimenti visto che il suo palato non riconosce più alcun sapore.

Ma le vite dei quattro, proprio come capita nella realtà, sono destinate a essere travolte dagli eventi più inaspettati…

Deliziosa e “saporita” commedia …cucinata secondo la grande tradizione culinaria cinese che ci ricorda – come la splendida serie manga giapponese “La Taverna di mezzanotte – Tokyo Stories” firmata da Yaro Abe – quanto lo stomaco sia vicino al cuore.

Da “mangiare” con gli occhi.

La sceneggiatura del film è scritta dallo stesso Lee assieme a James Schamus (collaboratore storico del regista col quale lavorerà anche nei progetti successivi) e alla sceneggiatrice e attrice Hui-Ling Wang. La pellicola viene candidata all’Oscar come migliore opera straniera, e anche se non si aggiudica la statuetta lancia definitivamente la carriera internazionale di Ang Lee.

Per la chicca: nella stanza di Jia-Ning si intravede il poster del mitico film “Il mio vicino Totoro” del grande Myazaki.

Purtroppo è quasi impossibile trovare questo delizioso film nella programmazione tradizionale o in streaming. Per “rigustarlo” occorre rivolgersi al mondo dell’usato.

“Un biglietto in due” di John Hughes

(USA, 1987)

Negli edonistici anni Ottanta essere un esperto di marketing presso una nota ditta di cosmesi con sede nella scintillante Manhattan era, per molti e non solo statunitensi, il massimo delle ambizioni lavorative oltre che alquanto cool.

Per questo l’altero ed “educatamente” arrogante Neil Page (Steve Martin) si sente fiero del suo lavoro, della sua posizione sociale e, soprattutto, della sua famiglia fatta dall’avvenente moglie Susan (Laila Robins) e dai tre piccoli figli che vivono in una lussuosa villa nei pressi di Chicago.

A causa del prolungarsi di una riunione con il Presidente e Amministratore Delegato della sua ditta, Neil deve correre all’aeroporto per prendere l’aereo che lo porterà a casa due giorni prima del Ringraziamento.

Ma, proprio mentre sembra riuscire a prendere un rarissimo taxi libero, sulla sua strada incappa in Del Griffith (uno strepitoso John Candy) commesso viaggiatore e logorroico rappresentate di anelli in plastica per tende da doccia.

Proprio a causa di Del, Neal perderà l’aereo prenotato e assieme a lui inizierà un viaggio “infernale” verso casa che, per colpa di una violenta bufera di neve, diventerà incredibilmente lungo e complicato…

Deliziosa commedia piena di gag ancora oggi molto divertenti con l’incontro-scontro di due personalità opposte e divergenti.

Scritta dallo stesso Hughes, questa commedia rappresenta anche una poi non tanto velata critica all’American Way Of Life di quegli anni, concentrata tutta sui vincenti e gli arroganti e spietata con i deboli e i perdenti.

Purtroppo la prematura scomparsa di Candy impedì che la coppia di protagonisti potesse ripetersi in un’altra pellicola.   

Anche se ormai pure i Metallica si sono tagliati i capelli, gli anni Ottanta sono ancora vivi e combattono accanto a noi!

“L’Agnese va a morire” di Giuliano Montaldo

(Italia, 1976)

“Senza le donne: non saremmo qui…” dice il comandante (impersonato da Stefano Satta Flores) ai suoi uomini riferendosi nello specifico all’Agnese (Ingrid Thulin) che porta i viveri al gruppo di partigiani nascosti in una fattoria abbandonata nella bassa padana, nella provincia di Ferrara.

Siamo negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, e per i nostri connazionali che vivono in quella zona sono gli anni più duri e crudeli. Agnese, che nella vita ha fatto sempre e solo la lavandaia visto che il marito Palita (Massimo Girotti) a causa di una grave malattia non può di fatto lavorare. Ma pensare quello sì, e così il Palita è diventato comunista e grande antifascista, cose che all’Agnese non interessano.

Quando suo marito viene rastrellato dai tedeschi, dopo essere stato denunciato per aver aiutato un soldato italiano disertore, per Agnese crolla il mondo. E la sua esistenza sembra spezzarsi alla notizia della morte di Palita avvenuta per stenti sul treno piombato nel quale era stato deportato. Agnese così decide di reagire e dopo che un tedesco mitraglia per divertimento il vecchio gatto di suo marito la donna, approfittando dell’ubriachezza dell’uomo, lo colpisce violentemente alla testa col suo stesso mitragliatore.

Agnese così è costretta a darsi alla macchia e si unisce ai partigiani, ma…

Nel cast da ricordare anche Flavio Bucci, Michele Placido, Ninetto Davoli, Aurore Clément, Eleonora Giorgi e Rosalino Cellamare che di lì a breve interromperà la sua carriera di attore a favore di quella di cantante e autore con lo pseudonimo di Ron.

Il film si ispira all’omonimo libro scritto da Renata Viganò nel 1948, che la staffetta partigiana l’aveva fatta davvero durante il conflitto, e ci racconta la storia di una donna che, come molte altre, decide di ribellarsi e combattere la dittatura nazi-fascista che opprimeva la nostra terra. Il prezzo sarà altissimo ma per lei, come per tutte le persone perite durante il conflitto per liberare il nostro Paese, la libertà non ha prezzo.

Scritta dallo stesso Montaldo assieme a Nicola Badalucco, con le musiche del maestro Ennio Morricone, questa pellicola sottolinea inoltre quanto sia stato fondamentale l’intervento delle donne sia nel conflitto, sia negli anni della ricostruzione. Col suffragio universale e la possibilità anche per le donne di essere elette e ottenere cariche istituzionali rilevanti – ancora oggi troppo poche! – la storia del nostro Paese ha preso, finalmente, un’altra piega.

Non è un caso, quindi, che fra le staffette partigiane ci siano i nomi di donne che hanno fatto compiere enormi passi in avanti alla nostra Repubblica, nomi – solo per citarne alcuni naturalmente – come quelli di Nilde Iotti, Maria Pia Fanfani o Tina Anselmi.

Quest’ultima, tanto per fare un esempio, è stata la prima Ministra (del Dicastero del Lavoro) nella storia del nostro Paese e, successivamente, come Ministra della Salute firmò la Legge 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza e istituì il Servizio Sanitario Nazionale; SSN che una certa politica allegra negli ultimi anni ha cercato di affossare a favore di quello privato ma che proprio nel corso della pandemia del Covid-19 ha consentito al nostro Paese di rimanere in piedi e lottare.

Ma non è che tutta questa lontananza fra i cittadini e cosiddetta “politica” è dovuta proprio al troppo basso – e spesso imbarazzante – numero di cariche istituzionali che ricoprono le donne? …Ma che davvero?

“The Last Duel” di Ridley Scott

(USA/UK, 2021)

Il Medioevo è ricco di poemi, canzoni e ballate dedicate alle donne, dove le protagoniste vengono elogiate, ricoperte di amorevoli complimenti e idolatrate. Altri scritti invece raccontano di donne malvagie e diaboliche che rovinano implacabilmente uomini onesti e valorosi.

La stragrande maggioranza degli uomini, quindi, vedeva e trattava così le donne, o come eteree e verginali dee o come infami e sataniche arpie, ma mai come esseri alla pari. E, naturalmente, a giudicare il comportamento di una donna era sempre ed esclusivamente un uomo…

E’ facile così capire che la vita di una donna, nel Medioevo, dipendeva esclusivamente da quella di un uomo: padre, fratello, marito o figlio che fosse. E questo valeva non solo per le umili figlie del popolo analfabeta, ma anche per le nobili e acculturate figlie dell’aristocrazia.

Così Ridley Scott ci porta nella Francia della fine del XIV secolo per raccontarci la vera storia di Marguerite de Thibouville (interpretata da Jodie Comer) divenuta moglie del cavaliere Jean de Carrouges (Matt Damon) e che denunciò pubblicamente lo scudiero Jacques Le Gris (Adam Driver) di averla stuprata durante l’assenza del marito.

Visto che lo stesso Le Gris, che negava ogni colpa, era uno dei favoriti del conte Pierre d’Alençon (Ben Affleck), ma soprattutto che lo stupro era un delitto solo contro il patrimonio del tutore della vittima, marito padre o fratello che fosse, Jean de Carrouges andò fino a Parigi per protestare contro il sopruso subito e a chiedere il giudizio dell’Onnipotente attraverso il cosiddetto duello di Dio, previsto dall’allora legge transalpina.

Il duello di Dio era una sorta d’ordalia all’ultimo sangue attraverso la quale la volontà divina avrebbe punito il colpevole e fatto vincere l’innocente. Se a morire fosse stato de Carrogues, oltre a far cadere in disgrazia tutto il suo casato, sua moglie Marguerite sarebbe stata arsa viva per avere dichiarato il falso. Altrimenti il nome di Le Gris sarebbe caduto per sempre nel fango.

Grazie a un’ottima sceneggiatura scritta dagli stessi Matt Damon e Ben Affleck assieme a Nicole Holofcener – che si sono ispirati al libro “L’ultimo duello. The Last Duel. Una storia di scandali, intrighi e un confronto all’ultimo sangue per la verità” di Eric Jager – ripercorriamo le vicende che portarono all’ultimo duello di Dio svoltosi in Francia, attraverso tre flashback: il primo con gli occhi di Jean de Carrouges, il secondo con quelli di Jacques Le Gris, e il terzo con lo sguardo rassegnato di Marguerite.

Naturalmente i tre racconti si discostano molto l’uno dall’altro, soprattutto quella della donna che, oltre ad essere trattata come una mera parte della propria dote, proprio per la sua voglia di denunciare il sopruso subito, viene vessata e insultata, soprattutto durante il processo portato avanti dal clero.

Così come Artemisia Gentileschi qualche secolo dopo, Marguerite de Thibouville affrontò l’onta e l’umiliazione pubblica pur di denunciare il suo aguzzino. Sulla bravura del maestro dei film storici Ridley Scott c’è poco da aggiungere, e anche in questo film il regista inglese ci regala crude e violente scene di combattimenti sanguinari, ma forse i momenti più duri e difficili da scordare sono proprio quelli del processo.

Molte cose, fortunatamente, sono cambiate dai giorni della de Thibouville, ma non così rapidamente come avrebbero dovuto. D’altronde, la Repubblica Italiana solo nel 1981 ha abrogato il famigerato “matrimonio riparatore” – che comprendeva in maniera ignominiosa anche le vittime minorenni – e soltanto con la legge n.66 del 15 febbraio 1996 – ho scritto bene: è millenovecentonovantasei… – ha stabilito che lo stupro è un crimine contro la persona e non contro la morale pubblica.

“L’ultima eclissi” di Taylor Hackford

(USA, 1995)

Dolores Claiborne (una bravissima Kathy Bates) è una sessantacinquenne come molte della sua generazione, nate e cresciute nella profonda provincia americana.

Senza una particolare istruzione a Dolores, per guadagnare, non è rimasto altro che andare a fare le pulizie. L’unico bene e tesoro che ha nella vita è sua figlia Selena (Jennifer Jason Leigh) che però vive a New York dove fa la giornalista di successo. E proprio a Selena arriva un fax anonimo che la informa che sua madre è accusata di aver ucciso Vera Donovan, la sua ricca e ventennale datrice di lavoro.

Selena, che da oltre quindici anni non vede la madre, è costretta a lasciare il suo lavoro per tornare nella piccola isola sulla coste del Maine dove viveva anche lei. A portare avanti le indagini è il detective John Mackey (Christopher Plummer) coadiuvato dallo sceriffo Frank Stamshaw (John C. Reilly).

Lo stesso Mackey ha condotto oltre diciotto anni prima l’inchiesta per la morte di Joe St. George (David Stratharin) caduto in un vecchio pozzo nei pressi di casa sua. Casa che Joe condivideva con la moglie Dolores e la figlia Selena.

Sia Mackey che la stessa Selena sono convinti che a uccidere Joe sia stata proprio Dolores che però è riuscita a scamparla grazie solo alla fortuna. Ma questa volta Mackey non ha intenzione di commettere errori. Selena vorrebbe tornare alla sua vita newyorkese, visto che poi sua madre sembra non interessata a volersi difendere. Ma proprio prima di partire Dolores costringe la figlia a ricordare…

Ottimo film tratto da un’altrettanto ottimo libro di Stephen King – pubblicato per la prima volta nel 1993 – che ci ricorda, purtroppo, come la violenza sulle donne non si esaurisca dopo il 25 novembre, giornata dedicata alla lotta ad essa. Questa pellicola, così come lo stesso King quando ne racconta, colpisce molto duro, ma certo non come la vera violenza sulle donne che non da tregua né fa pause.

Nel mondo, e anche tragicamente nel nostro Paese, ci sono decine e decine di Dolores Claiborne che tentano in tutti i modi di difendersi e soprattutto difendere le proprie figlie dai vili e infami Joe di turno. Ma molte, purtroppo, non riescono a sopravvivere come lei.

A scrivere l’ottima sceneggiatura è, non a caso, Tony Gilroy, autore di script di grandi successi come i primi film della serie “The Bourne Identity” nonché quello di “Rogue One – A Star Wars Story“. Nel cast anche l’autore teatrale Eric Bogosian nei panni del capo redattore di Selena. Nella nostra versione da ricordare l’indimenticabile Valeria Moriconi che dona la voce alla Bates.

Duro come la violenza sulle donne: da vedere e far vedere.

“Loving Vincent” di Dorota Kobiela e Hugh Welchman

(Polonia/UK, 2017)

“Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole – qualcuno che non ha posizione sociale né potrà averne mai una; in breve l’infimo degli infimi. Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno.”

Così scriveva a Theo, il suo amato fratello, Vincent van Gogh che chiudeva poi tutte le sue lettere con il tenero “Loving Vincent”. Lo scambio epistolare fra i due fratelli, arrivato fino a noi grazie alla perseveranza della vedova di Theo che dalla sua morte le ha cercate, fra l’Olanda e la Francia, conservate gelosamente e poi pubblicate, ci descrive quasi tutto quello che sappiamo su uno dei geni assoluti più incredibili che la civiltà umana ha saputo produrre dai suoi albori.

Eppure van Gogh nella sua vita, soprattutto negli ultimi anni, venne disprezzato umiliato e schifato dalla maggior parte delle persone che lo incrociavano. Solo alcuni, evidentemente con una sensibilità tale da percepire il genio assoluto che avevano accanto, lo amarono e rispettarono. Ma furono davvero troppo pochi. E così, quando il 29 luglio 1890 il pittore olandese spirò a causa delle ferite allo stomaco provocate da un colpo di arma da fuoco nessuno, o quasi, ci trovò nulla di strano, soprattutto per un uomo che sei settimane prima era uscito da un “manicomio” dove era stato ricoverato a causa della depressione che lo aveva portato a tagliarsi via un orecchio.

Fra i pochissimi amici che van Gogh aveva avuto in vita c’era Joseph Roulin (Chris O’Dowd), il responsabile del piccolo ufficio postale del paesino dove il pittore aveva vissuto. E proprio a Roulin nel 1891, un anno dopo la sua morte, la proprietaria della camera dove il grande artista aveva precedentemente risieduto consegna una sua lettera mai spedita. La donna se l’era tenuta sperando di avere in cambio dai parenti del morto la parte di pigione che secondo lei ancora le spettava, ma dopo tanto tempo si è definitivamente arresa.

Roulin così chiede al figlio Armand (Douglas Booth) di consegnare la lettera al destinatario originale Theo van Gogh, e soprattutto di scoprire il motivo del suicidio del grande pittore. Quando il giovane viene a sapere che Theo è morto sei mesi dopo il fratello decide comunque di ripercorrere le ultime settimane di vita del grande pittore. Più incontra le poche persone che avevano amato e rispettato Vincent van Gogh – come il dottor Gachet (Jerome Flynn) e sua figlia Marguerite (Saoirse Ronan) – più il suo gesto sembra incomprensibile, fino a intuire l’amara verità…

Splendida ricostruzione dell’ultima parte della vera vita di un pittore le cui opere hanno battuto quasi tutti i record di vendita nelle aste più esclusive, ma che nel corso della sua esistenza riuscì a vendere – o forse sarebbe più opportuno dire svendere – soltanto uno dei suoi quadri. In solo otto anni van Gogh, che prese in mano il suo primo pennello a 28 anni, cambiò per sempre il modo di vedere e sentire il mondo. Ma a parte l’amato fratello – che lo manteneva pagandogli le spese e soprattutto tele colori e pennelli – e altri pochi, nessuno lo intuì.

Scritta da Dorota Kobiela, Hugh Welchman e Jacek Dehnel questa bellissima pellicola d’animazione è davvero originale ed emozionante, anche perché è di fatto la prima interamente dipinta su tela, ed è stata realizzata rielaborando più di mille dipinti firmati da oltre 100 pittori, provenienti da varie parti del globo, che si sono ispirati alle opere del grande artista olandese.

Dopo averla guardata, le opere dell’immortale Vincent van Gogh saranno incredibilmente ancora più emozionanti.