“Solo: A Star Wars Story” di Ron Howard

(USA, 2018)

Come prima cosa dobbiamo ricordarci che Ron Howard ha sempre raccontato che sul set di “Willow” (1988) aveva accanto lo stesso George Lucas – autore del soggetto – che di fatto gli fece, durante tutte le riprese, un vero e proprio “master” in regia cinematografica.

Scritto da Lawrence Kasdan (autore già dello script del grandioso “L’impero colpisce ancora”) e da suo figlio Jon Kasdan, “Solo: A Star Wars Story” ci racconta la genesi dell’eroe preferito della trilogia, quel pilota contrabbandiere con la faccia da schiaffi che rubò la scena a Luke Skywalker.

Gli omaggi al mondo di Lucas sono molti, a partire dall’uso dei pupazzi per arrivare alle scenografie più incredibili e all’autocitazione, con un piccolo cameo di Warwick Davis attore protagonista dello stesso “Willow”.

E poi c’è lui, il Millennium Falcon bello e luccicante che appartiene al giovane, arrogante e imbroglione Lando Carlrissian, già appassionato di mantelli.

Il duello finale (tranquilli che non spoilerizzo!) risolve – finalmente! – l’ardua polemica creata dallo stesso Lucas quando rieditò e – …purtroppo – modificò digitalmente alcuni particolari nei primi tre film della trilogia per riportarli nelle sale alla fine degli anni Novanta.

E’ vero che Harrison Ford nei panni di Han Solo è inarrivabile, ma questo è sempre un bel film da godere tutto, scena per scena. Per padawan e non solo.

Per la chicca: per i più impiccioni questo film ci rivela poi quanti anni ha Chewbecca…

“Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata” di Bob Fosse

(USA, 1969)

Il nostro grande cinema ha fatto scuola in tutto il mondo, e spesso è stato apprezzato prima e molto più all’estero, dove ne è stato coltivato il rispetto in maniera più duratura rispetto a quello del suo Paese natale.

E’ il caso del capolavoro mondiale del maestro Federico Fellini “Le notti di Cabiria” (scritto assieme a Ennio Flaiano e Tullio Pinelli), che nel 1957 vince l’Oscar come miglior film straniero, che un altro genio assoluto del Novecento come Bob Fosse decide di portare sul palcoscenico facendolo diventare un musical.

Fellini aveva anticipato, in anni impensabili, la dignità e il rispetto verso l’anima pura di una donna che per la società di allora proprio non ne poteva avere: una “battona” delle borgate. E Fosse, con la collaborazione al testo di un terzo genio quale Neil Simon, porta sul palcoscenico un musical che sbanca ai botteghini.

Sono gli anni Sessanta e il ruolo della donna comincia ad essere al centro delle lotte sociali. Cosi Cabiria, che è diventata Charity Hope Valentine, diventa il simbolo sul palcoscenico dell’emancipazione della donna, da troppo succube dell’arroganza, del potere e delle debolezze dell’uomo.

Hollywood decide di portare sul grande schermo il musical dove a vestire i panni della protagonista è una bravissima Shriley MacLaine. La regia e le coreografie rimangono nelle mani del mago Fosse che crea una pietra miliare del cinema. Per capire la grandezza assoluta di Bob Fosse come coreografo basta riguardare le scene di ballo più famose, che ancora oggi lasciano di stucco.

Da ricordare anche la partecipazione del grande Sammy Davis Jr. nel ruolo secondario di Big Daddy Brubeck.

Per la chicca: in un ruolo ancora più marginale, ma con il nome nei titoli di testa, c’è una eterea e fascinosa Barbara Bouchet che pochi anni dopo, nel nostro Paese sarebbe divenuta un’icona sexy – e forse non tanto dell’emancipazione femminile … – con film come “Donne sopra, femmine sotto”, “Racconti proibiti… di niente vestiti” o “Una cavalla tutta nuda”.

Paolo Ferrari

Ieri se ne è andato Paolo Ferrari, classe 1929, fra i pochi grandi rappresentati dello spettacolo italiano che ha saputo attraversare il Novecento e i primi due decenni del nuovo millennio.

Già a nove anni inizia la sua carriera artistica alla radio, dove interpreta un piccolo balilla. La stessa radio, grazie alla splendida voce e alla perfetta dizione, sarà uno degli ambiti più importanti della prima parte della sua carriera.

Nel 1938 arriva la prima apparizione davanti alla macchina da presa in “Ettore Fieramosca” di Alessandro Blasetti con Gino Cervi come protagonista, decolla così la sua carriera di attore bambino che lo porta ad interpretare vari film il cui più significativo è forse “Gian Burrasca” diretto dal grande Sergio Tofano nel 1943.

Nel secondo dopoguerra Ferrari, ormai adulto, torna alla radio, al cinema e al teatro. Alla radio, soprattutto, è protagonista di numerosi spettacoli di successo accanto a giovani attori che poi segnarenno il nostro cinema e il nostro palcoscenico.

E grazie alla radio Paolo Ferrari inizia la sua carriera di doppiatore in film che simboli del cinema donando la voce a Franco Citti in “Accattone” di Pier Paolo Pasolini, a Jean-Louis Trintignat nello splendido “Il sorpasso” di Risi, e a Humphrey Bogart in quasi tutti i ridoppiaggi e sopratutto in “Provaci ancora Sam” di Woody Allen.

Oltre che doppiare, Ferrari recita anche davanti alla MDP, e sono da ricordare le sue interpretazioni in “Camping” diretto da Franco Zeffirelli nel 1957 con Nino Manfredi e “Le voci bianche” di Pasquale Festa Campanile del 1964, in cui ha il ruolo di assoluto protagonista.

Ferrari è uno dei primi protagonisti anche del nuovo mezzo che si affaccia in Italia, la televisione. E’ accanto a Vittorio Gassman nello storico “Il Mattatore” del 1959, presenta il il Festival di Sanremo accanto ad Enza Sampò nel 1960, e partecipa a numerosissime fiction da “Il giornalino di Gian Burrasca” di Lina Wertmuller del 1964, passando per “Nero Wolfe” con Tino Buazzelli del 1969 e “Disokkupati” di Franza di Rosa del 1997 per arrivare a “Notte prima degli esami” del 2011.

Sempre per la tv, nel 1981 è il protagonista di una serie di “Buonasera con…” in cui ripercorre, assieme alla sua seconda moglie Laura Tavanti, la sua già allora lunga carriera, e in cui non risparmia frecciate a esimi colleghi, a partire dallo stesso Gassman.

Sempre in televisione (nel bene e nel male…) Paolo Ferrari è protagonista di alcuni spot pubblicitari legati ad un detersivo, spot che lo renderanno famoso anche alle nuove generazione (…sob…) entrando di fatto nell’immaginario quotidiano della nostra società.

Ma Ferrari è attivo anche e soprattutto in teatro, forse la sua grande passione. Fra i numerosi allestimenti mi piace ricordarlo in “Sostiene Pereira” tratto dal romanzo di Antonio Tabucchi per la regia di Teresa Pedroni, e nel bellissimo “Un ispettore in casa Birling” di John Boynton Priestley con Andrea Giordana per la regia di Giancarlo Sepe, spettacoli che ho avuto la fortuna di vedere.

Oltre alla sua grande arte, ci mancherà molto la sua sorniona ironia.

“Un eroe dei nostri tempi” di Mario Monicelli

(Italia, 1955)

Si possono scrivere interi saggi sullo stile di vita del nuovo Millennio, o sulle generazioni.com, ma i tratti distintivi – anche se è sempre sbagliato fare di tutta l’erba un fascio – di un popolo rimangono sempre gli stessi.

Sono passati esattamente 63 anni dall’uscita nelle sale italiane di questo capolavoro diretto dal maestro Mario Monicelli che rimane uno dei documenti storici e sociali più rilevanti, nonostante siano caduti muri e repubbliche, per capire il nostro Paese di oggi.

Alberto Menichetti, protagonista del film, è uno dei personaggi più feroci, riusciti e veritieri della cultura italiana del Novecento. E con lui tutta quella miriade di piccoli personaggi meschini o ipocriti che popolano il film, dal Direttore alla bella e verace parrucchiera.

Alberto Sordi, la cui modernità recitativa sorprende ancora oggi, ci regala il primo grande ritratto dell’italiano medio disposto a vendere parenti, amici e colleghi pur di primeggiare o quanto meno cavarsela. Memorabili sono anche i duetti con l’immensa Franca Valeri, che ci preparano ad un altro capolavoro che i due gireranno quattro anni dopo, “Il vedovo” di Dino Risi.

Scritto da Rodolfo Sonego assieme allo stesso Monicelli “Un eroe dei nostri tempi” dovrebbe essere visto e studiato nelle scuole con la sua battuta finale: “…Ci sarà pericolo?”.

Per la chicca: nel ruolo dell’integerrimo Direttore di Menichetti – che ha poi per amante la sua procace segretaria – c’è il regista Alberto Lattuada, mentre in quello di Ferdinando, il manesco fidanzato della bella parrucchiera Giovanna Ralli, c’è un gigante dal fisicaccio: Carlo Pedersoli, senza barba e ancora lontano dal prendere lo pseudonimo di Bud Spencer.

“Matrix” di Larry e Andy Wachowski

(USA/Australia, 1999)

Non c’è dubbio che il film degli allora fratelli Larry and Andy Wachowski – oggi Lana e Lilly Wachowski – uscito alla fine del millennio, abbia segnato in modo profondo la cinematografia e la cultura mondiale dei primi anni di quello successivo.

E’ indiscutibile anche che gli effetti speciali innovativi (il “bullet time” per esempio) hanno avuto un ruolo determinante nel suo successo. Ma non deve essere sottovalutata neanche la trama.

Gli autori hanno dichiarato di essersi ispirati a numerose opere letterarie o cinematografiche (rimane in sospeso per esempio “Razzi amari” di Disegni & Caviglia, fumetto uscito nel 1992, che a detta dei suoi autori ha davvero molti punti in comune col film), ma soprattutto ci lascia respirare arie e filosofie orientali volte alla scoperta di noi stessi.

E questo, probabilmente, è l’elemento che rende “Matrix” sempre attuale e avvincente, nonostante siano passati quasi vent’anni, di storie ed effetti speciali.

Così come non deve essere dimenticato il cast su cui svettano Keanu Reeves nei panni di Neo (anagramma di One), Laurence Fishburne in quelli di Morpheus e Hugo Weaving in quelli dell’implacabile agente Smith.

Nell’edizione italiana è giusto ricordare anche il grande lavoro dei nostri doppiatori quali Luca Ward (Neo), Ennio Coltorti (agente Smith), Massimo Corvo (Morpheus) ed Emanuela Rossi (che doppia Trinity) e che con il suo “….schiva questa!” rimane nella storia del cinema.

Il film ha vinto, tra i numerosi premi, quattro Oscar. Dei due sequel però, non ne parliamo proprio…

“La parola ai giurati” di Sidney Lumet

(USA, 1957)

Il 13 aprile del 1957 usciva nella sale statunitensi lo splendido “La parola ai giurati” diretto dall’esordiente Sidney Lumet.

Reginald Rose, nato a New York nel 1920, appena congedato dall’esercito americano decide di guadagnarsi da vivere scrivendo soggetti per il nuovo e singolare mezzo che inesorabilmente sta prendendo sempre più piede nelle famiglie americane: la televisione.

Nei primi anni Cinquanta inizia a collaborare con la CBS firmando drammi da un’ora per la serie Studio One. Una mattina gli viene recapitata la convocazione per far parte della giuria in un processo per omicidio.

Il giovane rimane impressionato dalle dinamiche legali, e soprattutto da quelle umane, che si avvicendano durante tutte le sedute. Quando, dopo le arringhe dei legali, è chiuso nella stanza della giuria assistendo al dibattito, capisce di avere davanti agli occhi “il dramma perfetto” da raccontare.

In poco tempo Rose scrive lo script de “La parola ai giurati” che, svolgendosi tutto nella stanza di una giuria, sembra perfetto per il teatro e per l’allora fiction televisiva che ad esso si ispirava. L’episodio di un’ora viene trasmesso nel 1954. Il successo è davvero grande e così la produzione decide di realizzare un adattamento cinematografico.

Allo stesso Rose viene affidato il compito di scrivere la sceneggiatura, mentre al giovane, ma già esperto regista di drammi televisivi, Sidney Lumet viene affidata la regia.

Se nel ruolo del protagonista viene chiamata una stella di prima grandezza come il sempre bravo Henry Fonda, per quelli dei comprimari vengono scelti alcuni fra migliori caratteristi di Hollywood, che poi diverranno protagonisti o coprotagonisti di numerose serie televisive di successo, meno famosi ma che con la loro bravura renderanno la pellicola una delle più belle della storia del cinema.

Nella piccola stanza di un tribunale la giuria, formata da dodici individui che non si conoscono, deve scegliere se dichiarare il giovane imputato presunto parricida colpevole o innocente. Il caso sembra semplice, tutti gli indizi sono a sfavore del ragazzo, ma alla prima votazione salta fuori un giurato contrario alla condanna.

Si tratta del giurato n.8 (un Henry Fonda davvero luminoso) che ammette di non essere affatto certo dell’innocenza dell’imputato, e per questo quindi non può essere sicuro della sua colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio”.

L’uomo viene quasi aggredito verbalmente dagli altri giurati, molti dei quali vorrebbero tornare rapidamente alle loro occupazioni quotidiane, ma il giurato n. 8 inizia a smontare ogni indizio che fino a quel momento sembrava davvero ineccepibile…

Strepitosa pellicola, girata in uno splendido bianco e nero, che di fatto fonda (non l’attore!) il genere legal drama, e che ci pone una delle domande basiche della nostra società: quanto riusciamo ad essere obiettivi ed imparziali, nonostante le nostre esperienze personali?

Da antologia.

Il film, oltre ad essere candidato a tre premi Oscar e quattro Golden Globe, vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino.

 

“Regina senza corona” di Thomas Schlamme

(USA, 1989)

La drammaturga Beth Henley (classe 1952) ha vinto il premio Pulitzer nel 1981 per la sua opera teatrale “Crimini del cuore”, scritta nel 1978, e che Bruce Beresford porterà sul grande schermo nel 1986 con protagoniste Sissy Spaeck, Diane Keaton e Jessica Lange. Nel 1979 la Henley scrive “The Miss Firecracker Contest” (che letteralmente sarebbe “Il Concorso Miss Fuochi d’Artificio”) ambientata in una piccola cittadina del Sud degli Stati Uniti.

L’opera riscuote molto successo prima a Los Angeles e poi a Broadway, dove diventa un vero e proprio classico. Come accade spesso, la mecca del cinema si rivolge proprio alla capitale del teatro americano per trovare nuove idee, e così – dopo il successo internazionale del film di Beresford – viene adattata per lo schermo anche questa commedia della Henley.

La goffa e poco piacente Carnelle ha un sogno nella vita: vincere il Concorso “Miss Fuochi d’Artificio” che si tiene nella sua cittadina ogni 4 luglio. La ragazza vive nella vecchia casa della zia, ormai deceduta da anni. Qualche giorno prima del concorso tornano in città i suoi due cugini: Elain e Delomount. La prima da ragazza, grazie alla sua altera bellezza, ha vinto trionfalmente il titolo di Miss Fuochi d’Artificio, mentre il secondo è uno scapestrato che vive alla giornata.

Carnelle riesce ad entrare nella schiera delle cinque finaliste e dedica tutta se stessa a preparare la prova conclusiva con cui esibirsi alla fiera del 4 luglio. Solo la vincitrice potrà sfilare al centro del carro allegorico che attraverserà la strada principale della città, evento memorabile per tutta la contea e soprattutto sognato da Carnelle fin da bambina. Ma il concorso, per la ragazza così come per i suoi due cugini, rappresenterà un momento di svolta nelle propria vita…

Nel film – che in originale si intitola solo “Miss Firecracker” – il ruolo di Carnelle è affidato ad una bravissima (e fascinosa nonostante la voluta goffaggine) Holly Hunter. Mentre quello dei suoi cugini Elain e Delmount sono affidati rispettivamente a Mary Steenburgen e Tim Robbins (tutti e tre vincitori di un Oscar: la Steenburgen per “Una volta ho incontrato un miliardario” del 1980, la Hunter per “Lezioni di piano” del 1993 e Robbins per lo splendido “Mystic River” del 2003).

Crudo, ma alla fine anche un po’ ottimista, “Regina senza corona” è un affresco lucido della provincia americana, ma soprattutto delle dinamiche familiari che non risparmiano dolore e sconforto, interpretato poi da un cast davvero eccezionale.

Per la chicca: ve prego, non mi fate parlare del titolo in italiano…

“Ready Player One” di Steve Spielberg

(USA, 2018)

Del romanzo “Player One” di Ernest Cline ne ho parlato su queste pagine nel luglio del 2014, anticipado poi che la Warner Bros aveva comprato i diritti e avviato la produzione.

Ma allora ignoravo che la regia sarebbe stata affidata ad uno dei geni di Hollywood come Steven Spielberg. E chi meglio di lui, icona vivente degli anni Ottanta, avrebbe potuto portarlo meglio sulla schermo?

Sulla trama, visto che è fedele al libro, non aggiungo nulla, ma se la vuoi leggere poi andare direttamente al post sul libro cliccando il link “Player One” di Ernest Cline”.

Scritto dallo stesso Cline insieme a Zak Penn “Ready Player One” ci regala delle sequenze davvero incredibili, frutto della tecnologia digitale più all’avanguardia e della mano unica di Spielberg.

Per gli appassionati degli anni Ottanta come me, forse il film è un pò troppo “Trasformer” o “Avangers” (di cui Penn è stato davvero sceneggiatore), mentre il libro è più centrato sulle emozioni dei protagonisti che si rispecchiano in OASIS, creato da un vero “feticista” degli anni Ottanta. Ma Spielberg è sempre Spielberg…

“The Escort” di Will Slocombe

(USA, 2015)

Mitch (Michael Doneger) è un giornalista che ama il suo lavoro ma che viene licenziato dalla testata in cui lavora per i solti e nefasti “costi di gestione”.

Grazie al padre, autore delle musiche di molte canzoni rock famose degli anni Settanta e Ottanta, riesce ad avere una nuova opportunità presso un noto network. Ma dovrà portare un articolo eccezionale e insolito per essere assunto.

Un pomeriggio, nel bar di un grande hotel, viene avvicinato da Natalie (una bravissima Lyndsy Fonseca), una escort di lusso che adesca i suoi facoltosi clienti proprio negli alberghi a cinque stelle.

Mitch ha una dipendenza dal sesso, ed è “schiavo” di una app che gli procura quotidianamente incontri sessuali occasionali. Rimane così immune al fascino della ragazza che alla fine stuzzica e deride, visto che lei gli ha confessato di essersi laureata a Stanford.

Rimasto solo, il ragazzo si rende conto di aver trovato l’argomento del suo articolo: una escort laureata nel secondo ateneo più importante degli Stati Uniti. Rintracciata, le propone un affare: la pagherà per seguirla e scrivere l’articolo su di lei. Natalie accetta, anche se proprio un articolo, qualche anno prima, le ha bruciato ogni tipo di lavoro adatto alla sua laurea avviandola alla prostituzione di lusso. Ma…

Scritta dallo stesso Doneger insieme a Brandon A. Cohen, questa bella pellicola ci parla dell’amore, e soprattutto della paura dell’amore che rende cinici, ruvidi e infelici. Ma l’amore, come la vita, nasce nei posti più improbabili, e come diceva il maestro Fabrizio De André: “Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori”.

Ottimo esempio della grande tradizione del cinema americano indipendente.

“Ethel & Ernest – Una storia vera ” di Roger Mainwood

(UK/Lussemburgo, 2016)

Raymond Briggs è considerato, giustamente, uno dei maggiori artisti grafici britannici, e non solo. Molte sono le sue opere pubblicate in numerose lingue, fra cui spicca “Il pupazzo di neve”.

Ma nel 1999 Briggs pubblica una graphic novel dedicata alla storia d’amore, durata oltre quarant’anni, dei suoi genitori. E il libro, inaspettatamente per i meno attenti, vola nelle classiche di vendita.

Dall’opera di Briggs, Roger Mainwood ne trae un lungometraggio quasi interamente disegnato a mano, che ci racconta dall’incontro di Ethel ed Ernest, avvenuto nella Londra del 1928, alla loro dipartita avvenuta per entrambi nel 1971.

Attraverso le loro vite ripercorriamo la storia della Gran Bretagna e dell’Europa di quegli anni, ma tutto negli ambienti della loro piccola casa a schiera a Wimbledon Park, nella periferia di Londra.

E soprattutto comprendiamo al meglio il carattere e lo stile di vita di una piccola e “normalissima” famiglia inglese nel secolo breve. Comprendiamo meglio così anche la società e i sudditi di Sua Maestà che tanto hanno inciso nel Novecento.

Il tutto raccontato con dei disegni e un tratto a dir poco sublimi. Una sorta di “I miei vicini Yamada” all’inglese. Bellissimo e struggente.