“Sunshine Cleaning” di Christine Jeffs

(USA, 2008)

L’eredità che i genitori lasciano ai proprio figli molto spesso incide in maniera determinante nella loro vita. Questo vale per le cose materiali ma, soprattutto, per quelle immateriali che riguardano la sfera sentimentale ed emotiva.

E l’eredità di un genitore può essere trasmessa ai figli anche prima di morire. Come nel caso di Rose (una bravissima Amy Adams) e sua sorella minore Norah (Emily Blunt) nate e cresciute ad Albuquerque da Joe (un sempre grande Alan Arkin) alla ricerca perenne dell’affare del secolo, e dalla loro madre che però, quando erano ancora due bambine, si è tolta la vita.

Se Rose al liceo era la stella delle cheerleader nonché fidanzata col quoterback della squadra di football, una volta preso il diploma la sua vita ha iniziato inesorabilmente a franare. Madre single di Oscar, sbarca il lunario facendo le pulizie per una ditta locale e non riesce a smettere di essere l’amante di Mac (Steve Zahn), il suo fidanzatino del liceo che ora fa il poliziotto, che però è felicemente sposato con un’altra donna.

Anche sua sorella Norah non riesce a mantenere un lavoro per più di una settimana, come non riesce ad avere una relazione stabile e soddisfacente. Proprio durante uno dei settimanali incontri clandestini con Mac, a Rose viene l’idea di creare una società per la pulizia dei luoghi scene di un crimine o di una morte violenta, nicchia di mercato assai redditizia e poco sfruttata.

Ma Rose, assieme a Norah che suo malgrado l’aiuta, scoprirà che si tratta di un lavoro molto duro e faticoso, che comprende anche il ripulire le case di persone morte suicide o da molto tempo prima che qualcuno le abbia ritrovate.

Grazie anche a Winston (Clifton Collins Jr.), il commesso dell’emporio che vende i prodotti professionali per le pulizie, Rose inizia per la prima volta, dopo tanto tempo, ad avere fiducia in se stessa, ma…

Non si possono scegliere i propri genitori, ma si può scegliere di prendere distacco da loro, soprattutto dalle loro scelte più funeste o egoiste.

Scritto da Megan Holley, questo “Sunshine Cleaning” – il cui titolo richiama forse alla pulizia del proprio essere dalle tossine che qualcun altro vi ha lasciato… – ci ricorda quanto possa essere delizioso il cinema indipendente americano.

“Brittany non si ferma più” di Paul Downs Colaizzo

(USA/Canada, 2019)

Brittany Forgleris (una brava Jillian Bell, nota soprattutto negli Stati Uniti come comica e autrice di vari show televisivi tra cui il mitico “Saturday Night Live”) è una 27enne che vive e lavora a New York.

Sbarca il lunario alla reception di un piccolo cinema/teatro Off Broadway, e vive in affitto dalla sua amica Gretchen (Alice Lee) che, a differenza di lei, ha un certo seguito fra gli uomini e sui social. Ma quando Brittany era arrivata nella Grande Mela, solo qualche anno prima, le premesse erano assai diverse.

Era stata scelta per uno stage presso una delle più rinomate agenzie pubblicitarie della città, ma le sue insicurezze hanno fatto naufragare quella incredibile possibilità e Brittany si è lasciata andare. Così ha imparato ad accontentarsi, rinunciando a molti sogni. Per arginare la tristezza e quell’insopportabile senso di vuoto che inesorabilmente l’ha assalita, Brittany ha iniziato a bere e mangiare senza freno.

Il suo carattere gioviale e accomodante l’ha resa l’amica ideale del sabato sera, quella che con una battuta – spesso su se stessa e sul suo aspetto – fa sempre ridere. Insomma, una compagna ideale per far divertire tutti, tranne se stessa. E più il vuoto aumenta e più Brittany mangia e beve. Fino a un pomeriggio quando il medico dal quale è andata per farsi prescrivere dei sonniferi, non solo si rifiuta di farlo ma le apre gli occhi sulla sua situazione medica. Anche se ha solo 27 anni soffre già di ipertensione e l’obesità rischia di compromettere le sue funzioni vitali nonché le sue capacità motorie.

L’unica soluzione è quella di cambiare stile di vita, alimentazione e, soprattutto, fare quotidianamente del moto. Brittany cade nello sconforto buttandosi disperatamente e ancora più voracemente sul cibo. Mentre è preda di una crisi di pianto alla sua porta bussa Catherine (Michaela Watkins) che fa la fotografa e che ha il suo studio alla porta accanto. Brittany l’ha sempre considerata una ricca viziata arrogante e così rimane stupita e perplessa del suo interesse, anche se alla fine bruscamente la caccia via.

Combattendo strenuamente contro tutte le sue insicurezze e scalando tutti i suoi alibi Brittany inizia a fare footing intorno al palazzo. Dopo le prime devastanti e dolorosissime volte, la ragazza riesce a trovare una certa stabilità e così accetta l’invito di Catherine che fa parte di un gruppo di corsa che si vede regolarmente ogni sabato mattina per fare una mini maratona da pochi chilometri.

Lì Brittany incontra Terrence (Dan Bittner) anche lui un neofita della corsa, che ha deciso di unirsi al gruppo perché suo figlio di pochi anni lo ha preso in giro per il suo fiato corto mentre giocavano. Gli appuntamenti del sabato diventano un punto fisso e irrinunciabile per Brittany che gli altri giorni, compatibilmente col suo lavoro, si allena appena può.

I vestiti iniziano a essere sempre più larghi e la bilancia comincia incredibilmente a tornare indietro così Brittany è sempre più motivata e decisa, e le rinunce di cibo o alcol pesano sempre meno. All’orizzonte si staglia l’evento che ogni corridore sogna: la Maratona di New York; e così Catherine, Terrence e Brittany decidono di parteciparvi insieme.

La tassa d’iscrizione è molto alta e così Brittany decide di fare un secondo lavoro e casualmente trova un posto come dogsitter presso una lussuosa abitazione di Park Avenue. Nelle dodici ore del giorno deve provvedere al cane e alla casa, la notte il suo stesso compito spetta a Jern (Utkarsh Ambudkar) che però, per risparmiare e approfittando della lunga assenza dei proprietari, si è clandestinamente trasferito nella grande casa.

Il drastico cambio di stile di vita così come quello della considerazione che lei ha di se stessa portano inesorabilmente Brittany a dover affrontare il mondo che la circonda non potendo più accettare le persone che si approfittano di lei e delle sue debolezze. Il giorno della maratona si avvicina, ma…

Struggente commedia che ci racconta la piccola storia di una grande ragazza che affronta con coraggio e dolore la parte più oscura di se stessa, e ci riesce grazie anche all’aiuto di amici sinceri e leali. Scritta e diretta da Paul Downs Colaizzo, e prodotta anche da Tobey Maguire, la pellicola ci racconta la vera storia di Brittany O’Neill, che appare nelle sequenze finali.

“Brittany Runs a Marathon”, nel titolo originale, è un ottimo esempio del cinema indipendente statunitense, non a caso premiato al Sundance Film Festival. Consigliato a tutti ma soprattutto a chi, come me, ha scalato impervie montagne e guadato mari sconfinati per trovare se stesso.

“Ai confini della realtà” di John Landis, Steven Spielberg, George Miller e Joe Dante

(USA, 1983)

Un’intera generazione di cineasti americani – e non solo, parliamo anche di scrittori, come il Re Stephen King, tanto per citarne uno – è stata influenzata in maniera determinante da quella che molti, me per primo, considerano una delle serie televisive migliori di sempre: “Ai confini della realtà” creata dal grande Rod Serling nel 1959 e andata in onda per quattro indimenticabili stagioni fino al 1964.

Così, agli inizi degli anni Ottanta, la nuova Hollywood decide di rendergli omaggio riportando e riadattando al cinema tre degli episodi più famosi. A prendere in mano l’idea è John Landis, reduce di gradi successi al botteghino come “Animal House“, “Un lupo mannaro americano a Londra”, “The Blues Brothers” o “Una poltrona per due“.

Nel progetto, sia come regista che come produttore, viene coinvolto anche l’amico Steven Spielberg – che proprio in “The Blue Brothers” aveva fatto un piccolo cameo – che sceglie di dirigere il segmento “Calcia il barattolo”, il cui episodio originale andò in onda nel 1962. Gli altri registi sono Joe Dante che dirige “Un piccolo mostro” – episodio originale della terza stagione e andato in onda nel 1961- e l’australiano George Miller, reduce dal successo dei film della serie “Interceptor” con Mel Gibson, che firma “Incubo a 20.000 piedi” il cui episodio originale passò per la prima volta in televisione nel 1963 e venne diretto da un giovane Richard Donner che poi passerà al cinema dirigendo film come “Superman”, “Arma letale” e, non a caso, il mitico “I Goonies“.

Tutto il film è pregno di citazioni e riferimenti diretti alla serie originale tanto che la voce narrante – che nella serie storica apparteneva allo stesso Serling – è quella di Burgess Meredith (che molti ricorderanno per sempre come l’allenatore sordo in “Rocky”) che fu il protagonista del famosissimo episodio “Tempo di leggere”, andato in onda nel 1959.

Landis dirige il prologo e l’epilogo del film interpretati dall’amico Dan Aykroyd con un cameo di Albert Books, e scrive un nuovo e originale episodio dal titolo “Time Out”. Bill Connor (Vic Morrow) è un uomo di mezz’età deluso e incattivito dalla vita. Così una sera, in un locale seduto assieme a due suoi amici, inizia a sfogarsi col mondo diventando ferocemente razzista e prendendosela con il collega ebreo che secondo lui ha avuto la promozione al suo posto, e poi con tutte le persone di religione ebraica, con quelle di colore e con gli asiatici visto che da giovane ha servito il suo Paese in Corea contro i “musi gialli”.

Ma appena Bill esce dal locale per fumarsi una sigaretta si ritrova nella Parigi occupata dalle truppe naziste nei panni di un ebreo braccato. Quando i tedeschi lo colpiscono a morte Bill si risveglia fra le mani di feroci membri del Ku Klux Klan che lo vogliono impiccare solo perché è di colore. L’uomo riesce a fuggire ma si ritrova in una foresta del Vietnam nei panni di un vietcong, inseguito dalle truppe americane. Colpito a morte si ritrova in loop nella Parigi occupata. Il suo ultimo contatto col mondo al quale apparteneva sarà da un treno piombato, diretto ai campi di sterminio nazisti, dal quale vedrà i suoi amici cercarlo fuori dal locale.

In “Calcia il barattolo” Mr. Bloom (Scatman Crothers) propone agli altri ospiti della casa di riposo in cui vive di giocare con un barattolo nel cuore della notte. Ma solo quelli che avranno il coraggio di mettersi in gioco accettando al tempo stesso la loro età potranno davvero divertirsi…

“Un piccolo mostro” ci racconta la storia dell’insegnante Helen Foley (Kathleen Quinlan) che durante il viaggio verso la città in cui comincerà una nuova esistenza incappa nel piccolo Anthony, che la porterà a casa sua dove scoprirà un terribile segreto. Nel cast, nei panni di zio Walt, appare Kevin McCarthy, protagonista di un altro episodio storico della serie originale: “Lunga vita a Walter Jameson”, andato in onda nel marzo del 1960.

“Incubo a 20.000 piedi” ha come protagonista l’esperto programmatore di computer John Valentine (John Lithgow) che ha il terrore di volare ma che per lavoro è costretto a farlo. Cercando in ogni modo di calmarsi si mette a guardare fuori dal finestrino e scorge un essere mostruoso intento a sabotare i motori dell’aereo su cui sta volando.

Tutti e quattro gli episodi e le loro atmosfere mantengono fede allo spirito dell’opera originale di Serling e a rivederli oggi, anche a distanza di quasi quarant’anni, si prova sempre un certo gusto e piacere. Ma, purtroppo, durante la lavorazione del film si consumò un terribile e mortale incidente che influì sulla sua riuscita globale. Durante le riprese della scena finale dell’episodio “Time Out” l’elicottero che inseguiva Bill Connor nei panni di un vietcong con in braccio due piccoli vietnamiti rovinò al suolo investendo e uccidendo sul colpo Vic Morrow – padre dell’attrice Jennifer Jason Leigh – e i due attori bambini che erano con lui.

Sull’elicottero viaggiava Landis che dirigeva la scena, dando indicazioni al pilota. L’incidente, stabilirono gli inquirenti, venne causato dai numerosi fuochi d’artificio usati per riprodurre un bombardamento nella giungla, fuochi che abbagliarono il pilota facendogli perdere il controllo del mezzo.

Il processo durò circa dieci anni e ridimensionò inesorabilmente la carriera e il prestigio di Landis che molti considerarono colposamente e soprattutto moralmente responsabile in gran parte dell’accaduto. Spielberg troncò l’amicizia con lui e poi produsse da solo una serie televisiva chiaramente ispirata a quella di Serling – di cui però non possedeva i diritti – dal titolo “Storie incredibili” che andò in onda quasi in contemporanea alla nuova serie “Ai confini della realtà” prodotta dalla CBS e andata in onda dal 1985 al 1989.

Dal giorno dell’incidente e dopo l’esito dell’inchiesta, Hollywood cambiò drasticamente le normative per girare scene anche lontanamente pericolose per artisti e tecnici.

“Alice non abita più qui” di Martin Scorsese

(USA, 1974)

Fra le cose rilevanti che ha fatto il famigerato ’68 – visto che tante ne aveva promesse ma molte poche ne ha davvero mantenute – c’è quella di aver portato definitivamente l’attenzione dell’intera società sulla difficile emancipazione della donna. La strada, ancora oggi, è molto lunga ma da quegli anni anche solo il racconto della situazione è cambiato.

Affrontando concretamente il tema si realizza, già in quegli anni, anche che non ci sono solo le giovani che hanno bisogno dei loro diritti e dei loro spazi, ma anche le donne delle generazioni precedenti, cresciute sotto le asfissianti e opprimenti regole del patriarcato, hanno le medesime necessità, vista poi la scarsa considerazione che la società ha sempre e comunque di loro.

Così Robert Getchell scrive una sceneggiatura dedicata a una donna che superati i 35 anni – anni che nel momento in cui venne realizzato il film erano considerati per una donna l’abbondante “mezza età” – e che improvvisamente resta da sola contro un mondo arrogantemente maschilista.

Alice Hyatt (una bravissima Ellen Burstyn) vive col marito Donald (Billy Green Bush) e col figlio appena adolescente Tommy (Alfred Lutter). Donald, che è l’unico che porta i soldi a casa, è un’autista di camion che inizia a mal tollerare il figlio che, suo malgrado, sta crescendo. Ad Alice, quindi, spetta il compito di fare da ammortizzatore fra i due suoi maschi, oltre che naturalmente portare avanti la casa cucinando e rassettando senza dover troppo disturbare il marito che quando torna vuole solo guardare la televisione e bere birra. L’unica consolazione che Alice ha è Bea (Lelia Goldoni) la sua vicina di casa che ha una vita molto simile alla sua.

Un pomeriggio, però, Donald rimane vittima di un incidente automobilistico e Alice rimane sola assieme a Tommy. I pochi soldi che aveva da parte Doland se ne vanno col funerale e così la donna decide di partire e girare il Paese cercando di mantenere suo figlio e se stessa facendo quella che era la sua passione fin da bambina – ma che ha dovuto abbondare alle soglie del matrimonio – e cioè cantare.

Tra mille difficoltà Alice finalmente riesce ad avere una scrittura in un locale mediocre di Phoenix, in Arizona. Quando le cose sembrano finalmente ingranare e lei vede la concreta possibilità di abbandonare il motel in cui vive assieme al figlio per un appartamento dignitoso, sulla sua strada incappa in Ben (Harvey Keitel) un originale avventore che le inizia a fare una corte sfrenata.

Poco dopo aver iniziato il flirt con l’uomo, nella stanza del motel di Alice si presenta la moglie di Ben che umilmente le chiede di non vedere più il marito, visto che ha smesso di andare al lavoro proprio a causa sua. La donna e soprattutto suo figlio malato hanno bisogno dei soldi che Ben porta a casa per poter sopravvivere. Mentre le due donne stanno parlando nella stanza piomba Ben che picchia violentemente la moglie e minaccia Alice di non mettersi i testa di interrompere la loro relazione.

Appena l’uomo se ne va, Alice prende il figlio e lascia rapidamente la città in cerca di una nuova occasione. A Tucson la donna riesce a trovare solo un impiego come cameriera nella tavola calda di proprietà di Mel (Vic Tayback). I primi giorni di lavoro sono molto duri visto che il locale all’ora di pranzo si riempie come un uovo e il personale che serve ai tavoli, oltre a Alice, è composto solo da Flo (Diane Ladd) e Vera (Valerie Curtin). I rapporti con Flo poi, che ha un carattere opposto a quello di Alice, sono molto bruschi.

Tommy inizia a frequentare la scuola del posto dove conosce Audrey (Jodie Foster) una sua coetanea con delle particolari e originali abitudini. Nel frattempo nel locale appare sempre più spesso David (Kris Kristofferson), proprietario di una fattoria fuori città che inizia a corteggiare Alice. Ma la donna, forse per la prima volta nella sua vita, non è disposta a sacrificare tutto per un uomo…

Martin Scorsese realizza una piccola grande pellicola che rappresenta uno dei migliori e realistici ritratti cinematografici di donna degli anni Settanta. Grazie anche alla magistrale prova della Burstyn – che vince giustamente l’Oscar come miglior attrice protagonista – “Alice non abita più qui” rappresenta uno dei migliori esempi della cinematografia americana indipendente di sempre.

Visto il successo del film, che decreta definitivamente Scorsese come giovane e geniale cineasta, venne creata una serie televisiva dal titolo “Alice” che andò in onda negli Stati Uniti, con un discreto successo, dal 1976 al 1985, serie che poi approdò anche sui nostri schermi.

“Il male oscuro” di Mario Monicelli

(Italia, 1990)

Troppo spesso gli adattamenti cinematografici di un libro, soprattutto di un ottimo libro, non sono all’altezza. L’elenco è davvero molto lungo, ma ne cito solo uno che li rappresenta un pò tutti al meglio – o forse è il caso di dire al peggio… – come quello di Nicole Garcia che nel 2002 dirige uno dei film più noiosi, sterili e irrisolti della cinematografia francese nonostante prenda spunto da uno dei libri più belli e inquietanti degli ultimi decenni come “L’avversario” di Emmanuel Carrère.

Per questo, forse, lo splendido “Il male oscuro” che Giuseppe Berto pubblicò nel 1964 è stato molto tempo “fermo” nel cassetto per la sua evidente complessità narrativa, e solo un grande cineasta come Mario Monicelli, coadiuvato da due pilastri della nostra cinematografia come la grande Suso Cecchi D’Amico e Tonino Guerra, potevano portarlo sul grande schermo mantenendo l’anima dell’opera letteraria.

Certo, la fine degli anni Ottanta non era la prima metà degli anni Sessanta, l’Italia era cambiata diventando più cinica e meno disincantata. C’era stato il famigerato ’68 in cui i figli avevano mandato ufficialmente e pubblicamente a quel paese i propri genitori, per cui era diventato lecito mettere in discussione ruolo e autorità paterne e materne. Ma proprio mentre quei figli, ex contestatori, stavano cambiando pelle e inesorabilmente prendendo il ruolo sociale dei propri genitori – esercitandolo sovente con più rabbia, ferocia e avidità – Monicelli ci racconta la storia di Giuseppe Marchi (interpretato da un bravissimo Giancarlo Giannini), sceneggiatore cinematografico che sogna di scrivere il suo romanzo capolavoro così che tutti, soprattutto suo padre, possano riconoscerlo come genio indiscusso.

Ma la morte di un genitore così ingerente non fa però che peggiorare la situazione emotiva di Giuseppe, che viene travolto da numerosi dolori imputabili alle più diverse e poi puntalmente smentite patologie. Anche la sua vita sentimentale ne risente tanto che lui non ha la minima intenzione di assumersi alcuna responsabilità nella sua storia con Sylvaine (Stefania Sandrelli), una vedova italo francese che tanto ha scandalizzato le sue quattro sorelle al capezzale del padre.

Sulla sua strada Giuseppe incontra per caso un’avvenente e volitiva adolescente (Emmanuelle Seigner) con la quale intraprende un flirt che diventa sempre più profondo tanto da scalzare definitivamente Sylvaine. E quando la giovane rimane incinta Giuseppe alla fine la sposa volentieri. Ma il male oscuro che lo attanaglia da dentro, nonostante la splendida scoperta della paternità, torna inesorabilmente a tormentarlo, soprattutto quando si siede davanti alla sua macchina da scrivere per iniziare quello che sarà senza dubbio il suo capolavoro.

Fra le mille cure che prova, Giuseppe alla fine acconsente alla psicoanalisi e così inizia un percorso con un noto analista (Vittorio Caprioli, alla sua ultima interpretazione) che lo costringe ad affrontare le radici profonde del suo male oscuro, ma…

Monicelli ci regala se non il migliore, uno dei migliori adattamenti di un’opera di Berto, e lo fa grazie a due grandi sceneggiatori e ad un cast davvero di prim’ordine. Questa pellicola però non fu particolarmente amata dalla critica contemporanea e il pubblico la considerò “di nicchia” e non appartenente alla classica e grande commedia all’italiana di cui Monicelli era fra i più grandi rappresentati.

Ma, come sempre, i veri artisti vengono compresi meglio col passare degli anni. E così, nel rivederla oggi a distanza di oltre trent’anni, si apprezza al meglio il suo racconto e soprattutto la sua indiretta critica alla nostra società, caratteristica fondamentale di tutte le opere del regista toscano che sono la grande eredità che ci ha lasciato.

Non è un caso, quindi, che a fare l’assistente alla regia di Monicelli in questo film ci sia un giovane Riccardo Milani che poi, nel corso dei decenni successivi, dirigerà deliziose commedia come “Il posto dell’anima“, “Scusate se esisto!” o “Come un gatto in tangenziale”.

“Pinocchio” di Guillermo Del Toro e Mark Gustafson

(USA/Messico/Francia, 2022)

Fra gli innumerevoli adattamenti dell’opera immortale di Carlo Collodi – al secolo Carlo Lorenzini, la cui prima puntata, è giusto ricordarlo, venne pubblicata nel 1881- questo scritto Guillermo Del Toro, assieme a Patrick McHale, e diretto in stop motion insieme a Mark Gustafson, accanto a “Le avventure di Pinocchio” diretto da Luigi Comencini nel 1972 e al “Pinocchio” di Matteo Garrone del 2019, è uno dei migliori.

Il geniale e visionario cineasta messicano prende spunto dalla storia originale per riscriverla attualizzandola, ambientandola nella cupa Italia del ventennio fascista. Geppetto è un uomo solo, anziano e disperato. Disperato perché la Grande Guerra gli ha portato via Carlo, il suo piccolo unico e tanto amato figlio.

Ormai preda dell’alcol, Geppetto non riesce quasi più a lavorare ma una notte, lo Spirito del Bosco, dona la vita al burattino di legno che l’uomo ha furiosamente costruito in preda ai fumi del vino. La mattina dopo la sorpresa di Geppetto sarà clamorosa quanto quella di tutta la comunità che però, a differenza del falegname, vede nel burattino vivo e animato un pericolo per la morale e soprattutto per l’ordine nella reazionaria, arrogante e guerrafondaia Italia fascista, incarnata dal prepotente podestà del paese.

Ad incantare e soggiogare Pinocchio, intanto, ci pensa il Conte Volpe, proprietario di una sorta di circo ambulante in cerca sempre di fenomeni da baraccone a basso costo. E grazie a Spazzatura, la sua fedele scimmia, attira il burattino nel suo capannone…

Del Toro ci racconta il suo personale Pinocchio, che vive e cammina in un ambiente molto cupo e freddo, che non a caso ricorda quello dell’adattamento di Comencini. Nonostante tutto il mondo voglia cambiarlo e omologarlo, a partire all’inizio anche da Geppetto, Pinocchio conserva sempre il suo sorriso e il suo cuore puro, incarnato dal Grillo Parlante narratore dell’intera vicenda, grazie al quale potrà mantenersi sempre fedele a se stesso.

L’attualizzazione della vicenda del burattino più famoso della storia che fa Del Toro è incredibilmente calzante con la nostra storia recente che ha portato una nuova e tragica guerra in Europa dopo oltre sette decenni.

Come nel bellissimo “Il labirinto del fauno” ambientato durante la guerra civile spagnola, anche in questo ottimo film Del Toro ci ricorda che chi non conosce la propria storia non ha futuro.

Questa pellicola, volutamente realizzata in stop motion per conservare al meglio l’originalità della storia e degli ambienti, ha avuto una lavorazione durata circa quindici anni, e nella versione originale Ewan McGregor doppia il Grillo Parlante, Christoph Waltz il Conte Volpe, Ron Perlman il podestà, Tilda Swinton lo Spirito del Bosco, Cate Blanchett Spazzatura e John Turturro il medico del paese.

“Zen – Grogu e i nerini del buio” di Katsuya Kondô

(Giappone/USA, 2022)

Che la saga di “Guerre Stellari”, fin dal suo concepimento nella testa geniale di George Lucas, fosse fortemente legata alla tradizione e alla cultura giapponese è sempre stato molto lampante. La stessa figura dello Jedi si ispira palesemente a quella degli antichi samurai, come la Forza tocca corde e riferimenti delle filosofie orientali Zen. Per non parlare poi del casco del famigerato Lord Darth Fenner che prende chiaramente spunto da quello tradizionale dei samurai.

Non è un caso quindi che lo stesso Lucas, assieme a Francis Ford Coppola, sia stato anche il produttore di alcune pellicole giapponesi come “Kagemusha: l’ombra del guerriero” diretta dal maestro Akira Kurosawa.

Anche se ormai Lucas ha ceduto i diritti delle sue opere – compresi quelli di “Guerre Stellari” – alla Disney, il rapporto fra le sue idee geniali e la fantasia del Sol Levante è sempre molto forte, tanto da portare il mitico Studio Ghibli a realizzare – col supporto della stessa Disney – questo delizioso cortometraggio dedicato all’incredibile incontro fra Grogu – il piccolo protagonista della fortunata serie “Mandalorian” – e i nerini del buio, minuti personaggi fatti di fuliggine, creati dal maestro Hayao Miyazaki nella splendida pellicola “Il mio vicino Totoro” e ripresi nell’altrettanto splendido “La città incantata“.

Un incontro in pieno stile Zen, che non ha bisogno di nessuna parola, ma che parla brillantemente alla nostra anima e alla nostra fantasia.

Scritto e diretto da Katsuya Kondô, storico collaboratore della stesso Miyazaki, questo cortometraggio è fatto da 180 secondi di pura poesia.

“L’incomparabile Crichton” di Lewis Gilbert

(UK, 1957)

Lo scozzese James Matthew “J.M.” Barrie (1860-1937) è noto universalmente per essere l’autore dello spettacolo teatrale “Peter Pan, il bambino che non voleva crescere” che venne messo in scena per la prima volta il 27 dicembre del 1904 a Londra. Da quel 27 dicembre il suo nome è legato indissolubilmente a Peter Pan, ma Barrie aveva già alle spalle una carriera di sagace e pungente commediografo, sempre pronto a criticare con grande ironia la più conservatrice e reazionaria aristocrazia inglese, come nel caso della graffiante commedia “The Admirable Crichton” messa in scena nel 1902.

Nel 1957 Lewis Gilbert – che poi dirigerà alcuni film della serie “007” con Roger Moore – realizza il divertente adattamento cinematografico di cui scrive anche la sceneggiatura assieme al suo storico collaboratore Vernon Harris.

Così torniamo indietro nel tempo, all’inizio del secolo – periodo in cui Barrie aveva scritto e presentato al pubblico la sua commedia – in una Inghilterra ancora molto vittoriana, nell’opulenta residenza del facoltoso Lord Loam (Cecil Parker) dove, assieme a lui, vivono le tre figlie in età da marito: Lady Mary (Sally Ann Howes), Lady Catherine (Mercy Haystead) e Lady Agatha (Miranda Connell).

A dirigere impeccabilmente la numerosa servitù della magione è il maggiordomo Crichton (Kenneth More) che puntualmente controlla e supervisiona severamente ogni suo sottoposto prima di un servizio, a partire dalle cameriere delle tre Lady, passando per gli stallieri, fino alla goffa sguattera analfabeta Lisetta (Diane Cilento).

Le idee “liberali” di Lord Loam, oltre al biasimo delle tre figlie, lo portano a ordinare a Crichton di preparare un tè a cui dovrà partecipare tutta la servitù, che siederà allo stesso tavolo dei padroni di casa che per un pomeriggio saranno “uguali” a loro. Nonostante le forti perplessità di tutti, e soprattutto quelle dello stesso Crichton, Lord Loam organizza l’evento creando non poco imbarazzo nei suoi dipendenti e il feroce sdegno delle sue figlie. La situazione precipita quando nella magione giunge Lady Brocklehurst (Martita Hunt), fra le più influenti nobildonne d’Inghilterra, nonché madre del futuro fidanzato di Lady Mary.

Lady Brocklehurst, oltre a rimanere profondamente scandalizzata dalla promiscuità fra servi e padroni, rompe ogni tipo di accordo fra suo figlio e Mary, lasciando poi terribilmente indignata la tenuta dei Loam. Per farsi perdonare l'”insana” iniziativa, sia dalla figlie che dal resto della nobiltà, Lord Loam, su suggerimento proprio di Crichton, decide di partire per una crociera sul suo yacht per sei mesi, giusto il tempo di far dimenticare a tutti lo “spiacevole” evento.

Durante la navigazione nei mari del sud, però, lo yacht dei Loam viene investito da una tempesta tropicale e tutti sono costretti ad abbandonarlo rifugiandosi sulle scialuppe di salvataggio. Crichton riesce a portare in salvo Lisetta e a salire – non senza disappunto soprattutto da parte di Lady Mary – su quella dove ci sono Lord Loam, le sue tre figlie, il giovane reverendo (Jack Watling) ed Ernest (Gerald Harper) il pretendente della giovane Lady Agatha.

Le violenti onde allontanano la scialuppa dalle altre e all’alba la piccola imbarcazione si ritrova sulla spiaggia di un’isola deserta. Lord Loam ordina a Crichton di provvedere come sempre ai bisogni primari di se stesso e delle sue figlie, ma il maggiordomo, dopo aver cercato di spiegare al suo padrone che la situazione è molto seria e che bisogna organizzarsi tutti insieme, se ne va assieme a Lisetta con la quale si costruisce una capanna per conto suo.

Loam, le sue figlie e i due giovani tentano di organizzarsi a loro volta ma i risultati sono penosi, visto che nessuno di loro ha mai dovuto lavorare davvero durante la propria esistenza. Così, disperati, una sera si recano nella capanna di Crichton che, clemente, divide con loro l’ottimo cibo che si è riuscito a procurare assieme a Lisetta.

Proprio il giorno del secondo anniversario dell’inabissamento dello yacht, Lady Brocklehurst inaugura la statua in memoria di Lord Loam nella sua magione. Sull’isola, intanto, le cose sono assai cambiate. Crichton è diventato l’indiscusso governatore del luogo e ha come maggiordomo Lord Loam che, assieme a tutti gli altri abitanti, lo idolatrano come loro leader e salvatore.

Tutte le donne lo vorrebbero come compagno, ma lui ancora non si è espresso. Anche gli uomini non vedono l’ora che il loro capo faccia una scelta, cosa che renderebbe le altre libere. Mentre Lord Loam chiede la mano di Lisetta, l’unica donna con cui può accoppiarsi sull’isola, Crichton infine chiede la mano di Mary che entusiasta accetta. Proprio mentre si sta celebrando il matrimonio una nave passa nei pressi dell’isola. Mary e gli altri pregano Crichton di non accendere alcun fuoco e non fare nessuna segnalazione per poter rimanere così tutti sull’isola, ma l’ex – …o forse no – maggiordomo confida a quella che sarebbe diventata sua moglie che: “non si può combattere la ‘civiltà'”…

Perfida, spiritosa e tagliente pellicola nella grande tradizione britannica di quegli anni che, senza esclusione di colpi, incarna un’efficace metafora dell’avvento della borghesia a scapito di una viziata e decadente nobiltà, che nel Novecento segnerà la società occidentale, e non solo quella d’oltre Manica.

La dinamica narrativa della commedia di Barrie è stata fonte d’ispirazione per molte opere teatrali e cinematografiche successive come, per esempio, “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” diretto da Lina Wertmuller nel 1974.

Da gustare fino all’ultimo fotogramma.

“Raymond & Ray” di Rodrigo García

(USA, 2022)

Raymond (Ewan McGregor) e Ray (Ethan Hawke) sono due fratellastri che hanno superato la cinquantina ma che ormai si sono persi di vista da un pò. Da bambini hanno diviso la stanza in cui sono cresciuti con due madri differenti e lo stesso padre, Harris. La madre di Raymond era la moglie ufficiale mentre quella di Ray l’amante, che alla fine hanno formato un’unica famiglia allargata.

Una sera Raymond si presenta a casa di Ray comunicandogli che il loro padre è morto e che ha lasciato come disposizione testamentaria che siano loro due, materialmente, a scavargli la fossa e seppellirlo. Entrambi portano incisi a fuoco nell’anima i segni esteriori e interiori che ha lasciato loro Harris, un padre non solo assente, ma soprattutto nocivo, egoista e prepotente.

Se Raymond è più conciliante, Ray si rifiuta categoricamente di fare anche solo un’ultima cosa per l’uomo che gli ha: “…rovinato la vita”. Ma siccome al fratello è stata sospesa la patente Ray è costretto ad accompagnarlo nella cittadina dove Harris ha passato circa gli ultimi dieci dei suoi ottant’anni vissuti.

Così i due arrivano nella piccola cittadina dove Harris ha vissuto prima di essere stroncato da un tumore. I due fratellastri si recano nella casa dove è spirato e incontrano la proprietaria Lucia (Maribel Verdù), loro coetanea, che scoprono poi essere stata fra le ultimi amanti di loro padre. Anche da morto Harris pesa come un macigno sulle loro esistenze ma forse, accettando di convivere con tutti i suoi limiti e le sue gravi mancanze, ma soprattutto con il profondo rancore che provano per lui, potranno salvarsi…

Deliziosa e amara commedia dedicata al rapporto conflittuale padre/figlio che da Edipo, passando per Amleto, è uno dei temi più trattati dalla cultura umana e, nonostante i secoli e i millenni passati, è ancora troppo spesso – …dolorosamente – irrisolto.

Scritta dallo stesso Rodrigo García, ha fra i produttori anche Alfonso Cuarón regista di pellicole come “Roma” o “Y tu mamá también – Anche tua madre”, quest’ultima interpretata da Maribel Verdú.

“Wendell & Wild” di Henry Selick

(USA, 2022)

Dopo oltre dieci anni torna Henry Selick con un delizioso film d’animazione in stop motion. Dopo “Coraline e la porta magica” del 2009 e lo splendido “Nightmare Before Christmas” del 1996, Selick firma un’altra pellicola gotica e indimenticabile.

“Ognuno ha i propri demoni, e i miei si chiamano Wendell e Wild…” ci dice all’inizio Kat, la giovane protagonista del film, messa alla prova dalla vita… e dalla morte.

Solo pochi anni prima, infatti, Kat viveva felice e serena assieme ai suoi genitori Delroy e Wilma Elliot, possessori di un’artigianale fabbrica di birra a Rust Bank, una piccola ma florida città nella provincia americana.

Un brutto giorno però, proprio dopo aver rifiutato per l’ennesima volta di cedere la loro attività alla famelica Klaxon Korp, sul ponte che attraversa il grande fiume di Rust Bank il fuoristrada su cui viaggiano gli Elliot sbanda e precipita nelle gelide acque. A salvarsi è solo Kat che, annichilita dai terribili quanto ingiustificati sensi di colpa, diventa in pochi mesi una ragazza ribelle e contro ogni regola, finendo poi in un carcere minorile.

Alcuni anni dopo Kat, ormai adolescente, viene mandata presso la scuola cattolica femminile di Rust Bank, guidata dall’avido sacerdote padre Bests. Abituata ad ambienti molto più ostili, Kat rimane sorpresa dal clima sereno che si respira nella scuola, dove alcune ragazze hanno formato un gruppo la cui leader è Siobhan Klaxon, figlia dei proprietari della Klaxon Korp.

Ma la Rust Bank che Kat ritrova è praticamente una città fantasma, abbandonata da tutti e di proprietà ormai di Lane e Irmagard Klaxon, titolari della Klaxon Korp, che hanno intenzione di radere tutto al suolo per costruire uno dei loro costosissimi e assai remunerativi carceri di massima sicurezza. Anche la fabbrica di birra dei suoi genitori è andata quasi completamente distrutta in un incendio, poco dopo la morte di Delroy e Wilma.

Intanto, negli inferi, Buffalo Belzer manda avanti, come fa da tempo immemore, il suo luna park per torturare la anime dei peccatori defunti che vengono vessati su giostre, montagne russe e case degli orrori sistemate sulla sua gigantesca pancia. I suoi due figli, Wendell e Wild, vorrebbero aprire un luna park tutto loro, ma il padre li costringe a compiere lavori umili, come spargergli la crema sulla testa per far ricrescere i capelli, non avendo la minima intenzione di lasciarli andare visto che tutti i suoi altri figli, una volta raggiunta la superficie, non sono mai più tornati.

Ma Wendell e Wild non si arrendono, e così appaiono in sogno a Kat promettendole che se lei li invocherà, loro potranno far resuscitare i suoi genitori, ma…

Tratto dai personaggi creati dallo stesso Selick assieme a Clay McLeod Chapman nel loro omonimo libro, “Wendell & Wild” – la cui sceneggiatura è firmata da Selick e Jordan Peele – è un nuovo gioiello dell’animazione, con scene e sequenze fantastiche, in tutti i sensi.

La particolare pettinatura di Lane Klaxon non può non far tornare alla mente quella dell’ex Presidente Donald Trump…