“Mosca a New York” di Paul Mazursky

(USA, 1984)

Vladimir Ivanoff (un bravissimo Robin Williams) è un sassofonista che lavora presso la banda di un circo di Mosca. Suo nonno è stato un grande comico e un grande artista, ma ormai è relegato nel piccolo appartamento nel quale vive Vladimir coi genitori e i fratelli.

Siamo agli inizi degli anni Ottanta e a Mosca, nonostante sia la capitale dell’Unione Sovietica, i beni di prima necessità, come la carta igienica, sono molto rari e si ottengono solo dopo lunghissime file e interminabili ore di attesa. Ma a Vladimir, infondo, va bene così, anche se sogna l’America, soprattutto quella del grande jazz.

Il suo amico e collega di lavoro Anatoly (Elya Baskin) che al circo fa il clown, invece, non riesce più a sopportare un’esistenza condizionata prepotentemente dal regime comunista che gli toglie ogni sogno e speranza, e ogni giorno promette a se stesso e a Vladimir che prima o poi fuggirà in Occidente.

L’occasione arriva quando il circo viene invitato per qualche giorno a New York per un’esibizione nell’ambito dei rapporti amichevoli fra USA e URSS. Proprio tornando all’aeroporto il pullman con gli artisti circensi si ferma da Bloomingdale’s per alcuni “souvenir” e Anatoly, nonostante la stretta sorveglianza degli agenti del KGB, confida a Vladimir di volere agire lì e chiedere asilo politico. Ma all’ultimo istante il clown non trova il coraggio di fare quel gesto che brama da tutta la vita e così, sconfitto, segue docilmente i suoi rigidi custodi.

La cosa, però, dona forza e volontà a Vladimir che grazie anche a Lucia (Maria Conchita Alonso) una commessa del reparto profumeria, e Lionel (Cleavant Derricks) un addetto alla sicurezza del grande magazzino, riesce a chiedere asilo politico alle autorità americane.

Inizia così una nuova esistenza per Vladimir che, volente o nolente, deve abbandonare per sempre quella passata, sapendo bene che non potrà mai più rivedere la sua famiglia. Ad aiutarlo ed accoglierlo saranno gli stessi Lionel e Lucia, ma soprattutto una folta schiera di immigrati come lui che negli Stati Uniti sono arrivati con ogni mezzo, sperando di realizzare i propri sogni. Ma la realtà non è sempre così rosea…

Scritto dallo stesso Mazursky assieme a Leon Capetanos, questo film ci racconta con i toni della commedia il dramma ed il dolore di un essere umano costretto a lasciare la sua casa e i suoi affetti per cercare un’esistenza migliore e più dignitosa, dove non dover passare l’interna giornata in fila per avere un paio di rotoli di carta igienica o poter suonare liberamente la musica jazz, senza paura di essere arrestato.

Inoltre, ci regala una bellissima interpretazione di Robin Williams, fra le sue migliori in assoluto, che dimostra – se davvero ce ne fosse ancora bisogno – che solo un grande comico può far piangere. Purtroppo il film venne completamente ignorato dall’establishment contemporaneo a stelle e strisce, che non gradì la critica che il film faceva alla società americana del tempo. E così Williams, anche se vinse il Golden Globe – votato dalla stampa straniera – per la sua performance, venne completamente ignorato agli Oscar.

In realtà “Mosca a New York” non critica tutta la (multietnica) società americana, ma quella parte che sguinzagliò il più feroce e incontrollato capitalismo pur di battere economicamente l’Unione Sovietica; parte che aveva il suo paladino nel presidente Reagan. Se è vero che quelle scelte economiche contribuirono fattivamente ad abbattere il muro di Berlino, è vero anche che alcune di esse, a distanza di tanti decenni, noi le stiamo ancora pagando.

E così, proprio a ridosso della rielezione di Reagan, questo film fu visto dalla parte più conservatrice e reazionaria della società americana come fumo negli occhi, tanto da rischiare di rovinare la carriera di Williams, che fu costretto ad interpretare, poi per molto tempo, solo ruoli più superficiali e leggeri.

Per la chicca: nel film Valdimir e Lucia vanno al cinema a vedere “Una donna tutta sola” diretto dallo stesso Marzusky nel 1978; bellissima e amara pellicola che venne candidata all’Oscar come miglior film e per la quale lo stesso regista venne candidato come miglior sceneggiatore.

“Le tentazioni del dottor Antonio” di Federico Fellini

(Italia, 1962)

Cesare Zavattini propone a Carlo Ponti un film ad episodi diretti dai quattro fra i più importanti registi italiani di allora: Mario Monicelli, Federico Fellini, Luchino Visconti e Vittorio De Sica, rispettivamente con “Renzo e Luciana“, “Le tentazioni del dottor Antonio”, “Il lavoro” e “La riffa”.

Federico Fellini sceglie di raccontare la parte più bigotta e ipocrita della società italiana del tempo che, con feroce violenza, si era scagliata solo qualche anno prima contro di lui ed i suoi film “La dolce vita” prima e “8 e 1/2” poi.

Il nostro Paese, da ormai quasi due decenni è guidato politicamente dalla Democrazia Cristiana che è per molti un punto di riferimento culturale e sociale, oltre che incarnare gli ideali cattolici della Chiesa Romana che in quegli anni ha un’ingerenza pesante nel nostro quotidiano.

E così all’uscita, ma soprattutto al clamoroso successo internazionale de “La dolce vita”, i più integerrimi benpensanti italici, convinti di essere gli unici detentori della “morale” e del “decente”, si scagliarono ferocemente, fregiandosi dello scudo crociato, contro il regista gli autori e gli attori. Oggi, fortunatamente, può far sorridere tale circostanza, ma in quegli anni essere “scomunicato” dal Vaticano aveva comunque le sue ripercussioni anche nella vita quotidiana.

Per esempio, più o meno nello stesso periodo, la grande Mina veniva insultata da alcuni passanti in strada, mentre faceva la spesa, solo perché aveva avuto l’ardire e la spudoratezza di fare un figlio con un uomo sposato e non vergognarsi pubblicamente…

Così Fellini, assieme ai suoi autori preferiti Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, incarnano tutti questi tipici atteggiamenti italioti perbenisti ed ipocriti nell’integerrimo dottor Antonio Mazzuolo (un bravissimo Peppino De Filippo) custode e tutore dell’ordine morale, tanto da non avere scrupoli nello schiaffeggiare una sconosciuta in un bar solo perché questa indossava un abito leggermente scollato.

E proprio davanti alla finestra di casa Mazzuolo viene affisso un enorme cartellone pubblicitario con la bellissima e prosperosa Anita Ekberg che in uno abito da sera scollato, sdraiata, pubblicizza il latte.

Il dottor Antonio, turbato e scandalizzato cerca in ogni modo di farlo coprire, anche rivolgendosi ai politici di riferimento, ma la sua rabbia nasconde in realtà una morbosa e indicibile voglia di possedere quel corpo così procace e sessuale, voglia che alla fine riesce a dare vita al manifesto…

Per comprendere al meglio la nostra società di allora basta ricordare anche l’episodio dello schiaffo accadde veramente ai danni di una signora straniera che si era, da sola, seduta in un bar del centro di Roma per prendere un caffè e che venne aggredita e colpita da un giovane puritano Oscar Luigi Scalfaro – che poi diventerà Presidente della Repubblica – cosa che oggi, giustamente, sarebbe impensabile senza dure e implacabili conseguenze.

Fortunatamente non tutta l’Italia, allora, era così e ci furono molte parole pubbliche di biasimo che ebbero il loro culmine nel guanto di sfida che lanciò realmente il grande Antonio De Curtis in arte Totò, sfidando ufficialmente a duello Scalfaro per difendere l’onore della povera e innocente malcapitata. Duello che però, fortunatamente per tutti, non ebbe luogo.

Tornando all’episodio diretto da Fellini, che ha praticamente la durata di un film breve, colpisce ancora oggi la sua satira e la sua ironia verso una parte del nostro Paese che è dura a morire e che spesso, per mere ragioni elettorali, alcuni politici fomentano.

“Io Capitano” di Matteo Garrone

(Italia/Belgio, 2023)

Seydou (un bravissmo Seydou Sarr) è un sedicenne nato e cresciuto a Dakar, in Senegal. Vive da sempre assieme a sua madre e alle sue numerose sorelle e numerosi fratelli minori in una casa fatta da una sola grande stanza.

A Seydou non manca il cibo quotidiano, anche se non abbondante, che consente a lui e alla sua numerosa famiglia di andare avanti, ma nell’ottica dei suoi sedici anni quello che vuole è un futuro diverso. L’Europa e l’Italia, che vede attraverso i social, sono proprio la Terra Promessa dove i suoi sogni di adolescente e rapper possono realizzarsi. Così, spinto da suo cugino e coetaneo Moussa (Moustapha Fall) e contro la volontà di sua madre, dopo aver lavorato di nascosto per rimediare i soldi necessari, lascia clandestinamente Dakar per raggiungere l’Italia.

A nulla sono servite le raccomandazione della madre o i racconti di chi quel viaggio lo ha già fatto ed è riuscito a tornare sano e salvo a casa: i due ragazzi vogliono una vita diversa. Seydou e Moussa, loro malgrado però, finiranno nelle bocche piene di denti acuminati di famelici trafficanti di essere umani che, senza scrupoli e sparsi nelle varie nazioni africane che attraversano, li spolperanno per avere il loro tornaconto.

Ma Seydou, nonostante i suoi sedici anni e tutto quello che subisce e che vede subire ai suoi simili per mano di altri suoi simili, è un essere umano che riesce a rimanere sempre e comunque fedele a se stesso e alla cosa che sembra diventare sempre più rara, soprattutto a latitudini molto più opulente della sua: l’umanità e il rispetto per la vita umana…

Splendido e struggente film firmato da uno dei migliori registi contemporanei, non solo italiani, che ci regala delle immagini bellissime, oniriche e al tempo stesso crude. Scritto dallo stesso Garrone assieme a Massimo Gaudioso, Massimo Ceccherini e Andrea Tagliaferri “Io Capitano” ci schiaffeggia là dove fa più male, proprio come il grande cinema deve – o dovrebbe… – fare.

Garrone vince il Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia come miglior regista, mentre Seydou Sarr il premio “Marcello Mastroianni” come miglior giovane attore.

Nella grande tradizione del cinema italiano, “Io Capitano” – che è stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar – è una pellicola deve essere vista e fatta vedere anche a scuola, per far comprendere alle nuove generazioni la nostra posizione e il nostro ruolo nel mondo.

“El Conde” di Pablo Larraín

(Cile, 2023)

L’11 settembre del 1973 il generale Augusto Pinochet (1915-2006), capo dell’esercito cileno mise sotto assedio il palazzo Presidenziale per rovesciare il governo guidato da Salvador Allende – a cui lo stesso Pinochet aveva prestato solenne giuramento – democraticamente eletto tre anni prima, e instaurare una delle più feroci dittature del Novecento che causò la morte di oltre 60.000 persone accertate e la tortura e la mutilazione di centinaia di migliaia di oppositori; dittatura assoluta che durò circa vent’anni.

Il golpe di Pinochet venne sostenuto apertamente da molti paesi occidentali, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Vaticano che, nel corso degli anni, allacciarono rapporti economici e finanziari molto stretti col dittatore, nonostante le grandi proteste delle società civile.

Nel cinquantenario dell’assalto al palazzo Presidenziale – compiuto anche con bombardieri di fabbricazione britannica – Pablo Larraín racconta la storia di un vecchio Pinochet che, non essendo morto veramente nel 2006, vive assieme alla moglie e al suo fedele “servo”, relegato in un’isola cilena.

El Conte (Jaime Vadell), come esige essere chiamato in privato Pinochet, non è morto e non può morire come gli altri esseri umani perché in realtà è un vampiro, nato nel ventre di Parigi col nome di Claude Pinoche nella seconda metà del XVIII secolo. Divenuto un soldato al servizio di Luigi XVI, allo scoppio della rivoluzione fugge via, ma giura a se stesso di vendicarsi contro tutti i rivoluzionari che incontrerà sulla sua strada. Negli anni Trenta del XX secolo si stabilisce in Cile dove cambia nome e compie una folgorante carriera militare che lo porta a diventare capo dell’esercito cileno e poi despota assoluto.

Ormai però, passati i 250 anni d’età, è stanco e vuole morire veramente, così decide di smettere di bere il sangue e mangiare il cuore del suo popolo. Ma sua moglie Lucia (Gloria Münchmeyer) e i suoi cinque figli – nessuno dei quali è un vampiro come lui – esigono ad ogni costo che prima consegni loro tutti i numerosi e consistenti beni che ha messo da parte e nascosto nel corso della sua dittatura.

Anche la Chiesa Cattolica Romana vuole una parte di quell’immenso patrimonio, e così riesce a far mandare sull’isola Carmencita (Paula Luchsinger), una giovane suora esperta di esorcismi ma soprattutto di bilanci e finanza…

Scritto da Larrìn assieme a Guillermo Calderón (premiati alla Festa del Cinema di Venezia per la loro sceneggiatura) questo film ripercorre in maniera indiretta, surreale e cruda la ferocia e la tirannia di Pinochet, e l’oscura e terribile eredità che ha lasciato ai suoi connazionali. Probabilmente non esiste metafora migliore, per tratteggiare un dittatore, di un famelico vampiro assetato di sangue. Perché, oltre alla violenza e alla cattiveria, un dittatore per arricchire se stesso affama e dissangua il proprio Paese.

Con immagini surreali, oniriche crude e violente, girate in un bianco e nero davvero d’effetto, Larraín ci racconta una storia del nostro recente passato che purtroppo rischia, anche non troppo lontano dai nostri confini, di diventare futuro. E poi ci sottolinea come sia importante ricordare le atrocità di Pinochet anche solo per rendere omaggio alle sue vittime, soprattutto a quelle che sono sparite nel nulla, probabilmente bruciate e poi gettate dagli elicotteri nel mare, che non avranno mai una tomba.

Come è giusto ricordare chi, per anni, lo sostenne consentendogli di rimanere al potere e poi lo difese quando venne processato per i suoi gravi crimini contro l’umanità come, ad esempio, l’ex primo ministro britannico Margaret Thatcher.

Terrificante e sanguinario, proprio come una dittatura.

“Il caso Carey” di Blake Edwards

(USA, 1972)

Nel 1968 viene pubblicato negli Stati Uniti il romanzo giallo “A Case Of Need” scritto dal giovane Jeffrey Hudson. Il romanzo è ambientato all’interno di un ospedale dove un medico viene accusato di aver procurato un aborto illegale ad una minorenne che, per le conseguenze, muore. Solo un collega crede alla sua innocenza e inizia una personale indagine.

Sono anni in cui una parte della società americana combatte per un diritto che ritiene fondamentale in un mondo davvero liberale, ma che si scontra contro lo scoglio più reazionario e bigotto del Paese. Il romanzo non passa inosservato per il tema trattato, per il ritmo calzante e innovativo e per la perizia e la competenza clinica dell’autore.

Nessuno allora però fa caso più di tanto al fatto che Jeffrey Hudson è uno pseudonimo sotto al quale si cela uno degli autori che negli anni successivi venderà più al mondo, e dal quale il cinema prima e la televisione poi trarranno numerosi campioni d’incasso e di ascolti: Michael Crichton.

La battaglia per la liberalizzazione dell’aborto è sempre più ampia e ormai ha investito tutti i campi della cultura e della vita in generale. Così, anche il maestro della commedia americana Blake Edwards, decide di girare una pellicola dura e senza sconti e lo porta sullo schermo nel 1972.

Peter Carey (James Coburn) è un patologo che dalla California è stato assunto presso uno dei più importanti ospedali di Boston. Nello staff sanitario ritrova David Tao (James Hong), suo vecchio compagno di Università che è diventato un apprezzato ginecologo. A dirige l’ospedale, invece, è il chirurgo J.D. Randall, fra gli uomini più importanti e potenti della città.

L’intero ospedale precipita nel caos quando Karen Randall, la figlia quindicenne del direttore, viene ricoverata d’urgenza per una emorragia causata da un aborto eseguito male, morendo pochi minuti dopo. Secondo sua madre, con le ultime parole pronunciate, la ragazza ha detto che ad operarla è stato il dottor Tao, che viene immediatamente arrestato.

Tao confessa a Carey di praticare clandestinamente e gratuitamente aborti, solo per aiutare donne, soprattutto giovani, in grande difficoltà. E gli assicura di non aver mai sfiorato Karen Randall. Carey inizia così una sua indagine utilizzando anche il suo strumento di lavoro preferito: il microscopio…

Scritto per il grande schermo da John D.F. Black, Harriet Frank Jr. e Irvin Ravetch questo film anticipa di molto alcune caratteristiche dei gialli e dei noir che di lì ad alcuni anni avranno un successo clamoroso al cinema, in televisione e in libreria. Il successo planetario dei libri e dei successivi film dedicati alla patologa Kay Scarpetta, scritti da Patricia Cornwell, sono solo uno dei tanti esempi.

Ma “The Casey Treatment” – titolo originale del film che ha un senso ben preciso, mentre quello in italiano no… – anche se presenta alcuni limiti nella sceneggiatura – soprattutto nella nostra versione che ha evidentemente subito alcuni tagli – ha il merito di raccontare che cosa significava vivere in un Paese dove l’aborto era illegale, e le ragazze, anche quelle di famiglie facoltose, spesso capitavano in mano a veri e propri macellai che si arricchivano senza scrupoli. Nel gennaio del 1973, pochi mesi dopo l’uscita nelle sale di questa pellicola, l’aborto negli Stati Uniti divenne legale grazie ad una sentenza della Corte Suprema.

A distanza di oltre cinquant’anni questa pellicola rimane, purtroppo, molto attuale visto che nel giugno del 2022 la stessa Corte Suprema ha deciso di porre fine alla tutela dell’aborto, delegandone ai singoli Stati la regolamentazione.

“The Killer Inside Me” di Michael Winterbottom

(USA, 2010)

Nel 2010 il regista pluripremiato Michael Winterbottom porta sullo schermo il terrificante romanzo “L’assassino che è in me” del grande Jim Thompson, pubblicato per la prima volta nel 1952. Si tratta del secondo adattamento cinematografico dopo quello fatto da Burt Kennedy nel 1976, che risulta ad oggi introvabile (e chi lo ha visto sussurra …menomale).

Il regista inglese, invece, grazie anche ad un cast di tutto rispetto, riesce a mantenere fede alla scritto forse più famoso di Thompson, immergendoci fin dai primi fotogrammi nella discesa agli inferi fra le più lucidamente folli della lettura del Novecento.

Texas, 1952, Lou Ford (un bravo Casey Affleck con una tagliente “faccia da schiaffi”) è il vice sceriffo di Capital City più amato da tutti. Grazie al suo volto limpido e pulito ogni cittadino si fida di lui e lo considera uno dei membri più retti e luminosi della comunità. Anche la sua fidanzata Amy (Kate Hudson) non vede l’ora di sposarlo, diventare la signora Ford e vivere assieme a lui nella grande casa che ha lasciato a Lou suo padre, il più rimpianto medico condotto della città.

L’economia di Capital City ruota intorno al petrolio e alla Conway Costruction, la società edile creata da Chester Conway (Ned Beatty), l’uomo che di fatto ha in mano la redini del potere cittadino. E sarà proprio Chester Conway a scalfire la diga dentro la quale Lou è riuscito per tanti anni a contenere il suo vero essere.

Perché Conway gli chiede, o forse sarebbe meglio dire gli impone, di cacciare dalla città Joyce Lakeland (Jessica Alba), la giovane prostituta di cui è innamorato Elmer Conway, suo figlio. E l’incontro con Joyce, risveglierà in Lou i mostri e gli abissi con i quali è cresciuto…

Non era semplice adattare un romanzo così indimenticabile e al tempo stesso terribile come quello di Thompson. Il grande Stanley Kubrick, che ne rimase profondamente colpito una volta letto tanto da volere come sceneggiatore Thompson nei film “Rapina a mano armata” e “Orizzonti di gloria”, ci rinunciò.

Ma Winterbottom riesce nell’impresa, e grazie anche alla salda sceneggiatura scritta John Curran, regalandoci una pellicola di qualità. Intendiamoci però gente, nonostante la bravura di Affleck – come di tutto il resto del cast – e la sua faccia da bravo ragazzo, le vette di orrore e limpida follia del romanzo rimangono irraggiungibili.

“Fiore di cactus” di Gene Saks

(USA, 1969)

L’8 dicembre del 1965 debutta a Broadway la commedia “Fiore di cactus” interpretata da Lauren Bacall e Barry Nelson. Il successo è notevole e lo spettacolo va in scena per oltre 1200 repliche. L’autore Abe Burrows ha adattato “Fleur de cactus”, una commedia leggera scritta dai francesi Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy, e andata in scena per la prima volta a Parigi nel dicembre del 1964.

Nel cast originale di quella prima rappresentazione ad impersonare il protagonista maschile Julien è Jean Poiret, che qualche anno dopo firmerà ed interpreterà in teatro assieme a Michel Serrault una commedia/farsa che riscuoterà un successo planetario: “La cage aux folles”, che nel 1978 Eduard Molinaro porterà per la prima volta sul grande schermo nel film “Il vizietto“, con lo stesso Serrault ma con al posto di Poiret uno stratosferico Ugo Tognazzi.

Tornando alla commedia di Burrows, visto il successo in teatro, Hollywood decide di portarla sul grande schermo ed affida la regia a un grande esperto del genere: Gene Saks, prima attore e poi regista teatrale e cinematografico al quale, per esempio, si deve la regia di “A piedi nudi nel parco” con Jane Fonda e Robert Redford, o di “La strana coppia” con Jack Lemmon e Walter Matthau.

Il ruolo del dentista sornione e scapolo impenitente Julian Winston viene affidato al grande Matthau, mentre quello della sua efficientissima segretaria Stephanie Dickinson sancisce il ritorno a Hollywood di Ingrid Bergman, che dagli anni Quaranta si era trasferita in Europa. Ad interpretare Toni Simmons è Goldie Hawn che vincerà l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Nel cast anche Jack Weston, ottimo caratterista di Hollywood.

L’insolito triangolo amoroso fra Julian, Toni e Stephanie è uno dei più famosi e divertenti del cinema americano degli anni Sessanta e rappresenta, forse un pò ingenuamente, il conflitto generazionale che in quegli anni infiamma la società in tutto l’Occidente.

D’altronde l’intenzione di Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy era solo quella di scrivere una pièce leggera senza affrontare nessun problema fondamentale nella vita di un essere umano, con il solo scopo di far divertire allegramente il pubblico. Ma a distanza di tanti anni “Fiore di cactus” è una pellicola ancora godibile fino all’ultima scena, grazie soprattutto alla bravura dei suoi due grandi protagonisti: Bergman e Matthau.

A doppiare Matthau nella nostra versione è un bravissimo Renzo Palmer, Gemma Griarotti doppia splendidamente la Bergman, mentre Mario Maranzana dona in maniera irresistibile la voce a Weston.

“Manodopera” di Alain Ughetto

(Francia/Belgio/Svizzera/Italia/Portogallo, 2022)

Alain Ughetto ci racconta la storia di suo nonno Luigi nato a Ughetterra, un piccolo paesino alle pendici del Monviso, alla fine dell’Ottocento. Come molti suoi connazionali, Luigi aveva poco o niente da mangiare. Il piccolo pesino di montagna non offriva quasi niente ai contadini poveri come lui. Così Luigi Ughetto alle soglie del Novecento va a lavorare al confine italo-svizzero per la realizzazione del tunnel ferroviario del Sempione.

Lì conosce Cesira, della quale si innamora perdutamente e che poco dopo sposa. Ma la vita è terribilmente dura per i contadini come loro che non hanno nulla e che sono costretti a dividere quel poco che hanno pure con prete del Paese. Intanto la famiglia di Luigi cresce, mentre lui si sposta dove c’è lavoro per le sue braccia.

Ma le mire espansionistiche del Regno d’Italia lo portano prima in Africa, dove perderà un fratello, e poi sul fronte della Prima Guerra Mondiale, dove perderà un secondo fratello neanche ventenne. Tornato a casa la situazione è sempre più pesante: da una parte la terribile povertà che attanaglia la maggior parte della popolazione italiana, e dall’altra l’arrogante e prepotente fascismo di Mussolini, coadiuvato e sostenuto dalla Chiesa Cattolica Romana, che vede nei poveri la “manodopera” silenziosa e resiliente da asservire ai ricchi e ai potenti.

Così Luigi decide di accettare il posto di capomastro per la costruzione di una grande diga in Francia, Paese dove si stabilisce definitivamente con tutta la sua famiglia. Ma le ombre della Seconda Guerra Mondiale si stagliano all’orizzonte e il conflitto travolgerà la famiglia Ughetto come tutta l’Europa…

Bellissimo film d’animazione realizzato in stop motion, o col passo uno come si dice in Italia, mista ad altre tecniche animate e non, che ci raccontano una storia così lontana nel tempo ma dannatamente attuale e vicina. Non è un caso che Ughetto, che ha scritto la sceneggiatura assieme ad Anne Paschetta e Alexis Galmont, faccia raccontare la storia di Luigi da Cesira, e non solo perché è l’unica che lui ha conosciuto da bambino, ma soprattutto per dipingere meglio l’affresco di una numerosa e classica famiglia italiana dei primi del Novecento dove gli uomini all’alba andavano a lavorare, e le donne rimanevano a badare alla casa, ai figli e a tutte le altre enormi incombenze di una vita da poveri.

Erano loro il vero fulcro materiale e morale, senza però aver voce in capitolo. In quegli anni e fino alla fine della Seconda Guerra Mondale, infatti, nel nostro Paese le donne, fra le altre gravi privazioni, non avevano il diritto al voto.

Era una vita dove la malattia e la morte erano all’ordine del giorno. Dove ai poveri non rimaneva altro che abbassare la testa e accettare la miseria che i “padroni” gli offrivano in cambio della loro forza fisica, compresa quella dei bambini.

Cesira ci legge dei brani di alcuni articoli di giornali francesi dell’epoca in cui si descrivono le caratteristiche del lavoratore immigrato italiano che non protesta mai e si accontenta sempre di molto poco. E’ una “manodopera” abituata a grandi sacrifici e tremende privazioni senza l’ardire di protestare, così come troppo spesso la Chiesa Cattolica Romana ha insegnato loro da secoli.

Ma la vita dell’immigrato, nonostante ancora qualcuno nel nostro Paese affermi il contrario, è dura e dolorosa. E così Luigi si deve inventare una patetica bugia quando, appena arrivati nella piccola località francese dove hanno deciso di stabilirsi, sulla porta del bar suo figlio ancora bambino legge la scritta: “Interdit aux chiens et aux Italiens”, che è anche il titolo originale del film.

“Non c’è futuro senza memoria” diceva Primo Levi.

Da vedere e far vedere a scuola.

“Luna arrabbiata” di Bryan Forbes

(UK, 1970)

Il britannico Peter Marshall (1939-1972) all’età di 18 anni venne colpito dalla poliomielite che lo costrinse per il resto della sua esistenza su una sedia a rotelle. Nel 1962 pubblicò la sua autobiografia “Two Lives” che racconta le sue due differenti vite: prima e dopo la polio. Pubblicò anche due romanzi: “The Raging Moon” nel 1964 e “Excluded from the Cemetery” nel 1966, incentrati sulle grandi difficoltà fisiche ed emotive delle persone con disabilità motoria in tempi in cui venivano chiamati spesso, non senza disprezzo velato da ipocrita compassione, “storpi”.

Nel 1970 l’attore, produttore, regista e sceneggiatore Bryan Forbes realizza l’adattamento cinematografico del suo primo romanzo che prende il titolo da un verso della poesia di Dylan Thomas “In My Craft Or Sullen Art” che, recitata fuori campo dal protagonista, apre anche la pellicola.

Bruce Pritchard (un ottimo Malcom McDowell) è un ventiquattrenne impenitente e superficiale. Ama le ragazze e il gioco del calcio che pratica come punta in una piccola squadra della sua città. Quando suo fratello maggiore Harold, con cui ha condiviso la stanza fin dalla nascita, si sposa Bruce partecipa, con sarcasmo e ironia tagliente, alle nozze in qualità di testimone dello sposo. Ma alla fine del party, proprio quando sta tornando a casa, è colpito da un grave malore.

Si risveglia nel letto di un ospedale senza più poter usare le gambe: la grave infezione che lo ha colpito, infatti, gli ha lesionato irrimediabilmente una parte della colonna vertebrale. Piuttosto che tornare a casa dai suoi, Bruce chiede di essere ospitato in un centro per disabili motori dove inizia la sua nuova esistenza.

La grande casa è stata fondata da un Commendatore dell’Impero Britannico per ospitare suo figlio paraplegico ancora bambino; figlio che ormai è diventato l’ospite più anziano avendo raggiunto la mezza età. La struttura è gestita dalla Chiesa Anglicana e sostenuta dalla beneficenza dei ricchi e dei nobili della contea. I primi giorni per Bruce sono difficili per il suo carattere irriverente schietto e arrabbiato con tutti, soprattutto nei confronti della fede, fede che lui ha perso definitivamente per la malattia che lo ha colpito.

A cambiare la prospettiva di Bruce sarà l’incontro con Jill Matthews (Nanette Newman), una storica ma giovane ospite della struttura che però sta per tornare a casa per sposarsi…

Struggente pellicola che ci racconta – nella grande tradizione anglosassone – senza false ipocrisie e perbenismi la tragedia di chi non può più essere indipendente e camminare, tragedia acuita dall’arrogante compassione di tutti coloro che sono terrorizzati e spesso anche schifati dalla disabilità, anche all’interno della famiglia, e per questo si chetano la coscienza facendo della beneficenza o semplicemente guardando da un’altra parte.

Personalmente reputo la storia fra Bruce e Jill una delle più autentiche ed emozionanti raccontate sul grande schermo. Loro si amano non perché entrambi disabili, come una certa parte dell’opinione pubblica anche nel nostro Paese vorrebbe – con ipocrita e velato razzismo: i diversi con i diversi! – ma “semplicemente” perché si sono trovati e si desiderano perdutamente.

Il loro rapporto solleva poi un grande “dilemma” pratico e morale: due disabili posso sposarsi e quindi “ufficialmente” fare sesso sotto l’egida della Chiesa? …O forse è meglio mantenere le cose così come sono, senza attirare troppa attenzione sulla questione?

La scena finale, di cui naturalmente non anticipo nulla, rimane una delle più toccanti del cinema britannico, e non solo.

Da vedere.

Purtroppo questa pellicola – come d’altronde l’omonimo romanzo originale “The Raging Moon” di Marshall – è praticamente introvabile nella nostra versione. Merita comunque di essere vista, in quella originale, anche per apprezzare le ottime interpretazioni di McDowell e della Newman. Nel cast va ricordato anche Bernard Lee, che veste i panni dello zio Bob di Bruce, primo attore ad interpretare il famigerato “M” nella saga di 007.

“Prima pagina” di Billy Wilder

(USA, 1974)

Siamo agli inizi degli anni Settanta, e la carta stampata ma soprattutto la televisione plasmano, spesso senza remore, l’opinione pubblica. Così il grande Billy Wilder decide di riportare sul grande schermo la commedia teatrale “The Front Page” scritta da Ben Hecht (fra i più importanti e prolifici sceneggiatori della prima epoca d’oro di Hollywood, autore di script come “Scarface – Lo sfregiato”, “Pericolo pubblico n.1”, “Ombre rosse”, “Notorius – L’amante perduta” o “Nulla di serio“) e Charles MacArthur nel 1928, che già vanta numerosi adattamenti cinematografici a partire dall’omonimo “The Front Page” di Lewis Milestone del 1931, passando per il divertente “La signora del venerdì” diretto da Howard Hawks nel 1940 con Cary Grant e Rosalind Russell.

Quest’ultimo cambia il protagonista da Hildebrand ‘Hildy’ Johnson in Hildegard “Hildy” Johnson, facendone vestire i panni alla Russell, scelta narrativa importante e ispirata a Nellie Bly (1864-1922) la grande giornalista americana, collaboratrice di fiducia di Joseph Pultizer. Con lo stesso cambio narrativo, e ambientandolo direttamente negli studi di un network televisivo, Ted Kotcheff dirige nel 1988 “Cambio marito” con Burt Reynolds, nel ruolo del direttore, Kathleen Turner in quello della sua giornalista di punta – nonché sua ex moglie – e Christopher Reeve in quello del suo nuovo e ingenuo aspirante marito.

Billy Wilder, invece, assieme al suo fidato coscenaggiatore I.A.L. Diamond decide di rimanere fedele all’opera originale di Hecht e MacArthur, ambientandola l’anno dopo in cui venne per la prima volta rappresentata, il 1929. Chicago, per le 7.00 della mattina del 6 giugno è stata fissata l’esecuzione di Earl Williams (Austin Pendleton) condannato all’impiccagione per l’uccisione di un poliziotto, avvenuta mentre questi lo stava arrestando perché distribuiva volantini a favore dell’organizzazione anarchica e sinistrorsa “Friends of American Liberty”.

Anche se il colpo è partito involontariamente durante la colluttazione, Williams è stato condannato molto rapidamente, così da programmare la sua esecuzione proprio a ridosso delle elezioni. Il sindaco (Harold Gould) e lo sceriffo (Vincent Gardenia) hanno fatto di tutto per accelerare il processo proprio per poter sfruttare al meglio la situazione, visto poi che il poliziotto deceduto era di colore, si sono trovati fra le mani l’occasione per prendere anche i voti della comunità afroamericana della città.

Walter Burns (un arcigno e perfido Walter Matthau) direttore del “Chicago Examiner” ha messo sull’esecuzione il suo uomo migliore Hildebrand “Hildy” Johnson (Jack Lemmon) che però si è reso incredibilmente introvabile. Quando finalmente Hildy torna al giornale lo fa per presentare le sue dimissioni: la sera stessa partirà per Philadelphia per poi sposarsi nei giorni successivi con la candida Peggy (Susan Sarandon).

Burns sarà disposto a tutto, anche a mentire e truffare, pur di non perdere il suo miglior cronista, ma a mettere davvero nei guai Hildy sarà proprio il suo viscerale amore per il giornalismo…

Wilder dirige una commedia divertente e graffiante, atto d’accusa contro un certo tipo di giornalismo aggressivo e spietato, soprattutto con coloro che usa e poi getta via, come: ” …la prima pagina di un quotidiano che quando esce può fare molto scalpore, ma il giorno dopo è usata tranquillamente per incartare il pesce al mercato”, frase che lo stesso Burns pronuncia a Hildy.

A quasi cinquant’anni di distanza dalla sua uscita nelle sale americane, “Prima pagina” rimane sempre un’ottima commedia, vittima però di mode e superficialità che oggi sarebbero, giustamente, inaccettabili. Come la bassa stereotipizzazione dell’omosessualità del giornalista Bensiger (interpretato da David Wayne) che risulta ancora più evidente dalla grande dignità che Wilder e Diamond donano a Molly Malloy (interpretata da Carol Burnett) la prostituta dei bassi fondi innamorata di Williams.

Se Molly, che rappresenta gli ultimi della società, è il personaggio più puro e sincero del film – che ricorda molto quelli cantanti magistralmente dal grande Fabrizio De Andrè – Bensinger è “solo” un personaggio secondario bizzoso e antipatico, dai modi “strani” dei quali tutti possono ridere. D’altronde in Gran Bretagna solo sette anni prima la realizzazione di questo film l’omosessualità smise di essere reato.

I duetti fra Lemmon e Matthau sono comunque sempre irresistibili e indimenticabili, grazie anche agli attori di supporto, tutti grandi artisti, come i già citati Gardenia e Gould, a cui si aggiungono Charles Durning e Herb Edelman nei ruoli di alcuni giornalisti colleghi di Hildy.

Nella nostra versione a doppiare Matthau non è il grande Renato Turi, ma un altrettanto bravissimo Ferruccio Amendola, mentre Giuseppe Rinaldi dona come sempre magistralmente la voce a Lemmon.