“A cavallo della tigre” di Luigi Comencini

(Italia, 1961)

In pieno Boom italico, Luigi Comencini porta la sua macchina da presa dentro un carcere fra i detenuti, spesso derelitti, che lo popolano. Per aiutare il proprio avvocato difensore il semianalfabeta Giacinto Rossi (Nino Manfredi) che, suo malgrado, è diventato un “famigerato” fuorilegge, scrive il suo memoriale dando vita al lungo flashback su cui si basa la pellicola.

Solo poco tempo prima era un onesto autista commerciale, ma vista la scarsa paga e le tre bocche da sfamare a casa oltre la sua – la moglie Ileana (Valeria Moriconi) e due bambini – decide di tentare il colpaccio: si ferma nella campagna di Civitavecchia e finge una rapina nella quale i presunti aggressori gli rubano la borsa con dei soldi affidatagli. Ma un pescatore di molluschi assiste casualmente alla scena e lo denuncia.

Giacinto finisce così nella casa circondariale dove, grazie al suo carattere pavido e servile, sbarca le giornate di detenzione cantando o facendo il bucato in cambio si sigarette e, soprattutto, lavorando come aiuto infermiere del medico del carcere.

Proprio questo suo ruolo attira l’attenzione di tre fra i più pericolosi carcerati: gli ergastolani Tagliabue (Mario Adorf) e Papaleo (Gian Maria Volontè), e lo scassinatore con la mani d’oro detto il Sorcio (Raymond Bussières). I tre, infatti, vogliono evadere e hanno bisogno della lima che il medico del carcere (Franco Giacobini) tiene chiusa in un’armadietto dell’infermeria.

La vigliaccheria e la paura di Giacinto saranno vitali per portare a termine l’evasione, che però non finirà come nei piani dei tre…

Scritto da uno dei veri e propri dreamteam della commedia all’italiana: Age, Furio Scarpelli, Mario Monicelli e lo stesso Comencini, questo “A cavallo della tigre” ci racconta in maniera dura e al tempo stesso divertente l’eclissarsi di una parte della nostra società che già allora iniziava a passare di moda: il sottoproletariato. Quando i protagonisti, dopo alcuni anni passati dietro le sbarre, tornano nella grande città non la riconoscono più e, soprattutto, sono turbati dal numero sconcertante delle automobili che in poco tempo si sono triplicate.

Ma tutto verrà masticato e ingurgitato dalla metropoli e dal nuovo corso economico del nostro Paese che certo non ha più tempo da perdere coi …poveracci.

Il titolo si riferisce a un proverbio cinese secondo il quale una volta a cavallo di una tigre è più pericoloso scendere che rimanerci sopra, proverbio che Giacinto riporta riferendosi al suo rapporto con l’irascibile e feroce Tagliabue, ma forse anche a quello con una società che non comprende più e che ormai gli scivola via dalle mani.

Da ricordare, oltre la superba interpretazione di Volontè nei panni di un dotto laureato che per folle gelosia ha ucciso l’amate della sua fidanzata, anche quelle della Moriconi e di Ferruccio De Ceresa nei panni di Coppola, il suo nuovo compagno.

Per la chicca: nei titoli di testa o di coda del film non è accredita, così come nessun articolo relativo al film lo riporta, ma la bambina che Giacinto e Tagliabue fanno scendere da una macchina tentando vanamente di tenere come ostaggio assomiglia tanto a una giovanissima Cristina Comencini.

“Il tempo dei gitani” di Emir Kusturica

(Yugoslavia/Italia/UK, 1988)

Siamo alla fine degli edonistici anni Ottanta e mentre il nostro Paese è convinto di vivere un secondo e clamoroso Boom economico, proprio a due passi dai nostri confini esiste una realtà radicalmente diversa.

Nella periferia di Skopje, nella Macedonia del Nord, vive una comunità di rom che guarda all’Italia come il nuovo e splendente Eldorado. Si raccontano leggende e miti su chi arriva nel nostro Paese senza una lira e torna così ricco da potersi costruire una vera e propria casa in muratura “all’italiana”, e smettere così per sempre di vivere in una baracca.

Fra i giovani della comunità c’è Perhan (Davor Dujmovic) che vive con sua nonna Khaditza, suo zio alcolista e perdente giocatore d’azzardo Merdzan, e Danira sua sorella minore che è afflitta da una malformazione alla gamba. Il giovane è innamorato della sua coetanea Azra la cui madre però, vista l’indigenza in cui vive Perhan, lo caccia via senza pietà.

Quando il piccolo figlio di Ahmed, il facoltoso mercante che ha la sua “attività” in Italia, non sembra più riuscire a respirare, Khaditza con ancestrali – e poco ortodossi – metodi lo riesce a salvare. Per questo si fa promettere da Ahmed di portare presso l’ospedale di Lubiana Danira per curarle la gamba, accompagnata da Perhan.

Inizia così il viaggio verso un nuovo avvenire per i due fratelli, quando però Danira viene ricoverata a Lubiana, Perhan è costretto a seguire Ahmed a Milano. Ma la realtà cozzerà tragicamente con i sogni di cui Perhan si è sempre ingenuamente nutrito…

Così come la splendida “Princesa” dell’immortale Fabrizio De Andrè ci racconta la storia di Fernandinho che da Bahia approda sui marciapiedi di Milano, così Kusturica ci narra il tragico viaggio di Perhan verso quella Milano che in quegli anni era davvero una “Milano da bere”.

Amarissima scena finale che ricorda molto quella del film cecoslovacco “Treni strettamente sorvegliati” diretto da Jiří Menzel e vincitore del premio Oscar come miglior film straniero nel 1968. L’idea per questo lungometraggio viene a Kusturica leggendo la notizia di un neonato venduto in una comunità rom in Italia, e la sceneggiatura la scrive insieme al suo storico collaboratore Gordan Mihic. Il film vince il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.

Sono passati oltre trent’anni dall’uscita nelle nostre sale di questa pellicola, il Muro di Berlino è crollato e il Balcani sono stati dilaniati, all’inizio del decennio successivo, da una sanguinosa guerra etnico/civile. Ma il miraggio che rappresenta il nostro Paese – così come quelli più ricchi d’Europa – attrae ancora milioni di profughi che non provengono più dai Balcani, ma da terre più lontane devastate da guerre, fame e terrorismo.

Lascia perplessi, ma ahimè non sorpresi, che proprio in questi tempi alcuni Paesi dell’Unione Europea vogliano alzare veri e proprio muri contro gli immigrati. Nazioni che più o meno trent’anni fa erano in una situazione simile ai protagonisti di questa bellissima pellicola. D’altronde anche noi italiani siamo spesso “vittime” di rigurgiti razzisti e sovranisti, dimenticando troppo facilmente che, oltre a ospitare nei nostri confini il Santo Padre – del quale, almeno una volta su dieci, qualche italiano dovrebbe pur seguire gli insegnamenti… – sopratutto siamo stati uno dei popoli più emigranti del nostro continente.

Da far vedere a scuola.

Purtroppo questo film è inedito in dvd nel nostro Paese, quindi per vederlo – o rivederlo – si è costretti a rivolgersi al mondo dell’usato del VHS (!) o sperare che qualche sito di streaming lo riproponga.

“Alfredo Alfredo” di Pietro Germi

(Italia/Francia, 1972)

All’indomani dell’entrata in vigore nel nostro Paese del divorzio, il maestro Pietro Germi punta la sua tagliente macchina da presa nella camera da letto degli italiani.

E’ indubbio che la legge sul divorzio, nel Paese che confina con lo Stato che ospita il Santo Padre, sia una enorme ed epocale conquista, soprattutto per le donne. Ma gli italiani, sopratutto gli uomini, sono davvero pronti?

Così entriamo nella vita del ligio impiegato di banca Alfredo Sbisà (interpretato da Dustin Hoffman e doppiato in maniera straordinaria da Ferruccio Amendola) che nonostante la sua laurea in Architettura preferisce la morigerata vita impiegatizia che culmina la sera con la visione di uno sceneggiato televisivo assieme al padre.

L’unico elemento fuori le righe della sua esistenza è Oreste (Duilio Del Prete) impenitente donnaiolo, che riesce ogni tanto a strapparlo dalla sua routine. Ma un giorno Alfredo incrocia per le strade della sua Ascoli un’affascinantissima farmacista che poi scopre chiamarsi Maria Rosa (Stefania Sandrelli) e della quale subito si innamora.

Se il carattere di Alfredo è timoroso e profondamente riflessivo, quello di Maria Rosa, invece, è impulsivo e volitivo, così la loro relazione esplode quasi subito e velocemente arriva al matrimonio. Quando poi la neo signora Sbrisà rimane incinta, in casa si stabiliscono anche i suoceri (con un grande Saro Urzì nel ruolo del padre) e Alfredo viene relegato nella cantina, visto poi che suo padre da tempo ormai era stato “invitato” a trasferirsi nella casa di campagna.

In breve tempo di lui nessuno si cura più e così Alfredo, preso dalla solitudine la sera inizia segretamente a uscire di casa per guardare gli altri “vivere”. Una sera, sempre con lo zampino di Oreste, incontra Carolina (Carla Gravina) donna dal carattere e dalla idee diametralmente opposte a quelle di Maria Rosa, ma…

Scritto dallo stesso Germi assieme a Tullio Pinelli, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, questo “Alfredo Alfredo” – che sembra a tutti gli effetti un antesignano dello struggente “L’amore fugge” del grande Truffaut – ci sussurra all’orecchio una frase che, parafrasando Massimo D’Azeglio, potrebbe essere: “Fatto il divorzio …ora bisogna fare i coniugi”.

A distanza ormai di cinquant’anni, infatti, e con due generazioni di italiani nati con il divorzio in vigore, siamo poi così sicuri che sappiamo davvero bene il significato di matrimonio? Purtroppo per secoli l’unione di una coppia, nella nostra Terra, è stata rigidamente considerata come un vincolo sacro e un dogma della società. Come se dopo aver pronunciato il fatidico “sì”, tutto si svolga in maniera “naturale” e senza “particolari” problemi.

Questo, naturalmente, secondo una medievale concezione patriarcale per la quale tutto ruotava intorno all’uomo a cui la donna doveva adattarsi in maniera supina. Ho usato il termine medievale, ma in realtà non dobbiamo andare così lontano nel tempo visto che, per fare un esempio, anche i miei genitori si sono sposati senza che esistesse la legge sul divorzio.

E così, una volta scardinato il secolare sacro vincolo le donne, ma soprattuto gli uomini, sono capaci di avere una relazione equilibrata?

Naturalmente generalizzare è sbagliato, ma Germi ha sempre amato farci ridere facendoci pensare. Se invece non abbiamo voglia di ridere col maestro Germi, basta leggere quel bollettino di guerra che sono i femminicidi ancora oggi nel nostro Paese.

“Anatomia di un rapimento” di Akira Kurosawa

(Giappone, 1963)

Il maestro Akira Kurosawa esplora superbamente il classico noir crime americano, tanto da realizzare un’opera storica e di riferimento per tutto il genere cinematografico, e non solo.

Sceglie il romanzo “Due colpi in uno” pubblicato da Ed McBain nel 1959 e lo ambienta a Tokyo. Così entriamo nella lussuosa villa, che domina un quartiere povero, dell’imprenditore Kingo Gondo (Toshiro Mifune) proprio durante una riunione con gli altri membri del consiglio di amministrazione della National Shoes.

Mentre i suoi colleghi gli propongono di formare una cordata e defenestrare il presidente e fondatore della società, suo figlio Jun gioca nel giardino della villa a cowboy e indiani con Shinichi, il figlio di Aoki, il suo autista. Gondo si rifiuta e caccia i suoi colleghi di casa per poi confidarsi con la moglie Reiko e il suo segretario Kawanishi: ha ipotecato tutte le sue proprietà per comprare segretamente le azioni della National Shoes e diventare lui il nuovo presidente. Ma le parole dell’uomo vengono interrotte dallo squillo del telefono: è uno sconosciuto che dichiara di aver rapito Jun e per liberarlo senza ucciderlo vuole 30 milioni di yen, poco meno della cifra che lo stesso Gondo ha raccolto per la sua scalata.

Appena chiusa la telefonata incredibilmente Jun torna in casa cercando Shinichi. Appare chiaro quindi che il rapitore ha sbagliato bambino e fra le sue mani c’è il figlio di Aoki. Il padrone di casa chiama subito la Polizia che discreta giunge nella villa. Il rapitore richiama ammettendo l’errore, ma se non vuole che il piccolo muoia, anche se non è suo figlio, Gondo deve pagare lo stesso.

L’uomo così si trova davanti a un bivio: o salvare il figlio del suo fidato autista e perdere tutto quello per cui ha lavorato per oltre trent’anni, o diventare presidente della National Shoes ma lasciare morire il piccolo Shinichi. Intanto la Polizia inizia le sue indagini…

Splendida pellicola d’antologia, con un ritmo e una regia indimenticabili. Scritto dallo stesso Kurosawa assieme a Hideo Oguni, Ryuzo Kikushima, Eijiro Hisaita questo film, che ci inchioda alla poltrona ad ogni fotogramma, è di fatto diviso in due: la prima claustrofobica parte si consuma all’interno di villa Gondo, mentre la seconda alla centrale della Polizia e fra i quartieri di Tokyo, anche i più degradati dove il grande cineasta giapponese non ha paura di portare la cinepresa.

Così Kurosawa ci parla anche di una piaga sociale che da noi, in quegli anni, era quasi sconosciuta o peggio tabù: l’eroina e la sua terrificante dipendenza. Arriviamo così alla scena finale, con l’incontro/scontro fra Gondo e il rapitore, davvero memorabile e tragicamente attuale, dove ognuno dei due incarna una parte della società, con le proprie ombre e le proprie luci.

Basta guardarlo anche una sola volta per accorgersi quanto è ancora oggi citato o imitato.

Da vedere.

“Giulia” di Fred Zinnemann

(USA, 1977)

La scrittrice e drammaturga americana Lilian Hellman (1905-1984) è stata una delle figure più rilevanti della cultura americana del Novecento. Sin dalla sua prima opera – “La calunnia” del 1934 che William Wyler porterà superbamente sullo schermo nel 1961 col titolo “Quelle due” con Audrey Hepburn e Shirley MacLaine – la Hellman usa i suoi testi come denuncia sociale e morale.

Le sue dichiarate idee sinistrorse, soprattutto nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, le creeranno non pochi problemi con la censura di allora, cosa che accadde anche al suo compagno di vita Dashiell Hammett, che morì in solitudine e povertà, assistito solo dalla stessa Hellman.

Nel 1973 pubblica il romanzo autobiografico “Pentimento” in cui ripercorre i fatti più rilevanti della sua esistenza, come la tormentata relazione con Hammett che durò circa trent’anni e, soprattutto, la sua amicizia profonda con Giulia.

Quattro anni dopo il maestro Fred Zinnemann decide di realizzare l’adattamento cinematografico del libro.

Lilian (una bravissima Jane Fonda) e Giulia (Vanessa Redgrave) dopo aver passato nella ricca proprietà dei nonni di quest’ultima, non lontano da New York, indimenticabili estati insieme durante l’adolescenza, vengono separate dalla vita. Quando la passione di Lilian per la scrittura diventa centrale, quella per la medicina di Giulia la porta in Europa, e nello specifico a Vienna per conoscere e seguire gli studi di Sigmund Freud.

Ma l’ombra della Seconda Guerra Mondiale cala sull’Europa e Lilian, che ormai convive stabilmente con Hammett (Jason Robards) viene a sapere che la sua amica è stata gravemente ferita quando le truppe naziste hanno occupato l’Austria.

Giunta a Vienna, Lilian trova Giulia irriconoscibile e piena di ferite in un letto di ospedale, tanto sconvolta che forse nemmeno la riconosce. La città è sotto l’occupazione tedesca e quando il giorno dopo si sveglia Lilian trova il letto di Giulia vuoto, e nessun sa dirle dove è stata trasferita. Senza notizie dell’amica a Lilian non resta che tornare negli Stati Uniti.

La prima commedia della Hellman è un successo clamoroso di critica e pubblico tanto da renderla molto famosa ed essere invitata a Mosca per uno spettacolo teatrale. Mentre è a Parigi, da dove prenderà il treno per la capitale sovietica, Lilian viene avvicinata dal signor Joahnn (Maximilian Schell) che dice di essere un amico di Giulia. L’uomo sostiene che a mandarlo sia stata proprio la donna, che ha un grande favore da chiederle…

Struggente pellicola firmata da un maestro di Hollywood che ci racconta splendidamente l’ansia e l’angoscia precedenti a quella che è considerata una delle più grandi catastrofi dell’umanità come la Seconda Guerra Mondiale. E le osserviamo attraverso gli occhi di una donna americana privilegiata, che rimane incredula sconvolta e impotente da quello che vede accadere in Europa, nonostante l’opulenza e la mondanità in cui lei stessa vive.

Indimenticabile l’interpretazione di Jane Fonda, che viene candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista, così come quelle della Redgrave e di Robards che invece la statuetta dorata la vincono. Oscar per la miglior sceneggiatura non originale anche a Alvin Sargent per lo script del film, dove le atmosfere sono più importanti degli scatti narrativi e i silenzi a volte più dei dialoghi.

Nonostante le polemiche che seguirono l’uscita del romanzo prima e quella del film poi, a causa dei forti dubbi sulla reale esistenza di Giulia – esistenza mai indiscutibilmente comprovata – e sulla vera partecipazione della Hellman ad azioni anti-naziste, questo film rimane comunque molto bello ed emozionante, raccontandoci la storia universale di due donne indimenticabili.

Per la chicca: il film segna anche l’esordio cinematografico di Meryl Streep nel ruolo secondario dell’antipatica Anne Marie, simbolo della ricca e viziata alta borghesia newyorkese. Inoltre, la persona che si intravede pescare su una barca nella penombra di un tramonto, all’inizio e alla fine della film, è la vera Lilian Hellman.

“I Origins” di Mike Cahill

(USA, 2014)

Fra le domande che l’essere umano, una volta presa coscienza di se stesso, si è posto c’è senza dubbio quella che concerne la propria anima. Esiste un’anima? …E se esiste, sopravvive al nostro corpo?

Dalla notte dei tempi questo enigma ci accompagna segnando spesso la nostra esistenza. Se la prima risposta, e al tempo stesso il primo conforto, è stata la religione, quella successiva, per molti individui, è stata la scienza che col suo progredire ha fatto luce su domande che sembravano irrisolvibili.

Così, come ci dicono i protagonisti di questo film, la religione è rimasta fondata su ciò che venne detto e scritto millenni fa, mentre la scienza ha continuamente nuovi paradigmi e leggi fondanti.

Per chi possiede una fede pura e sincera la vita non cela nulla di inspiegabile e ingiusto, così come per chi si affida completamente alla scienza la propria esistenza ha una chiara e limpida ragione d’essere. Proprio come per Ian Gray (Michael Pitt), un dottorando in biologia molecolare con la passione per gli occhi. Infatti, fin da bambino e dopo aver saputo che non esistono due persone con gli occhi esattamente uguali, ha fotografato le pupille di tutti quelli che glielo hanno permesso.

Una sera, a una festa, Ian incontrata una misteriosa ragazza col volto coperto da un passamontagna che lascia intravedere solo i suoi splendidi occhi. Ian ne rimane profondamente colpito e dopo aver ottenuto il permesso le fotografa le pupille. La ragazza sembra ricambiare l’interesse di Ian ma, proprio mentre stanno per fare l’amore, scappa via.

Ian perde le sue tracce, ma qualche giorno dopo “casualmente” incappa in un grande manifesto pubblicitario dedicato a un prodotto per truccare gli occhi, e le pupille che lo fissano dal cartellone sono senza dubbio quelle che lui ha fotografato alla festa.

Grazie a internet riesce a rintracciare la modella, che si chiama Sofi (Astrid Bergès-Frisbey), e con la quale inizia una relazione a tutti gli effetti. Intanto, nel suo laboratorio arriva Karen (Brit Marling) la nuova praticante che si rivela persona assai capace e scienziata di primo livello. Ma…

Scritta e diretta da Cahill, questa originale pellicola è per quelli che guardando il mondo, fra il bianco e il nero, preferiscono perdersi nelle milioni di tonalità di grigio.

“Una pallottola per Roy” di Raoul Walsh

(USA, 1941)

Il genere gangster nasce a partire dagli anni Trenta, quando Hollywood scopre il fascino che hanno i banditi come Dillinger o Bonnie e Clyde sul grande pubblico. Sono senza dubbio criminali sanguinari ed eroi negativi, ma che fondano la loro rabbia e la loro fame di soldi e potere sulle rovine della Grande Depressione. In fondo, molti li considerano gli unici che combattono un sistema che ha ridotto in povertà la maggior parte degli onesti cittadini del Paese.

Anche se il loro destino è segnato, soprattutto al cinema, la gente corre a flotte per vederli vivere pericolosamente e morire tragicamente sul grande schermo. Il genere è dominato dai volti duri, ma dal cuore tenero, di James Cagney, George Raft, Edward G. Robinson e Paul Muni. Proprio a quest’ultimo la Warner offre il ruolo di Roy Earle, il protagonista del romanzo di William Riley Burnett “High Sierra”, appena pubblicato. La major ha chiamato a scrivere la sceneggiatura John Huston assieme allo stesso Burnett, già autore del romanzo “Piccolo Cesare” da cui è stato tratto l’omonimo film diventato pietra miliare del genere.

Muni però rifiuta, e allora la Warner lo offre a Raft. Come si scoprirà dopo la sua morte, George Raft era analfabeta, e così si faceva leggere i copioni da collaboratori e amici fidati. Uno di questi è Humprey Bogart, che nel 1936 ha acquisito una certa fama per il ruolo secondario del perfido e folle Duke Mantee nel film “La foresta pietrificata” di Archie Mayo. Ma proprio quel ruolo sembra avergli incatenato la carriera, perché gli vengono offerti solo personaggi simili.

Così, raccontano le cronache dell’epoca, lo stesso Bogart sconsiglia Raft di impersonare Roy Earle, ruolo che così poi la Warner offre a lui. La star del film è Ida Lupino, che solo l’anno prima ha recitato accanto a Bogart e Raft ne “Strada maestra” diretto sempre da Raoul Walsh.

Così seguiamo la scarcerazione di Earle, un bandito di mezza età che stava scontando un ergastolo dopo essere stato catturato durante l’ennesima rapina. A corrompere i giudici è stato il suo vecchio socio Big Mac (Donald MacBride) che gli propone subito un nuovo colpo. Si tratta di svaligiare le cassette di sicurezza di un grande albergo di una lussuosa località turistica. Per Roy è il colpo definitivo, quello grazie al quale si potrà ritirare.

I suoi due complici scelti da Big Mac, però, hanno incontrato in una sala da ballo di infimo ordine Marie (Ida Lupino) per la quale litigano ogni giorno. Solo il carisma di Roy riesce a controllare la situazione, ma…

Grazie alle grandi interpretazioni di Bogart e della Lupino, alla penna di Huston e all’occhio di Walsh – che riesce a convincere la produzione a girare le scene finali all’aperto sulla vera Sierra, invece di usare le classiche scenografie in cartonato, cosa che le rende davvero spettacolari – “Una pallottola per Roy” rimane davvero un gioiello in bianco e nero della cinematografia americana, e non solo.

E’ considerato giustamente l’ultimo grande gangster movie della prima era, con forti tinte noir, e non è un caso che il suo protagonista, solo pochi mesi dopo, impersoni Samuel Spade ne “Il falcone maltese” di John Huston, capostipite del nuovo genere giallo noir dal duraturo successo.

Per Bogart questa pellicola segna uno spartiacque nella sua carriera tanto che sarà l’ultimo da lui interpretato senza che il suo nome sia il primo nei titoli di testa, il nome in “cartellone” è infatti quello della Lupino. Ma per Bogart questo film è indimenticabile anche per un altro motivo visto che le riprese furono interrotte perché l’attore era stato accusato di essere simpatizzante del Partito Comunista e dovette rispondere ad alcune domande di una Commissione che qualche anno dopo avrebbe preso il nome di “Commissione per le Attività Antiamericane”. Commissione che rischiò di mandare in fumo proprio sull’esplodere la carriera di Bogart.

“An Inspector Calls” di Guy Hamilton

(UK, 1954)

Inghilterra, 1912. La famiglia Birling si considera una delle più in vista della città, o meglio, i suoi membri vorrebbero diventare fra i più invidiati e rispettati della aristocrazia cittadina. A partire dal patriarca, nonché ex sindaco, Mr. Birling (Arthur Young) che con pugno duro e spietato dirige la sua fabbrica; così come Mrs. Birling (Olga Lindo) che come Presidente di una società caritatevole per giovani “sfortunate” sa bene cosa è giusto e cosa è sbagliato, e soprattutto chi si merita il suo aiuto e chi no.

Anche i due figli: Eric (Bryan Forbes) e Sheila (Eileen Moore) seguono la scia segnata dai genitori, il primo lavorando nella ditta di famiglia ma con una smodata passione per le ragazze e l’alcol, e la seconda felice promessa sposa di Gerald Croft (Brian Worth), figlio di Lady Croft, una delle persone più influenti della contea.

Proprio durante il festeggiamento per il fidanzamento dei due, in casa Birling piomba l’enigmatico ispettore Poole (Alistair Sim) che, suo malgrado – così almeno afferma lui – deve porre alcune domande sulla giovane Eva Smith (Jane Wenham) che solo un paio di ore prima è spirata in ospedale dopo aver ingerito del disinfettante.

Mr. Birling, indignato, protesta per l’arroganza dell’ufficiale della Polizia che per la morte di una “insignificante” sconosciuta si è permesso di disturbare una famiglia in vista come la sua, ma Poole, mostrando personalmente a ogni convitato la foto della giovane, dimostra che tutti i presenti hanno avuto contatti con lei. Ripercorriamo così, in una serie di flashback, l’ultima parte della vita di Eva Smith che alla fine, disperata e sola, ha deciso di farla finita. Ma…

Con un colpo di scena finale indimenticabile, “An Inspector Calls” rimane fra i migliori adattamenti cinematografici dell’omonima pièce teatrale firmata da John Boyton Priestley. Nonostante la più che evidente natura teatrale dell’opera, Guy Hamilton (che a partire dal 1964 diventerà fra i registi di spicco della saga dedicata all’agente 007 James Bond) riesce a realizzare un film che non rimane semplicemente teatro filmato, ma acquista profondità e una propria ragione d’essere.

Bisogna tornare all’epoca in cui approdò nelle sale britanniche, per comprendere perché quest’ottima pellicola non raggiunse mai le nostre. Perché questo film, incredibilmente, non è mai stato distribuito nel nostro Paese e non ne esiste una versione ufficiale originale doppiata in italiano.

La prima assoluta di “An Inspector Calls” di Priestley (opera teatrale che da noi venne tradotta col titolo “Un ispettore in casa Birling”) avvenne il 6 luglio del 1945 al teatro Kamerny di Mosca. Il luogo del suo debutto, le dichiarate posizioni socialiste del suo autore, e soprattutto la feroce critica a quella parte della società più reazionaria e ottusa che lancia il dramma, fecero evidentemente preoccupare i nostri distributori che preferirono evitare …”beghe” politiche. La denuncia di Priestley era diretta indiscutibilmente contro la “vecchia” e egoista aristocrazia vittoriana ed edoardiana, che col suo aggressivo capitalismo, assieme all’imperialismo senza scrupoli, si era arricchita rendendo al tempo stesso più povere le classi meno abbienti del proprio Paese.

L’unica possibilità di “salvezza”, per l’autore, erano le nuove generazioni: le uniche capaci di strapparsi i paraocchi e vedere senza filtri la dura realtà. Applicare questa critica al Belpaese di quegli anni, molto probabilmente, avrebbe portato a discutere del ventennio fascista chiusosi da poco e delle responsabilità della Chiesa Cattolica Romana nella Seconda Guerra Mondiale, nonché della sua ingerenza nella vita politica della neonata Repubblica Italiana. Ma sopratutto avrebbe spezzato numerose lance a favore delle idee socialiste e comuniste che nel secondo dopoguerra stavano sempre più facendo seguaci anche nel nostro Paese.

D’altronde è dello stesso anno il film di Carlo Lizzani “Cronache di poveri amanti” che venne accolto trionfalmente al Festival di Cannes ma che – riportano molte cronache dell’epoca – non fu premiato con la Palma d’Oro per un presunto intervento del nostro Governo, vista la storia narrata e il fatto che il suo regista fosse un membro attivo del Partito Comunista Italiano.

Ma anche tralasciando queste considerazioni, “An Inspector Calls” è ancora oggi una bella pellicola da rivedere.

“Mona Lisa” di Neil Jordan

(UK, 1986)

Mentre la New Wave britannica invadeva le classifiche e le case dei giovani di tutto il mondo, che sognavano più di ogni altra cosa Londra per vivere a pieno quella mitica seconda “british invasion” di moda e costume, in quelle stese strade si consumava uno dei film più belli e struggenti del periodo.

George (uno straordinario Bob Hoskins) è un piccolo e non tanto acuto malvivente che ha sempre vissuto nel sottobosco criminale della capitale inglese. Per proteggere il suo capo Mortwell (un bravissimo quanto insolitamente antipatico Michael Caine) si è fatto sette anni di carcere.

All’uscita la prima cosa che vuole è rivedere Jeanine, sua figlia ormai adolescente, ma l’ex moglie glielo vieta in ogni modo. Ad aspettarlo c’è solo il meccanico Thomas (quel Robbie Coltrane che poi indosserà i panni di Rubeus Hagrid nella saga di Harry Potter) suo unico amico che lo ospita nella propria officina.

George si reca nel locale di Mortwell che alla fine, per ricompensarlo della sua fedeltà, gli trova un lavoro come autista e lacchè di Simone (Cathy Tyson), una prostituta d’alto bordo. Nonostante i primi difficili incontri/scontri fra i due nasce un’amicizia tanto che Simone chiede a George di aiutarla a ritrovare Cathy, un’altra prostituta che ha perso di vista da qualche tempo.

Intanto Mortwell chiede a George di scoprire i vizi e le passioni segrete di un facoltoso cliente di Simone…

Splendido e crudo sguardo ai margini della società, con chiari accenti pasoliniani, dove vive e prolifera chi sfrutta in ogni basso modo gli altri, là dove spesso ha puntato la sua meravigliosa macchina di presa Ken Loach, che ci ha sempre ricordato che anche gli ultimi e i diseredati hanno diritto alla loro dignità e soprattutto ai loro sentimenti.

Scritta dallo stesso Neil Jordan assieme a David Leland, questa piccola e al tempo stesso grande pellicola, che calca la scia dell’indimenticabile Free Cinema britannico – di cui Loach è l’ultimo grande rappresentante – rimane una delle migliori realizzate negli anni Ottanta, non solo nel Regno Unito; e lancia definitivamente la carriera del suo ottimo protagonista.

Fra i numerosi riconoscimenti ricevuti dal film, infatti, ci sono soprattutto quelli ottenuti da Bob Hoskins che vince il premio come miglior attore protagonista a Festival del Cinema di Cannes del 1987 e il Golden Globe nello stesso anno, nonché la candidatura all’Oscar che però quell’anno gli strappa Paul Newman per la sua interpretazione ne “Il colore dei soldi”.

“Il cattivo poeta” di Gianluca Jodice

(Italia/Francia, 2021)

Personalmente non ho mai avuto una grande empatia con Gabriele D’Annunzio, non tanto per le sue opere, alcune delle quali indiscutibilmente immortali, ma per il suo modo d’essere e per il fatto – per me imperdonabile – di aver querelato Eduardo Scarpetta per una sua parodia de “La figlia di Iorio”, scandalo e causa legale che alla fine fecero smettere allo stesso Scarpetta di scrivere per il teatro.

Ma se all’inizio D’Annunzio fu un esempio per Benito Mussolini, già a metà degli anni Trenta era diventato un vero e proprio problema. Perché il poeta, che aveva guardato con passione ed entusiasmo Mussolini Presidente del Consiglio, col passare degli anni e con la gestione mediocre e miope del potere (per non parlare dell’uso vile e feroce della violenza) diventa il primo e inesorabile critico del Duce. E la sua voce di Vate è davvero difficile da contenere o zittire.

Siamo nel 1936 e ormai da molti anni D’Annunzio (uno straordinario Sergio Castellitto) è rinchiuso nel suo Vittoriale sul Lago di Garda. Mussolini lo paragona a un dente marcio: “…O lo si ricopre d’oro …o lo si estirpa” dice ai suoi fedelissimi.

Il baratro della Seconda Guerra Mondiale si sta materializzando all’orizzonte e Hitler stringe per portare definitivamente Mussolini nella sua sfera di potere, nonostante confidi ai suoi collaboratori, riferendosi a noi italiani: “…Questa feccia ci tradirà”.

D’Annunzio, nonostante l’isolamento, la cocaina e le donne che a fiumi arrivano nel suo Vittoriale, ha intuito cosa vuole dire un’alleanza con Berlino, per Mussolini e soprattutto per gli italiani.

Così il Ministro Achille Starace invia il giovane e promettente Federale di Brescia Giovanni Comini (Francesco Patané) a sorvegliare e contenere il Vate, per impedirgli di esternare i suoi dubbi sull’Asse di Ferro senza al tempo stesso: “…farlo incazzare”.

L’incontro e la frequentazione con D’Annunzio apriranno gli occhi all’ingenuo Comini su Mussolini e sul Fascismo, soprattutto sui suoi metodi – fin troppo spesso violenti e sanguinari – che subdolamente si infilano nei rapporti personali sia coi propri familiari che con le persone che si frequentano.

Il giovane Federale Comini ricorda in questo quel Primo Arcovazzi, magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi ne “Il Federale” di Luciano Salce, che suo malgrado si ritrova complice e al tempo stesso disilluso da un sistema fatto per lo più di gretta prepotenza e vile arroganza. Prepotenza e arroganza che molti vogliono far passare tragicamente per grandezza.

Nonostante le aggressive divise nere, con stemmi e teschi che richiamano quelle delle SS, gli alti gerarchi fascisti, a partire da Mussolini, temono più di ogni altra cosa un uomo dal pensiero libero che può far cadere il velo che nasconde un potere ormai corrotto e burattino nelle mani di un folle sanguinario.

Se D’Annunzio non riuscirà a farlo, e sulla sua morte cade l’ombra addirittura di Hitler che pochi giorni dopo annetterà alla Germania l’Austria, sarà la Seconda Guerra Mondiale a squarciare il velo e mostrare la cruda e amarissima verità.

Se qualcuno ancora dice che però i treni allora arrivavano in orario, magari può vedersi questo bel film…