“Dove eravamo rimasti” di Jonathan Demme

(USA, 2015)

Diablo Cody (il cui vero nome è Brook Busey) ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura con “Juno” ed è una delle più originali e schiette narratrici di donne del cinema contemporaneo. Suoi, infatti, sono gli script di film come “Jennifer’s Body” o “Young Adult”.

In questa sceneggiatura la Cody decide di raccontare la storia vera di sua suocera Terry Cieri, che per decenni è stata la leader di una rock band del New Jersey.

Linda Brummel (una stratosferica Meryl Streep) è una cantante rock, che con la sua band “Ricki and the Flash” vive per salire sul palco ogni sera. Per arrivare a fine mese Linda fa la cassiera in un grande supermercato, e abita in un buco di appartamento nei pressi di Los Angeles.

Una sera riceve la telefonata di Pete (Kevin Kline), il suo ex marito che le chiede aiuto: sua figlia minore Julie (Mamie Gummer, figlia vera della Streep) ha tentato il suicidio poco dopo essere stata abbandonata dal marito.

Linda si organizza come può precipitandosi a Indianapolis, città nella quale vive il suo ex marito, che è un industriale di successo, e i suoi tre figli: Joshua, Adam e Julie. Linda ha abbandonato tutti molti anni prima, quando Julie era ancora una bambina, e lo ha fatto per seguire la sua natura di artista. Ma adesso farà drasticamente i conti con tutto il suo passato…

Insolita e commovente commedia con una straordinaria Meryl Streep che canta e suona la chitarra alla Bonnie Ratt. La mano del grande Jonathan Demme fa il resto. Purtroppo è l’ultimo lungometraggio diretto da Demme.

“Monsieur Verdoux” di Charlie Chaplin

(USA, 1947)

Accade che i veri geni creino opere che spesso anticipino drammaticamente i tempi. “Il grande dittatore”, per esempio, fu realizzato dal maestro Charlie Chaplin nel 1940, quando la maggioranza del pianeta vedeva ancora Hitler come un esempio di leader di una nazione da emulare. La stessa cosa vale con questo suo “Monsieur Verdoux” diretto nel 1947 e che, come il suo film precedente, incontrò parecchi problemi di censura.

Nell’opinione pubblica mondiale aveva lasciato un segno indelebile la vicenda del francese Henri Landru che, per sopravvivere alla grave crisi economica scoppiata nel suo paese subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, aveva strangolato e poi derubato dieci donne.

Da un’idea di Orson Welles, Chaplin sviluppa il soggetto e poi la sceneggiatura di questo suo capolavoro, cambiando il nome del protagonista per evitare problemi legali e di censura.

Il suo Monsieur Verdoux è un uomo molto elegante e distinto, non a caso ha lavorato per oltre trent’anni in un prestigioso istituto di credito. Ma quando è scoppiata la crisi lui, il più anziano degli impiegati, è stato cacciato senza alcun indugio. Così, per far sopravvivere la moglie invalida e il piccolo figlio, Verdoux è diventano un antiquario, attività dietro la quale cela i feroci omicidi che compie ai danni di donne sole alle quali ruba tutti i loro averi per poi investirli in Borsa.

L’uomo è costretto a inventare nuovi stratagemmi per non insospettire le sue vittime e durante una conversazione con un suo vicino farmacista copia la formula di un micidiale veleno che non lascia tracce nell’organismo. Per provarlo decide di abbordare una giovane sola nella notte (la censura gli impedì di palesarla come prostituta… sob!) ma conoscendola meglio, scopre che la disperazione che ha portato la ragazza sulla strada nella notte (ma per carità non parliamo di prostituzione!) è la stessa che lo ha portato a diventare uno spietato killer.  “E’ un mondo crudele, dove bisogna diventare crudeli per sopravvivere…” le dice cambiandole il bicchiere avvelenato, per poi congedarla dandole alcuni soldi per sopravvivere qualche giorno.

L’”attività” è redditizia e le sue speculazioni in Borsa danno il profitto sperato e così Verdoux vede la “pensione” e il ritiro dalla sua sanguinosa attività molto vicino. Ma il crollo disastroso di Wall Street del 1929 travolge lui e la sua famiglia. A farne le spese sono soprattutto la moglie e il piccolo figlio che non sopravvivono agli stenti.

Solo e rassegnato, Verdoux vaga per Parigi dove incontra casualmente la giovane prostituta che è diventata l’amante di un ricco costruttore di armi. La donna, ora che possiede mezzi quasi illimitati, vorrebbe ricambiare il gesto di Verdoux occupandosi di lui, ma la Polizia è ormai sulle sue tracce e l’uomo decide di consegnarsi senza implicarla.

Dopo un lungo processo Verdoux viene condannato a morte, ma prima di essere ricondotto in cella ammonisce la società che lo ha giudicato colpevole, visto che allo stesso tempo nobilita invece di punire i veri responsabili di milioni di morti come i costrutti di armi.  

Ovviamente la parte più reazionaria della società americana – e occidentale in generale, uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale – si scagliò contro Chaplin dichiarandolo un regista antipatriottico e filo comunista, chiedendo poi la totale censura del film per il pericolo di emulazione.

La storia ci ha detto chi aveva ragione, e anzi ce lo continua a dire. Non si può non pensare, per esempio, alle atrocità commesse poco tempo fa da alcuni addetti alla sorveglianza dei nostri parchi che dopo anni di precarietà hanno dato fuoco  – usando anche animali vivi e provocando poi la morte di alcune innocenti persone – a boschi o pinete pur di riottenere il lavoro per la stagione o le stagioni successive. Persone e gesti da biasimare e condannare senza la minima remora. Ma se siamo davvero una società civile ci dobbiamo chiedere anche il perché. E allora aveva ragione Chaplin quando diceva che il nostro è un mondo crudele, dove bisogna diventare crudeli per sopravvivere o altrimenti si soccombe? …Terribile.

Un vero capolavoro immortale.

Da ricordare l’interpretazione di Matha Raye nel ruolo di una delle sue moglie ricche, e quella di Marilyn Nash in quello della giovane prostituta.

“I giorni del commissario Ambrosio” di Sergio Corbucci

(Italia, 1988)

Sergio Corbucci, certamente in maniera meno riconoscibile rispetto a molti suoi più celebri colleghi, è stato uno dei pilastri del grande cinema italiano, cinema che ha fatto scuola in tutto il mondo. Non deve essere dimenticato, infatti, che lui è l’autore di “Django” con l’allora esordiente Franco Nero, film che non a caso quel genio folle di Tarantino ha ripreso e rifatto solo qualche anno fa.

Ma torniamo all’ultima grande produzione italiana interpretata da Ugo Tognazzi. Siano alla fine degli anni Ottanta, la grande commedia italiana è finita, al cinema vanno le comiche surreali con Pozzetto e Celentano, e in televisione si ride con “Drive In”. Ed è lo stesso piccolo schermo, che da anni mette in crisi il cinema, che inizia a produrre per il grande schermo.

Ugo Tognazzi era già stato il protagonista di alcune importanti commedie nere, sia al cinema che in televisione (“Il Commissario Pepe” per il primo e “F.B.I. Francesco Bertolazzi Investigatore” per la seconda, solo per fare un paio di esempi), e così viene scelto per impersonare il commissario Ambrosio, nato dalla penna di Renato Olivieri, e protagonista di numerosi gialli in una nebbiosa e pericolosa Milano.

Sul tavolo di Ambrosio arriva un comune caso di incidente automobilistico mortale. Come vuole la prassi, il commissario interroga brevemente i due soli testimoni: l’anziana signora Rosa Cuomo (Pupella Maggio) e il maestro di violino Renzo Bandelli (Carlo Delle Piane). Proprio Bandelli sembra però molto nervoso e impacciato, cosa che stuzzica l’istinto investigativo di Ambrosio. Il morto è Vittorio Borghi, noto playboy e spacciatore di Milano, nonché fratello di Francesco Borghi, fra gli industriali più ricchi e potenti del Paese. Ad Ambrosio il compito di scoperchiare e risolvere un caso forse non troppo difficile, ma certamente emotivamente molto complesso…

Con un cast straordinario che comprende anche Rossella Falk, Duilio Del Prete (che Tognazzi ritrova dopo il mitico “Amici Miei”), Athina Cenci, Carla Gravina, Claudio Amendola e Teo Teocoli “I giorni del commissario Ambrosio” è uno degli ultimi veri noir della vecchia scuola. Nonostante la pesante ingerenza del suo produttore (la tv) che esige più primi piani e panoramiche diverse rispetto al cinema, il film di Corbucci c’ha sempre il suo perché.  

“RX-M Destinazione Luna” di Kurt Neumann

(USA, 1950)

Siamo nel 1950, la Seconda Guerra Mondiale è appena finita e il mondo intero non ha fatto in tempo a curarsi le tragiche ferite morali e materiali che l’immane catastrofe ha comportato, che già l’incubo di una nuova minaccia si staglia minaccioso all’orizzonte: l’olocausto atomico.

In quel periodo gli Stati Uniti sono in piena caccia alle streghe, e dirsi palesemente “pacifista” era artisticamente e lavorativamente molto pericoloso. Così, solo usando il linguaggio della fantascienza dei B-movie si potevano dire cose altrimenti tabù.

Con questo spirito Kurt Neumann scrive e dirige “RX-M Destinazione Luna” che è un inno alla pace e al disarmo nucleare. Non è un caso, quindi, che la partecipazione alla stesura della sceneggiatura del maestro Dalton Trumbo – la cui penna rende questo film di fantascienza una spanna sopra alla maggior parte di quelli realizzati in quel periodo – rimanga nascosta per anni, fino alla fine del cosiddetto maccartismo.

Ma torniamo al film. In una base governativa viene lanciato segretamente un razzo per colonizzare la Luna. L’equipaggio è formato da una donna, la dott.ssa Lisa Van Horn (Osa Massen) e quattro uomini: il dott. Karl Eckstrom (John Emery) capo della missione, il colonnello Floyd Graham (Lloyd Bridges), il maggiore William Corrigan (Noah Beery Jr.) e l‘astronomo Harry Chamberlain (Hugh O’Brian). La prima parte del viaggio si consuma senza problemi, ma poco prima di entrare nell’orbita della Luna una tempesta di asteroidi dirotta violentemente il razzo che si dirige a tutta forza nello spazio profondo.

Quando l’equipaggio si riprende scopre che il veicolo sul quale viaggia è arrivato nei pressi del pianeta Marte. Sbarcato, il gruppo inizia a studiare il pianeta e scopre i resti di una passata e grandiosa civiltà che evidentemente è stata spazzata via da una enorme esplosione. I pochi superstiti rimasti sono tornati all’età della pietra e portano ancora i segni gravi delle radiazioni che hanno subito i loro antenati. L’equipaggio decide allora di tornare sulla Terra e avvertire l’umanità del pericolo molto simile che sta correndo con la scellerata corsa agli armamenti atomici, ma…

Pellicola davvero di rilievo, oltre che per il tema trattato anche per la sua realizzazione. Nonostante i pochi mezzi a disposizione, Neumann riesce magistralmente a creare l’atmosfera claustrofobica tipica di un piccolo ambiente in cui più persone devono convivere rischiando la vita. La scena della tempesta di asteroidi è davvero memorabile.  

“Doppio delitto” di Steno

(Italia, 1977)

Tratto dal romanzo “Doppia morte al Governo Vecchio” di Ugo Moretti questo film, la cui sceneggiatura è scritta da Age Scarpelli e lo stesso Steno, è uno dei migliori esempi della commedia gialla all’italiana.

Siamo alla vigilia di uno degli eventi più drammatici della storia della Repubblica Italiana: il rapimento e l’uccisione del Presidente della DC Aldo Moro e il massacro delle sue guardie del corpo in via Fani a Roma. Nonostante l’evento sia ovviamente imprevedibile, nel film si respira un’aria di quiete prima della tempesta. La contestazione sta mutando forma e quella rivoluzione che doveva cambiare il mondo non arriva mai. I poliziotti, anche al cinema, cominciano ad avere un volto e un comportamento molto più umano e fallibile rispetto a solo poco tempo prima.

Infatti, il commissario Bruno Baldassare (un sempre bravo e fascinoso Marcello Mastroianni) è noto fra gli ambienti della Polizia romana per aver fatto sette anni prima la cosiddetta “stronzata”, che gli ha bruciato di fatto la carriera. Per fare il bello davanti al figlio di sei anni Baldassarre, erroneamente, ha aiutato un assassino a fuggire su una motocicletta rubata.

Da quel giorno è stato trasferito all’Archivio dei Corpi di Reato, che si trova in uno dei quartieri storici della capitale, ufficio alquanto “tranquillo” dove è assistito dall’agente Cantalamessa (un bravissimo Gianfranco Barra).

La triste routine di Baldassarre viene interrotta un giorno, durante un fragoroso temporale estivo, quando mangiando nella solita trattoria sente gridare dal portone del vicino Palazzo dell’Orso. Accorrendo, sulle scale dell’antico edifico, trova il corpo senza vita dell’anziano principe Prospero dell’Orso, apparentemente vittima di un fulmine caduto sul tetto e passato poi nell’antico corrimano delle scale in ferro battuto al quale era aggrappato il nobile. Mentre Baldassarre cerca di chiamare i soccorsi le urla della giovane Teresa (Agostina Belli) lo raggiungo. Al piano superiore la ragazza ha appena trovato il corpo senza vita dello zio Romolo, un elettrotecnico che stava montando un’antenna sul tetto del palazzo e che rientrando per la pioggia si è evidentemente appoggiato anche lui al corrimano nel momento fatale.

Ma qualcosa non torna, il fulmine ha avuto una precisione a dir poco chirurgica e oltre alle due morti, non ha causato nessun danno materiale al palazzo. Baldassarre, spinto da Teresa, riesce a far aprire un’inchiesta e, soprattutto, a farsela assegnare. Gli inquilini dello stabile sono uno più sospetto dell’altro, come la giovane e bellissima principessa dell’Orso (Ursula Andress) e i pochi parenti del principe che erediteranno una vera e propria fortuna, o Henry Hellman (un sublime Peter Ustinov) sceneggiatore hollywoodiano in declino e amico intimo della principessa…  

Tutti i personaggi del film cominciano a fare i conti con la fine di un periodo che aveva promesso tanto e che ormai, si capisce, non manterrà nulla. Conoscendo l’arte e il genio degli autori non ci si stupisce che siano inseriti nella pellicola anche degli accenni – apparentemente involontari – a eventi drammatici che segneranno il nostro Paese di lì a poco tempo. L’azione si svolge fra i vicoli del centro storico di Roma tanto simili a via Caetani, dove verrà ritrovato il corpo di Moro. E poi il personaggio interpretato da Ustinov sta scrivendo la sceneggiatura del film “La croce e la svastica” dedicato agli oscuri rapporti fra il Vaticano e il Terzo Reich, film che viene bloccato proprio dalla Santa Sede attraverso pressioni a vari istituti di credito. Poco dopo l’uscita del film scoppiò il caso del Banco Ambrosiano e dei suoi presunti legami con lo IOR…    

Da ricordare inoltre le interpretazioni, anche se in ruoli secondari, di Mario Scaccia nelle vesti del libraio vera radioserva del quartiere, e Giuseppe Anatrelli (già immortale per aver impersonato il Geom. Calboni nei primi “Fantozzi”) in quelli del capo di Baldassarre.

“Le nostre anime di notte” di Ritesh Batra

(USA, 2017)

Esattamente cinquant’anni dopo lo strepitoso “A piedi nudi nel parco” Robert Redford e Jane Fonda tornano insieme in una commedia dolce, romantica e crepuscolare.

La sceneggiatura de “Le nostre anime di notte” è tratta dall’omonimo romanzo dello scrittore americano Kent Haruf (1943-2014) che, nonostante soli sei romanzi (pubblicò la sua prima storia superati i quarant’anni) in patria è considerato fra i più noti narratori contemporanei.

Louis (Redford) è un anziano vedovo che vive solo, nella sua bella casa a Holt, una cittadina (immaginaria) del Colorado. Una sera bussa alla sua porta Addie (la Fonda), una sua storica vicina con un’insolita proposta. Visto che si conscono da decenni – le loro rispettive famiglie sono nate e cresciute una difronte all’altra – ed entrambi sono soli da anni (anche lei è vedova e come Louis ha il figlio lontano) perché non dormire insieme? Ma non per fare sesso, solo per parlare affrontando e superando la notte, che è il momento più difficile per una persona sola.

Louis rimane assai stupito dalla proposta, ma dopo qualche notte insonne chiama Addie per accettare. Ma i due non potranno fare a meno di dover affrontare gli sbagli commessi nelle rispettive esistenze…

Emozionante e struggente pellicola intimista con due protagonisti da Oscar, bravissimi e bellissimi nei panni di due anziani che vogliono solo passare il tempo che rimane loro assieme. Per i cuori più romantici.

“Kronos – Il conquistatore dell’universo” di Kurt Neumann

(USA, 1957)

Qui parliamo di uno dei più classici B-movie degli anni Cinquanta che è diventato un vero e proprio classico.

L’idea originale del film è di Irving Block (lo stesso autore del soggetto dello splendido “Il pianeta proibito”) docente di arte all’Università della California e affermato pittore che, dopo aver dipinto i suoi quadri ne traeva idee per film insieme ad alcuni amici e collaboratori come Lawrence L. Goldman, che scrive la sceneggiatura di questa pellicola. Nella versione originale Goldman non appare perché alla fine degli anni Cinquanta era una delle numerose vittime del maccartismo.

Nell’osservatorio del “Lab. Center” gli scienziati Leslie Gaskell (Jeff Morrow), Vera Hunter (Barbara Lawrence) e Arnold Culver (George O’Hanlon) scrutando il cosmo scoprono uno strano asteroide che vira dirigendosi verso la Terra. Intanto, un ufo è atterrato nel deserto prendendo possesso del corpo di un innocente passante. L’entità aliena si dirige nel “Lab. Center” e prende possesso del corpo del Dott. Eliot (John Emery) responsabile dell’osservatorio.

La strana traiettoria dell’asteroide preoccupa Gaskell che obbliga Eliot a far intervenire le Forze Armate. Ma le armi non fermano l’ufo che atterra nel Pacifico a poche miglia dalle coste messicane. Gaskell, Hunter e Culver si recano sul posto e poche ore dopo un gigante di un materiale più forte dell’acciaio sbarca sulla costa. L’extraterrestre è un accumulatore di energia venuto sul nostro pianeta per risucchiare tutte le nostre risorse…

Gli effetti speciali di questa pellicola, nonostante il budget a basso costo, sono strabilianti e spettacolari, e a classiche immagini di repertorio con minacciosi funghi atomici seguono alcune sequenze a cartoni animate davvero speciali e spettacolari.

Da ricordare anche perché il film anticipa il tema dell’ambietalismo (purtroppo così attuale) e dello sfruttamento massiccio delle risorse naturali.

Un vero gioiello in bianco e nero.

Per la chica: “Kronos” è la password fondamentale ne “Gli incredibli – Una normale famiglia di supereroi” di Brad Bird e prodotto dalla Pixar.

“Indiana Jones e l’ultima crociata” di Steven Spielberg

(USA, 1988)

Come già scritto parlando de “I predatori dell’arca perduta”, questo “Indiana Jones e l’ultima crociata” è l’unico sequel davvero straordinario della serie dedicata all’archeologo più famoso del cinema.

Scritto da George Lucas insieme all’olandese Menno Meyjes (candidato all’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale de “Il colore viola” di Spielberg) questo film consacra definitivamente il mito del professor Henry Jones Jr.. E chi, se non il professor Henry Jones Senior, poteva farlo?

Interpretato magistralmente da Sean Connery (il primo grande 007, personaggio al quale gli stessi Spielberg e Lucas si ispirarono per scrivere “I predatori dell’arca perduta”) che incarna splendidamente il classico “topo di biblioteca” incapace e inadatto a qualsiasi tipo di azione, la vera e propria antitesi del figlio.

Ma non solo, nelle prime scene del film incontriamo il giovane Indiana Jones (interpretato da River Phoenix) nel momento in cui inizia a usare la frusta – che gli causa la cicatrice al mento che lo stesso Ford ha davvero nella vita reale – e soprattutto indossa per la prima volta il suo famoso cappello.

E nella scena finale conosciamo finalmente la storia del suo strano nome. Il tutto mentre siamo sulle tracce di una delle leggende e dei miti più famosi della civiltà umana: il Santo Graal.

Con sequenze mozzafiato, scene ed effetti speciali che ancora fanno colpo, la terza avventura di Indiana Jones è fra i migliori film d’azione mai realizzati, grazie anche alla profonda ironia che permea ogni scena, soprattutto quelle che mostrano il rapporto complicato e al tempo stesso spassoso fra padre e figlio Jones.

E pensare che all’anagrafe Sean Connery e Harrison Ford hanno meno di dodici anni di differenza. Potere del cinema e dei grandi attori…

“Totò e le donne” di Steno e Mario Monicelli

(Italia, 1952)

Scritto da Steno, Mario Monicelli, Age e Furio Scarpelli (ma diretto solo da Steno, anche se nei titoli di testa appare accanto il nome di Monicelli) questo film segna uno dei punti di svolta del nostro cinema: arriva la grande commedia all’italiana. Se è vero che sono presenti alcuni elementi ben riconoscibili del Neorealismo, è vero anche che questa pellicola punta dritta sulla commedia pura, abbandonando definitivamente i tratti della semplice parodia o della farsa tipica di quegli anni. Gli sceneggiatori e il regista sono quelli che diventeranno fra i protagonisti della grande commedia, così come il suo attore principale che da prova delle sue stratosferiche capacità recitative.

L’Italia si sta rialzando dopo l’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale, e se ancora non è arrivato il Boom, sta tornando la voglia di ridire, soprattutto di se stessi. E’ l’Italia delle piccole e “normali” famiglie, quelle che poi insieme alla altre fanno la storia del Paese. E’ l’Italia delle maggiorate e delle Miss. Ed è l’Italia del Cav. Filippo Scaparro (altro che principe, l’Imperatore delle risate all’italiana Antonio De Curtis in arte Totò) che è vittima della moglie (una straordinaria come sempre Ave Ninchi) e della figlia (la maggiorata Giovanna Pala) intenta a fidanzarsi col promettente medico Paolo Desideri (un sempre eccezionale Peppino De Filippo).

Ed è l’Italia delle donne, che solo qualche anno prima hanno ottenuto il diritto al voto, e proprio sul rapporto fra i due sessi gira il motore del film. Ma la visione delle donne non è falsamente perbenista e soprattutto maschilista come nella stragrande maggioranza dei film contemporanei (in una sequenza, non a caso, sono prese in giro le pellicole “strappalacrime” e al tempo stesso “morbose” il cui protagonista principale era quasi sempre Amedeo Nazzari).

Infatti la visione intollerante e misogina del Cav. Scaparro – che in soffitta ha un altarino con tanto di cero dedicato a Landru – alla fine naufraga contro il profondo amore che nutre per la moglie e dalla quale è ricambiato. La lite fra i due, che provoca una temporanea separazione, anche se con toni da commedia, è fra le prime del cinema italiano in cui si da voce alle donne, alle loro insoddisfazioni e alle loro difficoltà quotidiane (Ava Gardner vs Gregorio Pecco…).

Anche la scena in cui Scaparro, senza moglie e figlia che sono in vacanza, tenta di passare una serata con una donnina allegra (così come si chiamavo in maniera ipocrita allora le prostitute, la cui responsabilità della loro vita per la società era così moralmente e materialmente solo la loro) il Cav. incontra Ginetta (Lea Padovani) che lo rende, suo malgrado, partecipe di tutti i suoi guai.

Insomma, in questa memorabile pellicola le donne sono reali, possiedono un’anima e una parola, e non sono più banalmente innocenti, colpevoli, caste o peccatrici. Sono donne.

Arriva “Coco” di Lee Unkrich e Adrian Molina

Arriverà nelle sale americane il prossimo 22 novembre “Coco”, il nuovo film creato dalla mitica Pixar. Io sono un fan sfegatato della geniale e pluripremiata casa di produzione americana, ma questa volta ho un po’ di paura.

Ho paura di rimanere deluso da questo nuovo film, visto che da quello che è stato detto dagli stessi produttori, non si può non pensare allo splendido “Il libro della vita” prodotto dal genio – neo Leone d’Oro a Venezia – Guillermo Del Toro e diretto da Jorge R. Gutierrez nel 2014.

La storia di “Coco” è ufficialmente questa: Miguel è un bambino messicano di dodici anni che sogna di diventare fra i più bravi suonatori di chitarra del Messico, proprio come Ernesto de la Cruz, il suo idolo. A causa di un incidente però Miguel si ritrova nella Terra dell’Aldilà, nella quale farà un viaggio alla scoperta della storia della sua famiglia e dove incontrerà Hector, lo spirito ingannatore.

Ovviamente le trame dei due film sono diverse, ma si sfiorano indiscutibilmente in vari punti. E’ vero che la tradizione del Giorno dei Morti in Messico è molto profonda e carica di storie e leggende, ma è quasi impossibile leggere e vedere i trailer di questo nuovo lungometraggio della Pixar e non pensare allo splendido fil di Gutierrez.

Bisogna comunque riconoscere alla Pixar almeno un paio di cose: il film lo dirige Lee Unkrich insieme ad Adrian Molina (autore dello script), lo stesso Unkrich regista di quel capolavoro assoluto che è “Toy Story 3 – La grande fuga” vincitore, tra i numerosi premi, anche dell’Oscar. E poi già nel 2013 la Pixar tentò di depositare “Día de los Muertos” come marchio commerciale avviando la produzione del film. Che poi in Messico la cosa suscitò un vespaio di polemiche tanto da convincere la casa di produzione ad archiviare definitivamente la richiesta, è un’altra cosa.

Ma io resto fiducioso, perché sono convinto che quei geniacci della Pixar non ci deluderanno mai, nemmeno questa volta!