“Quinto non ammazzare!” di Robert Siodmak

(USA, 1944)

Tratto dal romanzo di James Ronald “This Way Out” questo film, il cui titolo originale è “The Suspect” – e non intendo parlare di quello in italiano che c’entra come i cavoli a merenda… – ci regala una delle migliori interpretazioni cinematografiche del grande Charles Laughton.

Londra, 1902. Philip Marshall (Laughton) è un uomo onesto e di cuore. Nel negozio, di cui è responsabile, tutti i dipendenti lo stimano e lo rispettano. Anche a casa il suo unico figlio lo ama e lo rispetta. L’unica persona che lo maltratta e non perde occasione per umiliarlo è Cora, sua moglie. Un giorno nel negozio arriva la giovane e Mary Gray (Ella Raines) in cerca di un posto di lavoro. Marshall non può assumerla nel negozio, ma le indica un’altra attività dove poi la raccomanda.

Fra i due nasce una tenera e innocente amicizia che alla fine Marshall decide di interrompere per evitare scandali. Cora, convita che fra i due ci sia un legame soprattutto materiale, una sera lo affronta dichiarandogli che il mattino dopo rovinerà la reputazione di entrambi urlando ai quattro venti la loro indegna relazione. Non tanto per la propria, ma per quella candida di Mary l’uomo getta la moglie per le scale fingendo poi un incidente.

Il commissario Huxley, intuisce la colpa di Marshall, ma non riesce a trovare uno straccio di prova che possa reggere in tribunale. E così stuzzica il vicino di casa Gilbert Simmons, un meschino ricattatore, che abbocca all’amo e si reca da Marshall per ricattarlo. Alla fine Huxley farà leva proprio sull’onestà morale di Marshall per far scattare la sua trappola finale…

Bella pellicola in bianco e nero d’atmosfera che con un cast superbo e una regia di primo livello segna il cinema noir degli anni Quaranta. Guardando la grande interpretazione di Laughton davanti alla macchina da presa possiamo solo immaginare quelle che faceva sul palcoscenico di un teatro.

Per palati fini.

“I commedianti” di Peter Glenville

(USA/Francia, 1967)

Chi non ha mai indossato una maschera nella vita?

Il maestro Luigi Pirandello ci dice che nessuno, purtroppo, riesce a evitare di recitare una parte – chi per sempre e chi per poco – nella propria esistenza. E così scrive anche Graham Greene nel suo romanzo “The Comedians” pubblicato nel 1966.

L’anno successivo lo stesso Greene elabora la sceneggiatura per l’adattamento cinematografico che incastona un cast stellare per quegli anni: Richard Burton, Elizabeth Taylor, Alec Guinness, Peter Ustinov e Lilian Gish.

Haiti è sotto il potere assoluto, duro e feroce di Papa Doc che con i suoi “Tonton Macute” controlla la Nazione e punisce con estrema violenza chi non ubbidisce. Sull’isola, dove non sono rare le esecuzioni capitali dimostrative, sbarcano gli inglesi Brown (Burton) proprietario dell’Hotel Trianon, e H.O. Jones (Guinness) un ex maggiore dell’esercito britannico, oltre a Mr. e Mrs. Smith (la Gish) due americani che intendono fondare in loco un’attività dedita alla realizzazione e alla vendita di cibi vegetariani.

Brown ospita nel proprio albergo i forestieri, ma la situazione a Port-au-Prince è tesa e pericolosa: Papa Doc, per rinsaldare il suo potere, ha fatto uccidere il ministro del Benessere Sociale, e i suoi Tonton non si fanno scrupoli nell’usare la violenza per isolare e catturare i fedeli del defunto.

Per tutelare i suoi clienti, Brown li porta nella residenza dell’Ambasciatore brasiliano Manuel Pineda (Ustinov) la cui moglie Martha (la Taylor) è da anni la sua amante segreta. In un mondo che inesorabilmente precipita nel baratro, ognuno di loro non riuscirà ad evitare di recitare una parte che non gli appartiene…

Classico dramma ispirato da un’opera di Greene, con sequenze che possiedono ancora oggi il loro fascino.

“Old Man & the Gun” di David Lowrey

(USA, 2018)

Forrest Silva “Woody” Tucker (un sempre gagliardo Robert Redford) è un criminale davvero molto singolare. Classe 1920 fin da adolescente, a causa dei suoi crimini, è stato rinchiuso in case di correzione dalle quali però è sempre fuggito. In conseguenza ai suoi numerosi arresti e relative carcerazioni, col passare degli anni è divenuto un vero e proprio artista della fuga, riuscendo a dileguarsi da istituti penitenziari come Alcatraz o San Quintino.

Nel 1981, insieme ai due complici Teddy (Danny Glover) e Waller (Tom Waits), inizia una lunga striscia di rapine in banca che attraversa gli interi Stati Uniti. Anche se porta sempre addosso una pistola, Tucker non la usa mai, con garbo e gentilezza convince i malcapitati impiegati a consegnarli il denaro e poi, con calma e tanto stile, si allontana.

Le cifre sottratte ad ogni istituto di credito sono abbastanza modeste, tanto da non attirare troppo l’attenzione delle Forze dell’Ordine, vista poi la totale mancanza di violenza. Solo il detective Hunt (Casey Affleck) ricostruisce la lunga serie di rapine fino ad arrivare a individuare in Tucker il bandito, che superati abbondantemente i sessanta però è sempre un osso duro da catturare…

Bella pellicola crepuscolare con un grande Robert Redford che terminate le riprese ha dichiarato il suo ritiro definitivo dal set.

Tratto dall’omonimo articolo scritto da David Grann e pubblicato sul New Yorker nel 2003, “Old Man & the Gun” ci racconta la storia vera di un uomo che ama la vita a modo suo, e che come il Santiago de “Il vecchio e il mare” di Ernest Hamingway (che in originale è “The Old Man and the Sea”) sa che quell’enorme distesa blu può abbondantemente sfamarlo e subito dopo ferocemente tradirlo, ma è davvero così affascinante che ogni mattina è pronto a tornarci dentro pur di misurare se stesso.   

“Rivolta al blocco 11” di Don Siegel

(USA, 1954)

Con questo film il maestro Don Siegel ci parla di uno dei temi sociali più scottanti nell’America del Novecento: la durissima vita nelle carceri; argomento che fra gli altri aveva affrontato – in maniera straordinaria – qualche decennio prima Jack London nel suo splendido “Il vagabondo delle stelle”.

Scritto da Richard J. Collins, “Rivolta al blocco 11” si ispira ai veri drammatici disordini che nel 1952 investirono trentacinque carceri statunitensi sovraffollate, dove i detenuti, disperati e incattiviti, causarono milioni di danni.

Il film inizia come un vero e proprio documentario, con una voce fuori campo che descrive la disumane condizioni in cui sono costretti a vivere numerosi carcerati, ospiti forzati di vecchi istituti di pena, molti dei quali costruiti nel secolo precedente e mai rinnovati. Infine, lo speaker parla della Riforma Carceraria che il Governo, dopo decenni, ancora non ha approvato.

Entriamo così nel blocco 11, che ospita quasi quattro volte i detenuti per cui era stato costruito, e dove la situazione è ormai incandescente. Così, per la svista di una guardia, un manipolo di galeotti prende possesso del braccio e, tenendo in ostaggio i secondini, chiede al direttore Reynolds di poter parlare con i giornalisti per denunciare la situazione dietro le sbarre.

Il direttore asseconda la richiesta, ma nel carcere arriva poco dopo il Governatore che vorrebbe sedare con la forza la rivolta visto che il resto del grande carcere è in subbuglio.

A salvare la situazione è lo stesso direttore Reynolds, convinto sostenitore della non violenza e della concertazione, che tenta di mediare in ogni modo fra il Governatore e i detenuti. Alla fine le richieste di quest’ultimi verranno accettate, ma il loro portavoce condannato ad ulteriori vent’anni e il Reynolds costretto alle dimissioni.

Siegel firma magistralmente un’insolita denuncia civile a favore di coloro che “hanno sbagliato”, ma che lo Stato deve redimere e non dimenticare.

Girato all’interno del penitenziario di Folsom a Represa in California, con veri detenuti come comparse, “Rivolta al blocco 11” è giustamente considerato fra i migliori film carcerari americani.        

“La stanza delle meraviglie” di Todd Haynes

(USA, 2017)

Brian Selznick, illustratore e scrittore americano classe 1966, pubblica nel 2011 “La stanza delle meraviglie”. Visto il successo del suo libro precedete “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”, e del suo adattamento cinematografico diretto da Martin Scorsese, allo stesso Selzinck viene chiesto di scrivere la sceneggiatura mentre a Todd Haynes è affidata la regia della versione per il grande schermo.

1977, il piccolo Ben si ritrova dalla mattina alla sera costretto a vivere a casa dei suoi zii. Sua madre Elaine (Michelle Williams), infatti, è morta in un incidente stradale e lui, non avendo nessun altro parente, si è dovuto trasferire dai cugini. Nonostante l’affetto che gli dimostrano i parenti che lo ospitano, Ben vuole trovare suo padre di cui non sa neanche il nome, visto che la madre glielo ha sempre nascosto.

Ma un segnalibro trovato per caso nel volume che Elaine stava leggendo gli suggerisce una libreria a New York. Ben cerca subito il numero di telefono dell’attività, ma mentre è al telefono, nei paraggi un fulmine colpisce la linea strappandogli via l’udito.

1927, la piccola Rose, non udente dalla nascita, fugge dall’austera casa in cui vive con il ricco e severo padre per raggiungere New York, dove si trova sua madre Lillian Mayhew (Julianne Moore) nota attrice cinematografica impegnata in una turné teatrale, e soprattutto suo fratello Walter che lavora al Museo di Scienze Naturali.

E proprio il Museo di Scienze Naturali sarà il fulcro fra le due storie che, ovviamente, sono legate nel profondo.

Con una bellissima fotografia, capace di passare magistralmente dal bianco e nero degli anni Venti ai colori psichedelici degli anni Settanta, Haynes firma una bella pellicola sull’infanzia, sulla crescita, sui suoi dolori e sulle sue gioie.  

“In guerra per amore” di Pierfrancesco Diliberto PIF

(Italia, 2016)

Se è vero che il nostro cinema contemporaneo boccheggia, è vero anche che ogni tanto ci regala un bel film nella nostra grande tradizione passata, e la dedica “a Ettore Scola” che Pierfrancesco Diliberto – in arte Pif – mette nei titoli di testa viene pienamente mantenuta.

Con le caratteristiche del docu-dramma (format che ha portato Pif al successo attraverso il suo programma “Il testimone” e lo ha accompagnato anche al suo esordio dietro la macchina da presa con “La mafia uccide solo d’estate”) il regista palermitano ci racconta una storia d’amore che si intreccia con una molto più drammatica e attuale: la definitiva presa del potere della mafia in Sicilia.

Per liberare l’Italia dalla dittatura nazi-fascista, durante la Seconda Guerra Mondiale, il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt individua nella Sicilia, l’isola al centro del Mediterraneo, il punto strategico da invadere e conquistare.

Per evitare perdite fra i propri soldati e avere un’avanzata il più facile possibile, il governo americano si rivolge direttamente Lucky Luciano – che in quel momento è in carcere a scontare una pena fra i trenta e i cinquant’anni per sfruttamento della prostituzione e per essere il capo del cosiddetto “Sindacato del Crimine” – che ha ancora saldi legami con la Sicilia.

Le truppe alleate, così, possono sbarcare nell’isola senza particolari problemi. Ma il prezzo è altissimo, soprattutto per il nostro Paese: gli Alleati liberano tutti i criminali mafiosi che il regime fascista aveva incarcerato, dando loro ruoli pubblici cruciali nella vita economica e politica della regione (nonché scarcerando definitivamente Luciano nel 1946), ruoli che poi confluiranno soprattutto nella Democrazia Cristiana. D’altronde, lo dicono da sempre, gli americani sono grandi esportatori di …“Democrazia”…

Scritta oltre che da PIF, anche da Michele Astori e Marco Martani, questa bellissima commedia riesce a suscitare quello che solo le grandi commedie all’italiana sapevano ispirare: risate, indignazione e amara tristezza finale.

Da ricordare anche la deliziosa storia di Saro (Sergio Vespertino) e Mimmo (Maurizio Bologna), il primo non vedente e il secondo claudicante, simbolo struggente di una popolazione vessata e piegata, troppo affamata per ribellarsi agli eventi che la travolgono.

“Gone Baby Gone” di Ben Affleck

(USA, 2007)

Dennis Lehane è considerato, giustamente, una delle penne d’oro d’oltre oceano. Dai suoi romanzi sono stati tratti alcuni fra i migliori film degli ultimi anni come “Mystic River” del grande Clint Eastwood o “Shutter Island” di Martin Scorsese.

Non è un caso quindi che per esordire dietro la macchina da presa il premio Oscar per la miglior sceneggiatura – vinto per quella di “Will Hunting” – e star di prima grandezza di Hollywood, Ben Affleck scelga uno dei suoi romanzi, uscito nel nostro Paese col titolo “La casa buia”, e pubblicato per la prima volta in USA nel 1998 col titolo “Gone, Baby, Gone”.

Chicago: la piccola Amanda McReady, di soli quattro anni, è stata rapita dal suo letto mentre la madre Helene si era allontanata solo per qualche minuto. In poche ore il caso arriva sui più grandi network della nazione. Il dipartimento speciale per il ritrovamento di minorenni rapiti della Polizia di Chicago, diretto dal capitano Jack Doyle (Morgan Freeman), si occupa subito del caso.

Doyle è famoso per i suoi risultati, ma anche perché sua figlia dodicenne è stata vittima di un pedofilo. Dopo tre interminabili giorni senza alcun indizio, Beatrice McReady – la zia di Amanda – si rivolge a una coppia di detective privati della zona: Patrick Kenzie (Casey Affleck) e Angie Gennaro (Michelle Monaghan) nella speranza che, grazie alle loro storiche conoscenze, possano avere nuove informazioni sul caso.

Come prevede la Legge, i detective incaricati delle indagini Bressant (Ed Harris) e O’Malley (John Ashton) iniziano a collaborare con i due, che in poche ore ottengono soffiate che donano una nuova luca alla drammatica vicenda. Ma, come dice giustamente lo slogan sulla locandina: “Tutti voglio la verità… fin quando non la trovano”.

Ottima pellicola d’esordio di Ben Affleck che ha i caratteri classici dei grandi blockbuster a cui partecipa come attore, ma affronta temi più incisivi e spinosi, come l’impatto ossessivo e morboso dei mass media sui casi più inquietanti di cronaca nera, e l’immortale dicotomia fra il bene e il male, fra il giusto e lo sbagliato.

Temi che Affleck ha affrontanto anche in altre pellicole come per esempio ne “L’amore bugiardo” di David Fincher.

“Io sono un campione” di Lindsay Anderson

(UK, 1963)

Tratto dal romanzo “This Sporting Life” di David Storey – che scrive anche lo script – “Io sono un campione” è uno dei film più rappresentativi di quel Free Cinema inglese – di cui lo stesso Anderson fu uno dei fondatori – che ha segnato la cinematografia mondiale fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, e di cui il grande Ken Loach è fra gli ultimi rappresentati.

Girato con un budget davvero basso e in pochissime settimane, questo film ci parla in maniera toccante e al tempo stesso cruda di Frank Machin (un grande Richard Harris che riceverà la candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista, e che molti anni dopo vestirà i panni di Albus Silente nei primi due film della serie) un giovane minatore irrequieto.

Con una serie di flashback concatenati ripercorriamo gli ultimi mesi cruciali della vita di Frank. Oltre al suo duro mestiere, Machin non ha quasi nulla, a parte la giovane vedova Mrs. Margaret Hammond (una bravissima Rachel Roberts anche lei candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista per la sua interpretazione) con due bambini a carico, presso la quale affitta la camera in cui vive.

La donna passa la propria indigente esistenza nel ricordo del marito scoparso in un incidente sul lavoro, cosa che provoca la gelosia di Frank che però si sente un “misero” minatore esattamente come il morto, incapace di offrirle davvero di più.

Ma una sera Machin incappa per caso in quell’occasione che potrebbe cambiargli la vita: il rugby. La squadra della sua città, infatti, è presieduta dal ricco industriale Gerald Weaver, che è disposto a fare follie col proprio portafoglio pur di ingaggiare un campione della palla ovale.

Frank riesce a fare un provino ed entrare nella rosa della squadra, e al suo esordio, giocando senza scrupoli, lascierà il segno tanto che Weaver, pur di ingaggiarlo, gli darà mille sterline.

Finalmente i suoi sogni più profondi sembrano avverarsi, e Frank torna a casa da Margaret convinto di fare finalmente colpo. Ma le persone non sono tutte uguali, e ognuno di noi ha sogni, paure e dolori molto differenti.

La sete di vita e di successo acceca Frank, che non riesce a più vedere gli altri per come sono nella realtà. Cosa che pagherà duramente sul campo e fuori…

Splendida pellicola in bianco e nero – con delle scene di rugby ancora davvero avvincenti – che ci lascia l’amaro in bocca, proprio come quello del fango del campo.


“Abbasso l’amore” di Peyton Reed

(USA, 2003)

Questa deliziosa commedia, scritta da Eve Ahlert e Dannis Drake, omaggia in ogni piccolo dettaglio le classiche commedie d’amore che hanno sbancato il botteghino e segnato l’immaginario collettivo americano negli anni Sessanta.

La coppia reale di questo filone era formata da Rock Hudson e Doris Day; e nel ruolo di personaggio secondario – di solito amico e complice inconsapevole del protagonista – c’era Tony Randall.

Non è un caso quindi che lo stesso Randall interpreti una piccola parte in questo film che vede come protagonisti una innocente Barbara Novak (Renée Zellweger) e un incallito playboy nonché cronista d’assalto Catcher Block (Ewan McGregor).

New York, 1962. La giovane e ingenua Barbara Novak arriva in città: è stata convocata presso la grande casa editrice Banner, fondata e diretta dal feroce Theodore Banner (Tony Randall), che intende pubblicare il suo romanzo-manuale “Abbasso l’amore”, in cui la scrittrice esordiente sostiene che è l’amore a limitare l’emancipazione sociale delle donne.

L’editor della Banner, Vikki Hiller (Sarah Paulson) infatti, è entusiata del libro e per promuoverlo ha poi organizzato una colazione-intervista con Catcher Block, il giornalista di punta del momento. Ma…

Godibilissima e gustosa commedia con costumi, scenografie e colonna sonora – interpretata anche da Michael Bublé, oltre che dagli stessi Zellweger e McGregor – davvero sfizosi.

Per chi ama il genere, ed il cinema in generale.

Per la chicca: il titolo originale del libro della Novak “Down with Love” – che è anche il titolo originale della pellicola – si rifà ad una nota canzone cantata dalla grande Judy Garland, la cui vera interpretazione è inserita magistralmente nel film.

“Senza tetto né legge” di Agnès Varda

(Francia 1985)

La cineasta belga Angès Varda ci regala il ritratto di una giovane “fuori”, fra i più belli e struggenti della storia del cinema del Novecento.

Nel sud della Francia, poco dopo una gelida alba invernale, un bracciante trova il corpo senza vita di una ragazza, evidentemente morta di freddo e stenti. Le ricerche delle Polizia stabiliscono che la vittima si chiamava Simona, detta Mona, Bergeronf (Sandrine Bonnaire), e che da poco aveva superato i vent’anni.

E’ la stessa Varda che, fuori campo, ci racconta come ha ricostruito la storia della giovane, soprattutto intervistando tutto coloro che l’hanno incrociata negli ultimi mesi della sua breve e solitaria esistenza.

Dopo aver frequentato gli studi per segretaria d’azienda, Mona ha deciso di abbandonare tutto e tutti e di vivere in tenda girando grazie all’autostop, sopravvivendo grazie a piccoli lavori occasionali o furti.

Ma la nostra società, che solo pochi anni prima sognava “la fantasia al potere” e un mondo senza confini, è nel pieno dei luminosi ed edonistici anni Ottanta, e così per Mona lo spazio di sopravvivenza è sempre più ridotto fino a diventare solo un fosso gelato ai bordi di un campo.

Un film bellissimo, senza speranza e al tempo stesso delicato e commovente, che ricorda le opere del maestro Vittorio De Sica.

Leone d’Oro a Venezia e incetta, meritata, di premi in tutto il mondo.