“Provaci ancora Sam” di Herbert Ross

(USA, 1972)

Chi ha letto la sua irresistibile autobiografia “A proposito di niente” sa che Allan Stewart Königsberg, in arte Woody Allen, oltre ad essere stato un ottimo sportivo, soprattutto come giocatore di baseball, è stato fin da giovanissimo un grande seduttore.

Per cui il Sam protagonista di questo “Provaci ancora Sam” ha solo dei riferimenti superficiali al vero Woody Allen. La prima esperienza sul grande schermo per il genio newyorkese non è positiva: nel 1965 scrive la sceneggiatura di “Ciao Pussycat” che però durante le riprese viene abbondantemente stravolta, rivelandosi poi un flop di critica e pubblico.

Nel 1969 gira con mezzi davvero limitati “Prendi i soldi e scappa” che è una parodia dei reportage televisivi di cronaca nera. D’altronde Allen conosce molto bene la televisione, visto che è diventato un autore stimato e ricercato già da adolescente. Poco dopo, come ci racconta sempre nella sua autobiografia, scrive la commedia teatrale “Provaci ancora Sam” per puro divertimento. Grazie al suo genio e alla sua interpretazione, insieme a quella di Diane Keaton e Tony Roberts, da piccola rappresentazione off-Broadway la commedia sbanca in pochi mesi al botteghino.

Il cinema torna ad interessarsi di Allen che però scrive una sceneggiatura “intoccabile”. A dirigere il film viene chiamato un grande artigiano della macchina da presa come Herbert Ross – autore di pellicole come “La soluzione sette per cento“, “California Suite” o “Quel giardino di aranci fatti in casa” – dal quale Allen imparerà i primi trucchi del mestiere.

Il naufragio del matrimonio di Sam, i suoi disperati e patetici tentativi di “tornare sulla piazza” e la sua fugace avventura con Linda (Diane Keaton) moglie del suo migliore amico Dick (Tony Roberts), ma soprattutto i consigli a base di whisky, ceffoni e baci del grande Humprey Bogart (interpretato da Jerry Lacy) sono ormai storia del cinema. A distanza di cinquant’anni nessuna delle strepitose battute del film ha perso il suo smalto o la forza ironica.

Il successo internazionale del film – nel nostro Paese la distribuzione di “Prendi i soldi e scappa” avviene solo poche settimane prima dell’uscita di “Provaci ancora Sam” – gli apre definitivamente le porte del mondo del cinema.

Da ricordare, nella nostra versione, oltre al “solito” magistrale doppiaggio dello stesso Allen da parte di Oreste Lionello, quello di Lacy nei panni di Bogart da parte di Paolo Ferrari, davvero due grandi ed indimenticabili artisti.

Da vedere e rivedere ad intervalli regolari.

“Oggi sposi: sentite condoglianze” di Melville Shavelson

(USA, 1972)

James Thurber (1894-1961) è stato uno dei collaboratori più rilevanti de “The New Yorker”. Ha iniziato come giornalista per poi scrivere racconti e vignette satiriche. Dalle sue opere sono state tratte molte commedie brillanti come “L’uomo questo dominatore” di Elliot Nugent del 1942, “Sogni proibiti ” con Danny Kaye e diretto da Norman Z. McLeod del 1947,”La battaglia dei sessi” di Charles Crichton nel 1960, o “I sogni segreti di Walter Mitty” diretto da Ben Stiller nel 2013.

L’argomento preferito da Thruber era quindi il rapporto, sempre assai complicato e burrascoso, fra donne e uomini. Dai suoi scritti, e soprattutto dalle sue vignette, è ispirato questo film.

Peter Wilson (un bravissimo, come sempre, Jack Lemmon) è un vignettista misantropo e solitario che vive orgogliosamente da scapolo impenitente. Ha raggiunto la mezza età senza mai scivolare nella “trappola” di un matrimonio, cosa che lo rende orgogliosamente fiero.

Da bambino, però, Peter ha avuto un incidente che gli ha causato la perdita dell’occhio sinistro. Col passare degli anni e, soprattutto a causa della sua totale noncuranza, anche l’occhio destro ha cominciato a dargli problemi. E quando decide di rivolgersi ad uno specialista scopre che forse è troppo tardi. Il medico, infatti, gli rivela che l’unica possibilità che ha di mantenere la vista, o almeno una parte di essa, è una complicata e rischiosa operazione.

Proprio uscendo dallo studio dell’oculista Peter si imbatte in Terry Kozlenko (Barbara Harris) agente editoriale di una nota casa editrice newyorkese. Anche se Terry è divorziata con tre figli poco meno che adolescenti a carico ed un cane piccolo ma molto rumoroso, Peter non può evitare di innamorarsi di lei. Ma il giorno delle loro nozze piomba alla cerimonia Stephen Kozlenko (Jason Robards) diametralmente opposto nel bene e nel male a Peter, ex marito di Terry e padre dei suoi figli, nonché fotografo di guerra stimato e premiato in tutto il mondo che…

Per comprendere al meglio quanto questo film riprenda la vita vera di Thurber basta pensare che nella realtà lui stesso, da piccolo e giocando coi suoi fratelli, perse l’occhio sinistro e che col passare degli anni i suoi problemi di vista si fecero sempre più gravi. Ma questo non gli impedì minimamente di osservare il mondo e commentarlo con i suoi scritti e le sue indimenticabili e caustiche vignette.

La sceneggiatura è scritta dallo stesso Melville Shavelson assieme a Danny Arnold che insieme, solo qualche anno prima, collaborarono alla storica serie televisiva “Il fantastico mondo di Mr. Monroe”, anch’essa ispirata alle opere di Thurber, creata da Shavelson, e il cui protagonista è un vignettista che quotidianamente è vittima della sua numerosa famiglia alla quale riesce a sopravvivere grazie solo ai suoi disegni.

“L’ultimo turno” di Andrew Cohn

(USA, 2020)

Stanley (un bravissimo Richard Jenkins) è a un solo weekend dalla pensione, dopo 38 anni passati a gestire, nel turno di notte, il piccolo fast food drive-in nella periferia di Albion, una cittadina dello stato del Michigan.

Prima di ricevere il suo assegno di trattamento fine rapporto, la proprietaria del fast food lo obbliga a formare, in un paio di turni, Jevon (un altrettanto bravo Shane Paul McGhie) il suo giovane sostituto. Se la situazione personale di Stanley è patetica e solitaria, single e con pochissimi soldi da parte che forse gli consentiranno di raggiungere sua madre ospite in una casa di risposo in Florida; quella di Jevon anche se diversa è altrettanto drammatica.

E’ stato arrestato e condannato per aver imbrattato un monumento pubblico, e i servizi sociali vista la sua età gli hanno offerto la possibilità di scontare gli ultimi dieci mesi di condanna in libertà vigilata.

Jevon ha un figlio di pochissimi anni avuto con una sua compagna di classe che, come lui, ha dovuto abbandonare l’idea di frequentare un college, ed insieme vivono a casa di sua madre. Al liceo Javon scriveva per il giornale scolastico, ed il suo sogno era quello di diventare uno scrittore. Ma il suo carattere indomito e facilmente polemico, unito al fatto di appartenere alla comunità afroamericana, gli hanno creato sempre molti problemi.

I due, che sembrano diametralmente opposti, si scontrano e incontrano davanti alle piastre degli hamburger, e l’influenza di Javon porterà il remissivo e ubbidiente Stanley, per la prima volta in vita sua, a reagire. Ma, ahimè, reagirà alla Stanley…

Questa deliziosa e amara pellicola ci pennella, con uno stile limpido e crudo, un ritratto della provincia americana. Quella provincia che il maestro Stephen King sa raccontare come pochi altri. I recenti tragici avvenimenti legati alla proclamazione di Joe Biden a Presidente Eletto hanno drammaticamente mostrato al mondo le netta frattura sociale e culturale insita negli Stati Uniti.

Probabilmente l’immagine che il mondo ha del Paese è legata maggiormente alla vita sociale e culturale delle grandi metropoli come New York, Los Angeles, Chicago, ecc.. Ma dalle urne delle scorse elezioni presidenziali è uscito appunto un Paese diviso nettamente a metà, e lo studio specifico del voto ha evidenziato proprio la netta differenza fra i grandi centri urbani e la sconfinata provincia.

Scritto e diretto dallo stesso Cohn, “L’ultimo turno” ci aiuta a comprendere meglio questa profonda spaccatura. Da ricordare nel cast anche Ed O’Neill, già patriarca nella strepitosa serie “Modern Family“.

“La donna elettrica” di Benedikt Erlingsson

(Islanda/Francia/Ucraina, 2018)

Halla (una bravissima Halldóra Geirharðsdóttir) è un’inappuntabile insegnante di coro che vive e lavora a Reykjavík. A quasi cinquant’anni è single e conduce una vita apparentemente placida e tranquilla.

Ma in realtà Halla è una implacabile eco-terrorista che boicotta le grandi linee elettriche che attraversano la sua immensa terra, l’Islanda. Halla, infatti, non sopporta più che le varie multinazionali sfruttino e saccheggino il suolo e il sottosuolo del suo Paese, e clandestinamente compie atti di sabotaggio con arco e frecce, cesoie e frullino.

Neanche la sua gemella Ása (interpretata sempre magistralmente dalla stessa Geirharðsdóttir) è a conoscenza della sua attività clandestina. Solo il suo allievo del coro Baldvin lo sa, perché ne condivide gli ideali nonostante sia nella staff del Primo Ministro islandese, cosa che facilita i sabotaggi della donna. Sabotaggi che però finiscono per indispettire tutti i livelli politici ed economici del Paese che iniziano a darle sempre più ferocemente la caccia. Ma…

Scritta dallo stesso Benedikt Erlingsson insieme a Ólafur Egilsson, questa deliziosa pellicola ci ricorda che esistono numerosi modi per combattere le proprie battaglie, soprattutto quelle più giuste. Alcuni molto ortodossi, altri drammaticamente meno. E ci racconta come alla fine Halla, nonostante tutto, scelga di lottare per il futuro del nostro Pianeta attraverso uno dei modi più importanti, estremamente difficile certo, ma al tempo stesso fra i più efficaci e inesorabili che esistano.

Da vedere.

“Dililì a Parigi” di Michel Ocelot

(Francia/Belgio/Germania, 2018)

Michel Ocelot, già autore di ottimi lungometraggi animati come “Kirikù e la strega Karabà”, “Azur e Asmar” o “Principi e principesse”, realizza un altro splendido film d’animazione.

Siamo a Parigi alla fine del ‘800. La piccola Dililì “lavora” come comparsa presso il finto villaggio canaco ricostruito, per il mero divertimento dei passanti, in un giardino pubblico della capitale francese.

Il giovane garzone Orel decide di fare amicizia con la piccola che gli racconta la sua storia. E’ figlia di un francese e di una canaca – come venivano chiamati gli abitanti autoctoni della Nuova Caledonia – e per colpa della sua pelle “troppo chiara”, nel suo Paese d’origine veniva sempre rimproverata. Morti i suoi genitori la piccola Dililì ha deciso di venire in Francia, la terra di suo padre, dove però la rimproverano sempre a causa della sua pelle “troppo scura”.

I due ragazzi legano subito e Orel decide di portarla in giro con lui durante le consegne, sulla sua tricicletta. Ma proprio in quei giorni Parigi è sotto l’incubo dei cosiddetti Maschi Maestri. Un gruppo feroce e clandestino che compie rapine e rapisce giovani e bambine lasciando sempre un messaggio: “I Maschi Maestri raddrizzeranno Parigi!”.

Grazie però al coraggio di Dililì e Orel, che sulla loro strada incroceranno le menti più brillanti e geniali dell’epoca, l’atroce complotto verrà sventato. Complotto che mirava a rendere le donne succubi e schiave materialmente e moralmente degli uomini. Ma…

Ocelot firma la sua ennesima opera indimenticabile con la storia che si fonde in maniera sublime sia alle splendide immagini che alla notevole colonna sonora.

Ci sono molti modi per insegnare alle nuove generazioni – e non solo… – il senso di equità e di civiltà, e quando sono belli e divertenti come questo film, valgono il doppio!

Da vedere.

“Gratis” di Merijn Scholte-Albers e Tobias Smeets

(Olanda, 2016)

Ci sono molti modi per ritrarre un rapporto sentimentale, soprattutto al cinema. Ma non tutti sono efficaci, divertenti e malinconici come quello usato dai due giovani cineasti olandesi Merijn Scholte-Albers e Tobias Smeets in questo cortometraggio del 2016.

Ruud e Els sono una coppia di mezza età consolidata da anni, che forse sta insieme ormai più per abitudine che per altro. L’apice della loro settimana è quando Rudd, andando a fare la spesa nel loro solito supermercato è il 100.000esimo cliente e per questo avrà diritto a mettere tutto quello che vuole nel proprio carrello in un minuto.

Els cerca di preparare strategicamente Ruud, che però, ad ogni prova entra sempre più nel pallone. Il giorno del loro premio, davanti alle telecamere delle televisione e sulla musica di una banda chiamata apposta per festeggiare l’evento, la coppia scopre che la prova non prevede il classico carrello, ma il più piccolo e meno ampio cestino di plastica.

Rudd, sconvolto, si tira indietro e allora Els prende in mano la situazione e anche il cestino di plastica…

10 minuti di divertente e malinconico cinema minimalista dall’aspro sapore della più classica commedia all’italiana.

“Il giardino segreto” di Marc Munden

(UK/Francia/USA/Rep. Pop. Cinese, 2020)

E’ disponibile su Prime Video e in dvd il nuovo adattamento cinematografico dello storico romanzo di Frances Hodgson Burnett “Il giardino segreto“.

A scrivere l’ottima sceneggiatura è Jack Thorne, lo stesso autore di quelle di pellicole come “Radiocative” e “Enola Holmes“, che aggiorna il romanzo originale apportando alcune modifiche sostanziali.

L’azione si svolge nel 1947, poco dopo la fine del secondo conflitto planetario, proprio mentre si sta verificando la drammatica separazione fra l’India, il Pakistan Orientale e quello Occidentale. La piccola Mary (una bravissima Dixie Egerickx) rimane sola e abbandonata nella sua grande tenuta in India, dopo che i suoi genitori sono morti di colera in poche ore.

Una volta trovata dai militari britannici, la piccola viene spedita dall’unico parente in vita, il signor Archibald Craven (Colin Firth) cognato di sua madre. L’arrivo in Inghilterra e soprattutto quello presso la tenuta Craven è davvero molto freddo e duro. Ad attendere la piccola infatti c’è solo la governante, signora Medlock (Julie Walters) che in maniera assai brusca e altera la porta nella camera che le è stata destinata. E soprattutto la diffida nel guardare negli occhi il signor Craven e soprattutto la deformazione di cui è vittima, quando lo incontrerà.

Il padrone di casa è afflitto, infatti, da una deformazione del torace dovuta ad alterazioni ipercifotiche della colonna vertebrale, che volgarmente molti chiamano “gobba”. Naturalmente il carattere viziato e arrogante di Mary la portano, al loro primo incontro, non solo a guardare negli occhi suo zio ma ad osservare con attenzione la sua escrescenza sulle spalle.

Il clima nella casa è molto triste e algido perché il padrone di casa non si è mai ripreso dalla morte della moglie – sorella della madre di Mary – avvenuta a causa di una grave malattia qualche anno prima. E la sua enorme magione sembra essere rimasta congelata ai quei giorni tristi.

La notte Mary sente dei lontani e misteriosi lamenti che tutti però, a partire dalla indisponente signora Madlock, imputano al fischiare del vento. Ma la piccola scopre che invece sono i lamenti di Colin, il figlio del signor Craven, suo coetaneo e quindi anche suo cugino. Il piccolo è costretto a letto da una misteriosa quando terribile malattia…

Grazie alla bravura di Thorne e a quella di un cast davvero di primo livello – fra cui spicca il sempre bravo Colin Firth che nonostante i suoi quasi 190 centimetri di altezza rendere credibile la sua deformità – riviviamo al meglio uno dei romanzi per ragazzi più famosi di sempre.

Da vedere.

“Soul” di Pete Docter e Kemp Powers

(USA, 2020)

“Un giovane pesce si rivolge ad un pesce anziano chiedendogli: io cerco l’oceano, puoi aiutarmi? Allora il pesce anziano risponde: l’oceano è quello dove siamo adesso. E il giovane pesce ribatte perplesso: ma questa è solo acqua…”

Su questa breve ma intesa storiella si basa l’ultima fatica della geniale Pixar, da oggi disponibile su Disney+, e diretta dal premio Oscar Pete Docter – autore di capolavori come “Monster & Co”, “Up” o “Inside Out” – assieme a Kemp Powers.

Siamo a New York e Joe Garner (nella nostra versione doppiato superbamente da Neri Marcorè) è un jazzista che ancora non ha avuto la sua grande occasione. Paga affitto e bollette insegnando musica in una scuola media, ma grazie soprattutto agli aiuti economici di sua madre che possiede una piccola sartoria.

Grazie ad un suo ex allievo riesce incredibilmente ad ottenere un provino per il quartetto di Dorothea Williams, una delle più grandi sassofoniste jazz in circolazione. Poco dopo aver ottenuto il posto come pianista Joe, tornando a casa per preparasi al concerto serale, cade in un tombino.

La sua anima si risveglia sulla rampa che porta nel definitivo al di là. Ma per Joe il jazz vale più di ogni altra cosa e così è disposto a rompere le regole per di tornare a tutti i costi nel suo corpo sulla Terra per poter suonare insieme a Dorothea. Per questo incapperà in 22, un anima del pre-mondo che da secoli fa di tutto pur di non andare sulla Terra…

Deliziosa riflessione sul senso della vita e su come ognuno di noi dovrebbe vivere il tempo che gli viene concesso su questo mondo. Con accenni e metafore che ricordano molto “Inside Out”, la Pixar ci fa fare un nuovo e indimenticabile viaggio dentro noi stessi.

Scritto dagli stessi Docter e Powers assieme a Mike Jones, e con la collaborazione ai dialoghi di Tina Fey – che nella versione originale doppia 22 che nella nostra ha invece la voce della sempre brava Paola Cortellesi – quest’ultimo lungometraggio animato della Pixar merita di essere visto.

“Le piace Brahms?” di Anatole Litvak

(Francia/USA, 1961)

Françoise Sagan (al secolo Françoise Quoirez) nel 1955, a soli 19 anni, pubblicando il suo primo romanzo “Buongiorno tristezza” diventa una delle scrittrici più famose d’Europa e una delle rappresentati di punta del movimento letterario degli “Ussari”. Nel 1959 pubblica il suo quarto romanzo “Le piace Brahms?” che due anni dopo il regista Anatole Litvak porta sullo schermo con protagonista una splendida Ingrid Bergman.

Paula Tessier (la Bergman) è un’arredatrice di discreto successo a Parigi. Dopo il fallimento del suo primo matrimonio e compiuti da poco i quarant’anni, frequenta stabilmente l’industriale Roger Damarest (Yves Montand). Il loro rapporto è apparentemente completo, anche se vivono in case differenti. Ma in realtà a rinunciare a molte cose è soprattutto Paula, visto che a Roger non dispiace una certa indipendenza che gli permette frequenti scappatelle, anche di qualche giorno, con giovani ragazze che comunque per lui “…non significano niente”.

Roger riesce sistematicamente ad evitare di parlare di matrimonio; e anche la sera del loro quinto anniversario Paula la passa da sola a casa vista l’improvvisa e improcrastinabile riunione di lavoro di Roger.

Le cose si stravolgono quando Paula viene chiamata ad arredare l’appartamento appena acquistato dalla Signora Van Der Besh (Jessie Royce Landis), una ricca vedova americana da poco stabilitasi nella capitale francese. E proprio durante gli incontri con la sua cliente Paula conosce Philip (Anthony Perkins), il figlio venticinquenne e molto viziato della Van Der Besh.

Il giovane si innamora subito di Paula che però all’inizio cerca in ogni modo di dissuaderlo. Quando Roger l’abbandona per l’ennesima volta per passare il weekend con una sua giovane conquista, la donna cede alla corte di Philip ed inizia con lui una vera e propria relazione.

Relazione che però fa scandalo visti gli abbondanti quindici anni di differenza fra i due, al contrario dei flirt che consuma Roger con ragazze che spesso hanno ben oltre quindici anni di meno. A Philip non importa di che cosa pensi la gente di loro, si è innamorato corrisposto e questa è l’unica cosa che conta. Paula invece non riesce a sopportare più le occhiate di biasimo che ormai riceve da tutti, e quando Roger le implora di tornare con lui e sposarlo accetta…

Questa pellicola, che non è priva di qualche stereotipo sentimentale, oggi apparentemente potrebbe far sorridere. Può sembrare ridicolo che una donna non riesca a tollerare l’ostracismo che le impone la società se è single e sceglie di frequentare un uomo molto più giovane di lei. Ci sono persino rampanti – e spesso volgari… – definizioni come “cougar” o “milf” che identificano donne che frequentano uomini più giovani. Ma allora perché paritarie determinazioni lessicali, o gergali, non esistono per i signori uomini che frequentano donne giovani o molto più giovani di loro?

Perché, potrebbe rispondere qualcuno, è più “normale!” …E allora questo ci film fa sorridere un pò meno e riflettere un pochino di più. Perché Paula Tessier certo non è vittima di feroci violenze fisiche da parte del suo compagno (come lo sono ancora troppe donne anche nel nostro Paese) ma è preda indifesa del basso, subdolo e micidiale perbenismo – che troppo spesso cela anche il più misero maschilismo – della società che vede una donna senza un uomo accanto priva di ogni ruolo o identità sociale.

Sono passati sessant’anni dalla realizzazione di questo film e le cose fortunatamente sono cambiate, ma ancora non del tutto, soprattutto nella testa di sempre troppe persone.

Da ricordare oltre all’interpretazione della Bergman anche quella di Perkins che viene premiato al Festival di Cannes e con il Donatello per la migliore interpretazione maschile.

“Eva contro Eva” di Joseph L. Mankiewicz

(USA, 1950)

Nel 1949, negli Stati Uniti, andò in onda un adattamento radiofonico del racconto “The Wisdom of Eve” di Mary Orr. Alcune fonti indicano che la Orr, per scrivere il racconto, si sia ispirata al rapporto “controverso” fra la nota attrice viennese Elisabeth Bergner e la sua segretaria. Altre indicano invece come ispiratrici le attrici americane Tallulah Bankhead e Lizabeth Scott, che in quel periodo era la sua sostituta.

Con rapporto “controverso” le cronache del tempo si riferivano non solo all’ascendente che una delle due attrici aveva sull’altra, ma anche – ovviamente indirettamente perché la censura e il meschino perbenismo dell’epoca non lo consentivano – alla loro omosessualità. Se la Bankhead poco si curava di dissimulare i propri gusti sessuali, tanto da ostentare il flirt con la grande Billie Holiday, alla Scott il solo accenno sulla stampa ai suoi presunti orientamenti sessuali, sostenuti esclusivamente dal fatto di non essere mai convolata a nozze, costò di fatto la carriera.

Il geniale Joseph L. Mankiewicz prende spunto dal programma radiofonico per scrivere e dirigere uno dei migliori film di Hollywood sul mondo dello spettacolo e sulle micidiali ipocrisie che lo circondano, soprattutto quelle legate alle donne.

Ci troviamo così alla cena di gala che precede la consegna del più ambito premio teatrale americano. A ritirarlo sarà la nuova stella nascente del palcoscenico: Eva Harrington (Anne Baxter). La voce fuoricampo di Karen Richards (Celeste Holm) ci parla di alcuni dei commensali presenti fra cui spiccano la grande e “matura” attrice Margo Channing (una splendida Bette Davis) suo marito il regista Bill Sampson (Gary Merrill marito anche nella realtà della Davis), il drammaturgo Lloyd Richards (Hugh Marlowe) marito della stessa Karen, e l’implacabile critico teatrale Addison DeWitt (un sempre bravo arrogante e antipatico George Sanders).

Tutti applaudono la giovane attrice, ma solo un anno prima, ci dice in maniera confidenziale Karen, la Harrington era una sconosciuta che aspettava per ore sotto la pioggia davanti all’ingresso del palcoscenico, solo per intravedere la Channing. E fu la stessa Karen a portarla quasi a forza nel camerino della sua amica Margo.

Da umile fan Eva Harrington, grazie al suo acume e soprattutto alla sua marmorea volontà, diventa prima segretaria della Channing e poi sua sostituta in teatro fino a quando, la stessa Karen…

Tutto quello che sappiamo di Eva (il titolo originale di questa pellicola è infatti “All About Eve”) ci fa capire bene cosa significa voler diventare un’attrice di successo in un mondo di uomini potenti e spesso arroganti che dettano le regole. Perché Mankiewicz ce lo ricorda con tagliente lucidità che il mondo del teatro – così come quello del cinema – è totalmente in mano agli uomini. E le donne che spiccano possedendo il fuoco sacro della recitazione non possono, anche volendo, sottrarsi ai mille compromessi che i signori colleghi maschi impongono loro. Regole che incastonano le donne anche in splendide cornici d’oro, ma sempre e comunque fino a dove le permettono gli uomini.

Per la chicca: piccolo cameo per la splendida Marilyn Monroe che interpreta una giovane e avvenente attrice in cerca di un produttore generoso.

Una pietra miliare del cinema.