“Detour” di Egdar G. Ulmer

(USA, 1945)

Edgar G. Ulmer è stato uno dei più importanti e laboriosi scenografi che abbia avuto il cinema mondiale dai suoi albori alla fine degli anni Sessanta. Nato a Olomouc, attuale Repubblica Ceca, Ulmer inizia giovanissimo a collaborare alle scenografie di spettacoli teatrali e film che si realizzano nel centro Europa, legati a filo doppio con l’espressionismo tedesco che in quel momento illumina la cultura mondiale.

A metà degli anni Venti sbarca a Hollywood e collabora con Friedrich Wilhelm Murnau. Dopo una parentesi in Germania, torna a Hollywood dove inizia a dirigere quelli che poco dopo saranno chiamati B-movie, ma che segneranno profondamente la cultura popolare americana, come “The Black Cat” del 1933, con Borsi Karloff e Bela Lugosi.

Così, con un enorme esperienza e un occhio da vero artista, Ulmer nel 1945 gira “Detour”, tratto dal romanzo di Martin Goldsmith, che ne scrive anche la sceneggiatura,

“Detour” è uno dei film più significativi del grande cinema noir americano anni Quaranta (tanto da essere inserito nella lista delle pellicole conservate nella Biblioteca del Senato degli Stati Uniti), nonostante sia stato girato in soli 6 giorni, a bassissimo costo, e con un cast artistico totalmente sconosciuto.

Con cupe atmosfere kafkiane e una narrazione circolare, “Detour” ci racconta gli eventi incredibili e tragicamente assurdi di Al Roberts (Tom Neal), giovane pianista di night club newyorkesi che vuole semplicemente raggiungere e sposare la sua fidanzata Sue, la quale si è trasferita a Los Angeles qualche settimana prima per cercare fortuna come cantante.

Ma nelle tasche di Al ci sono solo pochi spicci, e così l’uomo è costretto a fare l’autostop per raggiungere la West Coast. E proprio un passaggio offertogli dall’allibratore Charles Haskell Jr. cambierà per sempre la sua esistenza. Sulla sua strada poi arriverà Vera (Ann Savage), una Dark Lady da antologia.

Davvero un piccolo gioiello in bianco e nero che ci trascina sospesi e increduli fino alla fine, fotogramma dopo fotogramma.

Fra gli estimatori e riscopritori dell’arte cinematografica di Ulmer ci sono, solo per dirne alcuni, il grande Francois Truffaut e Martin Scorsese.

“Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento” di Hiromasa Yonebayashi

(Giappone, 2010)

Come molte altre opere realizzate dallo Studio Ghibli, questa nasce da una delle letture giovanili del maestro Hayao Miyazaki, e si ispira al romanzo per ragazzi “The Borrowers”, scritto dall’inglese Mary Norton nel 1952.

La giovane prendinprestito Arrietty compie quattordici anni e finalmente potrà andare “a caccia” di oggetti utili con suo padre Pod. Perché i prendinprestito sono una particolare specie di gnomi – alti pochi centrimetri – che vivono nei pressi delle case degli esseri umani dai quali rubano piccoli oggetti “dimenticati”, che poi usano e riadattano in relazione alle loro “piccole” esigenze.

Arrietty è nata e cresciuta sola con il padre e la madre, che le raccontato spesso come una volta la villa di campagna che abitano ospitasse altre famiglie di prendinprestito che ora però, probabilmente a causa della curiosità e della crudeltà degli esseri umani, sono sparite.

Ma nella grande casa sotto la quale abita Arrietty con la sua famiglia, arriva il giovane Shò, un essere umano coetaneo della prendimprestito, che passa lì le settimane prima un importante intervento chirurgico al cuore.

Nonostante le differenze insormontabili, fra i due nascerà un sentimento che entrambi si porteranno dietro per il resto della loro esistenza.

Diretto da Hiromasa Yonebayashi – regista poi di “Quando c’era Marnie” e “Mary e il fiore della strega” e che sembra ormai l’erede del maestro Miyazaki – questo film ci parla della prima storia d’amore platonica e impossibile nella vita di due giovani, così diversi e così simili, così come siamo tutti noi.

Bellissimo.

 

Per la chicca: nel 1997 Peter Hewitt dirige “I rubacchiotti” con John Goodman, e ispirato allo stesso romanzo della Norton.

“Darling” di John Schlesinger

(UK, 1965)

In piena “swinging London” John Schlesinger ci regala un ritratto di donna, che segnerà un’epoca. Il volto e le forme della protagonista sono quelle splendide di Julie Christie, che con questa pellicola viene definitavamente consacrata a star internazionale.

Diana Scott (la Christie) è una giovane e bellissima donna. Questa sua avvenenza sembra darle una libertà speciale, soprattutto con gli uomini. Ma alla fine sarà proprio il suo aspetto a rinchiuderla per sembre in una gabbia dorata.

Diana Scott è un simbolo molto efficace della storia della donna negli anni Sessanta, anni in cui tutto sembrava possibile, anche che le donne avessero gli stessi diritti degli uomini.

Ma la società non era evidentemente pronta (…e oggi lo è?), e così una donna come la Scott non potendo essere “addomesticata” con le cattive – visto che la sua bellezza faceva parte integrante dei piaceri degli uomini – viene alla fine addomesticata con le “buone”…

Splendida pellicola, fra i pilastri del miglior cinema inglese di sempre, con una Julie Christie mozzafiato e una grande interpretazione di Dirk Bogarde.

Vincitore di tre Oscar, fra cui quello per la miglior sceneggiatura originale.

“Diritto di cronaca” di Sidney Pollack

(USA, 1981)

Prodotto e diretto dal maestro Sidney Pollack, e scritto da Kurt Luedtke (che poi collaborerà con Pollack in “La mia Africa”) “Diritto di cronaca” affronta un tema ancora oggi molto caldo: i “limiti” morali del giornalismo.

Il titolo originale “Absence Of Malice” (che si potrebbe tradurre: “In buona fede”) è certamente più indicativo di quello in italiano, che forse colpisce di più il nostro immaginario.

La decisa e rampante giornalista d’assalto Megan Carter (una sempre brava Sally Field) asseconda un pò troppo ingenuamente il procuratore distrettuale di Miami che, non avendo l’ombra di una prova, vuole mettere sotto pressione Michale Gallager (un sempre grande Paul Newman), che gestisce una piccola ditta di stoccaggio al porto.

Le attenzioni del procuratore non sono dovute alla sua attività, ma a suo padre che in vita era notoriamente legato alla criminalità organizzata. Nulla però accomuna ufficialmente le attività di Michael a quelle del padre, ma la “macchina del fango” e delle illazioni, grazie proprio a Megan, parte inesorabile.

Le conseguenze sono devastanti, tanto che la ditta di Gallager cade in una grave crisi, per non parlare poi della sua vita personale. Ma l’uomo non è tipo di arrendersi, e con lo stesso carattere con cui è riuscito a mantenersi a una certa distanza dalle criminali attività del padre, prede in mano la situazione…

Splendida prova d’attore di Newman e della Field, che ci regala sempre grandi ritratti di donne, nel bene e nel male.

Da vedere e far vedere, soprattutto nelle redazioni e nelle scuole di gioralismo.

“Il processo di Frine” di Alessandro Blasetti

(Italia, 1952)

Tratto dall’omonimo racconto di Edoardo Scarfoglio e scritto per il cinema dalla grande Suso Cecchi D’Amico e da Alessandro Blasetti, “Il processo di Frine” è l’ottavo e ultimo episodio del film “Altri tempi – Zibaldone n.1” diretto dallo stesso Blasetti nel 1952.

Voglio parlare di questo episodio, e non di tutto il film, perché nonostante contenga quasi tutta la generazione di attrici e attori che negli anni successivi segneranno il nostro cinema e il nostro teatro, gli altri sette segmenti sono troppo legati ai gusti e alle esigenze di cassetta del momento storico in cui la pellicola uscì nelle sale.

Non a caso Blasetti, grande uomo di cinema, lo mise per ultimo – come dessert… –  e chiamò a recitare il suo vecchio collega, anche lui salito alla ribalta come attore durante il periodo dei cosiddetti “telefoni bianchi”, il maestro Vittorio De Sica.

E in questi pochi minuti di storia del cinema – perché di grande cinema parliamo – , ancora oggi possiamo godere dell’attore De Sica, e comprendere al meglio che maestro del cinema, dietro e davanti alla macchina da presa, era.

Il set è quello che poi prediligerà la grande commedia all’italiana: l’aula di un tribunale. Oltre alla corte canuta e al pubblico rumoroso c’è la popolana Mariantonia Desiderio (già il cognome è tutto un programma…), tanto ingenua quanto prorompente, incarnata – è proprio il caso di dirlo… – da una bellissima e giovanissima Gina Lollobrigida.

Ma soprattutto c’è lui: l’avvocato difensore (d’ufficio), che spesso scorda anche il suo nome, ma che folgorato dalla bellezza della sua protetta enuncerà un’arringa difensiva memorabile, che scatenerà i fragorosi applausi sia del pubblico che della corte.

La recitazione di De Sica, che ironicamente prende in giro i tronfi – e repressi… – burocrati che da dietro la “scudo crociato” criticavano e censuravano i suoi capolavori immortali che tutto il mondo ancora studia, è fatta di sguardi e gesti allusivi così strepitosi da toccare quelli assoluti di Totò. Una recitazione ancora oggi così efficace da essere attualissima.

De Sica, maestro indiscusso del Neorealismo, davanti alla macchina da presa è fra i primi anticipatori della grande commedia. In quegli anni l’Italia era ancora devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, e ancora lacerata materialmente e moralmente, infatti il pericolo di una catastrofica guerra civile era sempre presente.

Ma difendendo la “bona” – in tutti i sensi – Mariantonia Desiderio, De Sica ci ricorda che nella vita, oltre che saper piangere, bisogna anche saper ridere. Strepitoso.

Per la chicca: con questo “Il processo di Frine” nasce ufficialmente il termine “maggiorata fisica” che segnerà i nostri canoni di bellezza per oltre un decennio, e De Sica ce lo scandisce urlando in maniera immortale!

“Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” di Mike Newell

(USA/UK, 2018)

E’ vero che un libro può unire persone lontane e che neanche si conoscono?

La risposta è fin troppo ovvia, ma è sempre bene ricordarla. E così Mike Newell (ottimo artigiano inglese della macchina da presa che ha diretto film come “Quattro matrimoni e un funerale”, “Donnie Brasco””, “Falso tracciato” e “Mona Lisa Smile”) per aiutarci, realizza l’adattamento cinematografico del romanzo “Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” scritto da Mary Ann Shaffer e Annie Barrows, e pubblicato per la prima volta nel 2008.

In una Londra ancora profondamente devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, che si è conclusa solo qualche mese prima, la giovane scrittrice e giornalista Juliet Ashton (Lily James) tenta di risollevare il molare e lo spirito dei suoi connazionali presentando il suo ultimo libro di piccola satira.

Le sue vere ambizioni letterarie però non sono chiare, e così il suo editore e caro amico Sidney Stark cerca in ogni modo di stimolarla. Le cose prendono una piega particolare quando Juliet riceve una strana lettera da parte di un certo Dowsey Adams dall’isola di Guernsey, nel canale della Manica.

Dowsey è in possesso di un vecchio libro di Chalres Lamb, che prima le apparteneva (il suo nome e il suo indirizzo sono ancora scritti a mano sulla prima pagina del volume) e visto che lui è membro del circolo letterario dell’isola “Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” chiede il suo aiuto – visto che lei vive a Londra – per trovare altri libri di Lambs.

Juliet è così colpita dalla lettera che subito iniziata una fitta corrispondenza con lo sconosciuto, corrispondenza che la porterà a decidere di scrivere un articolo sul club per il “Time”. Per farlo, ovviamente, dovrà recarsi nella piccola isola che fino a pochi mesi prima era occupata dalle truppe naziste.

Il viaggio di Juliet sarà così profondo che le permetterà di scoprire una parte di se stessa che prima ignorava o non riusciva a vedere. Proprio come quando si legge un gran bel libro.

 

“Mad Max: Fury Road” di George Miller

(USA/Australia, 2015)

L’australiano George Miller torna dopo trent’anni esatti a dirigere la quarta pellicola della serie “Interceptor”. Il primo, “Interceptor”, risale al 1979 mentre il secondo “Interceptor – Il guerriero della strada” è del 1981, e la terza “Mad Max: oltre la sfera del tuono” del 1985.

Se nei trent’anni di pausa Miller ha spaziato in vari generi cinematografici (ha diretto per esempio “Babe maialino coraggioso” o “Happy Feet” per il quale ha vinto anche l’Oscar come miglior film d’animazione) Miller certo non ha perso la mano, realizzando uno dei migliori action degli ultimi tempi.

In un torrido futuro post apocalittico sopravvive un solitario e spietato Max Rockatansky (un grande Tom Hardy che certo non fa rimpiangere il Mel Gibson delle prime tre pellicole) un ex poliziotto che vive divorato dal senso di colpa per non essere riuscito a salvare la sua famiglia durante la catastrofe.

Mentre con la sua V8 Interceptor vaga per l’infinito deserto che ricopre ormai quasi tutta la Terra, Max viene catturato dai Figli della Guerra, membri di una tribù il che vive arroccata nella Cittadella – un villaggio fortificato costruito su alcune impenetrabili rocce – e il cui capo assoluto è l’anziano e spietato Immortan Joe.

Nonostante Immortan Joe sia padrone assoluto di una grande quantità di acqua sotterranea, che a suo indiscutibile giudizio lesina ai suoi sudditi – proprio per mantenerli tali -, la maggior parte delle nuove generazioni dei Figli della Guerra nasce con gravi malformazioni o terribili malattie.

Max, legato e imbavagliato, viene relegato a ruolo di sacca di sangue: da lui, infatti, alcuni Figli della Guerra possono prendere il sangue necessario a sopravvivere o quanto meno ad avere la forza per affrontare le sanguinose battaglie che pretende Immortan Joe.

Quando la blindocisterna guidata da Furiosa (una tenebrosa e bellissima Charlize Theron con i capelli rasati a zero e senza una mano) diretta a Gas Town per fare il solito rifornimento, devia improvvisamente abbandonando la Fury Road, Immortan Joe scopre che la donna intende fuggire dalla Cittadella assieme alle Cinque Mogli, cinque giovani ragazze che il despota teneva relegate nei suoi appartamenti con l’unico scopo di ottenere un erede maschio finalmente “sano”.

Tutti i guerrieri più forti e feroci accompagnano Immortal Joe all’inseguimento delle fuggitive, e il giovane Figlio della Guerra Nux (Nicholas Hoult), sperando di mettersi in luce, si aggrega alla spedizione portandosi la sua sacca di sangue…

Tostissimo ed esaltante film d’azione, con sequenze davvero mozzafiato, con spunti ironici e geniali che solo Miller sa inventare. Non solo per amanti del genere.

 

“The Meddler” di Lorene Scafaria

(USA, 2015)

Marnie Minervini (una bella, brava e sempre affascinante Susan Sarandon) e da poco rimasta vedova. Suo marito Joy ha provveduto a lei prima di andarsene, e così la donna si è potuta trasferire a Los Angeles in una bell’appartamento, senza alcun problema economico.

Joy le ha lasciato anche una figlia, Lori (Rose Byrne già protagonista dello splendido “La Dea del ’67”) che di lavoro fa la sceneggiatrice. Il rapporto fra le due però non è sereno: l’aiuto che Marnie vuole dare alla figlia, Lori lo vive come una continua ingerenza.

Marnie cerca serenamente di diventare utile a qualcuno e di godersi il resto della sua vita, ma per farlo dovrà affrontare a viso aperto il profondo lutto che le ha lasciato la morte del marito…

Delicata pellicola femminile che ci racconta con leggerezza di una donna, abituata da sempre a dividere la vita con un uomo, nel momento precario e vulnerabile in cui deve imparare a essere sola.

Come sempre, una Susan Sarandon stellare.

“50 primavere” di Blandine Lenoir

(Francia, 2017)

Scritto – tratto da una sua opera – e diretto dalla commediografa, attrice e regista francese Blandine Lenoir, “50 primavere” ci parla di quello che una volta era chiamato, in maniera cruda e volgare, “il cazzotto”: ovvero l’arrivo della menopausa.

La società – e nello specifico parliamo di quella francese, che di certo è più emancipata e meno maschilista di quella italiana… – cerca in ogni modo di ostentare un’imparzialità nel trattamento fra i due sessi, che però ha molti limiti nella vita reale.

Così seguiamo la vita quotidiana di Aurore (una splendida, in tutti i sensi, Agnès Jaoui, già regista de “Il gusto degli altri”) che alle soglie dei cinquant’anni deve affrontare numerose novità.

La prima è l’arrivo implacabile della menopausa con tutti i disagi fisici e morali che essa comporta. Contemporaneamente sua figlia maggiore le comunica di essere incita e quindi a breve Aurore diventerà nonna.

Per “migliorare” il suo umore poi, il proprietario del locale in cui lei da anni fa la cameriera ha venduto tutto a un giovane rampante che, vista la sua “età”, le relega dietro il bancone, facendo girare fra i tavoli le sue colleghe più giovani e – secondo lui – più piacevoli da guardare…

Ma Aurore è una donna, e le donne hanno risorse che noi uomini troppo spesso non riusciamo neanche a immaginare.

Deliziosa commedia al femminile sul tempo che passa e che, oltre alle cose, cambia anche il nostro aspetto interiore ed esteriore. Un inno alla vita, quella di tutti i giorni fatta di mille piccoli dolori e di pochi, ma buoni, grandi piaceri; che forse solo con l’età riusciamo davvero ad apprezzare.

 

 

“All That Jazz” di Bob Fosse

(USA, 1979)

Non sono numerosi i testamenti spirituali di grandi autori cinematografici come questo splendido “All That Jazz” scritto (assieme a Robert Alan Aurthur) e diretto dal grande Bob Fosse.

Per farlo il geniale coreografo/regista americano torna ad ispirarsi – dopo “Le notti di Cabiria” per “Sweet Charity” – al maestro Federico Fellini e al suo “8 e 1/2”. Tutto il resto è la vera vita privata e artistica – che alla fine sembrano proprio inscindibili – dello stesso Fosse.

Joe Gideon (un grande Roy Scheider sempre con la sigaretta in bocca) è in tutto e per tutto l’alter ego di Fosse, e come lui deve mettere su le coreografie e la regia di un nuovo spettacolo musicale a Broadway. Il tutto mentre monta, da ormai parecchi mesi, la sua ultima fatica cinematografica dedicata a un famoso comico americano.

Come succede a Gideon ogni volta, l’impresa sembra impossibile, ma grazie al suo genio alla fine la vetta diventa accessibile. Ma tutto ha un costo, soprattutto quando si abusa indiscriminatamente del proprio corpo e della propria saluta con alcol, droghe, fumo (anche sotto la doccia…) e donne, tante donne.

Fosse non nasconde, anzi palesa, il suo essere Gideon tanto che nel ruolo di Kate, la compagna ufficiale del protagonista, anche lei ballerina e anche lei, come la sua ex moglie, continuamente tradita c’è Ann Reinking, al tempo delle riprese del film vera compagna di Fosse.

C’è il film che Gideon monta, che in tutto e per tutto si riferisce a “Lenny”, girato dallo stesso Fosse nel 1974, e dedicato al grande comico Lenny Bruce. E poi ci sono tutti i lati oscuri dello show business fatti di cavillose assicurazioni, invidie personali e profitti da ottenere.

E poi c’è l’epilogo drammatico della vita di Gideon, che drammaticamente anticipa tutto quello che porterà a quell’infarto fatale che nel 1987 stroncherà nella realtà Bob Fosse a soli 60 anni.

Con numeri coreografici ancora oggi straordinari, e con una crudeltà narrativa che lascia l’amaro in bocca, “All That Jazz” è uno dei più grandi film sul mondo dello spettacolo mai realizzati, che ci rapisce e commuove al pari della splendida “Show Must Go On” dell’immortale Freddy Mercury.