“Soul Kitchen” di Fatih Akın

(Germania/Francia/Italia, 2009)

Zino Kazantsakis (un bravo Adam Bousdoukos) ha comprato nella periferia di Amburgo un vecchio capannone della ferrovia dove ha impiantato il suo ristorante “Soul Kitchen”. La qualità della sua cucina è bassa, basandosi essenzialmente su cibo precotti o surgelati, ma la clientela fissa gli permette di pagare le bollette.

Alla cena per il compleanno della ricca nonna della sua fidanzata Nadine (Pheline Roggan), in uno dei ristoranti più esclusivi della città, Zino assiste al licenziamento in tronco dello chef Shayn (Birol Ünel) superbo in cucina ma pessimo coi clienti.

Intanto suo fratello Illias (Moritz Bleibtreu) ladro incallito, chiede a Zino un posto ufficiale per mantenere la libertà vigilata. Nadine viene mandata dalla testata per la quale lavora in Cina, dove Zeno vorrebbe seguirla, ma non sa a chi affidare il ristorante che, dopo l’arrivo di Shayn dietro ai fornelli e alla musica dal vivo che viene suonata tutte le sere nel locale, riscuote un incredibile successo. Ma…

Scritta dallo stesso Faith Akin assieme ad Adam Bousdoukos, questa pellicola ci parla in maniera deliziosa delle coincidenze, e di quanto queste, nel bene e purtroppo anche nel male ci cambino l’esistenza.

Da ricordare anche la bellissima colonna sonora che ricorda quello che amava dire il grande Gioacchino Rossini: “Il cibo è per il corpo quella che la musica è per l’anima”.

La pellicola vince il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria alla 66esima Mostra del Cinema di Venezia.

“Buñuel nel labirinto delle tartarughe” di Salvador Simó

(Spagna/Olanda/Germania/USA, 2018)

Nel dicembre del 1933 Luis Buñuel proietta il documentario – l’unico realizzato nella sua carriera – “Terra senza pane”, che fotografa in maniera cruda e desolante la vita a Las Hurdes, una delle località contadine più povere delle Spagna. La quasi totale mancanza di igiene, cure e mezzi di prima necessità rende la vita degli abitanti misera, senza speranza, e preda di malattie, menomazioni e infezioni mortali.

Le immagini sono terribili e sconvolgenti, tanto da portare la neonata Repubblica Spagnola a censurarlo, anche se poi, a partire dal 1936 con lo scoppio della Guerra Civile – inserito il sonoro con una voce narrante e la sinfonia n.4 di J. Brahms come commento musicale – la pellicola verrà usata come propaganda contro il regime del generalissimo Franco.

Ma la genesi e la realizzazione di questi circa 30 minuti di documentario sono incredibili. Perché dopo la proiezione a Parigi di “L’Age d’Or” e le relative feroci proteste della parte più reazionaria e cattolica della società legata alla Santa Sede, Buñuel è vittima di un terribile isolamento che di fatto sembra chiudere definitivamente la sua carriera di cineasta.

Fra coloro che gli voltano le spalle c’è anche il suo (ex) amico e stretto collaboratore nelle prime due pellicole – “L’Age d’Or” appunto, e la precedente “Un cane andaluso” – Salvador Dalì.

Ma sarà un altro amico del regista a cambiare le sue sorti e quelle del cinema, l’operaio anarchico Ramòn Acìn che, vincendo alla lotteria natalizia, decide di finanziare il film sperando di aiutare la popolazione di Las Hurdes. Poco dopo lo stesso Acìn verrà isolato dalla cultura ufficiale della Repubblica Spagnola e poi fucilato, insieme alla moglie, dai militari di Franco.

Tratto dal graphic novel “Buñuel en el laberinto de las tortugas” dello spagnolo Fermín Solís (classe 1972) questo bellissimo e multi premiato lungometraggio animato, scritto dallo stesso Simó con Eligio R. Montero, ripercorre la preparazione e la realizzazione del documentario.

Nel film sono inserite alcune immagini originali di “Terra senza pane” – paragonabile sotto alcuni punti di vista al romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” scritto non a caso quasi contemporaneamente da Carlo Levi – alcune davvero molto crude, proprio nella tradizione visiva di uno dei più grandi maestri del cinema, fra i fondatori del movimento surrealista.

Per la chicca: le “tartarughe” sono i tetti piatti fatti in ciottoli delle piccole e anguste case di Las Hurdes, fatte di un unico ambiente dove vivevano insieme gli esseri umani e i loro animali.

“Dietro la maschera” di Peter Bogdanovich

(USA, 1985)

Roy Lee Dennis, detto Rocky per la passione di sua madre per il rock, è stato un ragazzo che all’eta di due anni ha dovuto iniziare a combattere contro la displasia craniodiafisaria, una terribile malattia degenerativa che aumenta in maniera incontrollabile i depositi di calcio sul cranio. Oltre a terrificanti emicranie, gravi problemi con la vista e l’udito, la patologia deforma il cranio e quindi il viso. Ma Rocky scriveva poesie e cercava di vivere la sua vita nella maniera più serena possibile, e cioè fino a dove la malattia e – soprattutto – lo sguardo, l’ignoranza e l’arroganza degli altri glielo permettevano.

Anna Hamilton Phelan, autrice di script per film come “Gorilla nella nebbia” o “Ragazze interrotte”, scrive la sceneggiatura ispirandosi alla vera vita di Rocky. Dietro la MDP c’è Peter Bogdanovich, uno dei grandi artigiani indipendenti americani.

Rocky Dennis (un bravissimo Eric Stoltz) deve cambiare scuola e la cosa lo mette a disagio come sempre. Ma come sempre affronta con grande serenità ogni prova che la vita gli riserva, come la malattia degenerativa che ha colpito il suo cranio rendendoglielo “surreale”, come dice lui stesso.

Sua madre Rusty (una bravissima Cher) se ne occupa e lo difende dalla cattiveria del mondo con le unghie e con i denti, ma il prezzo che deve pagare diventa ogni giorno sempre più alto. Rusty, infatti, è una tossicodipendente, che ama cambiare gli uomini come i propri vestiti. La vera famiglia di Rocky, visto che il padre lo ha abbandonato, sono anche i motociclisti con cui sua madre lo ha sempre portato in giro, fin da piccolo. E sono sempre loro che ogni mattina lo portano a scuola. Scuola dove Rocky è sempre fra i primi della classe.

Con l’arrivo dell’adolescenza – che nessun medico aveva neanche lontanamente sperato – per Rocky arriva anche quello che sua madre ha temuto per anni: il confronto “desolante” con le ragazze. Rusty tenta in ogni modo di salvaguardare il figlio, anche goffamente, ma alla fine Rocky conosce Diana (Laura Dern), una giovane non vedente con la quale allaccia uno stretto rapporto sentimentale. Ma…

Dolorosa e bellissima pellicola che ci parla di sofferenza, amore e tolleranza, soprattutto quella di Rocky che con il cuore grande come il mare, sopporta serenamente la gretta paura e il becero disdegno di chi si ferma sempre e solo sul suo aspetto fisico, vedendolo bigottamente come una colpa.

Oltre alla grande interpretazione di Cher, che venne inspiegabilmente “dimenticata” agli Oscar – anche se le cronache del tempo imputarono tale dimenticanza alla parte più puritana della giuria per il ruolo controverso di Rusty, madre amorosa ma al tempo stesso tossicodipendente e disinvolta mangia uomini – devono essere ricordate anche quelle di Stoltz e della Dern, che giovanissimi riescono davvero a lasciare il segno.

La colonna sonora del film doveva essere centrata sulle canzoni di Bruce Springsteen, cantante molto amato da Rocky, ma la casa di produzione la cambiò. Dopo una lunga causa in tribunale Bogdanovich, nell’edizione Directors’s Cut, ha reinserito quelle di Springsteen.

Per la chicca: nel ruolo della signora che regala un cucciolo di cane a Rocky c’è Anna Hamilton Phelan, l’autrice della sceneggiatura. Mentre in quello di T.J., uno dei motociclisti amici di Rusty, c’è il regista e attore Nick Cassavetes.

Cher vince il premio come migliore interprete femminile al Festival di Cannes dove Bogdanovich è nominato per la Palma d’Oro. Il film si aggiudica l’Oscar come miglior make up.

“Stop a Greenwich Village” di Paul Mazursky

(USA, 1976)

New York 1953, il giovane Larry Lapinsky (Larry Baker) aspirante attore cinematografico, si trasferisce dalla casa dei suoi genitori di Brooklyn, in un appartamento vecchio e trasandato nel Greenwich Village.

Sono solo venti minuti di metropolitana dalla casa paterna, ma sua madre (una bravissima Shelley Winters che interpreta un ruolo molto simile a quello che Monicelli le darà in “Un borghese piccolo piccolo”) vive il trasferimento come un vero e proprio lutto.

Ma Larry vuole fare l’attore e vivere e respirare al “Village” quell’aria da bohemien che si assapora in quell’angolo così particolare della Grande Mela agli inizi degli anni Cinquanta. Insieme alla sua ragazza Sarah (Ellen Greene), frequenta un gruppo di giovani che come lui è in cerca del proprio destino, fra cui spiccano Anita (Lois Smith) e il commediografo Robert (Christopher Walken).

Se il giorno lavora preparando centrifughe vegetali nell’alimentari del signor Herb (Lou Jacobi), la sera Larry frequenta in corso di recitazione, sognando di calcare le scene ed essere il nuovo Marlon Brando. Ma il destino, come spesso accade, ha programmi differenti…

Pellicola autobiografica scritta e diretta da Paul Mazursky (1930-2014) fra i più rilevanti sceneggiatori e registi indipendenti del cinema americano, che ripercorre il periodo precedente al suo trasferimento da New York a Hollywood, proprio in quegli anni. Infatti Mazursky, prima di approdare dietro la macchina da presa ebbe una carriera di attore, e la prima esperienza, il cui provino viene raccontato nel film, fu quella nella pellicola “Paura e desiderio” esordio ufficiale dietro la MDP del grande Stanley Kubrick.

Per la chicca: in una delle scene iniziali appare con i mustacchi e un grande sombrero il giovane e allora sconosciuto Bill Murray che scambia alcune battute con Lenny. Nel ruolo di un giovane attore presuntuoso e arrogante in fila come Larry per fare il provino c’è un’altra stella di Hollywood allora ancora sconosciuta: Jeff Goldblum. Nel ruolo di Bernstein Chandler, invece, uno degli amici di Greenwich Village di Lenny c’è Antonio Fargas che proprio quell’anno inizierà a recitare nei panni del fidato informatore Huggy Bear nella serie cult “Starsky & Hutch”. Serie in cui poi lo stesso Baker interpreterà un episodio.

“La valle dell’Eden” di Elia Kazan

(USA, 1955)

Il 9 marzo del 1955 viene proiettato a New York, in anteprima assoluta, l’adattamento cinematografico del romanzo “La valle dell’Eden” che John Steinbeck ha pubblicato nel ’52.

Dietro la macchina da presa c’è Elia Kazan, mentre a scrivere la sceneggiatura è Paul Osborn. La produzione, una volta acquisiti i diritti del romanzo, decide di portare sul grande schermo solo una parte del bellissimo testo di Steinbeck.

Il film, infatti, narra soprattutto la storia di Caleb Trask, fratello di Aron, e “figlio” – chi ha letto il libro comprenderà bene le virgolette – di Adam e Cathy, tralasciando le vicende antecedenti e parallele che invece Steinbeck narra.

Così, alle soglie dello scoppio del primo grande conflitto mondiale, ci ritroviamo in California fra il centro agricolo di Salinas e la cittadina di Monterey. Il giovane Cal (un indimenticabile James Dean al suo esordio ufficiale davanti alla macchina da presa) non riesce a gestire e soprattutto a comprendere la propria irrequietezza che lo porta spesso ad aggredire rabbiosamente chi gli è vicino, come suo fratello Aron (Richard Davalos) che sembra invece incarnare la bontà e l’altruismo, o suo padre Adam (Raymond Massey) che ha costruito tutta la propria esistenza sulla Bibbia, che legge quotidianamente.

In una bettola, una sera, Cal viene a sapere che, contrariamente a quello che gli è stato sempre raccontato, sua madre Cathy (Jo Van Fleet) è viva, e soprattutto è la tenutaria di uno dei più malfamati bordelli di Monterey.

La notizia è così sconvolgente che Cal si sente sommergere dalle emozioni e il suo primo e irrefrenabile desiderio è quello di correre a conoscerla. Desiderio che travolgerà non solo la sua esistenza, ma anche quella di suo fratello, suo padre e quella della giovane Abra (Julie Harris) fidanza di Aron.

Indimenticabile pellicola con una fotografia e delle immagini che hanno fatto la storia del cinema. Ma soprattutto con un giovane – e allora praticamente sconosciuto – James Dean che stregherà, con il suo fascino e la sua recitazione innovativa, intere generazioni di spettatori.

Quando Marlon Brando e Montgomery Clift rifiutarono il ruolo di Caleb, rimase in lizza un altro giovane attore, un certo …Paul Newman. Fu lo stesso Osborn a proporre invece Dean, che aveva visto in teatro a New York. Dean superò Newman soprattutto per la sua capacità d’improvvisazione. E’ riportato in numerosi articoli dell’epoca la storia delle riprese della scena in cui Adam rifiuta i soldi che suo figlio Cal ha guadagnato per fargliene dono. La sceneggiatura descriveva un Cal furente che urlando al padre “Ti odio!” esce sbattendo la porta. Ma Dean, senza avvertire nessuno, abbracciò Massey, che interpretava Adam, gli sussurrò piangendo la battuta e poi uscì sbattendo la porta.

La sorpresa, vera, di Massey è uno degli elementi che rendono questo film una delle pietre miliari della cinematografia, non solo americana. E ovviamente Kazan si guardò bene da farla rifare. La prematura scomparsa di Dean, se è vero che lo ha reso immortale a soli 24 anni, è vero anche che ci ha privato di un vero e proprio talento.

Il film vince il premio come migliore pellicola drammatica al Festival di Cannes e l’Oscar come miglior attrice non protagonista a Jo Van Fleet. Dean ricevette la candidatura come miglior attore protagonista poco dopo la sua morte, fu la prima volta che venne assegnata postuma ad un attore.

“Barriera invisibile” di Elia Kazan

(USA, 1947)

La Seconda Guerra mondiale è appena terminata e il mondo inizia a raccogliere le sanguinose macerie. Anche le nazioni vincitrici devono fare i conti con il proprio lato oscuro che, volenti o nolenti, il conflitto ha alimentato.

Sulle pagine di “Cosmopolitan” appare il romanzo “Gentleman’s Agreement” della scrittrice newyorkese Laura Z. Hobson che parla della piaga del razzismo, soprattutto quello verso le persone di religione ebraica, che negli Stati Uniti, ma anche in molti altri parti del mondo, affligge la società.

Il produttore Darryl Z. Zanuck decide di portarlo sullo schermo e affida a Moss Hart l’adattamento e a Elia Kazan la regia.

Il giornalista Philip Schuyler Green (Gregory Peck), da poco rimasto vedovo e con il piccolo figlio Tod (Dean Stockwell) da crescere, riceve un’ottima offerta di lavoro da una nota rivista di New York. Fra i primi lavori offertigli c’è un’inchiesta sull’antisemitismo che ha proposto Lucy (Dorothy McGuire) la giovane nipote del direttore, con la quale Green allaccia subito un rapporto particolare.

Green è titubante, perché convinto che il tema sia stato già notevolmente affrontato, ma quando cerca di spiegarlo al figlio Tod, capisce che invece c’è ancora tanto da dire e da narrare. Così accetta l’incarico e vorrebbe mettersi in contatto con David (John Garfield) suo compagno d’infanzia e amico del cuore, di religione ebraica. Da lui certo potrebbe avere idee e suggerimenti, ma David è ancora nelle Forze Armate e parlargli è al momento praticamente impossibile.

Green decide così di farsi passare lui per ebreo, a partire con i colleghi della rivista. Suo malgrado Philip e i suoi cari dovranno affrontare quel subdolo e feroce razzismo che si nasconde nella società…

Pietra miliare della cinematografia mondiale e vero e proprio manifesto contro il razzismo – Green si dichiara palesemente contro anche la discriminazione verso le persone di colore che nel 1947, negli Stati Uniti, era davvero “poco di moda” – e l’antisionismo in generale. E lo fa attaccando non solo la parte più reazionaria e intollerante della società, ma soprattutto considerando complici tutti coloro che per quieto vivere o per evitare problemi non vi si oppongono palesemente. A partire dalle barzellette sugli ebrei, e per finire agli alberghi che non accettano ebrei fra i loro clienti o alle grandi aziende che non assumono persone con cognomi di chiara provenienza sionista.

Un film immortale e tragicamente attuale, visto che il feroce razzismo – e non solo quello contro le persone di tradizione israelitica – è drammaticamente fin troppo presente nella nostra società.

Poco dopo aver ritirato l’Oscar come miglior regista, Elia Kazan venne investito da quella che poi venne soprannominata la “caccia alle streghe”; e cioè la crociata anticomunista che il senatore McCarthy guidò fra gli studi di Hollywood alla ricerca dei traditori degli Stati Uniti. Come è noto, Kazan fu il primo grande “pentito” del mondo dello spettacolo che abiurò la sua partecipazione alle cosiddette attività antiamericane e denunciò vari colleghi, fra registi, produttori e attori, pur di continuare a fare il suo lavoro. Cosa che ebbe strascichi per il resto della sua vita, tanto che nel 1999 quando gli venne consegnato l’Oscar alla carriera, alcuni noti divi di Hollywood rimasero seduti e con le braccia conserte mentre altri applaudivano.

Diverso è invece l’epilogo della storia di John Garfield, anche nella vita – come nel film – di tradizione ebraica e che per la sua vicinanza al Partito Comunista venne bandito da Hollywood. Garfield aveva condiviso con Kazan negli anni Trenta il Theater Group, una compagnia d’avanguardia con chiare simpatie sinistrorse. Era un attore di teatro di razza e per questo lo stesso Kazan gli offrì il ruolo di Stanley Kowalski nella prima messa in scena di “Un tram che si chiama desiderio” a Broadway. Ruolo che per il suo rifiuto andò al giovane e sconosciuto Marlon Brando. Quando a causa della “caccia alle streghe” il cinema gli chiuse la porta in faccia, il teatro a New York lo riaccolse con affetto. Ma le accuse di essere un “antiamericano” lo minarono nell’anima e mentre reperiva le prove per dimostrare che le insinuazioni contro di lui erano vergognosamente infondate, Garfield si perse nell’alcol schiacciato dall’infamante inquisizione maccartistica, scomparendo a soli 39 anni in piena solitudine.

“Barriera invisibile” vince, tra altri numerosi premi, tre Oscar: come miglior film, miglior regia e per la migliore attrice non protagonista a Celeste Holm, che interpreta una reporter di moda con cui Green subito lega.

Da far vedere a scuola.

“Cinque pezzi facili” di Bob Rafelson

(USA, 1970)

L’11 settembre del 1970 viene proiettato al New York Film Festival “Cinque pezzi facili”, diretto da Bob Rafelson, che consacra definitivamente Jack Nicholson a stella di prima grandezza del nuovo e indipendente cinema americano, dopo il clamoroso successo dell’anno precedente con “Easy Rider” di Dennis Hooper.

Scritto dallo stesso Rafelson assieme a Carole Eastman, “Cinque pezzi facili” ci racconta la storia di Robert “Bob” Eroica Dupea (Nicholson) che, nato in una famiglia agiata di musicisti classici, preferisce vivere alla giornata cambiando continuamente città, prima che il posto dove vive si “bruci per colpa sua”, come ripete a se stesso.

Mentre lavora come manovale presso alcuni pozzi petroliferi e condivide il proprio letto con Rayette (una bravissima Karen Black che vince il Golden Globe come migliore attrice non protagonista), viene a sapere dalla sorella Partita (Lois Smith) che suo padre, uno dei più noti musicisti della sua generazione, è stato colpito da un colpo apoplettico.

Bob decide di tornare presso la casa paterna, anche se è scappato da lì perché si sentiva pesantemente soffocare, e il suo rapporto col padre era di fatto inesistente. Lui, come i suoi due fratelli Partita e Carl Fidelio (Ralph White) sono dei notevoli musicisti. Ma mentre gli altri sono rimasti a vivere e a suonare col padre, Bob ha abbandonato la musica classica per girovagare e cercare se stesso.

Poco prima di partire Rayette gli comunica di essere incinta, motivo per il quale Bob se la porta con sé nel lungo viaggio verso il nord. All’arrivo lascia la sua compagna in un motel e da solo rientra nella sua vecchia e aristocratica casa natale.

L’unica cosa che non lo opprime è Catherine (Susan Anspach, che poco dopo interpreterà Nancy, l’ex moglie di Sam Felix nel mitico “Provaci ancora Sam”) la compagna di suo fratello Carl, che sembra ricambiare l’interesse…

Vero e proprio cult movie con una scena finale dura e fredda come il clima che si respira in casa Dupea, con un grandissimo Jack Nicholson che impersona, come pochi, il disagio irrisolto di una generazione soffocata da quelle precedenti, e costretta a trovare un posto ben preciso e inquadrato nella società.

Oltre a quelle di Nicholson e della Black, va ricordata anche l’interpretazione di Lois Smith, fra le più grandi attrici comprimarie americane la cui carriera cinematografica inizia con “La valle dell’Eden” di Elia Kazan, passando per film come “Prima di mezzanotte” di Martin Brest, “Green Card – Matrimonio di convenienza” di Peter Weir, “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” di Jon Avnet, “Dead Man Walking – Condannato a morte” di Tim Robbins, “La promessa” di Sean Penn, “Minority Report” di Steven Spielberg, “Hollywoodland” di Allen Coulter, e “Lady Bird” di Greta Gerwig.      

La pellicola viene candidata a quattro premi Oscar: miglior film, migliore sceneggiatura, miglior attore protagonista e miglior attrice non protagonista.  

Per la chicca: il titolo si riferisce ai cinque pezzi di Chopin che Robert, parlando con Catherine, definisce facili.

“Lasciali parlare” di Steven Soderbergh

(USA, 2020)

Alice Hughes (una bravissima Meryl Streep, anche se ormai sembra “ripetitivo” ricordarlo ad ogni sua interpretazione…) è una scrittrice solitaria alle prese col suo ultimo romanzo che ormai da tanto tempo non riesce a terminare, e il cui unico vero legame affettivo è suo nipote, poco più che adolescente, Tyler (Lucas Hedges).

Alice vorrebbe tanto ritirare il premio letterario che le è stato conferito in Gran Bretagna, ma non amando volare, la cosa sembra impossibile. La sua nuova agente Karen (Gemma Chan) – assistente per otto anni della sua storica agente andata da poco in pensione – le propone di attraversare in nave l’Atlantico su una crociera di lusso. La scrittrice accetta, ma a patto di portare con lei in viaggio le sue due vecchie compagne di Università che sente, ma non vede da oltre trent’anni: Susan (Dianne Wiest) e Roberta (Candice Bergen).

Durante la lussuosa crociera Alice, Susan e Roberta, assieme a Tyler e Karen, avranno modo di parlare fra loro e soprattutto con se stessi, come capita a volte in un viaggio dove il percorso diventa forse più importante della meta. Usciranno fuori così vecchi rancori irrisolti e nuove distanze che alla fine riavvicineranno quelli che si sono amati nel profondo.

Scritta da Deborah Eisenberg, questa pellicola intimista diretta da Soderbergh oltre a regalarci le ottime interpretazioni delle tra grandi protagoniste, ci parla di come sia difficile mantenere aperto il dialogo con gli altri, soprattutto con quelli a cui si tiene particolarmente, nonostante si viva e lavori fra le parole, come fa una scrittrice.

Così come Marlon Brando, anche Meryl Streep è sempre lei!

“Character bastardo eccellente” di Mike van Diem

(Olanda, 1997)

La famiglia è il nucleo su cui si basa la società, ma al tempo stesso può essere anche, e purtroppo, la fonte di profondi dolori e ingiustizie. Come capita al giovane Jacob Katadreuffe (Fedja van Huet) che il giorno della sua laurea viene portato sanguinante in questura con l’accusa di aver ucciso il terribile e implacabile Ufficiale Giudiziario Dreverhaven (Jan Decleir, già coprotagonista del bellissimo “L’albero di Antonia”) suo padre naturale.

Con una lunga serie di flashback, nella Rotterdam dei primi decenni del Novecento, ripercorriamo la vita di Jacob figlio di Joba Katadreuffe (Betty Schuurman), che al momento del suo concepimento è al servizio di Dreverhaven. In una notte di eccitamento il suo datore di lavoro se la porta – letteralmente – al letto. Dopo avere la certezza di essere incinta Joba abbandona Dreverhaven, nonostante questo si offra ripetutamente di sposarla. Al piccolo dà il nome di battesimo del padre, che però non intende mai più frequentare.

Jacob cresce considerato da tutti come un vero e proprio “bastardo”, visto che la madre non rivela a nessuno il nome del padre. Padre che però allunga la sua ombra sul piccolo che inizia a educare secondo le sue regole: strozzandolo metaforicamente fino a lasciargli solo un decimo dell’aria da respirare, in modo da renderlo forte e senza scrupoli come lui stesso.

Ma, ovviamente, questo segnerà in maniera profonda e drammatica la vita del giovane, che rinuncerà per ambizione all’amore, e odierà con tutto il proprio essere suo padre…

Tratto dal racconto “Dreverhaven en Katadreuffe” e dal romanzo “Karakter” entrambi di Ferdinand Bordewijk, questo bel film è sceneggiato da Laurens Geels, Ruud van Megen e dallo stesso Mike van Diem, che firma una regia aggressiva e al tempo stesso molto accattivante.

La pellicola vince il premio Oscar come miglior film straniero.

“Luca” di Enrico Casarosa

(USA, 2021)

La Pixar sbarca il Italia con il lungometraggio animato “Luca” diretto da Enrico Casarosa – candidato al premio Oscar 2012 col suo delizioso corto d’animazione “La luna” – che si svolge a Porto Rosso nelle splendide Cinque Terre liguri.

Siamo nell’Italia alle soglie degli anni Sessanta e Luca è un ragazzino che si affaccia all’adolescenza, sentendosi oppresso dai genitori che tentano in ogni modo di censurare sul nascere ogni suo sogno.

Come quello di visitare la superficie… perché Luca è un giovane “mostro” marino che vive nelle profondità del mare. E come i suoi simili è terrorizzato e cacciato dai brutali e feroci essere umani che vivono sulla terra ferma.

Ma grazie all’incontro casuale con Alberto, un altro “mostro” marino adolescente come lui, Luca scoprirà i pregi e soprattutto i difetti dei famigerati umani…

Divertente pellicola, scritta dallo stesso Casarosa assieme a Jesse Andrews, Mike Jones e Simon Stephenson, che ci parla di tolleranza, amore e amicizia come quei geni della Pixar sanno fare.

Unico neo, soprattutto per noi italiani, è lo stereotipo che all’estero – e soprattutto negli Stati Uniti – hanno del nostro Paese e della nostra cultura. Infatti – secondo il film – tutti gli italiani ascoltano ventiquattro ore su ventiquattro la musica lirica (anche gli uomini che lavorano sui pescherecci), non fanno altro che mangiare pasta, e i muri di Porto Rosso sono tappezzati dalle locandine dei film di Federico Fellini. Insomma tutti i cliché che piacciono tanto all’estero tipo: “Pizza, pasta e mandolino”.

Eppure Enrico Casarosa è nato a Genova nel 1970 …sob.

Almeno Giulia, la piccola umana con cui Luca stringe una profonda e sincera amicizia, si chiama di cognome Marcovaldo di immortale calviniana memoria.