“Una faccia piena di pugni” di Ralph Nelson

(USA, 1962)

Rod Serling (1924-1975) è stato uno dei primi grandi autori televisivi americani. E’ stato lui, insieme a pochi altri, a dare al nuovo mezzo di comunicazione di massa quella identità che andava oltre la semplice “ripresa in diretta”.

Fra le sue numerose creazioni, spicca senza dubbio la serie “Ai confini della realtà” andata in onda dal 1959 al 1964 che, oltre a segnare un’epoca, ha inciso l’immaginario di molti adolescenti che poi, nei decenni successivi, sarebbero diventati fra i più importanti cineasti americani, come George Lucas o Steven Spielberg.

Per questo i sui script per il cinema sono assai pochi rispetto all’enorme produzione per il piccolo schermo. Ma quasi tutte le sue sceneggiature sono diventate ottimi film, come per esempio “I giganti uccidono” o questo “Una faccia piena di pugni” che il suo autore aveva scritto in origine per la televisione.

A 37 anni suonati Louis “Macigno” Rivera (uno stratosferico Anthony Quinn) sale sul ring contro il grande Cassius Clay (quello vero). Rivera resiste ben sette round, ma poi crolla sotto i colpi implacabili del suo grande e molto più giovane avversario. Riportato a braccio negli spogliatoi, il medico lo visita ed emette la sentenza: Macigno si riprenderà, ma non potrà mai più boxare, visto che la funzionalità del suo occhio sinistro è quasi compromessa.

Al suo capezzale ci sono Maish il suo manager (un grande Jackie Gleason, in uno dei suoi rari ruoli oscuri) e Army (un altrettanto bravo Mickey Rooney) il suo secondo, ex peso piuma anche lui costretto a smettere anni prima per lo stesso motivo.

Da diciassette anni, infatti, Maish e Army sono l’unica famiglia di Macigno che sul ring ha sempre dato tutto per il suo manager. Ma adesso le cose dovranno cambiare per forza, visto che Louis non potrà mai più combattere. Ripresosi, il boxer – o meglio l’ex boxer – si reca all’ufficio di collocamento per trovarsi un nuovo lavoro ed incappa in Miss Miller (Julie Harris) che rimane colpita dalla sua ingenuità. Così gli propone un lavoro come preparatore atletico in un campo estivo per ragazzi.

Macigno, entusiasta, racconta ad Army e Maish la bella novità. Mentre il primo è felice, il secondo no. Non sono molte le cose redditizie che un ex pugile può fare: non tutti hanno la possibilità di aprire un locale di lusso come il grande Jack Dempsey. E così Maish ha preso accordi con un impresario della lotta (che ormai noi da decenni chiamano wrestling, e che allora era considerato al pari quasi del circo).

Macigno, all’apice della sua carriera è arrivato al 5° posto nel ranking dei pesi massimi e così il suo nome sarebbe alquanto accattivante per la lotta. Gli fornirebbero anche un simpatico costume da indiano, con tanto di piume e ascia finta. Però, tutto quello che è rimasto a Macigno è il suo nome e la sua dignità conquistata a suon di pugni, presi e dati, sul ring, e così…

Struggente e crepuscolare pellicola sulla boxe, ma soprattutto sul mondo misero e disperato in cui precipitano i “perdenti” che non hanno la forza di distaccarsene. Diretto da un grande artigiano di Hollywood (che l’anno seguente firmerà un altro gioiello cinematografico come “I gigli del campo”) come Ralph Nelson, ed interpretato da un cast davvero superbo “Una faccia piena di pugni” è davvero un film immortale.

Per capire l’impatto duraturo che nel tempo il film ha avuto sull’immaginario americano, basta ricordare che il suo titolo originale è “Requiem for a Heavyweight” (che letteralmente sarebbe “Requiem per un peso massimo”), titolo al quale si è ispirato lo scrittore Hubert Selby per scrivere nel 1978 il suo romanzo “Requiem for a dream”, e dal quale nel 2000 Darren Aronofky ha tratto il suo omonimo adattamento cinematografico “Requiem for a dream”, con Jared Leto, Jennifer Connelly ed Ellen Burstyn.

“Il corvo” di Henri-Georges Clouzot

(Francia, 1943)

Questo capolavoro della cinematografia mondiale è stato uno dei film più ferocemente attaccati e censurati della storia, tanto da portare il suo regista Henri-Georges Clouzot ha subire una condanna di allontanamento dal cinema “a vita”.

Ovviamente bisogna ricordare le contingenze storiche in cui questa pellicola approdò nelle sale cinematografiche. Siamo nella Francia il cui Governo è quello collaborazionista e filo nazista di Vichy. Tutti i francesi boicottano le pellicole tedesche e così il III Reich decide di creare la Continental, una casa di produzione francese per realizzare e distribuire i suoi film in loco.

Clouzot, dopo le prime esperienze come sceneggiatore si trasferisce in Germania dove realizza le versioni francesi di film tedeschi, e per questo conosce fra gli altri il maestro Fritz Lang. Quando Hitler prende il potere, Clouzot viene licenziato per le sue amicizie con numerosi cineasti di religione ebraica. Torna così in Francia dove però si ammala di tubercolosi e viene relegato per oltre quattro anni in un sanatorio.

Guarito, Clouzot viene assunto dalla Continental come responsabile della revisione delle sceneggiature. Scrive lo script dell’ottimo giallo “L’assassino abita al 21” che dirige lui stesso nel 1942, esordendo dietro la macchina da presa. Visto il successo al botteghino, la Continental gli produce il suo secondo film: “Il corvo”.

Ispirandosi ad un fatto realmente accaduto poco dopo la fine della Prima Guerra Mondiale in un piccolo paesino della provincia francese, Clouzot ci racconta la caduta agli Inferi di una piccola comunità falsa, ipocrita e perbenista.

Il medico Rémy Germain (Pierre Fresnay, indimenticabile coprotagonista dello splendido “La grande illusione” del maestro Jean Renoir) si è trasferito da poco in una piccola cittadina di provincia. E’ un uomo solitario e volitivo, con molti dubbi e poche certezze: un vero libero pensatore.

Così, il fatto che durante i parti che segue preferisca sempre salvare la madre anche a discapito del nascituro, lascia l’ambito a malcontenti e sospetti che si concretizzano in alcune lettere anonime firmate dal fantomatico “Corvo”, che lo accusa palesemente di praticare aborti clandestini.

Ma il Corvo non si ferma a Germain, in pochi giorni quasi ogni abitante della piccola cittadina riceve una lettera anonima con accuse ben precise, e molto spesso veritiere. Il caos e il sospetto travolgono tutti, e l’unico che sembra non perdere la lucidità è proprio Germain che tenta di scoprire la vera identità dell’infame delatore…

Pochi giorni prima della sua uscita nelle sale, Clouzot viene licenziato in tronco dalla Continental perché, secondo il Regime, il film è un palese atto d’accusa contro la delazione, che invece il Governo collaborazionista francese reputa fondamentale e incoraggia in ogni modo.

Il film sbanca al botteghino e la critica vicina alla Resistenza transalpina gli si scaglia violentemente contro perché lo reputa, ingiustamente, un atto d’accusa contro la società “corrotta” francese. La Chiesa Cattolica rincara la dose, visto che il protagonista e unico personaggio positivo è un libero pensatore che la domenica non va a messa.

Terminato il conflitto mondiale Clouzot, a causa di questa pellicola, viene ingiustamente allontanato a vita dai set cinematografici dai tribunali francesi. Solo l’intervento di numerosi autori e intellettuali palesemente di sinistra come, Jean Coteau e soprattutto Jean-Paul Sartre (amico personale di Clouzot), obbligano la corte che aveva formulato la sentenza a ridurre a soli due anni la pena.

La realtà, a quasi ottant’anni dalla sua realizzazione è che “Il corvo” è un capolavoro della cinematografica planetaria con alcune scene memorabili, manifesto contro la delazione e soprattutto le bassezze della meschinità umana, tema che oggi in tempo di social torna prepotentemente attuale. E’, di fatto, un perentorio atto d’accusa contro la paura e il sospetto, e un inno alla ribellione e alla giustizia.

La potenza visiva del film è ancora intatta. Più di una scena è ormai parte integrante della storia del cinema, come quella in cui Germain parla con l’esperto grafologo, e questo fa oscillare una lampada su un mappamondo per dimostrargli che la luce e l’ombra appaiono in relazione a dove uno l’osserva. O quella del funerale in cui dal carro funebre cade una lettera anonima che tutte le persone che seguono il feretro evitano come la peste, per non dimenticare quella della messa domenicale nella basilica della città, in cui dal soffitto della navata centrale cade con esasperante lentezza un’altra lettera anonima.

Per la chicca: Clouzot era ossessionato dalla perfezione nei suoi film, “ossessione” paragonabile a quella di Hitchcock o Kubrick. Fu questa ossessione, raccontato le cronache dell’epoca, che fece finire la vecchia amicizia fra il regista e Fresnay, nata decenni prima dietro le quinte dei teatri francesi. Alla fine delle riprese, infatti, l’attore abbandonò il set esausto e sfinito dal maniacale perfezionismo del suo “ex” amico.

Il dvd riporta una ricca sezione extra che comprende un interessante filmato con Vieri Razzini che parla del film, il trailer originale e una ricca galleria fotografica con immagini dal set e alcune locandine d’epoca del film.

“Sam Whiskey” di Arnold Laven

(USA, 1969)

Siamo alla fine degli anni Sessanta, la contestazione ha ormai raggiunto ogni ambito della società, e ovviamente anche i grandi e “vecchi” miti come il vecchio West, che in questa scanzonata e divertente commedia viene rivisto e corretto.

Sam Whiskey (un macho e ironico Burt Reynolds) è uno dei mille avventurieri che popolano il Far West. Sulla sua strada incontra la bella Laura Brenckenridge (una provocante Angie Dickinson) vedova di un “alto papavero” di Washington, che poco prima di morire aveva sottratto alla Zecca di Denver 200.000 dollari in lingotti d’oro, sostituendoli con alcuni in piombo.

Entro poche settimane i lingotti dovranno essere fusi per coniare nuovi dollari, e il furto così verrà scoperto. Il compianto signor Brenckenridge, infatti, è perito nel naufragio del battello su cui c’erano i lingotti, avvenuto nel Platte River in Nebraska, mentre tentava di raggiungere il confine, e la moglie.

Gli investigatori ci metteranno molto poco ha capire la dinamica e il colpevole, e visto che Brenckenridge è passato a miglior vita, in carcere ci finirà senza dubbio sua moglie. Per questo Laura offre 20.000 dollari a Sam per recuperare i lingotti e rimetterli nel caveau della Zecca.

Whiskey, convinto oltre che dai soldi anche dalla bellezza e dalle arti amatorie di Laura, parte formando una piccola squadra con Hooker il fabbro (Ossie Davis) e O.W. Bandy l’inventore (Clint Walker). Ma…

Irriverente pellicola avventurosa, ironica e scapestrata che ci racconta di un Far West molto simile alle periferie delle metropoli degli anni in cui venne girato, dove spesso si combatteva una feroce guerra fra poveri, mentre i ricchi se la godevano senza freni. Il tutto condito da una impertinente ironia, dalla faccia da brigante dal cuore tenero di Reynolds e dalla curve procaci della Dickinson.

Non sarà un capolavoro alla John Ford, certo, ma si tratta comunque di 93 minuti di simpatico e leggero divertimento, che in alcuni momenti diventato preziosi …come l’oro.

La sezione extra del dvd, che riporta il doppiaggio originale fatto quando la pellicola venne distribuita nelle nostre sale, contiene il divertente trailer originale del film.

“Sitara – Let Girls Dream” di Shermeen Obaid-Chinoy

(Pakistan/USA, 2019)

La cineasta pakistana Sharmeen Obaid-Chinoy (1979), vincitrice di due Oscar per le sue opere dedicate alle violenze che subiscono le donne nel suo Paese e non solo (come “La ragazza nel fiume: il prezzo del perdono” che si dice abbia portato il Governo pakistano a cambiare la legge sul delitto d’onore), firma questo corto di quindici minuti e senza dialoghi.

Pari e Sitara sono due giovani sorelline che giocano sul terrazzo della loro casa. La più grande è Pari, che ha quattordici anni e sogna di diventare un pilota d’aerei, cosa che ha contagiato anche sua sorella più piccola. Così le due passano i pomeriggi a creare e lanciare aeroplani di carta nel cielo della loro cittadina.

Ma un pomeriggio il padre torna con una cassa ingombrante e si chiude in una stanza con Pari. Nonostante la proteste della madre e del fratello maggiore di Sitara, l’uomo è irremovibile: Pari si sposerà. La cassa contiene infatti il corredo per la cerimonia.

D’altronde la fotografia che svetta nel piccolo salone della casa ricorda a tutti che anche la loro madre ha sposato il loro padre quando ancora era una bambina. Il futuro sposo di Pari ha più o meno l’eta di suo padre, e certo non le permetterà di coltivare i suoi sogni, soprattutto quello di diventare pilota. Ma Sitara…

Struggente corto dedicato ad un dramma mondiale che vede ogni anno nel mondo circa 12 milioni di bambine costrette a sposarsi prematuramente.

“La famiglia Addams” di Conrad Vernon e Greg Tiernan

(USA, 2019)

Charles Addams (1912-1988) è stato probabilmente l’autore simbolo dell’humor nero del Novecento. Le sue vignette sul “The New Yorker”, a partire degli inizi degli anni Trenta, hanno segnato in maniera indelebile un certo modo di far ridere.

Nel 1938 arriva sulle pagine della prestigiosa rivista la sua creazione più famosa: “La Famiglia Addams” che col passare degli anni acquista nuovi personaggi. Il fulcro però è sempre Morticia Addams (per la quale l’autore si ispirò alla prima moglie Barbara Jean Day) che riesce a gestire l’eccentricità del marito Gomez, dei figli Mercoledì e Pugsley e del cognato Fester.

Nel 1964 il network americano ABC decide di creare una serie televisiva ispirandosi all’opera del fumettista. Vengono prodotte solo due stagioni, ma che entrano incredibilmente nell’immaginario collettivo tanto da creare un merchandising paragonabile solo a quelli che nei decenni successivi sfornerà Hollywood.

Dopo alcuni speciali televisivi, nel 1991 viene prodotta la prima pellicola cinematografica dedicata alla Famiglia Addams. Se la critica la stronca, il botteghino la esalta e così la ABC produce la prima serie animata dedicata ai personaggi creati da Charles Addams, serie però che si rileva un insuccesso e più vicina ai gusti televisivi del momento che all’humor nero originale del suo autore.

Nel 2010 venne annunciato un nuovo film in stop-motion sugli Addams che avrebbe avuto come regista Tim Burton, ma nel 2013 arriva la definitiva chiusura del progetto.

Finalmente, nel 2019, esce nelle sale il primo film in animazione digitale. A dirigerlo sono Conrad Vernon (regista di “Sherk 2”, “Mostri contro Alieni” e “Madagascar 3 – Ricercati in Europa”) e Greg Tiernan, che insieme nel 2016 avevano diretto lo sboccato e demenziale “Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia”.

Il soggetto è firmato da Pamela Pettler (autrice di script per film come “9” e “La sposa cadavere”), Erica Rivinoja, lo stesso Vernon e Matt Lieberman che poi redige la sceneggiatura.

Fuggiti dalla loro terra natia, gli Addams trovano la loro nuova casa in un ex manicomio perso fra i monti nebbiosi del New Jersey. Ma quando la conduttrice di un programma televisivo dedicato al restyling delle vecchie case decide di mettere mano all’orrido maniero degli Addams, le cose si complicano…

Oltre a Morticia (doppiata in originale da Charlize Theron), in questa pellicola spicca Mercoledì, che come sua madre è abituata a controllare tutto e tutti. Un pellicola davvero divertente nel segno della migliore animazione digitale contemporanea.

Nella nostra versione è godile fino all’ultima battuta il doppiaggio strepitoso che fa la bravissima Virginia Raffaele donando la voce a Morticia, che sinceramente è anche meglio di quello originale della Theron. Mentre a doppiare Gomez è Pino Insegno.

Il dvd presenta una sezione extra molto ricca con le scene eliminate, un filmato su come si realizza una sequenza animata digitale a partire dai primi bozzetti, i due video musicali con le canzoni del film e un piccolo “sguardo al passato” con una sintesi dei più famosi adattamenti dell’opera di Addams. Nella confezione è presente anche un piccolo libretto con vari giochi enigmistici per i più piccoli, tutti ovviamente dedicati ai vari membri della famiglia Addams.

“Senza un attimo di tregua” di John Boorman

(USA, 1967)

Lo scrittore Donald E. Westlake (1933-2008) è considerato uno dei maestri americani indiscussi dei gialli e dei noir. Con la sua enorme produzione ha toccato numerosi generi, quello della fantascienza. Non è un caso quindi se nel 1991 venne candidata all’Oscar la sua sceneggiatura dell’ottimo “Rischiose abitudini” diretto da Stephen Frears, e tratta dal romanzo di un altro grande maestro del noir americano come “Big” Jim Thompson.

Ma ancora oggi Westlake è ricordato per i suoi noir duri e tosti, dove i protagonisti sono implacabili assassini e criminali. Come “Anonima carogne” (“The Hunter” in originale) pubblicato nel 1962 con lo pseudonimo di Richard Stark.

Walker (un granitico Lee Marvin) è un professionista della rapina. Una sera ritrova ad una festa il suo vecchio amico Mal Reese (un bravissimo e “antipaticissimo” John Vernon) che gli chiede aiuto per una rapina “facile facile”.

Si tratta di intrufolarsi sull’isola di Alcatraz – chiusa da poco come penitenziario – e derubare due semplici corrieri dei soldi, che da un elicottero verrano loro recapitati. Walker, Reese e Lynn, moglie dello stesso Walker, si preparano e senza particolari problemi immobilizzano i due, portando via la borsa coi soldi. Tutto procede come da piano solo che Reese, una volta presi i soldi, uccide i due corrieri e spara anche a Walker, con la complicità di Lynn.

Ma la pellaccia di Walker è più dura di un paio di pallottole. Lasciato solo sull’isola perché creduto morto, l’uomo invece riesce a raggiungere il mare e poi San Francisco. Definitivamente ripresosi Walker viene avvicinato da un distinto uomo d’affari che gli propone un patto: lui gli consegnerà Lynn e Mal e i soldi che questo gli ha rubato, in cambio dovrà eliminare alcuni alti vertici dell’Organizzazione, un gruppo criminale che ha radici in tutti gli ambiti della società. Così, come il Conte di Montecristo, Walker si prepara a gustare la sua vendetta e riavere i suoi soldi, ma…

Ottimo noir che, grazie anche alla regia di John Boorman – un vero innovatore del linguaggio visivo di quegli anni, che troverà poi il suo apice in “Excalibur” del 1981 – con una destrutturazione temporale fatta di flashback ad incastro, non ci lascia …un attimo di tregua. Nel cast brilla anche una splendida e conturbante Angie Dickinson (che con Marvin tre anni prima aveva girato lo strepitoso “Contratto per uccidere” del maestro Don Siegel).

Anche se oggi Lee Marvin è ricordato soprattutto come un “duro” alla Stallone o alla Swarzenegger, anche in questo film come negli altri da lui girati, possiamo invece apprezzare la sua grande arte interpretativa, sopratutto nelle scene in cui recita assieme alla Dickinson.

Nel 1996 Brian Helgeland gira il remake “Payback – La rivincita di Porter” con Mel Gibson nei panni del protagonista.

Il dvd riporta lo splendido doppiaggio originale fatto quando il film uscì nelle nostre sale e con il grande Renato Turi che dona la voce a Lee Marvin. Negli extra poi sono presenti due “making of” del film girati sull’isola di Alcatraz (in lingua originale e non sottotitolati), location d’effetto dove inizia e finisce il film.

Oltre a una sezione dedicata alla locandine internazionali del film – che personalmente reputo preziosi documenti che, ovviamente non solo per questo film, ci raccontato più di mille parole le mode, le tendenze e i sogni dell’epoca – negli extra è presente anche una galleria fotografica con foto di scena e del party di fine riprese, e il trailer in originale.

“Nulla sul serio” di William A. Wellman

(USA, 1937)

L’americano Ben Hecht (1894-1964) è stato fra i più quotati e operosi sceneggiatori dell’epoca d’oro di Hollywood.

Ha scritto film per Alfred Hitchcock (“Notorius – L’amante perduta”, “Il caso Paradine” e “Nodo alla gola”) ed è stato chiamato ad “aggiustare” molti script che realizzati sarebbero diventati campioni d’incassi o veri e propri capolavori immortali di celluloide come: “Pericolo pubblico n.1”, “E’ nata una stella”, “Il prigioniero di Zenda”, “Gli angeli dalla faccia sporca”, “Ombre rosse”, “Via col vento, “Scrivimi fermo posta”, “Il cigno nero”, “Il mio corpo ti scalderà”, “Gilda”, “Sui marciapiedi“, “Duello al sole”, “L’ispettore generale”, “La cosa dell’altro mondo”, “La giostra umana”, “Seduzione mortale“, “Bulli e pupe”, “L’uomo dal braccio d’oro”, “Gli ammutinati del Bounty” e “Cleopatra”.

Fra i suoi lavori ufficiali ci sono altre sceneggiature che hanno fatto la storia del cinema come quelle de “Il magnifico scherzo” di Howard Hawks (1952) o di “Addio alle armi” diretto da Charles Vidor e John Huston nel 1957.

Fra i suoi lavori spiccano anche quelli dedicati al giornalismo, o meglio, ai lati più cinici e scorretti dei giornalisti, come in “Prima pagina” diretto da Lewis Milestone nel 1931 (che il maestro Billy Wilder rigirerà nel 1974 con la mitica coppia Lemmon-Matthau), “La signora del venerdì” diretto da Hawks nel 1940 e questo delizioso “Nulla sul serio” diretto da un altro pilastro della Hollywood d’oro come William A. Wellman, tre anni prima.

Nella città che non dorme mai vive lo scaltro Wally Cook (Fredric March) il segugio più implacabile del “Morning Star” uno dei maggiori quotidiani della città. Ma Cook, come il giornale, è vittima di un’eclatante truffa e così la sua reputazione, come quella del quotidiano, viene messa seriamente in pericolo.

Il suo direttore è disperato, ma Wally ha letto una breve notizia di cronaca che può essere sfruttata al massimo da “Morining Star” per poter tornare ad avere l’attenzione e la fiducia dei suoi lettori. A Warsaw, una piccola cittadina del Vermont che ospita un impianto chimico di una famosa società internazionale, la ventenne Hazel Flagg (Carole Lombard) è rimasta vittima di una grave intossicazione di radio che al massimo le concederà qualche mese di vita.

Cook non solo vuole intervistare la giovane, ma vuole portarla a New York ospite del giornale per farle godere le ultime settimane di vita. E ovviamente lui avrà l’esclusiva per gli articoli e le foto. L’idea è buona e così il giornale dedica le sue intere energie alla Flagg. Ma quello che Cook ignora è che Hazel, proprio pochi minuti prima di venire raggiunta da lui, scopre che le analisi erano sbagliate e che lei non ha nessuna intossicazione. Così, all’idea di venire lussuosamente ospitata nella Grande Mela, l’onestà di Hazel vacilla…

Strepitosa “screwball comedy” (che letteralmente sarebbe commedia svitata, o degli equivoci di cui la Lombard era in quegli anni la regina indiscussa) con accenti anche da black Comedy, “Nulla di serio” – il cui titolo originale è il più tagliente “Nothing Sacred”: nulla di sacro, ed è tratta da un racconto di James A. Street che Hecht sviluppò assieme a Ring Lardner e George Oppenheimer (collaboratore dei Fratelli Marx) – ci regala un ritratto satirico, crudo e spietato del giornalismo d’assalto, ipocrita e moralista.

Sono passati 83 anni da quando questo film è stato girato e proiettato nelle sale americane, ma rimane davvero incredibilmente attuale. Guardandolo si ride certo, ma pensando a molte – certo non tutte! – delle nostri attuali testate giornalistiche, la bocca non può evitare di trasformasi in una smorfia amara.

Da far vedere in tutte le scuole, soprattutto in alcune di giornalismo…

Il dvd presenta la versione restaurata, ridoppiata e colorata della pellicola. La mania di colorare i grandi vecchi film in bianco e nero è nata alla fine degli anni Ottanta – e fortunatamente morta nella prima metà degli anni Novanta – con l’idea di creare un nuovo mercato per le “vecchie” pellicole. Ma capolavori come questo non hanno certo bisogno di nessun upgrade o miglioramento. Nella sezione degli extra sono presenti alcune schede sul film, sul regista e sui due attori principali.

“The Present” di Jacob Frey

(Germania, 2014)

Ispirandosi ad una striscia di Fabio Coala (al secolo Fabio Cavalcanti) il cineasta Jacob Frey – che nel suo curriculum ha esperienze di animatore per film come “Zootropolis”, “Pets – Vita da animali”, “Oceania”, “Ralph spacca internet” e “Frozen II – Il segreto di Arendelle” – realizza il suo quarto cortometraggio animato che, fortunatamente, è al momento disponibile in rete, anche su Youtube.

Per i veri cortometraggi d’autore – così come per i racconti brevi d’autore – trovo molto stupido raccontare il finale, che di solito ci illumina su tutta la storia lasciandosi sorpresi, incantati o basiti.

Così nelle prossime righe non troverete l’epilogo di questo cortometraggio digitale di appena quattro minuti, e che inizia in una situazione che davvero può essere banale. Jacob, un ragazzino alle soglie della pubertà, è rintanato in casa a giocare con la sua console.

Sua madre torna a casa e prima di dover rispondere ad una telefonata di lavoro, gli lascia davanti una vecchia scatola di cartone che contiene …un regalo. Non resistendo alla curiosità Jacob mette in pausa il gioco e la apre, rimanendo però sdegnosamente deluso e schifato…

A volte, per parlare d’amore e del senso della vita, possono bastare anche solo quattro minuti.

Guarda “The Present” da Youtube:

“Delicatessen” di Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro

(Francia, 1991)

Come già ricordato per “La città perduta”, Jeunet & Caro sono stati i due cineasti che più hanno influenzato visivamente il cinema transalpino degli anni Novanta, assieme a Leos Carax e Luc Besson.

“Delicatessen” è il primo lungometraggio che i due scrivono – assieme a Gilles Adrien – e dirigono. Ai margini di una metropoli, che può essere Parigi, in un edificio fatiscente – che ricorda molto quello dello splendido “Alba tragica” diretto da Marcel Carnè nel 1939 – c’è la piccola macelleria “Delicatessen” di proprietà del volitivo Clapet, che possiede anche tutto lo stabile.

Gli abiti e gli arredi sembrano essere quelli degli anni Quaranta e come durante la Seconda Guerra Mondiale manca il cibo, e il denaro è stato sostituito dal mais. Dalla città poi giungono gli echi di un gruppo di vegetariani che vive nelle fogne chiamato “Trogloditi”, che depredano le scorte di mais.

Ma Clapet e i suoi inquilini riescono a sopravvivere con un macabro inganno. In città appare l’offerta di lavoro per un tuttofare nel piccolo condominio, che però dopo qualche giorno sparisce senza lasciare traccia. Clapet, infatti, lo uccide nottetempo per poi macellarlo e spartirlo con i suoi affittuari, che complici mantengo il silenzio. L’unica che biasima Clepet è sua figlia Julie, che tenta in ogni modo di convincere il padre a smettere di uccidere.

Una mattina giunge presso la macelleria il clown disoccupato Louison (Dominique Pinon) che accetta il lavoro. Julie se ne innamora, e per salvarlo dai coltelli mortalmente affilati del padre è disposta perfino a chiamare i Trogloditi…

Visivamente ancora molto affascinante e coinvolgete “Delicatessen” è un’opera cinematografica grottesca e surreale, con alcuni elementi – come l’uso asfissiante della plastica – che richiamano ad un altro grande cineasta visionario come Terry Gilliam.

Nonostante tratti di un argomento atroce – ma sempre raccontato con folle ironia – e la sceneggiatura possieda alcune imperfezioni narrative (a differenza di quella splendida de “Il favoloso mondo di Amélie” che Jeunet dirigerà senza Caro qualche anno dopo, e al quale parteciperanno alcuni attori presenti in questa pellicola a partire da Pinon) poco importa, perché a compensare ci sono le immagini spesso molto suggestive. Da ricordare nel cast anche Karin Viard, che poi interpreterà deliziosamente mamma Bélier nel bellissimo “La famiglia Bélier”.

Il dvd, purtroppo, non contiene la sezione degli extra.

“A spasso con Bob” di Roger Spottiswoode

(UK, 2016)

James Bowen non ha avuto una vita semplice. Figlio unico, i suoi genitori si sono separati quando era ancora un bambino, e lui ha seguito la madre in Australia lasciando la Gran Bretagna.

Ha iniziato così a far di tutto pur di evitare di affrontare le violente emozioni che lo investivano, e l’unica cosa che funzionava erano gli stupefacenti. Morta la madre, James, senza nulla se non la sua chitarra, torna a Londra dove vive senza un tetto sulla testa, e rimedia gli spiccioli che gli permettono di sopravvivere – e comprarsi la “roba” – suonando la sua chitarra e cantando nei pressi del Covent Garden.

Suo padre si è creato una nuova famiglia, e la sua nuova moglie gli impedisce di frequentare suo figlio di primo letto, visto che è un tossicodipendente. L’unica persona che si occupa e preoccupa di lui è Val, l’assistente sociale. E’ lei infatti che lo ha convinto ad abbandonare l’eroina per il metadone. Ed è lei che quando James ricade nella trappola mortale dell’eroina, gli offre un’ultima possibilità, riuscendo a fornirgli anche un piccolo appartamento in periferia.

Poco dopo essersi trasferito e mentre si sta facendo un bagno con l’acqua calda – cosa che non gli capitava da molto tempo – James sente dei rumori dalla cucina. Spaventato esce dall’acqua e, armato del suo anfibio, si reca in cucina dove trova però un bel gatto randagio che, entrato dalla finestra, gli sta mangiando i cereali, l’unico cibo presente nell’appartamento.

James non è capace neanche di occuparsi di se stesso e quindi, dopo averlo sfamato e battezzato Bob – in omaggio a Killer Bob de “I segreti di Twin Peaks” – lo manda via. Il giorno dopo però, lo stesso gattone rosso torna da lui con una brutta ferita tipica da zuffa felina. James decide di sacrificare i suoi miseri risparmi per portare l’animale dal veterinario e compragli le costose medicine.

Una volta guarito Bob decide di seguire James al lavoro sistemandosi sulle sue spalle. La cosa attira numerose persone e gli spiccioli che James rimedia cantando diventano sempre più consistenti… ma soprattutto Bob dona a James amore e dignità, che sono alla base per trovare il rispetto per se stessi e la voglia di vivere.

Questa piccola ma allo stesso tempo emozionante storia ha il pregio di essere vera, visto che James Bowen esiste veramente e dopo essere stato il protagonista di un articolo è diventato l’autore del best seller internazionale autobiografico che in originale è “A Street Cat Named Bob” edito nel 2010.

Roger Spottiswoode dirige con garbo ed eleganza questo adattamento cinematografico – scritto da Tim John e Maria Nation – in cui spicca Luke Treadaway nei panni di James, ma soprattutto il vero gatto Bob in quelli di …Bob.

Un inno ai nostri amici a quattro zampe, felini o canini, che tanto spesso ci amano davvero per quello che siamo e senza riserve, cosa che non fanno altrettanto spesso i nostri “compagni di specie”.

Per la chicca: alla fine del film, quando James/Treadaway presenta il suo libro, fra i primi fan a complimentarsi con lui c’è il vero James Bowen.