“I racconti del cuscino” di Peter Greenaway

(Olanda/UK/Francia/Lussemburgo, 1996)

Sei Shōnagon è stata una scrittrice e poetessa giapponese nata sul finire del primo millennio e dama di compagnia dell’imperatrice Teishi. La sua opera più famosa è “Le note del guanciale”, che raccoglie le cronache dell’aristocrazia del tempo fra ricordi, eventi, piccole cose e grandi piaceri.

Il “guanciale” si riferisce al cuscino usato dalla nobiltà del tempo per poggiare la testa senza rovinarsi l’acconciatura. Fatto il legno e con una morbida imbottitura, conteneva nel suo interno un piccolo incavo nel quale, di solito, venivano custoditi appunti e diari personali.

Il maestro gallese Peter Greenaway, alle soglie del decimo centenario dell’opera, ne realizza uno splendido adattamento cineamtografico contemporaneo ambientato fra il Giappone, Hong Kong (che allora era ancora un protettorato inglese) e la Cina.

La giovane e avvenete modella giapponese Nagiko ogni anno, per il suo compleanno, ripete il rito che suo padre esperto calligrafo faceva sempre: le disegnava sul volto gli auguri. In cerca di un calligrafo degno del padre, Nagiko cambia amanti su amanti per poi farsi scrivere ideogrammi sulla sua pelle.

Quando, a Hong Kong, incontra casualmente il giovane traduttore inglese Jerome (Ewan McGregor) Nagiko cambierà prospettiva, sarà lei a scrivere sul corpo dei suoi amanti…

Bellissima pellicola dove le immagini hanno la stessa forza e la stessa dirompenza delle parole e dove, anche a distanza di oltre venta’anni, il genio visionario di Greenaway lascia sempre sublimati.

Da vedere.

“Il mistero della casa del tempo” di Eli Roth

(USA/India/Canada, 2018)

John Bellairs (1938-1991) è stato un famoso scrittore per ragazzi statunitense. Lo stile dei suoi racconti – o romanzi brevi, se prefertie – fra il thriller e il gotico più classico, affascinò intere generazioni.

E’ appena arrivato nelle nostre sale l’adattamento cinematografico del suo “La pendola stregata”, edito nel 1973, col titolo “Il mistero della casa del tempo” (che i nostri distributori facciano i conti con la propria coscienza…) il cui protagonista è il piccolo Lewis Barnavelt che, persi i genitori in un incidente stradale, viene accolto dallo strano fratello della madre: zio Jonathan (Jack Black).

Siamo nel 1955 e la vita per un ragazzino in una nuova scuola e in una nuova cittadina è difficile come lo sarebbe oggi. E poi zio Jonathan è davvero un tipo strano, senza amici, escludendo Mrs. Florence Zimmerman (una canuta ma sempre fascinosa Cate Blanchett) che veste sempre di viola.

I due nascondono qualcosa di molto particolare visto che poi, tutte le notti, lo zio gira per la casa con un ascia poggiando l’orecchio al muro in cerca di qualcosa, e aggiornando sulla sua ricerca il giorno dopo la Zimmerman…

Ottima trasposizione cinematografica di un piccolo ma davvero ben scritto romanzo (che ha il suo seguito in “La figura nell’ombra” pubblicato nel 1975) che ci parla di magia, di morte e del male assoluto che veste i panni dell’intolleranza e del razzismo ottuso e feroce del nazifascismo.

Più di un semplice film per ragazzi.

“Sesso & potere” di Barry Levinson

(USA, 1997)

“Perché il cane agita la coda?

Perché la coda del cane è più stupida del cane.

Se fosse più intelligente agiterebbe lei il cane.”

Su queste parole inizia uno dei film americani più sottili e taglienti del Novecento, il cui titolo originale è “Wag the Dog”, ossia “Agita il cane”.

A due settimane dall’elezioni il Presidente in carica (il cui viso, che per tutta la pellicola, non apparirà mai) molestia sessualmente una ragazza scout che era in visita presso lo Studio Ovale.

La notizia arriva alle redazioni dei più importanti media del Paese ed entro poche ore invaderà edicole e televisioni.

L’ultima speranza per il Presidente è Conrad Brean (un grande Robert De Niro,  produttore anche del film) esperto in comunicazione che, per distrarre gli elettori, in pochi minuti s’inventa una piccola guerra contro l’Albania, o meglio contro alcuni terroristi albanesi che vogliono portare negli States un’arma nucleare “per annientare lo stile di vita americano”.

Ma per far credere agli elettori che è in atto una guerra, bisogna anche mostrarla. Allora Brean si rivolge a Stanley Motss (uno stratosferico Dustin Hoffman, con tanto di occhialoni e capelli cotonati) noto produttore hollywoodiano, che in poche ore realizza un finto filmato con una finta ragazza albanese che fugge dal suo villaggio devastato dalla guerra.

L’espediente funziona e le molestie del Presidente passano in secondo piano. E ogni volta che il concorrente alla Casa Bianca tenta di riportare l’attenzione sul caso, Brean e Motss ribattono ogni colpo, arrivando anche a…

Strepitosa black comedy che andrebbe fatta vedere a scuola, e che ci racconta come sia fin troppo facile manipolare l’opinione pubblica, soprattutto sotto le elezioni. Argomento drammaticamente attuale.

Se il plot vi ricorda qualcosa non è casuale ma non confondetevi perché, come capita spesso, la finzione anticipa la realtà!

Pochi mesi dopo l’uscita nelle sale di questo splendido film, l’allora Presidente Bill Clinton fu travolto dal cosiddetto “Sexgate” che implicava anche la sua giovane stagista Monica Lewinsky (con tanto di vestito non lavato per anni…).

Mentre Clinton affrontava il caso, che rischiava di travolgerlo, in Africa ci furono numerosi attentati in sedi diplomatiche statunitensi che lo videro “costretto” a ordinare un intervento militare nel continente…

La foto che nel film ritrae il Presidente – di spalle – che stringe le mani alla scout – scattata prima delle molestie – è incredibilmente simile a quella vera che mostrarono milioni di volte tutti i media planetari con Clinton che stringeva le mani alla Lewinsky.

E pensare che Lerry Beinhart – autore del romanzo “American Hero” da cui è tratta la sceneggiatura – Hilary Heinkin e il grande David Mamet – autori della sceneggiatura – si ispirarono alla comunicazione ufficiale della presidenza Bush Senior durante la Guerra del Golfo, non potendo prevedere (…o forse sì?) quello che di lì a poco sarebbe accaduto.

Oltre a quella del grande Bob De Niro, deve essere ricordata anche l’interpretazione di Dustin Hoffman (strepitoso nella geniale scena finale) che le cronache del tempo affermarono ispirarsi al vero Robert Evans che, dopo una modesta carriera di attore, divenne responsabile della Paramount Pictures con la quale produsse film come “Il Padrino” parte I e II, “Chinatown”, “Il maratoneta” o “Cotton Club”.

Per la chicca: noi dovremmo aggiungere all’inizio della nostra versione anche un’altra domanda: perché i distributori italiani hanno scelto un titolo così stolto e fuorviante? …Non lo sapremo mai.

“Norma Rae” di Martin Ritt

(USA, 1979)

Il grande Martin Ritt (che ha firmato film come “Il prestanome” con Woody Allen o “Lettere d’amore” con la coppia Jane Fonda e Robert De Niro) ci regala lo splendido ritratto di una donna cresciuta ed educata (così come farà nel 1987 con “Pazza” interpretato da Barbra Streisand) ad essere succube degli uomini, che però riesce a ritrovare se stessa.

Norma Rae (una eccezionale Sally Field) è una donna che vive in una piccola cittadina dell’Alabama, nel Sud degli Stati Uniti. Come sua madre e suo padre, Norma lavora nella fabbrica tessile che da decenni è il fulcro economico della zona.

Le condizioni di lavoro sono terribili, e i diritti dei lavoratori davvero molto pochi. Norma vive a casa dei genitori con i suoi due figli, avuti da padri diversi. Lei stessa è convinta di non meritarsi nulla di meglio, fino a quando in città arriva Rueben, rappresentate del Sindacato Nazionale dei Lavoratori Tessili, da anni osteggiato dall’amministrazione della fabbrica.

Norma comprenderà che per tutelare i propri diritti bisogna darsi da fare in prima persona, e scoprirà così anche una parte sconosciuta di se stessa…

Ispirata a una storia vera, questa bellissima pellicola consacra definitivamente Sally Field star di prima grandezza di Hollywood, facendole vincere, tra i numerosi premi, l’Oscar e il Golden Globe come miglior attrice protagonista.

Sempre molto attuale.

“Man From Reno” di Dave Boyle

(USA, 2014)

Scritto dallo stesso Dave Boyle – che poi lo dirige – assieme a Joel Clark e Michael Lerman, “Man From Reno” è un grande e cupo noir, che quasi in ogni sequenza omaggia il cinema del maestro immortale Alfred Hitchcock.

Non a caso quindi il film si svolge a San Francisco – città nella quale è ambientato “La donna che visse due volte” – dove arriva in incognito la giovane scrittrice di gialli giapponese Aki.

La ragazza ha abbandonato improvvisamente il tour promozionale del suo ultimo libro, un vero e proprio best seller, per prendersi una pausa e rivedere alcuni suoi amici d’infanzia stabilitisi in città da molti anni.

Aki è una persona solitaria che vive una profonda inquietudine da quando il suo primo libro, quindici anni prima, è divenuto famoso. Così ama passare il tempo sola scrivendo e osservando il resto del genere umano.

Nell’albergo in cui è scesa la ragazza incontra Akira, un suo connazionale, anche lui in viaggio di piacere negli States. La donna è profondamente attratta dall’uomo tanto da passarci una notte insieme, ma nonostante ciò Akira non le racconta nulla della sua vita.

L’unica cosa che Aki riesce a capire, grazie al suo intuito di scrittrice, è che prima di arrivare a San Francisco Akira è stato a Reno. La mattina dopo Akira sparisce nel nulla.

Nella contea di San Marco, non lontano dalla baia di San Francisco, lo sceriffo Paul Del Moral investe casualmente un uomo che, perso nella nebbia, aveva abbandonato l’auto per cercare aiuto.

Dai tratti somatici sembrerebbe proprio un giapponese. L’uomo, privo di conoscenza, viene immediatamente ricoverato nell’ospedale della zona dove i medici deducono che prima dell’investimento era stato violentemente picchiato. Prima che Del Moral possa interrogarlo però, senza che nessuno se ne accorga, il ferito lascia l’ospedale.

E siamo solo all’inizio…

Oltre che un omaggio al maestro del brivido Hitchcock, questo film è cinema nel cinema, e ci racconta la parte morbosa che esiste in ogni scrittore, sceneggiatore, fotografo o regista.

“Mirai” di Mamoru Hosoda

(Giappone, 2018)

Cosa c’è di più bello di avere una sorellina?

Cosa c’è di più brutto di smettere improvvisamente di essere figlio unico e dover dividere l’affetto dei propri genitori con una sorellina piccola piccola che non fa altro che attirare tutte le attenzioni?

Il regista di animazione giapponese Mamoru Hosoda (autore già di bellissime pellicole come “Wolf Children” o “La ragazza che salva nel tempo”) ce lo racconta realizzando un film delizioso, delicato e sentimentale.

Il piccolo Kun vive con i suoi genitori in una bella casa dove lui è il re incontrastato, fra giocattoli, dolcetti e coccole. Ma tutto cambia quando un giorno la mamma e il papà tornano a casa con un piccolo fagotto: dentro c’è la sua sorellina appena nata che verrà chiamata Mirai, che significa “futuro”.

Ma l’impatto con Kun è esplosivo tanto che il piccolo, dopo poche ore, la colpisce con un suo trenino giocattolo. Per costruire il rapporto con la nuova arrivata Kun sarà costretto a viaggiare nel tempo – tema caro a Hosoda – per comprendere davvero cosa significhi e cosa comporti avere una famiglia.

Non possiamo avere un futuro se non conosciamo il nostro passato.

Da vedere.

“Due sotto il divano” di Ronald Neame

(USA, 1980)

Walter Matthau e Glenda Jackson tornano insieme per recitare in questa commedia molto divertente tinta di spionaggio, in piena Guerra Fredda.

Il capace e smaliziato agente operativo della CIA Max Kendings (un sornione e paravento come sempre Walther Matthau) chiude ottimamente un’operazione di controspionaggio a Monaco di Baviera durata due anni.

Tornato a Washington però il suo capo Myerson (un antipaticissimo Ned Beatty) lo silura sbattendolo in Archivio fino alla pensione. Secondo lui, infatti, Max avrebbe dovuto arrestare anche Yaskov (Herbert Lom, già l’ispettore capo vittima di Closeau) capo del controspionaggio sovietico in Europa Occidentale.

Kendings tenta di spiegare al nuovo capo che è stato meglio lasciarlo al suo posto visto che lo conoscono da vent’anni. Arrestarlo sarebbe significato avere un capo nuovo totlamente sconosciuto… Ma Myerson non lo fa finire neanche: il suo tempo è finito, è troppo vecchio e arrugginito. Non c’è spazio per vecchi “dinosauri” come lui nella nuova CIA!

Max Kendings, indignato, fa sparire il suo dossier e decide di prendersi una lunga vacanza in Europa andando a visitare la sua ex fiamma Isobel (Glenda Jackson).

Lì, visto che Myerson lo fa seguire convinto che voglia tradire e unirsi ai sovietici, Kendings decide di scrivere le sue memorie nella quali racconta le numerose azioni fallimentari e imbarazzanti eseguite o ideate dallo stesso Myerson, e spedisce i primi capitoli a tutti i servizi segreti planetari. L’Agenzia così gli da la caccia, ma…

Tratto dal romanzo “Spionaggio d’autore” di Brian Garfield (edito in Italia nel 1978) “Due sotto il divano” ci racconta soprattutto la fallimentare arroganza di una certa generazione nei confronti di quella passata.

Godibilissima commedia con battute memorabili (come: “…al campionato mondiale dei cretini arriveresti secondo …perché sei un cretino”) che ci fa pensare ad un altro film, campione d’incassi, forse più action, ma sempre molto ironico come “Red” con Bruce Willis.

Per la chicca: il titolo originale è “Hopscotch” che in italiano sarebbe il gioco della campana, riferito al giro di nazioni e città che fa lo stesso Kendigs in poche ore, costringendo i suoi insguitori a copiare le sue mosse.

“Heavy Metal” di Gerald Potterton

(Canada, 1981)

Questo lungometraggio animato è considerato, giustamente, il vero e proprio cult che consacra definitivamente il genere fantasy fra i grandi del cinema.

A produrlo è il Canada che in quegli anni, anche attraverso la sua televisione innovativa e molto giovane, è una vera e propria fucina di nuovi talenti che poi diverranno famosi anche a Hollywood.

Fra i produttori c’è Ivan Reitman, che poi dirigerà blockbuster planetari come i primi due “Ghostbuster”, “Dave – Presidente per un giorno” e “I gemelli”.

Poi ci sono le voci di attori come John Candy e Eugene Levy che poco dopo diventeranno volti noti in numerose commedie di successo.

Ma “Heavy Metal” non deve essere ricordato solo per questo, la sua innovazione concettuale e stilistica è davvero un’apripista per il filone fantasy e per il cinema in generale.

Sulla scia del film “Fritz il gatto” primo cartone animato di successo con una visione per soli adulti, e ispirandosi a una famosa serie di fumetti americana, Gerald Potterton realizza un film pieno zeppo di “Sesso, droga e Rock’n’Roll”, citando la locandina del film.

Nei sette episodi che lo compongono, il cui fil rouge è la malvagità del Loc-Nar una pietra vivente verde e luminosa che sembra proprio essere l’essenza pura del male, assistiamo alle atrocità che questa ha fatto commettere ad esseri viventi di ogni specie, in ogni luogo e in ogni tempo…

Ancora oggi molto spesso citato e scopiazzato, “Heavy Metal” è un film da vedere. 

“The Secret of Kells” di Tomm Moore

(2009, Irlanda/Francia/Belgio)

L’irlandese Tomm Moore è considerato, non a torto, uno dei giovani maestri dell’animazione mondiale. Suo per esempio è  “La canzone del mare” che, come questo “The Secret of Kells”, è stato candidato all’Oscar come miglior film d’animazione.

L’abbate Cellach ha il duro compito di terminare il prima possibile l’abbazia fortificata di Kells, sita in uno dei nuovi confini da evangelizzare nel nord Europa nel IX secolo. La preoccupazione dell’abbate è legata soprattutto ai barbari e crudeli vichinghi che razziano senza pietà le coste e l’entroterra in cerca famelica di oro.

Cellach sa che il suo compito è molto lungo e così educa suo nipote dodicenne Brendan affinché possa, un giorno, sostituirlo. Ma il piccolo ha una passione per il disegno e l’arte, e così quando nell’abbazia giunge l’anziano fratello Aidan, custode del grande Libro di Kells iniziato secoli prima e che lui ancora non è riuscito a terminare, Brendan abbandona gli studi da carpentiere per diventare miniatore.

Cellach non ha tempo per arrabbiarsi: i vichinghi attaccano l’abbazia, non ancora completamente fortificata, e in poche ore la conquistano. La devastazione è immane, e Brendan per sfuggire agli invasori è costretto a lasciare Kells, per compiere un viaggio molto lungo…

Splendida pellicola d’animazione, con disegni e immagini stupende, che ci parla dell’importanza dell’arte e della cultura nella storia, e soprattutto nella vita di tutti i giorni.   

Al momento, però, non esiste una versione in italiano di questo bel film.

“Visite a domicilio” di Howard Zieff

(USA, 1978)

La riforma della Sanità, da pubblica a privata, fu introdotta dal Presidente Nixon alla fine degli anni Sessanta, ma i suoi i veri effetti il popolo americano li percepì definitivamente a partire dalla metà del decennio successivo.

Il fatto di avere una Sanità a pagamento, attraverso le assicurazioni (e quindi, volenti o nolenti, dividere i pazienti in quelli che se lo possono permettere e in quelli che non se lo posso permettere) è un problema che ha investito recentemente anche la presidenza Obama.

Nel 1978, anno in cui uscì questa deliziosa commedia, per noi italiani era impensabile concepire una Sanità totalmente a pagamento, e così il motore trainante del film apparve forse troppo remoto, e in molti si concentrarono esclusivamente su i suoi due grandi protagonisti e i loro dialoghi, piuttosto che su tutto l’insieme.

Oggi però che anche la nostra situazione sta cambiando, e il nostro Sistema Sanitario si “appoggia” sempre più spesso a quello privato, il film riacquista nuovi spunti.

L’ottimo chirurgo Charley Nichols (un sempre grande Walter Matthau) rientra dopo tre mesi di congedo personale al Kensington General Hospital di Los Angeles. Ha passato gli ultimi novanta giorni solo alle Hawaii per riprendersi dalla morte della moglie. Grazie alla sua redditizia professione Michales può permettersi ogni lusso per consolarsi.  

La volitiva pasticcera e divorziata Ann Atkinson (Glenda Jackson) ha molti problemi per sbarcare il lunario. Sei mesi l’anno poi deve mantenere anche suo figlio adolescente Michael (interpretato da Charles Matthau, figlio di Walter) visto che il suo ex marito non le passa neanche un centesimo di alimenti.

Quando il destino porta i due a incontrarsi la situazione si diventa esplosiva…

Ottima commedia con un cast davvero di alto livello dove, a parte i due protagonisti, meritano di essere ricordati Art Carney (che con lo stesso Matthau negli anni Sessanta portò al successo la commedia allora off-Broadway “La strana coppia” di Neil Simon, poi divenuta un noto film) e Richard Benjamin, attore e regista di numerose commedie di successo.  

Per la chicca: da questo film è stata tratta una serie televisiva che ha riscosso un discreto successo di pubblico fra la fine degli anni Settanta e prima degli Ottanta.