“Alice e il sindaco” di Nicolas Pariser

(Francia/Belgio, 2020)

Paul Théraneau (un bravissimo, come sempre, Fabrice Luchini) è il sindaco di Lione, una delle città più importanti della Francia, ovviamente dopo la capitale. Théraneau ha una lunga carriera politica nello storico Partito Socialista francese, dove grazie alla sua esperienza e alle sue proposte politiche e sociali ha un ruolo nazionale sempre più rilevante.

Ha solo un grande problema: da circa vent’anni non riesce più a pensare, o meglio ad avere nuove idee. Così, dopo aver provato vanamente con la terapia psicoanalitica, il sindaco chiede aiuto alla Filosofia. Viene chiamata a Lione la giovane studiosa e ricercatrice di Filosofia presso l’ateneo di Oxford Alice Heimann (Anaïs Demoustier).

La Heimann è completamente avulsa al mondo politico e l’adattamento alla realtà del Gabinetto del Sindaco non è facile. Ma i suoi spunti filosofici iniziano a far ripartire le meningi – e soprattuto l’anima – di Théraneau, che trova nuova linfa vitale. Così, quando le inaspettate contingenze politiche del suo partito lo portano ad essere uno dei principali candidati socialisti alle elezioni presidenziali, vuole Alice al suo fianco…

Amarissima commedia sociale e politica, che ci parla in maniera limpida e cruda della grave crisi politica che negli ultimi vent’anni ha investito la sinistra europea, e non solo (l’incapacità di Théraneau di avere idee, nonostante la sua totale dedizione alla politica nel senso più alto del termine è fin troppo un’efficace e lampante metafora) compresa anche quella del nostro Paese.

Scritto dallo stesso Pariser, il film è stato premiato Cannes e ai Cesar, dove la Demoustier è stata giudicata come migliore attrice dell’anno.

“Elvira Madigan” di Bo Widerberg

(Svezia, 1967)

Il primo luglio del 1889, sulle rive dell’isola danese di Tasinge, Hedvig Antoinette Isabella Eleonore Jensen, artista circense nota col nome d’arte di Elvira Madigan, e l’ufficiale del Regio Esercito Svedese il conte Bengt Edvard Sixten Sparre, dopo aver consumato il loro ultimo pasto, si suicidarono.

Il fatto fece un enorme scalpore, e non solo in Svezia. Sparre era sposato con un’altra donna dalla quale aveva avuto due bambini. Innamoratosi e ricambiato dalla Madigan, aveva lasciato la sua famiglia e disertato l’Esercito per scappare con lei.

Bo Widerberg scrive e dirige il migliore dei tre adattamenti cinematografici della vicenda. Elvira (una eterea Pia Degermark) e Sixten (Thommy Berggren) sono fuggiti in Danimarca. Hanno preso una stanza in un albergo di campagna dove vivono a pieno il loro amore. Ma la notizia della scomparsa della famosa funambola e, soprattutto, la diserzione del conte ufficiale sono arrivate anche lì e così un invadente ospite dell’albergo li riconosce e intende denunciarli.

Elvira e Sixten sono costretti a fuggire, ed inizieranno un pellegrinaggio in varie località danesi per sfuggire alla loro fama fino a quando, senza più mezzi di sostentamento, sceglieranno di porre fine alle loro sofferenze piuttosto che separarsi.

Con una splendida fotografia, Widerberg (1930-1997) ci racconta una storia romantica e senza speranza, ambientata in un mondo formale e perbenista che non concede alle persone “…una seconda vita”, metafora di quel movimento che infiammerà l’Europa e il resto del mondo avendo il suo apice nel famigerato ’68.

A rendere ancora più struggente la pellicola è la sublime colonna sonora incentrata sul Concerto per pianoforte e orchestra n.21 K467 di Wolfgang Amadeus Mozart che contribuirà a rendere la pellicola immortale. La Degermark vince il premio come miglior attrice al Festival di Cannes.

“La guerra lampo dei Fratelli Marx” di Leo McCarey

(USA, 1933)

Siamo nel 1933, in Germania sale definitivamente al potere Hitler, mentre il Italia Mussolini è il capo assoluto del governo da oltre dieci anni.

Il pericolo di un secondo conflitto mondiale comincia a stagliarsi all’orizzonte. Ma nessuno, o quasi, vuole davvero vederlo. E come capita spesso in queste – tragiche – occasioni, è la satira la prima a gridare che il Re è nudo!

Così i geniali Fratelli Marx realizzano uno dei loro capolavori indiscussi, che ancora oggi rappresenta una delle più riuscite opere antimilitariste della storia del cinema. I quattro comici newyorchesi mettono alla berlina, e giustamente senza pietà, l’arroganza, l’ipocrisia e soprattutto la vigliaccheria dei fautori della guerra.

Con gag – come quella allo specchio fra Groucho e Harpo, o quella del cappello fra lo stesso Harpo, Chico e il venditore di limonate – ancora oggi irresistibili e ancora oggi stracopiate.

Come era prevedibile un film così comicamente innovativo e nettamente schierato non poteva essere apprezzato dal pubblico del 1933, molto del quale – anche negli Stati Uniti – considerava Mussolini e Hitler due “uomini forti” che tanto bene avrebbe fatto al mondo e alle loro fortunate nazioni.

Le decine di milioni di morti e feriti che i due “uomini forti” provocarono con le loro scellerate e drammatiche decisioni hanno segnato la storia del Novecento e travolto molte altre nazioni oltre le loro. Ma forse oggi in troppi considerano il Novecento solo come “il secolo scorso”, come qualcosa di passato che non tornerà più.

E se il Novecento potrà tornare effettivamente solo fra poco meno di mille anni, la guerra e soprattutto i suoi ipocriti, arroganti e vili fautori invece sono sempre pronti a tornare, e a fomentare lo scontro fra le persone e i popoli.

Per questo, questa esilarante pellicola, andrebbe fatta vedere a scuola.      

“Judy” di Robert Goold

(UK, 2019)

Frances Ethel Gumm, in arte Judy Garland, è stata una delle icone indiscusse del cinema hollywoodiano e dello spettacolo del Novecento.

Nata nel 1922 in una cittadina del Minnesota, la Garland sale per la prima volta sul palcoscenico a soli due anni. A sette, insieme alle due sorelle, esordisce al cinema interpretando piccole pellicole musicali. Nel 1934 viene scritturata dalla MGM e prende il suo definitivo nome d’arte.

A neanche 16 anni viene scelta da Louis B. Mayer – boss assoluto della MGM – come protagonista de “Il Mago di Oz” di Victor Fleming. Il successo è planetario, e la Garland diventa una stella del cinema di prima grandezza.

Ma il successo ha un prezzo, spesso molto salato. E così, in questa bellissima pellicola, riviviamo gli ultimi mesi di vita della Garland (interpretata da una stratosferica Renée Zellweger), ormai in declino, che a soli 46 anni ha ormai dilapidato tutto il suo patrimonio e non riesce a garantire un tetto ai suoi due figli minorenni avuti dal suo quarto ex marito Sidney Luft.

L’unica soluzione è quella di accettare un ingaggio di cinque settimane a Londra, al “Talk of the Town”, per ottenere le risorse economiche per mantenere i suoi due bambini. Negli Stati Uniti, infatti, nessuno la scrittura più per la sua inaffidabilità.

L’abuso di alcol e, soprattutto, quello di psicofarmaci e anfetamine, l’hanno resa ingestibile e inaffidabile. Ma è il palcoscenico il suo unico vero ambiente naturale, così magico e al tempo stesso così spietato. Proprio come il pubblico.

Recitare, cantare e ballare sui quei pochi – ma la tempo stesso infiniti – metri quadrati di legno è un privilegio concesso a pochi eletti, il cui prezzo a volte è davvero molto alto da pagare.

E Judy lo sa bene visto che di fatto ha dovuto rinunciare alla sua adolescenza per interpretare Dorothy. Come pugni nello stomaco le tornano in mente i ricordi delle riprese in cui Mayer le impediva di frequentare i suoi coetanei e di avere una vita normale. La plasmava e la teneva segregata, ma soprattutto il capo della MGM le impediva di mangiare imbottendola di anfetamine per paura che potesse prendere un grammo in più prima della fine delle riprese…

Tratto dalla pièce teatrale di Peter Quilter “End of the Rainbow”, questo “Judy” ci regala una splendida interpretazione della Zellweger (che non a caso ha vinto l’Oscar e il Golden Globe come migliore attrice protagonista) e un crudo affresco del mondo della spettacolo che lascia davvero l’amaro in bocca.

“L’ereditiera” di William Wyler

(USA, 1949)

Nel 1880 Henry James pubblicò a puntate il romanzo “Washington Square”, ispirato ad un evento realmente accaduto nell’aristocrazia britannica. James sposta la scena a New York e l’ambienta in quella che è considerata una delle piazze più esclusive della città.

Dal romanzo, la coppia di drammaturghi e sceneggiatori Ruth e Augustus Goetz traggono una commedia che sbanca Broadway. William Wyler decide di girare il suo adattamento cinematografico e chiama gli stessi due autori a scrivere la sceneggiatura.

New York, 1850. Austin Sloper (Ralph Richardson) è un facoltoso medico rispettato da tutta la città. Rimasto prematuramente vedovo, non riesce a consolarsi della perdita della moglie che lui reputa ancora l’essere più bello che abbia mai camminato sulla Terra.

Certo non lo consola la sua unica figlia Catherine (una bravissima Olivia de Havilland) scialba, goffa e ingenua, capace solo di realizzare inutili ricami. Grazie però alla rendita di diecimila dollari che le ha lasciato sua madre, Catherine è comunque una ragazza ricca. E lo diverrà ancora di più alla morte del padre che ha stabilito una rendita per lei di ulteriori ventimila dollari.

Nonostante ciò, alle feste a cui viene invitata nessuno sembra notarla, cosa che preoccupa molto suo padre e sua zia Lavinia (Lavinia Penniman). Tutto repentinamente cambia quando ad un party inizia ad essere al centro delle attenzioni del fascinoso Morris Townsend (Montgomery Clift).

Senza aspettare Townsend brucia le tappe del corteggiamento e poco tempo dopo chiede a Catherine di sposarlo. Se lei è fuori di se dalla gioia suo padre, invece, rimane freddo e distaccato. Per lui, infatti, il giovane è solo un cacciatore di dote e mai avrà la sua approvazione.

Nonostante il padre provi in ogni modo a dissuaderla, Catherine è sempre più intenzionata a coronare il suo sogno d’amore, cosa che alla fine provoca uno scontro profondo e irreversibile fra i due.

Per sposare il suo Morris, infatti, lei è disposta a fuggire nella notte e anche a rinunciare ai ventimila dollari in più di rendita, visto che suo padre ha promesso che la diserederà. Ma…

Amarissimo racconto sulle sfortune di una donna che ha la “colpa” di essere “brutta” e “ricca”. Nella storia del cinema è entrata a pieno l’indimenticabile scena finale, che ancora oggi viene scopiazzata.

Wyler dirige superbamente un ottimo cast dove brillano la de Havilland e Clift, che viene consacrato a star di primo livello. Per la sua interpretazione la de Havilland vince, giustamente, l’Oscar come miglior attrice protagonista, il secondo della sua lunga e prolifica carriera.

Per la chicca: solo grazie al successo planetario di questo film, il romanzo originale di Henry James fino ad allora pubblicato solo in inglese, venne tradotto in altre lingue.

“Scandalo a Filadelfia” di George Cukor

(USA, 1940)

Per quanto mi riguarda questa è una delle migliori sophisticated comedy della storia del cinema, di cui i maestri indiscussi sono stati Ernst Lubitsch e, appunto, George Cukor.

Basato sulla commedia teatrale di Philp Barry, con l’ottima sceneggiatura per il grande schermo firmata da Donald Ogden Stewart, “Scandalo a Filadelfia” possiede un cast fra i più affiatati e scintillanti di quegli anni. A partire da Cary Grant, per passare a Katharine Hepburn e arrivando a James Stewart, include anche una serie di grandi caratteristi di Hollywood (come Ruth Hussey, Mary Nash e Ronald Young i cui nomi magari dicono poco, mentre troviamo molto familiari i loro volti) tutti diretti magistralmente da Cukor.

La Filadelfia del titolo è quella delle grandi famiglie dell’upper class americana, che oltre ad ingenti patrimoni hanno dalla loro la “storia”. Sono fra quelle più antiche della città, simbolo dell’Indipendenza dal Regno Unito e quindi faro ed esempio per tutte le altre.

Non è un caso, quindi, che oltre cinquant’anni dopo il primo vero film hollywoodiano di denuncia sulla discriminazioni subite dagli omosessuali affetti dall’HIV (e non) venne ambientato in quella città, simbolo di di tutto il Paese, prendendone anche il titolo: “Philadelphia” di Jonathan Demme, appunto.

Ma torniamo al film di Cukor: proprio per mantenere immacolata la reputazione della sua storica famiglia, Tracy Lord (la Hepburn) decide di non invitare il padre alle sue seconde nozze. Seth Lord (John Halliday) poco tempo prima infatti ha lasciato suo moglie Margaret (Mary Nash) per una giovane e avvenente ballerina, suscitando l’ira incontenibile della figlia maggiore Tracy.

Il giornale scandalistico “Spy” ha in mano un servizio rovente su Seth e la sua amante, e per avere l’esclusiva sul matrimonio di Tracy, ricatta il suo primo marito C.K. Dexter Heaven (Cary Grant) o lui permetterà a un giornalista e una fotoreporter di intrufolarsi come falsi amici alle nozze, o il servizio su Lord senior verrà pubblicato.

Così, il giorno prima delle nozze, arrivano nell’immensa tenuta dei Lord C.K., Macaulay Connor (James Stewart) ed Elizabeth Imbrie (Ruth Hussey). Ma…

Con dialoghi ancora oggi memorabili, soprattutto fra Grant e la Hepburn (forse al massimo del suo fascino) il film viene candidato a sei Oscar: miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura. La Hepburn viene candidata come migliore attrice protagonista, mentre Stewart e la Hussey come miglior attore e attrice non protagonista. A portare a casa la statuetta saranno solo James Stewart e Donald Ogden Stewart per lo script.

“Lenny” di Bob Fosse

(USA, 1974)

Quando nell’ottobre del 2018 parlai del libro “Come parlare sporco e influenza la gente” di Lenny Bruce, questo bellissimo film era introvabile. Oggi, fortunatamente, è tornato disponibile in dvd.

Il grande Bob Fosse decide di ricordare le fortune e soprattutto le sfortune di uno dei comici più geniali e rivoluzionari del Novecento, considerato il padre della “stand-up comedy”. E lo fa basandosi sulla pièce teatrale omonima scritta da Julian Barry, noto drammaturgo e sceneggiatore americano, che in quel periodo furoreggia a Broadway.

A vestire i panni di Bruce è un bravissimo Dustin Hoffman, e il film – con una serie di flashback concatenati – ricostruisce la vita e l’arte del comico attraverso le interviste alla sua ex moglie Honey (una bravissima Valerie Perrine), a sua madre Sally Marr (Jan Miner) e al suo agente Artie Silver (Stanley Beck).

Quando ancora Bruce è un comico sconosciuto che si esibisce soprattutto in locali di striptease, incontra la provocante Honey, una spogliarellista con una fluente chioma rossa. Scoppia un amore profondo e i due decidono di sposarsi e condividere il palcoscenico.

Ma, sulla strada di Lenny, insieme al successo arrivano anche gli stupefacenti. Grazie alla sua comicità caustica e senza sconti per nessuno, Bruce viene soprannominato la “coscienza d’America”. Cosa che la parte più reazionaria e puritana degli Stati Uniti non gli perdonerà mai, e così il comico verrà travolto da arresti e cause per offese al comune senso del pudore.

Già quando Fosse girò questo film, otto anni dopo la morte di Bruce, le accuse erano ormai considerate ridicole, visto che i termini e soprattutto gli argomenti che molti giudici gli contestarono erano già diventati parte del lessico quotidiano della società. Figuriamoci oggi…

Il film venne giustamente candidato a sei Oscar: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior fotografia (con una pellicola girata totalmente in bianco e nero). Hoffman e la Perrine ottennero la candidatura come miglior attore e attrice protagonista.

Il dvd propone la versione originale fatta quando la pellicola venne distribuita nelle nostre sale con uno stratosferico Gigi Proietti che doppia Hoffman.

“La strada scarlatta” di Fritz Lang

(USA, 1945)

Il maestro Fritz Lang dirige il secondo adattamento cinematografico del romanzo “La Chienne” di Georges de La Fouchardière edito nel 1930, e portato sullo schermo per la prima volta l’anno successivo dal maestro Jean Renoir con l’omonimo titolo.

A quindici anni dalla sua pubblicazione, l’opera di de La Fouchardière è ancora molto graffiante e scandalosa, e così Lang decide di portarla sullo schermo per inaugurare la sua nuova casa di produzione creata, tra gli altri, insieme a Walter Wanger e sua moglie Joan Bennet.

L’impresa è ardua (il grande Lubitsch, per esempio, non ci è riuscito), soprattutto perché, già a partire dal titolo, il romanzo è considerato molto scabroso e la censura farà di tutto per ostacolarlo. Ma Lang, cambiandolo e modificando alcuni elementi, ci riesce e realizza il primo film americano dove il “colpevole” riesce a farla franca.

Siamo a New York, in uno dei numerosi locali del Greenwich Village, dove si stanno festeggiando i venticinque anni di inappuntabile carriera da contabile di Christopher Cross (un bravissimo Edward G. Robinson). Il padrone della ditta, che lo stima molto, gli regala un prezioso orologio d’oro con dedica, e poi abbandona il simposio per seguire una delle giovane e appariscenti ragazze che frequenta ogni sera.

Cross, che ha osservato non senza invidia il suo capo allontanarsi con una giovane che ha forse un terzo dei suoi anni, se ne torna placidamente a casa a piedi. Pochi minuti dopo s’imbatte in un bruto che sta picchiando una giovane e le presta soccorso colpendo l’aggressore col suo ombrello. L’uomo cade a terra privo di sensi e allora lui corre a chiamare una agente di ronda.

Al suo ritorno torva solo la ragazza, che si chiama Kitty (Joan Bennett) e che impacciata conferma al poliziotto l’aggressione subita da parte di uno sconosciuto. Cross si offre di accompagnarla a casa invitandola a bere un ultimo bicchiere prima di rientrare.

Kitty accetta, sempre più in imbarazzo, fino a quando Cross non estrae il nuovo orologio per guardare l’ora. Fra il bel vestito, il prezioso cipollone d’oro, le piccole bugie che lui le ha raccontato e parlandogli della pittura la sua unica e vera passione (omettendo però di dire di essere sposato e costretto a dipingere nel bagno perché sua moglie non vuole “pastrocchi” in giro per casa…) Kitty si convince di avere davanti un ricco, celibe e ingenuo pittore molto quotato.

Tornata a casa racconta a Johnny (Dan Duryea) il suo fidanzato-sfruttatore l’epilogo della serata. Era lui quello che Cross ha abbattuto col suo ombrello e che, per evitare guai, è scappato vedendo arrivare la Polizia.

Johnny non crede che quel grigio e banale omuncolo possa essere un artista, ma convince la donna a sfruttarlo al massimo. Così in breve tempo Cross affitta un appartamento per la “sua” Kitty nel Village dove poi trasferisce il suo “studio”. I soldi li prende nella cassaforte della ditta, adesso finalmente anche lui si può permettere una bella e giovane amante.

Per tenersi sempre più stretta Kitty, che si sta abituando troppo alla gentilezza di Cross, Johnny tenta in ogni modo di screditarlo e così porta ad una bancharella alcuni suoi quadri, che però vengono notati e acquistati subito da un noto critico d’arte che vuole conoscere l’autore. Johnny, fiutati nuovi soldi, afferma che a dipingerli è stata la stessa Kitty e presto viene organizzata una mostra a lei dedicata.

La moglie di Cross, passando casualmente davanti alla galleria, nota i quadri di suo marito a firma di una donna, e furente torna a casa…

Lang ritrae un’indimenticabile discesa agli inferi di un uomo grigio, pavido e banale, vittima di se stesso, della sua viltà e, soprattutto, della sua ira. Ottima interpretazione della Bennett, che per ragioni di censura non fa esplicitamente la prostituta, come nel romanzo di de La Fouchardière, ma è un ex modella pigra che non vuole più lavorare, ma che mantiene – non si sa come… – il suo Johnny.

Fra i “tocchi” di Lang c’è anche quello dei nomi dei protagonisti, a partire da quello di Christopher Cross che in italiano sarebbe Cristoforo Croce, e che segna implacabilmente il suo portatore.

“Vite vendute” di Henri-Georges Clouzot

(Francia/Italia, 1953)

Tratto dal romanzo semi autobiografico “Il salario della paura” di Georges Arnaud (che nel secondo dopoguerra fece davvero il camionista nell’America Latina) questo splendido film è forse uno dei più crudi diretti dal maestro Henri-Georges Clouzot.

La Seconda Guerra Mondiale è finita ormai da qualche anno e a Las Piedras, una piccola cittadina del Sud America in mezzo al nulla, vivono – o meglio sopravvivono – alcuni europei. Fra loro ci sono il francese Mario Livi (Yves Montand) e l’italiano Luigi (Folco Lulli) che condividono una baracca. Al gruppo, un giorno, si unisce il francese Mister Jo (Charles Vanel) col quale Mario lega subito. Tutti sognano di tornare nella loro patria, ma nessuno possiede i mezzi per farlo.

L’economia della piccola località ruota intorno alle attività di una compagnia petrolifera americana che, a cinquecento chilometri da Las Pedras, possiede alcuni pozzi petroliferi. Proprio uno di questi prende fuoco, uccidendo alcuni operai. O’Brian (WIlliam Tubbs), responsabile a Las Pedras della compagnia, per spegnere l’incendio del pozzo e farlo tornare a produrre greggio, deve assolutamente portare in loco una tonnellata di nitroglicerina.

Passerebbero settimane prima dell’arrivo degli elicotteri, e per un aereo è impossibile atterrare nei pressi dei pozzi. L’unica soluzione è portare l’esplosivo con un camion, anzi meglio con due così si raddoppiano le possibilità di riuscita. Perché la strada che collega Las Pedras ai pozzi è poco più che una pista sterrata piena di buche e crepe.

O’Brian organizza una sorta di “gara” fra i disperati che vivono a Las Pedras per scegliere i quattro autisti per i due camion ai quali andranno duemila dollari ciascuno. Alla fine “vincono” la gara Mario, Luigi, Mister Jo e uno scandinavo soprannominato “Bimba”.

Poco prima dell’alba parte il primo camion con a bordo Mister Jo e Mario, mezz’ora dopo parte quello con Luigi e “Bimba”, la distanza è necessaria per evitare che l’esplosione di uno coinvolga anche l’altro…

Il maestro Clouzot ci descrive in maniera davvero terribile la disperazione che divora i “senza patria” e i reietti pronti a morire senza pietà pur di potersi comprare un biglietto per tornare a casa. Nonostante il film sia stato realizzato con mezzi limitati, si può apprezzare lo stesso la maniacale perfezione del regista che traspare in ogni scena, anche in quelle meno rilevanti. Perfezione maniacale del tutto simile a quella di Stanley Kubrick.

Quando Clouzot decise di realizzare l’adattamento cinematografico, l’autore del romanzo Arnaud gli propose uno script scritto da lui stesso. Ma Clouzot (anche in questo molto simile a Kubrick che, per esempio, ignorò qualsiasi suggerimento di Stephen King per realizzare “Shining”) senza troppe cerimonie la rifiutò per scriverla lui stesso insieme al suo fidato collaboratore Jérôme Géronimi.

Nonostante gli anni passati dalla sua realizzazione, questo film – come molti altri del suo autore – lascia ancora il segno.

Per la chicca: lo statunitense William Tubbs, che qui veste i panni di O’Brien, è stato un attore molto amato da alcuni nostri grandi cineasti come Roberto Rossellini che lo volle in “Paisà”, “La macchina ammazzacattivi” e “Europa ’51”, o Steno e Monicelli che lo diressero in “Guardie e ladri” e “Al diavolo al celebrità”.

“La profezia delle ranocchie” di Jacques-Rémy Girerd

(Francia, 2003)

Prima di dirigere il divertente e originale “Mià e il Migù” nel 2008, Jacques-Rémy Girerd realizza questo lungometraggio animato che, nella versione originale, ha nel cast attori come Michel Piccoli e Annie Girardot.

In una piccola località nella vasta campagna francese vivono Ferdinand – un ex marinaio – sua moglie Juliette – che discende da un’antica stirpe di maghe africane – e il piccolo Tom, il piccolo che i due hanno adottato.

Non lontano abitano i Lamotte, genitori di Lili, una bambina coetanea di Tom. I Lamotte possiedono anche un piccolo zoo e visto che partono alla ricerca di una coppia di coccodrilli, lasciano Lili ai loro vicini.

Poche ore dopo le ranocchie, dopo una riunione tenutasi nella palude, comprendono che a breve si scatenerà un nuovo diluvio universale e avvisano gli unici che posso credergli: Tom e Lili. Mentre Ferdinand e Juliette ascoltano stupiti la “profezia” che raccontano loro i due bambini, il cielo improvvisamente si annuvola e inizia a tuonare.

Ferdinand corre subito allo zoo per liberare gli animali, e tutti si rifugiano nel grande granaio che grazie a Tom è diventato una vera e propria arca. Ma la vita sull’originale natante affollato deve essere regolata da sani ed equi principi, che vengono rispettati fino a quando nell’immenso mare formato dalle acque piovane non viene ripescata una strana tartaruga…

Delizioso cartone animato all’insegna della tolleranza, del rispetto della natura e dell’amore per gli altri, che farà passare 86 minuti di sano divertimento ai bambini (di tutte le età). Nella nostra versione possiamo – fortunatamente – goderci l’indimenticabile Anna Marchesini che dona la voce alla tartaruga.

A questo film collabora anche Michaël Dudok de Wit (regista del bellissimo corto d’animazione premio Oscar “Father and Daughter” del 2000 e del lungometraggio “La tartaruga rossa” del 2016) occupandosi dell’animazione di uno dei due elefanti imbarcati sul granaio.