“Storie dello spazio profondo” di Bonvi e Francesco Guccini

(Mondadori Comics, 2016)

Immaginate due ragazzi emiliani, non ancora trentenni, che nel 1969 decidono di inventarsi un futuro tutto loro: pianeti improbabili, robot nevrotici, avventurieri sempre a corto di soldi. Uno di loro diventerà uno dei cantautori più amati della storia della musica italiana. L’altro il papà di una delle strisce satiriche più celebri del fumetto made in Italy. Insieme, per una manciata di tavole, si concedono il lusso di giocare con lo spazio profondo rielaborando la fantascienza in bianco e nero con la quale sono cresciuti, e il risultato è un fumetto che sembra aver visto il futuro prima di tutti. Il loro nome? Francesco Guccini e Bonvi. Il titolo di questa piccola, dimenticata bomba a orologeria del fumetto italiano: Storie dello spazio profondo.

Il progetto è a dir poco singolare per il periodo: sette episodi che raccontano le peripezie di un avventuriero spaziale sempre a corto di quattrini e del suo inseparabile compare robot, nevrotico, pedante e con un’inclinazione filosofica del tutto fuori luogo per un automa. Non è difficile intuire chi si celi dietro ai due protagonisti: Bonvi presta letteralmente il proprio volto all’umano, mentre nel robot si riconosce, per carattere più che per aspetto, la controparte di Guccini. Un doppio autoritratto mascherato da fantascienza pulp, ed è proprio in questa scelta che si annida il primo, grande pregio dell’opera: la capacità di trasformare un genere spesso relegato all’evasione più semplice in un terreno di gioco personale, quasi confidenziale.

Il contesto in cui questo fumetto viene alla luce merita una premessa. Bonvi aveva da poco lanciato Sturmtruppen, la striscia satirica sulla Seconda guerra mondiale che lo avrebbe reso celebre in tutto il mondo; Francesco Guccini, dal canto suo, stava vivendo gli albori della propria carriera discografica. I due si concedono con Storie dello spazio profondo una parentesi che oggi definiremmo “di culto”, pubblicata parzialmente nel 1970 sulla rivista Psyco e destinata a una fortuna editoriale fatta di ristampe successive, dalla prima edizione in volume del 1972 fino a quella più recente firmata Mondadori Comics.

Al di là dell’aneddotica biografica, quello che sorprende leggendo oggi queste tavole è la loro straordinaria capacità anticipatoria. Gli ambienti sovrappopolati e regolati da una psicopolizia pronta a reprimere ogni segno di individualità, i pianeti improbabili gremiti da creature con nomi assurdi, le scene da bar spaziale affollato di mostri di ogni forma e provenienza: tutto questo, con qualche anno di anticipo, sembra scrivere un copione che il cinema di fantascienza avrebbe poi reso celeberrimo. Non è un caso che negli anni, complice una certa somiglianza di atmosfere, si sia più volte ipotizzato un’influenza – naturalmente indiretta e non dimostrabile – sull’immaginario dell’intera saga di Guerre stellari. Che sia un’ispirazione reale o una semplice e affascinante coincidenza creativa, resta il fatto che Bonvi e Guccini avevano intuito per primi certe estetiche che sarebbero diventate patrimonio collettivo solo un decennio più tardi.

Sul piano grafico, Bonvi conferma quello che già Sturmtruppen aveva dimostrato: un segno pulito, sintetico, capace di alternare con naturalezza il registro comico a quello più propriamente descrittivo, senza mai appesantire la tavola. Le astronavi, i pianeti, le creature aliene nascono da un disegno che privilegia l’immediatezza narrativa alla ricercatezza tecnica, ed è proprio questa scelta stilistica a rendere il fumetto ancora oggi estremamente leggibile e godibile.

I testi di Guccini, dal loro canto, regalano al fumetto un tono che definirei di ironia disincantata, quasi malinconica. Il futuro raccontato in queste pagine non è un trionfo del progresso, ma un mondo massificato, dove l’unica via di fuga possibile è quella, picaresca e un po’ patetica, dei due protagonisti in cerca di fortuna. C’è dell’affetto, in questo sguardo, ma anche una critica sottile alla stupidità e alla conformità del genere umano, portata avanti con leggerezza e senza mai scadere nella predica.

Storie dello spazio profondo resta, a distanza di più di mezzo secolo, un’opera che si legge con piacere autentico, sospesa fra la parodia bonaria della fantascienza classica e un’affettuosa autobiografia mascherata. Non è un capolavoro nel senso più solenne del termine, ma è un piccolo gioiello di intelligenza creativa, nato dall’incontro fra due sensibilità artistiche apparentemente lontane che qui trovano, invece, una sintonia perfetta, o forse è il caso di dire …stellare.

Da leggere.

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