“Memorie a rotta di collo” di Buster Keaton con Charles Samuels

(Feltrinelli, 1995)

Nel 1960, sei anni prima della sua scomparsa, Joseph Frank Keaton – poi conosciuto come Buster Keaton – affida a Charles Samuels il compito di trasformare una vita di cadute, acrobazie e silenzio in parole. Il risultato è “Memorie a rotta di collo”, l’unica autobiografia dell’uomo impassibile e dalla faccia di pietra davanti alla macchina da presa, un documento che è insieme testimonianza storica del primo grande cinema e ritratto di una delle personalità più complesse e affascinanti che Hollywood abbia mai conosciuto.

Buster Keaton esordisce sulle assi del vaudeville a quattro anni, nel 1899, lanciato letteralmente in aria dai genitori Joseph e Myra, acrobati e saltimbanchi di professione. A donargli il soprannome di “Buster”, vista la sua caparbietà sul palcoscenico già in tenerissima età, è il compagno d’arte di suo padre: Henry Hudini. Già nelle prime pagine si intuisce il cuore pulsante di queste memorie: la scoperta che il sorriso uccide la risata. Una rivelazione che cambierà per sempre il volto della comicità cinematografica. Il piccolo Buster comprende precocemente che per far ridere bisogna apparire “infelice, umiliato, perseguitato, tormentato, vessato, stupito e confuso”. Nasce così quella maschera impassibile che diventerà il suo marchio di fabbrica, l’emblema stesso di una comicità che non concede sconti al sentimentalismo.

Ma quello che rende straordinaria questa autobiografia non è tanto la cronaca degli anni gloriosi – pur presente e davvero affascinante – quanto la capacità di Keaton di raccontarsi senza compiacimenti né autocommiserazioni. L’artista tiene a precisare di essersi “sempre considerato un uomo favolosamente fortunato”, nonostante i matrimoni falliti, il declino professionale con l’avvento del sonoro, e i gravi problemi economici e con l’alcol che lo travolsero negli anni Trenta. È questa onestà emotiva, questa accettazione stoica degli alti e bassi dell’esistenza, che rende il libro così profondamente umano.

Le pagine dedicate alla Hollywood degli anni Venti sono di un fascino irresistibile. Keaton fa rivivere l’epoca d’oro del cinema muto con una nostalgia che non scade mai nella retorica: “A volte mi chiedo se il mondo sembrerà ancora un posto così eccitante e spensierato come sembrò a noi a Hollywood all’inizio degli anni Venti. Eravamo tutti giovani, l’aria della California sembrava vino”. È un mondo di pionieri coraggiosi e geniali, di sperimentatori senza rete, dove tutto era ancora possibile e il cinema si inventava giorno dopo giorno.

Particolarmente interessanti sono i capitoli dedicati ai rapporti con i colleghi. Keaton, che pure mantiene sempre un tono misurato e gentile, non risparmia considerazioni acute su Charlie Chaplin – col quale il confronto fu inevitabile – e i fratelli Marx. Ma sono soprattutto gli aneddoti tecnici a rivelare la profonda consapevolezza artistica dell’autore: le sue riflessioni sui meccanismi della comicità, sul timing perfetto, sull’importanza della verosimiglianza anche nell’assurdo, sulla centralità di una sceneggiatura solida ed efficace – anche se spesso non scritta ma semplicemente discussa con tutto lo staff – anticipano di decenni gli studi sulla teoria del comico.

La vera forza di “Memorie a rotta di collo” sta anche nel modo in cui Keaton affronta il declino. Le pagine sulla perdita del controllo creativo, sull’umiliazione di vedere i propri film stravolti dai produttori, sul passaggio traumatico al sonoro che lo relegò a ruoli marginali o di semplice “gagman” (addetto al creare sketch divertenti in film in crisi o privi di idee) sono di una dignità commovente. Non c’è rancore, non c’è vittimismo: c’è la lucida consapevolezza di un artista che ha vissuto il momento giusto al momento giusto e che ha pagato il prezzo della propria indipendenza creativa. “La ragione per cui non ha mai perso la mia umiltà davanti al pubblico è perché ho sempre pensato che il compito di chi si esibisce sia quello di rendere comprensibile ciò che sta facendo. Dopotutto il dovere del pubblico si esaurisce nell’atto del pagamento del biglietto d’ingresso.”

Struggenti le pagine dedicate agli ultimi anni, con le apparizioni sempre più rare e spesso umilianti. La partecipazione in “Viale del tramonto” di Billy Wilder – dove interpreta se stesso in un ruolo dolorosamente autobiografico – o quella irresistibile in “Luci della ribalta” di Charlie Chaplin diventano metafora perfetta di un’epoca che non c’è più.

Charles Samuels merita un riconoscimento particolare per aver saputo preservare la voce autentica di Keaton. Il testo scorre con naturalezza, alternando aneddoti divertenti a riflessioni più profonde, senza mai tradire il tono sobrio e antiretorico che fu proprio dell’attore. Il risultato è un’autobiografia che si legge come un romanzo picaresco, dove il protagonista attraversa un’epoca intera conservando intatta la propria dignità e il proprio sguardo ironico sul mondo.

Leggere Keaton che racconta Keaton è come assistere a un ultimo, malinconico numero di vaudeville, dove l’attore anziano ripercorre con lo sguardo i trionfi e le cadute di una vita intera. Ma come in tutte le sue migliori interpretazioni, anche qui Buster Keaton non sorride mai. E proprio per questo ci fa sorridere, commuovere e riflettere sulla natura effimera dello spettacolo e del successo e sulla persistenza testarda dell’arte vera.

Un libro che merita di essere letto, riletto e conservato gelosamente nelle biblioteche di tutti coloro che credono ancora nel potere rivoluzionario della risata intelligente.

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