Eduardo

Eduardo Foto

Il 31 Ottobre del 1984 scompariva uno dei più grandi drammaturghi del Novecento, il secondo italiano tradotto nel mondo dopo Luigi Pirandello. E proprio da Pirandello parte il mio ricordo del grande Eduardo De Filippo, che fu uno dei primi, insieme ai fratelli Titina e Peppino, a portare sul palcoscenico le opere del grande autore siciliano, che di alcune versioni interpretate dai tre fratelli ne curò anche la regia. Forse da questo stretto contatto Eduardo, figlio naturale del grande Eduardo Scarpetta, acquisisce la voglia di scrivere oltre che di recitare. Le sue opere, come quelle del suo maestro, spaccano gli schemi e, raccontando vicende di semplici e comuni mortali, ci narrano la nostra società e la nostra anima. E’ inutile chiedermi quale commedia eduardiana io preferisca: tutte, in relazione poi al momento in cui fluttua la mia vita. Non posso non considerare “Questi fantasmi” o “Napoli milionaria”, ma mi sentirei drammaticamente in colpa a non portare sull’isola deserta “Il sindaco del Rione Sanità” o “La grande magia”. Una cosa è certa però, a rivederle tutte comincerei senz’altro da “Natale in casa Cupiello “ e “Filumena Marturano”, che sono fra le due più grandi e struggenti metafore del nostro Paese. E pensare che alla prima di “Filumena Marturano” lo stesso Eduardo fu costretto a lasciare precipitosamente il teatro perché inseguito e minacciato dai paladini del pubblico pudore indignati con lui per aver portato sulle scene una così “insulsa e vergognosa storia”, evidentemente piccati dalla grande somiglianza ed empatia che nutrivano per Domenico Soriano, aggiungerei. Una sorte simile toccata pure al suo maestro Pirandello, che dovette fuggire dal teatro la sera della prima di “Sei personaggi in cerca d’autore”. Ma possiamo stare tranquilli ormai: oggi nel nostro Paese nessun autore rischia di essere inseguito per l’attuale drammaticità della sua opera  …che tristezza!

L’anniversario totale di William Shakespeare

William Shakespeare

I pochi documenti ufficiali sulla vita e sulla morte del Bardo di Stratford upon Avon ci dicono che nacque e morì lo stesso giorno: il 23 aprile, con una differenza di 52 anni. Oggi quindi si festeggia il 450° anniversario della nascita di William Shakespeare – al tempo stesso, ma con molta meno enfasi, il 398° anniversario della sua morte – l’autore più rappresentato in tutto l’occidente e non solo. Se è vero che sulle sue opere è stato scritto tantissimo – “tutto” sarà impossibile scriverlo anche fra altri 450 anni! – sulla sua vita, invece, ci sono moltissimi punti e periodi oscuri. L’unico documento autografo del Bardo a tutt’oggi riconosciuto, che non sia un’opera letteraria o teatrale, è il suo testamento nel quale lascia alla moglie il “secondo miglior letto” della casa, e che per stile e sintassi non ha davvero nulla a che vedere con le sue opere. La teoria che in questi ultimi decenni ha preso piede è che in realtà Shakespeare, la cui carriera di attore invece è ampiamente documentata, sia stato una sorta di prestanome di un autore che volontariamente si sia voluto nascondere. Nel film “Anonymous” di Ronald Emmerich, scritto da John Orloff, si ripercorre la tesi elaborata per la prima volta nel 1920 dallo scrittore britannico J. Thomas Looney, nella quale l’autore di tutte le opere firmate da Shakespeare sia Edward de Vere, conte di Oxford, e uno dei numerosi figli illegittimi di Elisabetta I. Un’altra ipotesi vede invece come autore delle opere del Bardo nientemeno che Christopher Marlowe, drammaturgo poeta e traduttore inglese del tempo. A solleticare gli studiosi sono le numerose incongruenze fra la vita e le opere del genio di Stratford upon Avon. Tanto per fare un esempio, in “Romeo e Giulietta” ci sono numerose descrizioni della vita e della città di Verona che solo un testimone oculare avrebbe potuto riportare, mentre i documenti storici ci dicono che Shakespeare nel corso della sua vita non ha mai lasciato l’Inghilterra. Marlowe e de Vere invece si. Alla fine del Cinquecento non era così semplice scrivere di una città così lontana senza esserci stato, le cartine geografiche erano approssimative e di difficilissima reperibilità, per non parlare delle immagini. C’è ancora una terza teoria che vede Shakespeare prima attore e poi impresario, e proprio in questo ruolo il Bardo avrebbe raccolto comprando (e forse alcune volte anche rubacchiando) opere di autori contemporanei per avere materiale per la sua compagnia, e alle quale ha inserito il suo nome per praticità. Di certo William Shakespeare è stato uno dei pochissimi attori e impresari della sua epoca a morire ricco.

Ma di chi sia stato realmente l’autore delle opere immortali come “Amleto”, “Otello” o “Romeo e Giulietta” in fin dei conti ce ne fregiamo della grossa. Forse non sarà stato proprio il Bardo, ma quello che è certo è  che alla fine del Cinquecento e nei primi anni del Seicento la cultura elisabettiana ha permesso la fioritura di opere così straordinarie ed eterne, e se Shakespeare è stato l’inventore della figura del “ghost writer” chissenefrega!  …Questo non è il problema…

C.S. Lewis e la sua Narnia

CS Lewis 300

Il 22 novembre del 1963 moriva per gravi problemi cardiaci Clive Staples Lewis (classe 1898), docente di Lingua e Letteratura Inglese all’Università di Oxford e autore de “Le Cronache di Narnia”. Grande amico e collega di John Ronald Reuel Tolkien (che il mondo conosce meglio come J.R.R. Tolkien) Lewis, oltre ad essere appassionato di filologia, amava profondamente i miti nordici, sui quali usava conversare molto spesso con il suo collega docente. Questi confronti contribuiranno in maniera determinante alla nascita della serie di libri sul mondo fantastico di Narnia che, insieme a quella di Tolkien, segnerà – e continua a segnare – la narrativa fantasy internazionale dedicata all’infanzia e non solo: il viaggio che si compie leggendo le Cronache è di quelli che non si dimenticano. E non è un caso quindi da che quasi settant’anni la sua raccolta è uno dei volumi più venduti al mondo. Narnia, e lo dice lo stesso autore nella sua prefazione, è dedicata ai bambini che arrivano alla soglia dell’adolescenza, ed è uno splendido viatico all’altro universo fantastico che è la Terra di Mezzo di Tolkien, che invece è adatto a ragazzi un po’ più grandi. Ma l’opera di Lewis non si limita alle Cronache, fra i numerosi saggi da lui firmati infatti spicca “Il Cristianesimo così com’è” (edito in Italia da Adelphi) che ancora oggi è ambito di confronti teologici. Alla sua vita personale poi, e in particolar modo all’incontro, al successivo matrimonio con Helen Joy Davidman-Gresham e alla prematura morte di questa, è ispirato il film diretto da Richard Attenborough nel 1993 “Viaggio in Inghilterra” con Anthony Hopkins (nel ruolo di Lewis) e Debra Winger (in quello della Joy). Il destino volle che la sua dipartita fu di fatto ignorata dai media perché avvenne lo stesso giorno dell’assassinio a Dallas di John Fitzgerald Kennedy.

Il Salone Internazionale del Libro di Torino 2013

Salone Libro Torino 13

Si apre oggi il Salone Internazionale del Libro di Torino 2013, la più importante manifestazione dell’editoria italiana. Ma già dall’inaugurazione sembra trasparire un po’ di tristezza e qualche disagio. Dopo mesi di allarmi e articoli tonanti la morte indegna e prematura del libro cartaceo, qualcuno degli addetti ai lavori osa accostare il termine “Hi-Tech” accanto a quello di “Libro”. Sembra un po’ la festa per lo scudetto della Juventus – tanto per rimanere a Torino – a fine Campionato 2005-2006, quando nubi all’orizzonte si avvicinavano sul quel titolo sportivo che ancora oggi fa discutere. Con l’avvento degli e-book non saranno certo i libri ad essere cancellati o a sparire, ma a morire – speriamo – sarà piuttosto un sistema editoriale vecchio e incancrenito, fatto di menti “eccelse”, “lungimiranti” e “fortunate” (tanto per citare Giulia Ichino) che solo 12 mesi fa, al Salone del Libro 2012, ridevano divertite e ironiche di quegli strani aggeggi chiamati e-reader.  E comunque la pensiate: BUONA LETTURA A TUTTI!

“Gli editori sono aziende di tecnologia…” di Giuseppe Granieri

Importante e illuminante è leggere questo articolo di Giuseppe Granieri del 13/04/2013 su La Stampa.it di seguito:

«Se gli editori abdicano all’innovazione, il mondo tecnologico li fagociterà. E se aspettano che il percorso ideale diventi ovvio, sarà troppo tardi»

«In molti mercati», scrive Jeremy Greenfiled, «una crescita del 41%, rispetto all’anno precedente, avrebbe portato a stappare una bottiglia di Dom Perignon». Ma non nell’editoria. Questo perché, spiega Jeremy, da un lato la crescita dei ricavi degli ebook sta rallentando rispetto a quanto era cresciuta negli ultimi anni. E dall’altro il mercato della carta continua invece nel suo declino. Così la domanda da porci diventa: «Come faranno gli editori a governare la crescita degli ebook che rallenta e la continua decrescita nelle vendite della carta?». Il post si intitola: Ebook Post 41% Gain in 2012.  Gli ebook, nel 2012, pesano circa un quarto dell’intero mercato editoriale americano. Ma questi dati, che secondo The Register confermano che sempre più americani preferiscono leggere in digitale, provengono dal report annuale dell’ American Association of Publishers. E andrebbero sommati con quelli (più difficili da monitorare) del self-publishing. Su questo fronte, per capire un po’ quanto incida il self-publishing sull’intero mercato,  David Gaughran ci dà qualche indizio commentando alcune cifre che ha rilasciato Barnes & Noble. «Il 25% degli ebook venduti», spiega, «sono autopubblicati». Non si tratta ovviamente di valori comparabili con quelli dell’AAP, perchè sono realtivi alla sola quota di mercato di Barnes & Noble e perché sono relativi alle unità vendute e non ai ricavi. Ma come giustamente osserva David, «il self-publishing sta conquistando uno spazio importante». Gaughran fa poi una stima, non scientifica, su quanto pesa invece il self-publishing sul Kindle Store (che ha la quota di mercato più ampia) e deduce che «il 29% degli ebook più venduti su Amazon è autopubblicato» e che questa percentuale «sembra stabile».  Ma fatti un’idea da solo: Self-Publishing Grabs Huge Market Share From Traditional Publishers. Giova ripeterlo, sono dati da prendere con le dovute cautele e che ci raccontano alcune tendenze. Da un lato il fisiologico rallentamento nell’adozione degli ebook (dopo anni di crescita percentuale a tre cifre) e dall’altro l’aumento del peso delle vendite raccolte da autori che hanno deciso di far da soli. Diventa così interessante leggere il commento di Eli Horowitz, che suggerisce un po’ la direzione. «Gli editori», dice, «ormai fanno parte dell’industria tecnologica. E devono cominciare a ragionare in questo modo». Poi argomenta: «Accettare il futuro non è la stessa cosa che abbracciarlo o rilanciarlo».  È un po’ quello che scriviamo da tempo su queste pagine. Con il digitale gli editori sono delle vere e proprie media company e devono ridisegnare con forza la prospettiva. Anche perché sono le aziende che arrivano dal mondo tecnologico (Amazon, Apple, Google) a competere con loro per i profitti, da quelli della distribuzione a quelli della vendita. Ma anche, come nel caso di Amazon, entrando direttamente nella produzione dei contenuti. Horowitz continua, ragionando sulla logica della salvezza e sulla logica della sfida: «Se pensi solo agli ebook, potresti pensare che non richiedano un editore, ma gli ebook sono solo la punta dell’iceberg. Il potenziale reale dello storytelling digitale può essere scoperto solo attraverso la sperimentazione».  E suggerisce: «Se gli editori abdicano all’innovazione, il mondo tecnologico li fagociterà. E se aspettano che il percorso ideale diventi ovvio, sarà troppo tardi». 

L’articolo merita una lettura integrale e una buona riflessione: Publishing Companies Are Technology Companies. Now It’s Time For Them To Act Like It.  Come lettura bonus, oggi, può essere stimolante vedere come Jeff Bezos racconta Amazon agli azionisti quest’anno. L’anno scorso era l’azienda che avrebbe portato innovazione continua e cambiamenti nelle regole del gioco. Quest’anno invece è «l’azienda che non fa profitti per far felice il cliente». Da leggere e rifletterci:  Surprise! ! Jeff Bezos explains to Amazon investors why no profits are a good thing.  

 

La prima messa digitale nella storia

Messa digitale Cop

La parrocchia di St. John a Mickleover nel Derbyshire, in Gran Bretagna, è certamente più aggiornata e contemporanea rispetto alla stragrande maggioranza delle case editrici italiane. Infatti, domenica scorsa i suoi fedeli hanno potuto celebrare la prima messa digitale della storia: “Invece del classico foglio cartaceo con canti, preghiere e letture – ci racconta Cacao – Il quotidiano delle belle notizie comiche – tutto si poteva consultare online da tablet e smarthphone grazie a una connessione wi-fi”. Che sia giunto il momento per l’editoria italiana di accettare e affrontare il grande cambiamento? Certo la storia ci insegna che la Chiesa è stata sempre precorritrice nello sfruttare e fare proprie le nuove forme di comunicazione.  Ma davvero ci toccherà aspettare un decennio buono prima di poter trovare tutti i testi in e-book e, soprattutto, a prezzi da e-book e non da cartaceo? Intanto consoliamoci: “Giovedì pomeriggio – conclude Cacao – videoconferenza su Skype con Dio”.

(Fonte: Dailymail.co.uk)

“Bersaglio di notte” di Arthur Penn

Bersaglio Cop

(USA, 1975)

Qui parliamo di un film che segna una rivoluzione copernicana nella storia del cinema, o meglio,  nella storia della scrittura cinematografica. “Bersaglio di notte”, infatti, è la prima pellicola in cui  appare chiaramente il sub-plot. Harry Moseby (un grande Gene Hackman, che per questa interpretazione è stato candidato all’Oscar), ex giocatore di football e investigatore privato per vocazione più che per mestiere, viene incaricato dalla ricca vedova Ward di ritrovare sua figlia, Delly (una giovanissima Melanie Griffith al suo esordio ufficiale nel cinema) minorenne e scappata di casa per l’ennesima volta. Moseby si trova così invischiato in un banale, in apparenza, caso di fuga di una minorenne irrequieta, che però lo porterà a scontrarsi con soldi e violenze ben oltre la sua immaginazione. Ma durante le indagini – ed è qui la grande novità – Moseby scopre casualmente che sua moglie Ellen lo tradisce. L’adulterio della moglie non ha nessuna attinenza con il caso che sta seguendo, ma non fa altro che mettere il nostro protagonista sotto pressione, e questa pressione – a sua volta – non fa altro che inchiodarci davanti allo schermo fino all’ultimo fotogramma. La rivoluzione è di dimensioni talmente grandi che oggi l’uso del sub-plot si da per  ovvio e scontato, ma allora non era così. A parte questa incredibile novità, “Bersaglio di notte” – e non mi voglio dilungare ancora sul genio dei distributori italiani nello scegliere i titoli visto che quello originale era “Night Moves”, che è tutta un’altra cosa… – diretto dal grande Arthur Penn e scritto da Alan Sharp è davvero un noir raffinato e di gran classe, con deliziosi richiami al grande cinema del passato.

“Il dilemma di Benedetto XVI” è un racconto del 1977!

Dilemma Benedetto XVI

Scritto da Herbie Brennan nel 1977 con il titolo originale “The Armageddon Decision”, il racconto viene pubblicato in Italia nel 1978 col titolo “Il dilemma di Benedetto XVI” nella collana Urania. In un futuro oscuro Victor Ling, dittatore assoluto di Anderstraad, preoccupa il mondo intero. Lo psichiatra di fama mondiale Steinmann viene invitato segretamente in Vaticano (che a causa di eventi socio-politici si è trasferito in Svizzera) per fare il test Rahmboid – l’unico in grado di stabilire la sanità mentale del paziente in pochi minuti – al Santo Padre Benedetto XVI. Questo perché il Pontefice intende dichiarare pubblicamente guerra a Ling, ma prima di agire vuole capire se quello che intende fare è dettato dalla ragione o dalla follia… ma il finale – a sorpresa – non lo racconto! 

Si tratta di una dozzina di pagine molto piacevoli e accattivanti. Anderstraad, nonostante il nome, fa pensare all’Italia, se poi uno pensa al dittatore… E me la chiamano FANTASCIENZA!!!

Giulia Ichino: raccomandata? No: “sono solo fortunata”

Sulle pagine di molti quotidiani è scoppiata la polemica per le accuse di “arrogante nepotismo” di cui è stata oggetto Giulia Ichino (figlia di Pietro Ichino, candidato al Senato con la lista di Monti), assunta dalla Mondadori e editor a soli 23 anni. Non ho il piacere di conoscere la Ichino, e quindi non ho motivo di dubitare delle sue capacità e del suo merito, anche se mi vengono in mente tanti “figli/nipoti/mogli e mariti di…” essere sempre tanto fortunati. Ma mi domando due cose: perché mi vengono in mente persone “fortunate” solo con cognomi illustri, e poi se alla Mondadori sono tutti “fuori classe” – come molti scrittori hanno definito la Ichino avendo lavorato con lei – perché la più grande casa editrice italiana si è fatta totalmente trovare impreparata dall’avvento degli ebook?

“On Writing – Autobiografia di un mestiere” di Stephen King

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(2001,  Sperling & Kupfer Editori)

Di manuali o raccolte di consigli dedicate ad aspiranti scrittori ce ne sono tanti. Ma questa scritta da Stephen King è quella che mi ha colpito e aiutato di più. Io non sono un amante degli horror, ma amo profondamente i libri di King nonostante a fatica superi le pagine più splatter e demoniache. E in questo libro il Re parla in maniera semplice ed efficace del suo mestiere, della genesi di alcune sue opere, delle grandi difficoltà delle soddisfazioni e dei suoi pericoli più nascosti nello scrivere, oltre a fornire una serie di semplici e fondamentali consigli utilissimi come ad esempio: “l’onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto”.