“Sangue blu” di Robert Hamer

(UK, 1949)

Nel 1949 gli Ealing Studios ridefiniscono i contorni di quella che diventerà la commedia britannica per eccellenza. Robert Hamer firma quello che è, assieme allo strepitoso “La signora omicidi“, il vertice assoluto della commedia nera anglosassone: “Sangue blu”. Un film che è insieme satira feroce dell’aristocrazia britannica, brillante esercizio di stile e meditazione filosofica sulla natura della vendetta e dell’ambizione.

Louis Mazzini (Dennis Price), rampollo illegittimo di una nobile famiglia inglese, viene ostracizzato dai parenti materni, i D’Ascoyne, per via del matrimonio con un umile cantante d’opera italiano della madre. Quando questa muore senza che i nobili congiunti si degnino neppure di partecipare al suo funerale, Louis decide di vendicarsi nel modo più radicale possibile: eliminando sistematicamente tutti gli otto membri della famiglia che lo separano dal titolo ducale. Il colpo di genio è che tutti gli otto D’Ascoyne sono interpretati dal medesimo attore: l’immenso Alec Guinness.

Hamer costruisce qui un’opera che trascende i confini del genere per diventare qualcosa di più complesso e stratificato. Non siamo di fronte a una semplice commedia degli errori o a un thriller macabro, ma a una dissacrazione totale dei valori aristocratici britannici operata dall’interno stesso di quella classe sociale.

La forza dirompente del film risiede innanzitutto nella sua sfrontata immoralità. Louis Mazzini – che nella nostra versione viene “spagnolizzato” per difendere evidentemente il nostro onore italico… – non è un antieroe tormentato o un cattivo carismatico: è semplicemente un assassino metodico che pianifica ed esegue otto omicidi con la stessa freddezza con cui un amministratore esaminerebbe un bilancio. Eppure, e qui sta la genialità di Hamer e dello sceneggiatore John Dighton (che adatta il romanzo “Israel Rank: The Autobiography of a Criminal” di Roy Horniman pubblicato per la prima volta nel 1907), riusciamo a simpatizzare con lui, a fare il tifo per il successo della sua impresa criminale.

Questo paradosso morale è reso possibile dalla caratterizzazione straordinaria dei personaggi. I D’Ascoyne che Louis elimina uno dopo l’altro non sono mai vittime innocenti: sono incarnazioni perfette dell’arroganza, della stupidità e della crudeltà che la nobiltà inglese nasconde dietro le buone maniere e l’etichetta. Il loro omicidio diventa quindi non solo comprensibile, ma addirittura desiderabile agli occhi dello spettatore.

Dennis Price offre un’interpretazione di rara perfezione. Il suo Louis Mazzini è un gentiluomo impeccabile, dotato di quella particolare forma di cinismo distaccato che nasconde un abisso di rancore e determinazione. Price riesce a rendere credibile un personaggio che potrebbe facilmente scivolare nella caricatura, mantenendolo sempre sul filo sottile tra la simpatia e il disgusto. La sua voce narrante – che nella nostra versione è quella splendida di Stefano Sibaldi – accompagna tutto il film attraverso la lettura delle memorie scritte in prigione alla vigilia della sua esecuzione, ed è un capolavoro di humor all’inglese.

Ma è Alec Guinness a rubare letteralmente la scena con una prestazione di virtuosismo assoluto. Interpretare otto personaggi diversi – di età, sesso, temperamento e condizione sociale differenti – senza mai cadere nell’imitazione o nella macchietta richiede un talento straordinario. Guinness costruisce otto creature umane complete e riconoscibili, ciascuna con le proprie peculiarità fisiche e psicologiche. Dal pomposo generale all’ingenuo reverendo, dalla suffragetta militante al fotografo dilettante, ogni D’Ascoyne è un piccolo capolavoro di caratterizzazione che dimostra perché Guinness sia considerato uno dei più grandi attori del Novecento.

Particolarmente memorabile è la sequenza in cui due D’Ascoyne – interpretati ovviamente entrambi da Guinness – appaiono nella stessa inquadratura: un effetto speciale che oggi ci appare banale ma che nel 1949 richiedeva una perizia tecnica notevole e che Hamer utilizza con grande misura, mai per puro sfoggio virtuosistico.

Quello che rende “Sangue blu” un’opera ancora oggi rilevante è la sua capacità di essere contemporaneamente divertente e disturbante. Ridiamo delle disgrazie dei D’Ascoyne, ma allo stesso tempo siamo costretti a confrontarci con l’immoralità del nostro stesso divertimento. Hamer non giudica mai i suoi personaggi – né Louis né le sue vittime – ma li presenta semplicemente nella loro umanità imperfetta e spesso ridicola.

Il film è anche una riflessione profonda sulla natura dell’ambizione e sul prezzo che si è disposti a pagare per il successo sociale. Louis sacrifica la propria umanità sull’altare dell’ascesa aristocratica, trasformandosi gradualmente in quella stessa classe che inizialmente disprezzava. È questo processo di corruzione progressiva che rende il finale – che naturalmente non anticipo – così perfettamente ambiguo e al tempo stesso sfizioso.

Non meno riuscita è la sottotrama amorosa che vede Louis diviso tra due donne: la passionale Sibella (Joan Greenwood) e l’eterea vedova Edith (Valerie Hobson). Anche qui Hamer evita ogni facile moralismo: entrambe le donne sono caratterizzate con complessità psicologica, ciascuna rappresentando un diverso aspetto dell’amore, del desiderio e della caparbietà.

A distanza di ben oltre settant’anni, la pellicola conserva intatta la sua capacità di divertire, disturbare e far riflettere. In un’epoca in cui le diseguaglianze sociali sono tornate drammaticamente al centro del dibattito pubblico, la feroce critica di Hamer all’aristocrazia e ai privilegi di casta acquista una nuova, inquietante attualità.

“Sangue blu” è cinema allo stato puro: intelligente, elegante, spietato. Un capolavoro assoluto che ogni patita e ogni patito dovrebbe vedere almeno una volta nella vita, meglio se più volte, per coglierne tutte le sfumature e le sottigliezze che una prima visione non può esaurire completamente.

Un film che dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, come il vero grande cinema sappia sempre andare oltre le categorie e le etichette, creando opere che parlano simultaneamente alla pancia e alla testa, che fanno ridere mentre costringono a pensare.

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