
(Adelphi, 2016)
C’è una piazza di provincia, in Francia, con il suo mercato tre volte a settimana, i suoi orari fissi, i suoi riti minuscoli e rassicuranti. E c’è un uomo, piccolo di statura e ancora più piccolo nelle pretese che ha dalla vita, che in quella piazza vende libri usati. Si chiama Jonas Milk, ma nessuno gli ha mai dato del tu, nemmeno dopo trent’anni passati lì in mezzo a loro. È nato ad Archangelsk, nel profondo della Russia, ma è arrivato in Francia da bambino, orfano di una famiglia dispersa dalla Rivoluzione. Parla come loro, vive come loro, si comporta meglio di molti di loro. Non basta. Per gli abitanti del Vieux-Marché resterà sempre uno “straniero”, una definizione che suona già come una condanna prima ancora che accada qualcosa.
E qualcosa accade. Gina, la moglie bella e chiacchierata che Jonas ha sposato con una devozione quasi masochista, un giorno esce di casa e non torna più. Jonas, per pudore, per non esporre la propria umiliazione, racconta una bugia innocua. Una bugia piccola, come lui. Ma in una comunità che aspettava solo un pretesto, quella bugia diventa la prova regina. Non ha ucciso nessuno, non ha fatto nulla, ma è comunque il primo — l’unico — sospettato.
Qui sta la maestria di Simenon: non ha bisogno di un delitto vero per costruire un meccanismo di condanna sociale perfetto. Basta il sospetto, alimentato dal pregiudizio, per trasformare un vicino in un nemico. Simenon riesce a rappresentare un dramma che finisce con lo stritolare, oltre che il personaggio principale, anche il lettore, ed è proprio questo l’effetto che si prova pagina dopo pagina: un’angoscia crescente, silenziosa, che non ha bisogno di colpi di scena perché si nutre di sguardi, di sussurri, di piccole omissioni quotidiane.
Il romanzo, va detto, non è un giallo nel senso classico. Non c’è un commissario, non c’è un’indagine vera e propria, non c’è nemmeno la certezza che sia stato commesso un reato. C’è solo un uomo che, per essere diverso — straniero, ebreo, mite fino all’eccesso — diventa il capro espiatorio ideale di una piccola comunità che ha bisogno di un colpevole più di quanto abbia bisogno della verità. E qui il libro smette di essere ambientato nella provincia francese degli anni Cinquanta e diventa qualcosa di spaventosamente contemporaneo: quante volte, ancora oggi, la xenofobia funziona soprattutto così? Non con proclami violenti, ma con un lento, quotidiano scivolamento dal sospetto all’accusa, dalla diffidenza all’esclusione, senza che nessuno debba mai assumersi la responsabilità diretta di un giudizio.
Simenon, come sempre, scrive con una prosa asciutta, senza fronzoli, capace però di scavare nella psicologia dei personaggi con una precisione quasi chirurgica. Non giudica Jonas, non lo compatisce nemmeno: lo osserva, e lascia che sia il lettore a misurare la distanza tra l’innocenza del protagonista e la crudeltà — spesso inconsapevole, quasi automatica — di chi lo circonda.
Non è un romanzo che si dimentica in fretta. Resta addosso, come un piccolo peso, la sensazione di aver assistito a un’ingiustizia lenta e silenziosa, di quelle che non fanno notizia ma che, nella vita reale, distruggono le persone un pezzetto alla volta. Se cercate un giallo con delitto, indagine e colpevole finale, non è questo il libro. Se invece volete capire come nasce e si alimenta il pregiudizio verso chi viene percepito come “altro”, anche nella nostra epoca, poche letture sono efficaci come questa.
Consigliato, senza riserve. E da leggere, se possibile, tutto d’un fiato: è breve, ma lascia il segno.
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