“Following” di Christopher Nolan

(UK/USA, 1998)

Prima di “Memento”, prima di “Inception”, prima di diventare uno dei registi più celebrati del cinema contemporaneo, Christopher Nolan realizzò con appena 6.000 dollari un piccolo gioiello in bianco e nero che già conteneva tutti i semi della sua futura grandezza. “Following” è un film che stupisce non solo per quello che riesce a ottenere con risorse minime, ma per come già manifesti la firma inconfondibile del regista britannico.

Il protagonista è Bill, uno scrittore in erba che sviluppa la morbosa abitudine di seguire sconosciuti per le strade di Londra, convincendosi che questa pratica gli fornirà materiale per i suoi racconti. Quando inizia a pedinare Cobb, un elegante scassinatore, viene scoperto e trascinato nel mondo del crimine. Quello che inizia come un esperimento sociologico si trasforma rapidamente in un labirinto di inganni, tradimenti e identità ambigue.

La narrazione non segue un ordine cronologico lineare – elemento che diventerà un marchio di fabbrica di Nolan – ma procede attraverso tre linee temporali che si intrecciano e si rivelano gradualmente. È una struttura complessa per un film di appena 70 minuti, ma Nolan la gestisce con una precisione chirurgica che lascia presagire i capolavori futuri.

Girato in 16mm in bianco e nero, “Following” cattura una Londra grigia e anonima, dove gli appartamenti borghesi nascondono segreti inconfessabili e le strade diventano teatro di cacce psicologiche. La fotografia essenziale ma efficace di Nolan stesso (che ha cura anche montaggio e sceneggiatura) trasforma il budget limitato in una virtù estetica, creando un’atmosfera claustrofobica e noir che avvolge lo spettatore.

Il cast, composto da attori allora non professionisti, riesce a dare credibilità a personaggi che sono allo stesso tempo ordinari ed enigmatici. Jeremy Theobald interpreta Bill con una vulnerabilità inquietante, mentre Alex Haw dona a Cobb un fascino pericoloso che ricorda i grandi antagonisti del cinema noir classico.

Quello che colpisce maggiormente in “Following” è come Nolan riesca già a stabilire molti degli elementi che caratterizzeranno la sua filmografia: l’ossessione per il tempo e la memoria, i protagonisti inaffidabili, le strutture narrative labirintiche, l’esplorazione della psicologia umana attraverso espedienti tipici del thriller. Il film funziona come un’anticipazione in miniatura di “Memento”, ma con una sua identità autonoma e compiuta.

La regia dimostra una maturità sorprendente per un esordio: ogni inquadratura è pensata, ogni dialogo serve a costruire il puzzle narrativo, ogni elemento visivo contribuisce all’atmosfera di crescente paranoia. Nolan dimostra che la mancanza di budget non è un limite quando si ha una visione chiara e gli strumenti tecnici per realizzarla.

“Following” non è solo un interessante documento storico sull’evoluzione di un grande regista, ma un thriller autonomo che merita di essere riscoperto. La sua brevità lo rende accessibile, ma la sua complessità narrativa richiede attenzione e, probabilmente, una seconda visione per apprezzarne appieno le sottigliezze così come, per esempio, per lo stratosferico “I soliti sospetti” di Barry Singer.

Il film dimostra che il cinema indipendente, quando guidato da una visione autoriale forte, può raggiungere risultati straordinari anche con mezzi limitatissimi. Nolan non ha mai rinnegato questo esordio, e guardandolo oggi è facile capire perché: “Following” contiene già tutto il DNA del regista che avrebbe rivoluzionato il cinema, anche quello classico da blockbuster.

Un esordio che è già un piccolo capolavoro, testimonianza di come talento e visione possano sopperire a qualsiasi limitazione produttiva. Imperdibile per gli amanti del cinema d’autore e obbligatorio per chi vuole comprendere le origini del fenomeno Nolan.

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