
(USA, 1973)
Ci sono film che invecchiano male e film che non invecchiano per niente. E poi c’è “Il dormiglione”, che a distanza di ben oltre cinquant’anni dalla sua uscita — era il 17 dicembre del 1973 quando arrivò nelle sale americane — continua a far ridere con quella precisione chirurgica che appartiene solo ai grandi comici. Woody Allen era ancora nella sua fase surreale e prettamente comica, quella che molti fanno concludere con “Interiors” del 1978, quando il regista newyorkese decise che era arrivato il momento di fare sul serio. Ma dite tutto quello che vi pare: “Il dormiglione” è cinema comico di altissimo livello, e chi non lo riconosce ha un problema con la risata.
La storia è, sulla carta, una parodia dichiarata. Miles Monroe — newyorkese, musicista, proprietario di un ristorante vegetariano dal nome che già da solo vale il biglietto del cinema — si sveglia dopo quasi due secoli di ibernazione in un futuro distopico e totalitario. Allen prende di mira la fantascienza del suo tempo, e in particolare “L’uomo che fuggì dal futuro” che George Lucas aveva diretto due anni prima, con l’irriverenza di chi conosce benissimo il genere che sta sbeffeggiando. Non c’è niente di più difficile che far bene una parodia intelligente: bisogna amare la cosa che si prende in giro, capirla fino in fondo, e poi smontarla con una precisione da orologiaio. Allen lo sa fare, e qui lo dimostra.
Ma “Il dormiglione” non è solo una parodia della fantascienza. È anche, e forse soprattutto, un ammiccamento palese a George Orwell e al suo “1984”: la società del futuro che Miles si trova ad attraversare è una dittatura perfetta, sorvegliata e asservita, dove il pensiero libero è un reato e la conformità è la sola virtù riconosciuta. Allen non si limita a citare Orwell: lo trasforma in gag, lo abita dall’interno, lo usa come palcoscenico per le proprie ossessioni comiche. E in questo passaggio c’è la magia del film: la distopia diventa comica senza perdere il suo morso. Forse proprio perché il futuro che Allen immagina assomiglia pericolosamente al presente che già conosceva.
Poi ci sono le ossessioni di sempre. Il sesso, i complessi d’inferiorità, l’inadeguatezza esistenziale del maschio nevrotico di fronte all’universo femminile: tutto il repertorio allenniano è qui, ma amplificato dalla distanza di due secoli. Miles Monroe non è cambiato di un grammo nel corso della sua ibernazione, e questa è la battuta più profonda del film: il mondo può trasformarsi radicalmente, possono passare centonovantaquattro anni, possono crollare civiltà e nascere regimi, ma l’insicurezza di un newyorkese rimane identica a sé stessa, impermeabile al tempo come una roccia impermeabile alla pioggia. C’è qualcosa di cosmicamente consolante in questa idea.
E poi c’è Diane Keaton nel ruolo di Luna, poetessa impegnata e vagamente inconsistente — come ogni poetessa impegnata che si rispetti… — che si ritrova suo malgrado trascinata nella resistenza contro il regime. La chimica tra Allen e Keaton era già in quegli anni qualcosa di raro: si completavano sullo schermo con la naturalezza di due musicisti che improvvisano sullo stesso tema, ciascuno riconoscibile, insieme irresistibili. La sua Luna è stupenda e un po’ ridicola, politicamente consapevole e intellettualmente confusa, esattamente come il film la richiede.
Ma il vero capolavoro del film sono i dettagli. Il ristorante vegetariano di Miles si chiamava “Il Sedano Allegro”, che è già di per sé il titolo di un film. La laurea di Luna, presa in Semantica Prepuziale, è uno di quei momenti in cui capisci che Allen non si limitava a fare battute: stava costruendo un universo satirico coerente, dove ogni dettaglio è pensato per deflagrare nel momento esatto in cui meno te lo aspetti.
È facile, guardando la filmografia di Allen, essere attratti dal periodo drammatico e intimista, dai film che citano Bergman e Chekhov, da quelli premiati e celebrati dalla critica. Ma sarebbe un errore di prospettiva. Questa prima fase — quella di “Prendi i soldi e scappa”, di “Il dormiglione”, di “Amore e guerra” — è cinema comico puro, con una densità di invenzioni per minuto che pochissimi registi nella storia hanno raggiunto. Allen aveva capito una cosa che molti dimenticano: far ridere è un mestiere serissimo, e farlo con stile è una delle forme più alte di intelligenza cinematografica.
“Il dormiglione” è tutto questo. E ogni volta che lo rivedo, anche solo il nome Sedano Allegro, mi mette ancora di buon umore.
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