“Quando Brendan incontra Trudy” di Kieron J. Walsh

(UK/Irlanda, 2000)

Qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte – anzi, forse un’intera enciclopedia ragionata… – sul genio incompreso dei distributori cinematografici italiani che per decenni hanno dimostrato una capacità quasi sovrannaturale di rovinare, stravolgere e completamente fraintendere i titoli dei film che importavano nel nostro mercato. Una lunga e gloriosa tradizione di traduzioni che sembrano operate da chi non aveva né visto il film, né compreso minimamente la sua essenza, né – oso dire, ma …col massimo rispetto – possedeva una conoscenza sufficiente della lingua inglese per capire cosa stesse effettivamente traducendo.

Questa dolce, romantica e profondamente cinefila storia d’amore firmata da Kieron J. Walsh nel 2000, scritta dalla penna raffinata di Roddy Doyle – autore che ha già dimostrato con “The Commitments” e “Due sulla strada” la sua capacità di raccontare l’Irlanda contemporanea con umorismo e profonda umanità –, è infatti incappata in uno di questi geni della distribuzione nostrana che ne ha tradotto il titolo senza evidentemente vederlo o, ipotesi ancora più probabile e preoccupante, senza capirlo minimamente.

Il titolo originale è “When Brendan Met Trudy”, citazione esplicita e inequivocabile di quel “When Harry Met Sally…” di Rob Reiner del 1989, uno dei capisaldi della commedia romantica americana moderna. Ora, qualsiasi persona dotata di un minimo di cultura cinematografica e di elementare buon senso avrebbe immediatamente riconosciuto il riferimento, tanto più che da noi – e qui si apre un secondo capitolo della nostra enciclopedia dell’assurdo distributivo… – un altro grande genio della traduzione (e non ditemi che è lo stesso perché mi rifiuto categoricamente di crederlo) aveva già tradotto il film di Reiner in “Harry ti presento Sally“.

Bene, quindi la logica, il buon senso, il rispetto per l’intelligenza del pubblico e per le intenzioni autoriali avrebbero dovuto portare inevitabilmente a tradurre il titolo del film di Walsh in: “Brendan ti presento Trudy”. Una soluzione semplice, immediata, che avrebbe mantenuto intatto il gioco citazionista. Ma no! Troppo difficile, troppo impegnativo, troppo… ragionato!

Probabilmente, dati i gravosi impegni professionali e l’evidente fretta che caratterizza il lavoro di questi professionisti della distribuzione, c’è stato solo il tempo di usare al volo Google Translate – ammesso e non concesso che nel 2000 esistesse già, altrimenti qualche predecessore altrettanto affidabile – per trovare un titolo italiano qualsiasi. Il risultato? Un banale, generico, privo di qualsiasi riferimento culturale: “Quando Brendan incontra Trudy”. Geniale! Nel senso: perfettamente anonimo, completamente svuotato del suo significato culturale, privo di quella strizzata d’occhio allo spettatore cinefilo che invece rappresentava l’essenza stessa del titolo originale.

Ma al di là di questo ennesimo caso di colpo di genio distributivo – che meriterebbe un’analisi sociologica approfondita… – questo delizioso e romantico film scritto da Roddy Doyle rappresenta una di quelle piccole perle cinematografiche che meritano di essere scoperte, riscoperte e celebrate, soprattutto da chi ama il cinema con autentica passione.

La storia è, in superficie, semplicissima: Brendan (interpretato con perfetta timidezza da un giovane Peter McDonald) è un insegnante di latino introverso e cinefilo ossessivo, che vive ancora con i genitori nella Dublino contemporanea. La sua esistenza è una routine perfettamente organizzata tra lezioni scolastiche, proiezioni cinematografiche al cinema di quartiere e serate casalinghe. Trudy (Flora Montgomery in stato di grazia), al contrario, è una ragazza vivace, imprevedibile, apparentemente libera da convenzioni sociali. Quando i due si incontrano, è inevitabile che scattino scintille.

Ma quello che rende questo film molto più di una convenzionale commedia romantica è la sua natura profondamente metacinematografica. Roddy Doyle costruisce una sceneggiatura che è un continuo omaggio al cinema classico, farcita di citazioni, riferimenti, situazioni che richiamano esplicitamente i grandi film del passato. Brendan vive letteralmente attraverso il cinema: la sua comprensione della realtà passa attraverso il filtro delle immagini cinematografiche che ha assimilato in anni di visioni compulsive. Quando incontra Trudy, la sua vita inizia finalmente a somigliare ai film che tanto ama.

Walsh dirige con mano sicura e sensibilità, creando un equilibrio perfetto tra la dimensione realistica della Dublino contemporanea e quella più sognante, cinematografica, della vita interiore di Brendan. La fotografia di Ashley Rowe cattura con delicatezza sia i toni grigi della quotidianità irlandese sia i momenti di pura magia romantica, creando un’atmosfera che ricorda – non casualmente – certe commedie inglesi e irlandesi degli anni ’90, quel cinema indipendente che sapeva raccontare storie d’amore senza cinismo ma anche senza melassa.

Le interpretazioni sono tutte di altissimo livello. Peter McDonald costruisce un Brendan che potrebbe facilmente scivolare nella caricatura del nerd cinefilo, ma invece mantiene una profondità e un’umanità che lo rendono profondamente simpatico e riconoscibile. Flora Montgomery è semplicemente perfetta nel ruolo di Trudy: riesce a essere contemporaneamente enigmatica, seducente, vulnerabile e sorprendente, mantenendo il personaggio sempre sul filo del rasoio tra realtà e finzione.

La sceneggiatura di Doyle è un piccolo gioiello di scrittura, ricca di dialoghi brillanti, di situazioni che ribaltano le convenzioni del genere, di momenti di autentica poesia quotidiana. L’autore irlandese dimostra ancora una volta la sua capacità di coniugare umorismo e profondità emotiva, di costruire personaggi credibili e complessi anche in una struttura narrativa apparentemente leggera.

“Quando Brendan incontra Trudy” è uno di quei film che ci ricordano perché amiamo il cinema: non per gli effetti speciali o per le trame complicate, ma per la capacità di raccontare storie umane con onestà, intelligenza e calore. È un film che celebra l’amore in tutte le sue forme: l’amore romantico, certo, ma anche l’amore per il cinema stesso, quella passione che trasforma semplici proiezioni luminose su uno schermo bianco in esperienze capaci di cambiare la vita.

In un’epoca in cui le commedie romantiche sembrano tutte uguali, costruite secondo formule collaudate e prive di qualsiasi ambizione autoriale, questo piccolo gioiello irlandese rappresenta una boccata d’aria fresca, un promemoria di come si possa ancora raccontare l’amore con originalità e intelligenza.

Un film delizioso, nel senso più pieno del termine: capace di deliziare lo spettatore con la sua leggerezza apparente, nascondendo sotto la superficie una profondità emotiva e una ricchezza culturale che lo rendono memorabile. Da vedere, soprattutto per chi ama il cinema non solo come passatempo, ma come forma d’arte capace di illuminare la vita quotidiana.

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