
(Frassinelli, 1990)
C’è un’età, di solito superati i cinquant’anni, in cui il conto con i propri genitori arriva comunque a scadenza, anche quando abbiamo fatto di tutto per rimandarlo. Carla Cerati (1926-2016) lo sapeva bene quando nel 1990 pubblica per Frassinelli questo romanzo, e lo sapeva soprattutto perché fotografa prima ancora che scrittrice: aveva già raccontato per immagini i margini più scomodi dell’esistenza come quando nel 1968 pubblica Morire di Classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin curato da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia. Qui la macchina fotografica la sostituisce con la parola, ma lo sguardo resta identico: clinico, senza pietà per sé stessa e per gli altri, capace però di trovare tenerezza proprio dove sembra impossibile cercarla.
La voce narrante è quella di Giulia, la “cattiva figlia” del titolo, donna sulla cinquantina che ha raggiunto quella maturità professionale ed economica che dovrebbe garantirle, finalmente, un po’ di pace. E invece proprio in quel momento la vita le presenta il conto più difficile: la madre, rimasta vedova e ormai alla soglia degli ottant’anni, non è più autosufficiente e deve trasferirsi da lei. Una casa che si era svuotata — i figli cresciuti e andati via, un matrimonio naufragato — si riempie di nuovo, ma non della compagnia che si sarebbe voluta.
Il romanzo procede su due binari che Cerati fa correre paralleli con mano sicura. Da una parte il presente della convivenza, fatto di piccole irritazioni quotidiane, di silenzi pesanti, di quel senso del dovere che si mescola continuamente al rancore e al senso di colpa per provare rancore. Dall’altra il passato, che Giulia va a scavare spingendo la madre a raccontare la propria vita: un’operazione quasi archeologica, con cui la figlia tenta di ricostruire chi sia davvero quella donna che ha davanti, al di là del ruolo materno che per una vita intera l’ha oscurata come persona. Ed è proprio questa seconda parte, quella della biografia dell’anziana che riemerge racconto dopo racconto, il cuore pulsante del libro: scopriamo una donna capace di scelte non convenzionali, che ha cresciuto tre figli spesso da sola, in tempi in cui la maternità non godeva di nessuna tutela e il lavoro femminile era tutt’altro che un diritto acquisito.
Quello che colpisce, leggendo oggi “La cattiva figlia” a ben oltre trent’anni dalla sua uscita, è il rifiuto totale di ogni scorciatoia consolatoria. Cerati non offre al lettore la catarsi facile, il momento in cui tutto si aggiusta e le due donne si abbracciano superando ogni incomprensione. Il conflitto tra Giulia e la madre si attenua, certo, ma non si scioglie mai del tutto: dura fino alla morte della madre, forse anche oltre, in un rimescolarsi continuo di rimorsi, egoismi, tenerezze inaspettate e delusioni che non si lasciano archiviare. È una scelta di onestà che rende il libro tutt’altro che una lettura consolatoria, ma che è proprio ciò che lo rende, ancora oggi, capace di parlare a chiunque si sia trovato a fare i conti con un genitore che invecchia.
La scrittura di Cerati merita un discorso a parte: diretta, essenziale, capace di procedere per accumulo di dettagli quotidiani senza mai scivolare nel sentimentalismo che un tema simile avrebbe potuto facilmente suggerire. È una prosa che appartiene a un’epoca narrativa precedente allo storytelling codificato di oggi, quando il “mostrare” e il “raccontare” potevano ancora convivere senza che uno escludesse l’altro. Proprio per questo, recuperare oggi “La cattiva figlia” significa anche fare un piccolo viaggio nella storia recente della narrativa italiana, oltre che nella storia di due donne e di un legame – quello familiare – che, nel bene e nel male, ci definisce tutti.
“La cattiva figlia” è un romanzo da leggere quando si ha voglia di guardare in faccia, senza sconti, quella parte di noi che con i nostri genitori non sempre si comporta come vorremmo o come ci hanno educato a pensare.
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