
(Francia/UK/USA, 1999)
Questa bellissima e crepuscolare pellicola è tratta da una storia vera, come ricorda il banale titolo italiano, mentre quello originale, The Straight Story, gioca sul doppio senso del cognome del protagonista: ma “straight” è anche il dritto, il retto, l’onesto. La storia di Alvin Straight, ma anche una storia semplice e lineare, una strada dritta da percorrere.
Chi si aspetta il Lynch di Eraserhead, Strade perdute, I segreti di Twin Peaks o Mulholland Drive resterà spiazzato. Qui non ci sono sogni distorti, uomini misteriosi che parlano al contrario o labirinti mentali. Eppure il film è lynchiano fino al midollo, perché il regista guarda l’America di provincia con la stessa attenzione ossessiva e un po’ straniata di sempre. Cambia il tono, non lo sguardo. Ed è forse il suo film più radicale proprio perché si permette di essere semplice, dopo anni passati a complicare tutto. E’ l’unica sua opera a ottenere negli Stati Uniti una classificazione per tutti, e questo la dice lunga sul paradosso.
Il protagonista è Alvin Straight, appunto,interpretato splendidamente da Richard Farnsworth, storico caratterista di Hollywood ed ex stuntman, qui al suo primo grande ruolo da protagonista e purtroppo anche alla sua ultima interpretazione. Il suo volto, scavato come un campo arato, vale da solo la visione. Farnsworth recita con una sobrietà commovente: gli bastano uno sguardo, un silenzio, un mezzo sorriso, senza cercare mai la lacrima facile.
Alvin è un anziano miope quasi al limite dell’ipovisione, con le anche malandate e due bastoni per camminare. Ha saputo che il fratello Lyle, con cui non parla da molti anni per una lite il cui motivo si è perso nel tempo, ha avuto un infarto. Vuole rivederlo prima che sia troppo tardi. Il fratello vive in un altro stato, e Alvin non può guidare un’auto. L’unico mezzo che può condurre legalmente e in maniera indipendente è il suo tagliaerba, e con quello, coraggiosamente, parte.
Il viaggio dura settimane, a pochi chilometri orari, e diventa l’esplorazione di un’America fatta di strade statali, campi di grano a perdita d’occhio e piccole cittadine, che racconta il Paese da un’angolazione insolita e particolare. La fotografia del grande Freddie Francis – con cui Lynch aveva girato lo splendido The Elephant Man – trasforma il panorama in un paesaggio quasi sacro, con cieli immensi e tramonti che sembrano dipinti. Le musiche di Angelo Badalamenti, malinconiche e dolcissime, accompagnano il lento avanzare del trattorino come un respiro.
Lungo la strada Alvin incontra una galleria di personaggi minimi ma indimenticabili: la ragazza incinta in fuga da casa, la donna sconvolta per aver investito l’ennesimo cervo, i gemelli meccanici che litigano su tutto ma lavorano in perfetta sintonia, il reduce di guerra con cui condividere un ricordo che brucia ancora. A ciascuno Alvin offre non consigli saccenti ma la sua presenza, un ascolto sincero e qualche parola semplice, frutto di una vita vissuta fino in fondo. La scena dei bastoncini, che da soli si spezzano e uniti no, è una lezione sulla famiglia raccontata senza nessuna retorica.
Il cuore del film è la riflessione sulla vecchiaia, sul tempo che passa e sull’orgoglio che ci impedisce di fare il primo passo. Alvin non parte per ritrovare un fratello soltanto: parte per fare i conti con sé stesso, con gli errori, con i rimpianti, con la guerra che a distanza di tanto tempo ancora lo tormenta. Il tagliaerba è un mezzo ridicolo, ma proprio per questo il viaggio ha un valore enorme. Ogni chilometro è una penitenza e un atto d’amore.
Il finale, con il fratello Lyle (Harry Dean Stanton, in una breve ma intensissima apparizione) che come sempre non anticipo, è una delle scene più commoventi del cinema degli anni Novanta. Basta una battuta, e tutto il film trova il suo senso. Ci vuole coraggio per girare un’ultima sequenza così, e Lynch ovviamente ce l’ha.
Una struggente e minimalista riflessione sulla vita, firmata da un grande regista. Un’opera che va contro ogni corsa e ogni frenesia, e ci ricorda che a volte la distanza più difficile da percorrere è quella tra due persone che si vogliono bene.
Da vedere e rivedere per riconciliarsi con se stessi.
Iscriviti e ascolta gratuitamente questa e altre recensioni di libri, film e serie tv sul podcast “La Foglia d’Acanto” disponibile su podCloud Castopod Spotify YouTube e Amazon Music.
Pingback: “Nomadland” di Chloé Zhao | Valerio Tagliaferri