“Manuale delle giovani marmotte” a cura di Mario Gentili

(Giunti/Disney, 2020)

E’ finalmente tornato disponibile il mitico e leggendario Manuale delle Giovani Marmotte nella fedelissima riproduzione della sua storica prima edizione pubblicata nel 1969.

Anche se io ancora non ero nato, lo incontrai qualche anno dopo, di terza o quarta mano, rimediato dal cugino del fratello maggiore del vicino di casa che fortunosamente era riuscito a portarlo in vacanza al mare…

E così, insieme ad un manipolo di giovani aspiranti marmotte realizzai una buona parte delle straordinarie idee descritte nel Manuale. Ovviamente iniziai con l’intramontabile “Filo diretto”, il “telefono” fatto con due bicchieri di carta e un pezzo di filo per cucire, per passare poi alle capanne costruite con le canne e alla vera vita da esploratore indomito.

Nel rileggerlo oggi non ci si può non emozionare davanti ad un libro che ha indubbiamente influenzato più di una generazione, dando spunti per giocare e conoscere il mondo, magari non sempre ad oggi “politically correct” – come per esempio suggerire, per non sporcare, di seppellire i rifiuti di un picnic sottoterra… – e forse a volte un pò troppo ingenui – come i consigli per diventare “simpatico” – ma sempre mirati al rispetto degli animali e della Natura.

Ma soprattutto questo Manuale ci racconta com’era l’infanzia nel nostro Paese prima dell’avvento definitivo di sua maestà la televisione, quando i ragazzini crescevano giocando per strada sbucciandosi continuamente le ginocchia. D’altronde non ci sono più le mezze stagioni e la nostalgia non è più quella di una volta…

Frasi fatte a parte, rileggerlo è come ritrovare casualmente il compagno di giochi di un’afosa estate cittadina con cui si sono passati momenti indimenticabili che però crescendo si era perso di vista.

“La carica dei 101” di Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske e Clyde Geronimi

(USA, 1961)

Ecco un classico dei classici, una delle pietre miliari della cinematografia mondiale che a quasi sessant’anni è ancora fresco e divertente come un bambino.

Poco dopo l’uscita nelle librerie del romanzo “I cento e una dalmata“ scritto da Dodie Smith nel 1956, quel gran genio di Walt Disney ne acquistò i diritti per la riduzione cinematografica. A scrivere la sceneggiatura chiamò il suo collaboratore di fiducia Bill Peet, che migliorò notevolmente il romanzo, come ammise la stessa Smith.

Per realizzare il lungometraggio poi venne sviluppata la tecnica della xerografia che consentì a Disney e ai suoi collaboratori di risparmiare tempo – quasi la metà – e denaro, visto che i costi di quella tradizionale avevano portato lo stesso Disney a pensare di chiudere il reparto animazione. 

E, come capitò proprio alle soglie dell’avvento dell’animazione digitale quando una grave crisi sembrava dover investire inesorabilmente la Disney, Wolfgang Reitherman, Hamilton Luske e Clyde Geronimi riuscirono a realizzare un capolavoro assoluto che ancora oggi vanta milioni di fan di tutte le generazioni.

Se la storia dei cuccioli di Pongo e Peggy, che vengono rapiti per rischiare di diventare una pelliccia, ancora ci emoziona, quella che davvero è entrata a far parte dell’immaginario collettivo è lei, la cattiva per eccellenza: sua perfidia e malvagità pura Miss Crudelia De Mon!

Se è vero che ogni storia che funziona ha cattivo che funziona, “La carica dei 101” ci regala una delle cattive più cattive di tutte, più della regina di Biancaneve, degna di salire sul podio dei più cattivi di tutti i tempi accanto a quel Lord Darth Vader che ancora ci intimorisce. Insomma, una cattiva da capolavoro. 

La carica dei 101

“Hoppity va in città” di Dave Fleischer

(USA, 1941)

Ma davvero Walt Disney non ha mai dovuto subire la concorrenza di altri artisti geniali del cartone animato? Ovviamente no. Max Fleischer fu un geniale autore di cartoni animati quanto Disney.

Classe 1883, Fleischer nasce a Cracovia e una volta trasferitosi negli Stati Uniti si appassiona all’animazione. Inventa il rotoscopio grazie al quale fonda col fratello Dave i Fleischer Studios. Fra i numerosi successi creati dai due fratelli va ricordata su tutti Betty Boop. Nel 1939, sulla scia del successo di “Biancaneve e i sette nani” di Disney, i Fleischer realizzano il loro primo lungometraggio “I viaggi di Gulliver” che riscuote un buon successo, proprio grazie al quale viene prodotto il secondo film: “Hoppity va in città”.

La pellicola ci racconta la storia di una piccola comunità di insetti che vive nel giardino di una casetta al centro di una grande metropoli in espansione. Il vecchio recinto che proteggeva il piccolo spazio verde si è rotto e così i passanti lo invadono sempre più di frequente, calpestando le case dei poveri insetti o gettandoci sopra mozziconi e rifiuti.

La situazione precipita quando Dolcezza, la bella figlia del signor Calabrone proprietario del negozio di miele, e Hoppity il giovane grillo ottimista – che nel carattere e nel passo dinoccolato ricorda molto il James Stewart del tempo – si dichiarano, facendo esplodere la gelosia del perfido signor Scarafaggio…

Con disegni che sono delle vere e proprie opere d’arte, “Hoppity va in città” possiede ancora chiaramente spunti, soluzioni narrative e visive a cui si sono ispirati quasi tutti gli autori di cortometraggi successivi, fino ad arrivare a quelli contemporanei come “Z la formica” o “A Bug’s Life – Megaminimondo”. Il film di Flaischer è un vero e proprio capolavoro dell’animazione così come quelli firmati dal genio Walt Disney.

Che cosa è successo dopo? Perché i Fleischer sono scomparsi dal panorama cinematografico?

“Hoppity va in città”, che avrebbe dovuto ripagare i debiti che la sua casa di produzione aveva con i finanziatori uscì il 5 dicembre del 1941, 48 ore prima che i giapponesi attaccassero Pearl Harbor, cambiando drasticamente la società americana e facendo naufragare il film al botteghino. I Fleischer furono costretti così a svendere la loro casa di produzione alla Paramount, lasciando definitivamente libero il campo al grande Walt Disney.

Hoppity va in città

“Saving Mr. Banks” di John Lee Hancock

Saving Mr Banks Loc

(USA, 2013)

Cominciamo col dire che mi hanno sempre affascinato le ricostruzioni cinematografiche della genesi di grandi opere artistiche o di semplici, ma emozionanti, opere d’ingegno che sono entrate a far parte del mio intimo e personale immaginario.

E’ inutile aggiungere che “Mary Poppins” sia una di queste, e John Lee Hancock ci regala un’affascinante ricostruzione dell’apice del lungo e tormentato rapporto – durato quasi vent’anni – fra il grande Walt Disney e la scrittrice P.L. Traves, per la cessione dei diritti del famoso libro.

Basato sul libro di Valerie Lawson “Mary Poppins She Wrote” – titolo che richiama palesemente la Miss Marple di Agatha Christie – che ricostruisce la vita tormentata dell’inventrice della tata più famosa del cinema, “Saving Mr. Banks” ci racconta di una scrittrice terrorizzata dalla paura di “svendere” la sua creatura più famosa e più cara, visto che odia i cartoni animati, e che si scontra con la personalità volitiva e dirompente di Walt Disney, pronto a tutto pur di mantenere la promessa fatta alle sue figlie: portare Mary Poppins sul grande schermo.

Con dei fantastici e godibilissimi duetti fra P.L. Traves (una bravissima Emma Thompson) e Walt Disney (un altrettanto bravo Tom Hanks) questa pellicola ci porta alle radici di un sogno che, come accade spesso, nasce da un grande dolore.

“Alla ricerca di Nemo” di Andrew Stanton e Lee Unkrich

Nemo Cop

(USA, 2003)

L’odissea che vive il pesce pagliaccio Marlin per ritrovare il suo figlioletto Nemo, mi emoziona ogni volta che la vedo.

A parte al tecnica spettacolare con cui la Pixar lo ha realizzato, mi fanno morire i dialoghi fra Marlin e Dory (“Zitto e nuota!”), il gruppo degli squali “anonimi” e la grande fuga dallo studio del dentista.

“Alla ricerca di Nemo”, come quasi tutti gli altri film realizzati dalla Pixar, dimostra che, cartone animato o no, tecniche digitali o meno, un bel film lo fa soprattutto una bella sceneggiatura, che poi è quello che pensava il grande Walt Disney, per il quale, infatti, l’animazione era solo il mezzo per raccontare i propri sogni.