“Rifkin’s Festival” di Woody Allen

(Spagna/USA/Italia, 2020)

Mort Rifkin (un bravissimo Wallace Shawn) è un ex insegnate di cinema di New York con la passione per gli autori europei. Sua moglie Sue (Gina Gershon) possiede un’agenzia di stampa che ha fra i suoi clienti il giovane regista francese Philippe (Louis Garrel) che presenta un film al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastiàn.

Mort decide di seguire la moglie perché sospetta che ci sia del tenero fra lei e lo stesso Philippe. Il viaggio in Spagna per Mort sarà catartico e attraverso i sogni che farà, tutti ispirati ai grandi autori che ha sempre amato, trarrà un bilancio della sua vita e soprattutto del suo modo di essere.

Coprodotto anche dal nostro Paese, questo film del maestro Woody Allen ci parla in maniera malinconica e crepuscolare del bilancio di una vita fatto da un uomo – ogni riferimento personale non è ovviamente casuale… – che nel cinema ha trovato il proprio modo di essere e di esprimersi.

Non è un caso quindi che nel ruolo di Mort Rifkin ci sia Shawn, attore fra i più apprezzati di Broadway – famose sono le sue interpretazioni nelle messe in scena soprattutto delle opere di Chekhov – e “rubato” da Hollywood – oltre a partecipare a numerose produzioni è sua, per esempio, la voce di Rex nella saga di “Toy Story” – che nel bellissimo “Manhattan” è al centro di una delle scene più esilaranti della cinematografia di Allen.

Forse non uno dei film più divertenti del genio newyorkese, ma gli omaggi onirici che fa a Fellini, Bergman, Bunùel, Antonioni e Truffaut sono davvero deliziosi. Da ricordare nel cast anche il bravissimo Christoph Waltz nei panni della Morte de “Il settimo sigillo” di Bergman, e Sergi Lòpez già interprete dello splendido “Il labirinto del fauno” del visionario Guillermo De Toro.

“Manhattan” di Woody Allen

(USA, 1979)

Sarà il connubio fra la musica immortale di George Gershwin e la sublime fotografia in bianco e nero firmata da Gordon Willis, oltre che ovviamente ai dialoghi irresistibili e all’ultimo colpo ma, tanto per tornare a parlare di Woody Allen, questo suo “Mahattan” – scritto insieme a Marshall Brickman – rimane memorabile.

Fra i primi sentimenti che si provano c’è quello di scappare immediatamente a New York per guardarla dal vero, magari usando occhiali speciali che te la fanno vedere in b/n, perché come dice Wim Wenders: “La vita è a colori, ma in bianco e nero è più realistica”.

Adoro questo film anche per una scena ben precisa, che mi fa sbellicare e riflettere ogni volta che la rivedo e che – per questo non sarò mai abbastanza grato al grande Woody! – ha salvato la mia autostima in fatto di vita amorosa.

E’ la scena in cui Mary (Diane Keaton) incontra casualmente il suo ex marito Jeremiah. Per tutta la sua relazione con Isaac (Woody Allen), Mary non ha fatto altro che parlare di lui come di un animale virile che l’ha liberata da ogni inibizione, aprendola al mondo dei sensi; una sorta di divoratore di corpi femminili, “sotto” al quale alcune donne – compresa lei – sono svenute per la troppa intensità dell’orgasmo.

Le facce di Isaac durante questi racconti sono silenziose ma alquanto eloquenti. Ma nulla a che vedere con l’espressione che assume quando finalmente vede dal vivo Jeremiah, interpretato da Wallace Shawn, che è un noto attore di Broadway, molto famoso per la sua bravura ma non certo per il suo aspetto fisico.

Shawn/Jeremiah, oltre che parlare in modo fastidiosamente nasale, è un suo coetaneo, più basso di Allen e molto più stempiato di lui. Ad Isaac non rimanere altro che riflettere sulla soggettività e sulla concretezza dei mostri e dei fantasmi che ci creiamo nella nostra testa.

Memorabile.