“Le rose di Shell” di Siobhan Dowd

(Uovonero, 2016)

Siobhan Dowd, oltre che una grande scrittrice, è stata anche una grande attivista: sono state numerose, infatti, le sue battaglie contro la censura dell’editoria in molti paesi del mondo.

Nata a Londra nel 1960, la Dowd si è spenta nel 2007 stroncata da un tumore al seno. Prima di morire però, la scrittrice ha creato una fondazione che ancora oggi, grazie ai diritti dei suoi libri venduti e tradotti in tutto il mondo, sostiene l’accesso alla letteratura ai bambini più disagiati.

Questo “Le rose di Shell” è il suo primo romanzo e ci porta a Coolbar, una piccola cittadina nella contea di Cork, nell’Irlanda della prima metà degli anni Ottanta.

Michelle, che tutti chiamano Shell, è un’adolescente apparentemente come molte altre della sua generazione e del suo Paese che, come il nostro, è molto cattolico. Shell è la sorella maggiore di Johnny e Trix e, soprattutto, solo un anno prima ha perso prematuramente la madre.

Il lutto ha segnato le vite di tutti, a partire da quella del padre che è precipitato definitivamente nell’inferno dell’alcolismo, abbandonando di fatto a loro stessi i suoi tre figli. A scuola, intanto, Shell è corteggiata da un ragazzo più grande con il quale consuma il suo primo rapporto sessuale.

Poco dopo che il giovane, presa la maturità, parte per gli Stati Uniti, Shell scopre di essere incinta. Ma l’unica persona sulla faccia della Terra che poteva aiutarla e sostenerla, sua madre, non c’è più, e così Shell dovrà affrontare la cosa da sola.

Ma come dice il suo soprannome, lei è una conchiglia con dentro un tesoro…

Bellissimo e duro romanzo di formazione tutto al femminile, “Le rose di Shell” – che in originale è “A Swift Pure Cry” frase contenuta nell'”Ulisse” di Joyce, e che letteralmente sarebbe “Un pianto puro e rapido” – è ispirato a due fatti di cronaca realmente accaduti in Irlanda negli anni Ottanta.

Da leggere.

“Sette minuti dopo la mezzanotte” di Juan Antonio Bayona

(USA/Spagna, 2016)

Tratto dal romanzo per ragazzi dell’angloamericano Patrick Ness (che ha accettato di elaborare e concludere l’idea iniziale della pluripremiata scrittrice inglese Siobhan Dowd stroncata a 47 anni da un cancro al seno) “Sette minuti dopo la mezzanotte” ci racconta di una delle tragedie dell’infanzia: il rapporto con la morte.

Conor è un bambino solitario che da tempo deve convivere con la malattia atroce che ogni giorno consuma sua madre (Felicity Jones).

A scuola è quotidianamente vittima delle angherie di un compagno di classe e a casa, oltre alla madre, non ha nessuno con cui davvero confidarsi. Suo padre, infatti, dopo aver divorziato si è trasferito negli Stati Uniti dove ha creato una nuova famiglia. E sua nonna, la signora Clayton, la madre di sua madre (non a caso interpretata da una sempre brava Sigourney Weaver) è una donna molto dura e formale.

Conor è poi vittima di un incubo atroce, che non riesce neanche a ripensare durante il giorno, ma che lentamente lo sta consumando.

Una notte, però, il grande tasso che troneggia sull’antico cimitero che vede in lontananza dalla sua finestra prende vita, e lo afferra annunciando che gli racconterà tre storie, finita l’ultima sarà lo stesso Conor a dover raccontargli la sua.

A nulla serviranno i rifiuti del ragazzino, l’albero mostro sarà implacabile…

Struggente pellicola con un cast davvero di prim’ordine e una regia fantastica. Nella versione originale la voce dell’albero mostro è quella di Liam Neeson, che appare di sfuggita in un ruolo che all’inizio sembra marginale.

Davvero un bel film.