“Cartoline dall’inferno” di Mike Nichols

(USA, 1990)

Il mondo dello spettacolo, e del cinema nello specifico, è stato raccontato ottimamente da se stesso più di una volta, anche nei lati più oscuri. Non sono pochi, infatti, i film che ci parlano di come il successo e la fama esplosa sul grande schermo possano divorare la vita di un attore.

Questo film, diretto dal maestro del cinema intimista americano Mike Nichols, si ispira al best seller della fine degli anni Ottanta “Cartoline dall’inferno”, autobiografia di Carrie Fisher, che per tutti – e anche suo malgrado… – rimarrà per sempre la principessa Leia.

Suzanne Vale (una – …c’è bisogno di dirlo? – bravissima Meryl Streep) è una giovane attrice di successo che però sta mandando a rotoli la sua carriera – e la sua vita – a causa della sua tossicodipendenza.

Dopo una notte passata con un avvenente sconosciuto, viene ricoverata d’urgenza per un’overdose. Al suo risveglio dovrà affrontare la realtà: la sua tossicodipendenza e, soprattutto, il suo rapporto conflittuale e irrisolto con la madre Doris Mann (una altrettanto bravissima Shirley MacLaine), famosissima stella del cinema e del teatro di qualche decennio prima.

Suzanne è a un bivio: reagire e tentare di superare o quanto meno di imparare a convivere con le proprie debolezze, o tornare a fuggire nella droga…

Grandissima prova d’attrice di due stelle del cinema americano – e non solo – che ci fanno arrabbiare e poi commuovere proprio come la vita. Grande mano di Nichols che superbamente non cade mai nel patetico. Autrice della sceneggiatura è la stessa Carrie Fisher. Fra i numerosi camei che costellano il film, c’è anche quello di Rob Reiner, che diresse la Fisher in “Harry ti presento Sally…”.

Vedere oggi questo bel film ha un sapore particolare rispetto a quando uscì nelle sale. Carrie Fisher è scomparsa il 27 dicembre del 2016, a 60 anni, a causa delle conseguenze di un infarto. Sua madre Debbie Reynolds è deceduta per un ictus il girono dopo, sussurrando il nome della figlia.

 

 

“Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata” di Bob Fosse

(USA, 1969)

Il nostro grande cinema ha fatto scuola in tutto il mondo, e spesso è stato apprezzato prima e molto più all’estero, dove ne è stato coltivato il rispetto in maniera più duratura rispetto a quello del suo Paese natale.

E’ il caso del capolavoro mondiale del maestro Federico Fellini “Le notti di Cabiria” (scritto assieme a Ennio Flaiano e Tullio Pinelli), che nel 1957 vince l’Oscar come miglior film straniero, che un altro genio assoluto del Novecento come Bob Fosse decide di portare sul palcoscenico facendolo diventare un musical.

Fellini aveva anticipato, in anni impensabili, la dignità e il rispetto verso l’anima pura di una donna che per la società di allora proprio non ne poteva avere: una “battona” delle borgate. E Fosse, con la collaborazione al testo di un terzo genio quale Neil Simon, porta sul palcoscenico un musical che sbanca ai botteghini.

Sono gli anni Sessanta e il ruolo della donna comincia ad essere al centro delle lotte sociali. Cosi Cabiria, che è diventata Charity Hope Valentine, diventa il simbolo sul palcoscenico dell’emancipazione della donna, da troppo succube dell’arroganza, del potere e delle debolezze dell’uomo.

Hollywood decide di portare sul grande schermo il musical dove a vestire i panni della protagonista è una bravissima Shriley MacLaine. La regia e le coreografie rimangono nelle mani del mago Fosse che crea una pietra miliare del cinema. Per capire la grandezza assoluta di Bob Fosse come coreografo basta riguardare le scene di ballo più famose, che ancora oggi lasciano di stucco.

Da ricordare anche la partecipazione del grande Sammy Davis Jr. nel ruolo secondario di Big Daddy Brubeck.

Per la chicca: in un ruolo ancora più marginale, ma con il nome nei titoli di testa, c’è una eterea e fascinosa Barbara Bouchet che pochi anni dopo, nel nostro Paese sarebbe divenuta un’icona sexy – e forse non tanto dell’emancipazione femminile … – con film come “Donne sopra, femmine sotto”, “Racconti proibiti… di niente vestiti” o “Una cavalla tutta nuda”.

“Oltre il giardino” di Hal Ashby

Oltre il giardino Loc

(USA, 1979)

La biografia di Peter Sellers racconta di come l’attore abbia dovuto penare per molti anni prima di poter portare sullo schermo il romanzo “The Being There” scritto nel 1971 da Jerzy Kosinski (che da noi uscì nel 1973 col titolo “Presenze”, e anche qui complimenti al traduttore!) visto che si sentiva nel profondo portato a dare vita al suo protagonista Chance. Ma se abbiamo dovuto aspettare tanto: comunque ne è valsa la pena!. Hal Ashby, uno dei migliori registi “off Hollywood” di quegli anni, oltre a Sellers, dirige un cast strepitoso fra cui spiccano la bellissima e bravissima Shirley MacLaine e il grande vecchio Melvyn Douglas, che vince l’Oscar come miglior attore non protagonista. Con tutto il rispetto per Douglas, grida ancora vendetta la mancata statuetta a Sellers – che era candidato come miglior attore protagonista – che in questo film sfodera la sua più grande interpretazione regalandoci un personaggio indimenticabile e simbolo dei tempi più di tanti saggi e articoli. Ma l’attore inglese pagò l’essere sempre visto come un semplice comico/clown (nel pieno rispetto delle due arti), e per questo molti considerarono la sua strepitosa interpretazione come qualcosa di casuale. Ma, ovviamente, non era così: Sellers era un animale da palcoscenico e da macchina da presa come ce ne sono stati pochi altri. Per comprenderlo meglio ti consiglio di vedere il film biografico “Tu chiamami Peter” di Stephen Hopkins con un grande Geoffrey Rush (di cui troverai anche un post nella categoria La Mia Cineteca).

Ma tornando al film, ci sarebbe da commentare le mille battute e situazioni irresistibili che formano un fantastico crescendo, ma io rimango ogni volta estasiato anche dai ciak scartati e senza sonoro che Ashby usa come sfondo ai titoli di coda: memorabili.

Molti trovarono, all’uscita del film, la scena finale troppo surreale, ma quando un paio d’anni dopo salì alla Casa Bianca Ronald Reagan in tanti – dicono le malelingue – furono costretti a ricredersi…