“Milioni che scottano” di Eric Till

(UK, 1968)

Marcus Pendleton (un grande Peter Ustinov) esce, dopo un paio d’anni, dalle regali prigioni di Sua Maestà. Ha scontato la sua pena per truffa aggravata, ad inchiodarlo è stato un famigerato computer, cosa che lui proprio non aveva …calcolato.

Tornato in libertà, Marcus desidera “vendicarsi” dei programmatori elettronici – così si chiamavano allora – preparando una nuova truffa milionaria, ma per realizzarla senza rischi deve diventare un vero e proprio programmatore.

Padrone della programmazione, Marcus ruba l’identità e il curriculum di Caesar Smith (Robert Morley) che, per seguire la sua passione per l’ornitologia, si reca nella foresta fluviale.

Smith/Pendleton viene assunto così come responsabile programmatore presso la sede londinese della società americana Tacanco, il cui Vice Presidente Esecutivo Carlton J. Kempler (Karl Malden) rimane subito colpito dalle sue capacità. Solo Willard C. Gnatpole (Bob Newhart), secondo Vice Presidente dell’azienda, nutre dei sospetti sul nuovo assunto.

Una mattina, nel suo ufficio, Marcus trova la sua nuova segretaria: Patty Terwillinger (un’avvenente e prosperosa Maggie Smith) la sua goffa e pasticciona vicina di casa, che lo conosce come Mr. Pendleton…

Scritta dallo stesso Ustinov assieme a Ira Wallach, questa deliziosa commedia possiede un cast davvero straordinario. Oltre a Ustinov e la Smith – già allora notissimi attori shakespeariani – spiccano Karl Malden, fra i più conosciuti caratteristi di Hollywood, e Bob Newhart che molti decenni dopo impersonerà Arthur Jeffries, il professor Proton, vero e proprio feticcio del mitico Sheldon Cooper in “The Big Bang Theory”.

In piena “Swinging London”, hanno fatto epoca le lunghissime e sinuose gambe della Smith, allora già vincitrice di un premio Oscar, che poi impersonerà Minerva McGranitt nella saga di Harry Potter.

E, a proposito di Oscar, la pellicola viene candidata per la Miglior Sceneggiatura Originale.

“I commedianti” di Peter Glenville

(USA/Francia, 1967)

Chi non ha mai indossato una maschera nella vita?

Il maestro Luigi Pirandello ci dice che nessuno, purtroppo, riesce a evitare di recitare una parte – chi per sempre e chi per poco – nella propria esistenza. E così scrive anche Graham Greene nel suo romanzo “The Comedians” pubblicato nel 1966.

L’anno successivo lo stesso Greene elabora la sceneggiatura per l’adattamento cinematografico che incastona un cast stellare per quegli anni: Richard Burton, Elizabeth Taylor, Alec Guinness, Peter Ustinov e Lilian Gish.

Haiti è sotto il potere assoluto, duro e feroce di Papa Doc che con i suoi “Tonton Macute” controlla la Nazione e punisce con estrema violenza chi non ubbidisce. Sull’isola, dove non sono rare le esecuzioni capitali dimostrative, sbarcano gli inglesi Brown (Burton) proprietario dell’Hotel Trianon, e H.O. Jones (Guinness) un ex maggiore dell’esercito britannico, oltre a Mr. e Mrs. Smith (la Gish) due americani che intendono fondare in loco un’attività dedita alla realizzazione e alla vendita di cibi vegetariani.

Brown ospita nel proprio albergo i forestieri, ma la situazione a Port-au-Prince è tesa e pericolosa: Papa Doc, per rinsaldare il suo potere, ha fatto uccidere il ministro del Benessere Sociale, e i suoi Tonton non si fanno scrupoli nell’usare la violenza per isolare e catturare i fedeli del defunto.

Per tutelare i suoi clienti, Brown li porta nella residenza dell’Ambasciatore brasiliano Manuel Pineda (Ustinov) la cui moglie Martha (la Taylor) è da anni la sua amante segreta. In un mondo che inesorabilmente precipita nel baratro, ognuno di loro non riuscirà ad evitare di recitare una parte che non gli appartiene…

Classico dramma ispirato da un’opera di Greene, con sequenze che possiedono ancora oggi il loro fascino.

“La controspia” di Peter Ustinov

(D’Agostini, 1990)

Questo piccolo volume scritto da Peter Ustinov ci dimostra che cultura letteraria e generale possedeva uno dei più grandi attori cinematografici e teatrali del Novecento vincitore, tra i numerosi premi, di due Oscar.

Dopo la sua morte, ma in realtà qualche indiscrezione era trapelata già durante gli ultimi anni della sua vita, Peter Ustinov è risultato essere un importante collaboratore dell’MI5, il Servizio Segreto di Sua Maestà, così come lo fu suo padre.

Questo sia grazie alle sue origini – i suoi genitori avevano discendenze che risalivano a svariati Stati europei e non solo – che alla sua professione che lo ha portato in giro per il mondo.

Così il primo dei due racconti che dona il titolo anche al libro, “La controspia” appunto, ci parla delle frustrazione di un’ex spia inglese in pensione forzata. Come tutte i suoi colleghi messi a riposo, Glasp ha scritto un memoriale della sua lunga carriera in Medio Oriente. Secondo i suoi piani il tomo verrà pubblicato dopo la sua morte, scatenando le ire dei suoi ex superiori: sarà la vendetta per il suo forzato riposo. Ma Glasp non sopporta più aspettare e così prima prende carta e penna e poi alza il telefono accendendo una miccia a Beirut che deflagrerà fino a Londra…

Il secondo e ultimo racconto è il delizioso “Non chiamatelo naso” la cui protagonista è una famiglia di origini mediorientali che vive negli Stati Uniti. Il padre è studioso degli Assiri e gli è stata affidata una cattedra in un prestigioso ateneo. Esperto di politica mediorientale è spesso consultato dalla Casa Bianca.

La moglie e la piccola figlia vivono in relazione al lavoro e alle passioni del padre – che per scelta in casa non ha una tv o una radio – sono lo studio e la musica. Così la piccola cresce imparando a suonare la musica classica insieme ai suoi genitori che invitano settimanalmente colleghi per piccoli concerti.

Ma le cose cambiamo drasticamente per il professor Atuoa quando sua figlia diventa maggiorenne e con i risparmi accumulati con sacrificio si sottopone a una rinoplastica. Per il docente l’oltraggio è intollerabile, ma per sua figlia è indispensabile visto che il suo grosso naso – identico a quello di suo padre e di sua madre – l’ha sempre profondamente inibita. La lite è così furibonda che la ragazza decide di andarsene.

All’Università in Rettore – assiduo spettatore dei concerti casalinghi degli Atoua – va in pensione e il suo sostituto considera gli Assiri una materia superflua. Il nuovo inquilino della Casa Bianca poi ha il suo personale consulente mediorientale, e così Atoua è costretto a lasciare il piccolo cottage universitario che occupava da anni per trasferirsi in un appartamento in città. Ma i guai non sono finiti, sua figlia col suo bel naso nuovo, si innamora…

Davvero due racconti spassosi e lucenti, davvero ben scritti.

“Doppio delitto” di Steno

(Italia, 1977)

Tratto dal romanzo “Doppia morte al Governo Vecchio” di Ugo Moretti questo film, la cui sceneggiatura è scritta da Age Scarpelli e lo stesso Steno, è uno dei migliori esempi della commedia gialla all’italiana.

Siamo alla vigilia di uno degli eventi più drammatici della storia della Repubblica Italiana: il rapimento e l’uccisione del Presidente della DC Aldo Moro e il massacro delle sue guardie del corpo in via Fani a Roma. Nonostante l’evento sia ovviamente imprevedibile, nel film si respira un’aria di quiete prima della tempesta. La contestazione sta mutando forma e quella rivoluzione che doveva cambiare il mondo non arriva mai. I poliziotti, anche al cinema, cominciano ad avere un volto e un comportamento molto più umano e fallibile rispetto a solo poco tempo prima.

Infatti, il commissario Bruno Baldassare (un sempre bravo e fascinoso Marcello Mastroianni) è noto fra gli ambienti della Polizia romana per aver fatto sette anni prima la cosiddetta “stronzata”, che gli ha bruciato di fatto la carriera. Per fare il bello davanti al figlio di sei anni Baldassarre, erroneamente, ha aiutato un assassino a fuggire su una motocicletta rubata.

Da quel giorno è stato trasferito all’Archivio dei Corpi di Reato, che si trova in uno dei quartieri storici della capitale, ufficio alquanto “tranquillo” dove è assistito dall’agente Cantalamessa (un bravissimo Gianfranco Barra).

La triste routine di Baldassarre viene interrotta un giorno, durante un fragoroso temporale estivo, quando mangiando nella solita trattoria sente gridare dal portone del vicino Palazzo dell’Orso. Accorrendo, sulle scale dell’antico edifico, trova il corpo senza vita dell’anziano principe Prospero dell’Orso, apparentemente vittima di un fulmine caduto sul tetto e passato poi nell’antico corrimano delle scale in ferro battuto al quale era aggrappato il nobile. Mentre Baldassarre cerca di chiamare i soccorsi le urla della giovane Teresa (Agostina Belli) lo raggiungo. Al piano superiore la ragazza ha appena trovato il corpo senza vita dello zio Romolo, un elettrotecnico che stava montando un’antenna sul tetto del palazzo e che rientrando per la pioggia si è evidentemente appoggiato anche lui al corrimano nel momento fatale.

Ma qualcosa non torna, il fulmine ha avuto una precisione a dir poco chirurgica e oltre alle due morti, non ha causato nessun danno materiale al palazzo. Baldassarre, spinto da Teresa, riesce a far aprire un’inchiesta e, soprattutto, a farsela assegnare. Gli inquilini dello stabile sono uno più sospetto dell’altro, come la giovane e bellissima principessa dell’Orso (Ursula Andress) e i pochi parenti del principe che erediteranno una vera e propria fortuna, o Henry Hellman (un sublime Peter Ustinov) sceneggiatore hollywoodiano in declino e amico intimo della principessa…  

Tutti i personaggi del film cominciano a fare i conti con la fine di un periodo che aveva promesso tanto e che ormai, si capisce, non manterrà nulla. Conoscendo l’arte e il genio degli autori non ci si stupisce che siano inseriti nella pellicola anche degli accenni – apparentemente involontari – a eventi drammatici che segneranno il nostro Paese di lì a poco tempo. L’azione si svolge fra i vicoli del centro storico di Roma tanto simili a via Caetani, dove verrà ritrovato il corpo di Moro. E poi il personaggio interpretato da Ustinov sta scrivendo la sceneggiatura del film “La croce e la svastica” dedicato agli oscuri rapporti fra il Vaticano e il Terzo Reich, film che viene bloccato proprio dalla Santa Sede attraverso pressioni a vari istituti di credito. Poco dopo l’uscita del film scoppiò il caso del Banco Ambrosiano e dei suoi presunti legami con lo IOR…    

Da ricordare inoltre le interpretazioni, anche se in ruoli secondari, di Mario Scaccia nelle vesti del libraio vera radioserva del quartiere, e Giuseppe Anatrelli (già immortale per aver impersonato il Geom. Calboni nei primi “Fantozzi”) in quelli del capo di Baldassarre.