“Le streghe” di Robert Zemeckis

(USA, 2020)

Il geniale Roald Dahl (1916-1990) pubblica nel 1983 il romanzo per ragazzi “Le streghe” che riscuote un enorme successo, soprattutto nei paesi di lingua anglosassone.

Nel 1990 il britannico Nicolas Roeg realizza il suo primo adattamento cinematografico con una produzione anglo-americana intitolata “Chi ha paura delle streghe?” con Anjelica Huston nel ruolo della Strega Suprema e i pupazzi della bottega del mitico Jim Henson, che produce anche il film.

Visto che l’opera di Dahl, col passare del tempo, non solo non perde il suo smalto ma ne acquista sempre di più, uno dei registi più rilevanti di Hollywood decide di realizzare un nuovo adattamento. Per farlo Robert Zemeckis scrive la sceneggiatura assieme al visionario Guillermo Del Toro e al regista e produttore Kenya Barris. I tre spostano l’azione dall’Inghilterra dei primi anni Ottanta del libro all’Alabama della fine degli anni Sessanta, trasformando il piccolo protagonista da inglese di origini norvegesi ad appartenente alla comunità afroamericana.

Fuori campo la voce volitiva di un uomo adulto (che nella versione originale appartiene a Chris Rock) descrive e commenta alcune diapositive che parlano della streghe, esseri malefici e perfidi che hanno un solo scopo nella vita: schiacciare tutti i bambini.

Con un lungo flashback l’uomo inizia a raccontare la sua storia: nel Natale del 1968 quando aveva solo otto anni, a causa di un incidente automobilistico, è rimasto orfano. A prendersi cura di lui è stata sua nonna materna (Octavia Spencer) che lentamente, con amore e pazienza, gli ha riacceso la voglia di vivere portandolo con lei a Demopolis, una piccola cittadina rurale dell’Alabama.

Ma un brutto giorno il piccolo incappa in una strana e inquietante signora che gli offre una caramella. Istintivamente fugge via e quando racconta l’accaduto alla nonna questa ne rimane sconvolta. E’ indubbio, infatti, che il piccolo ha incrociato una strega, essere malefico che farà di tutto per annientarlo. La nonna, che da bambina è fortunosamente scampata anche lei ad una strega, decide di lasciare immediatamente la città per mettere al sicuro il nipote.

Grazie a suo cugino riesce a prenotare una camera nel lussuoso “The Grand Orleans Imperial Island Hotel”, un posto per ricchi uomini bianchi dove nessuna strega cercherebbe un bambino da schiacciare. Ma la nonna ignora che proprio in quei giorni, nel lussuoso resort, è previsto il convegno della Società Internazionale per la Prevenzione degli Abusi sui Minori. E che tale società è il paravento dietro il quale si nascondono le streghe americane, la cui presidente è la Strega Suprema (una cattivissima Anne Hathaway)…

Delizioso film fantasy, non solo per ragazzi, che come tutti i libri di Dahl ci parla di tolleranza e rispetto, per gli altri ma soprattutto per se stessi. Il cambio di ambientazione ci ricorda inoltre, con tagliente eleganza, la tragedia del razzismo che ancora attanaglia e miete vittime negli Stati Uniti, e non solo.

Da ricordare anche l’interpretazione di Stanley Tucci nei panni del mellifluo direttore del resort, e la partecipazione del regista premio Oscar Alfonso Cuarón, compatriota di Del Toro, alla produzione.

“Il diritto di contare” di Theodore Melfi

(USA, 2016)

C’è un vecchio – subdolamente maschilista ma sempre tanto usato – detto che dice: “Dietro una grande uomo, c’è sempre una gran donna” che sottolinea come il massimo spazio d’azione e di affermazione di una donna, da sempre, può essere solo nell’ombra del suo uomo.

Per sdradicare e distruggere questi pericolosi preconcetti ci vogliono eroi e veri rivoluzionari che semplicemente con il loro comportamento cambiano le cose per sempre. Se il nostro Paese deve essere onorato e orgoglioso di avere dato i Natali ad una persona straordinaria come Franca Viola, gli Stati Uniti devono esserlo ugualmente perchè hanno visto nascere entro i loro confini persone come Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, la cui storia ci racconta questa bellissima pellicola.

Già agli inizi degli anni Sessanta la cittadina segregazionista di Hampton, nello Stato della Virginia, ospitava il Langley Reserch Center, il più antico centro della NASA. Sono gli anni della lotta contro l’U.R.S.S. per la conquista dello spazio. Gli USA sono in netto ritardo dopo che i sovietici hanno lanciato il primo satellite nella storia, lo Sputnik, e soprattutto hanno inviato il primo uomo nel cosmo: Yuri Gagarin.

Sotto la pressione del Presidente Kennedy, la Nasa deve raggiungere e superare gli avversari. A gestire il programma è Al Harrison (Kevin Costner) che ha bisogno di ingegneri e di matematici. E proprio cercando il migliore a disposizione, Harrison incappa in Katherine Johnson (Taraji P. Henson) brillantissimo genio matematico, con solo due grandi “limiti”: essere donna, ed essere di colore.

Così come hanno gli stessi “limiti” le sue due colleghe matematiche Dorothy Vaughan (Octavia Spencer) che lavora come responsabile di un gruppo senza averne però la carica ufficiale, e Mary Jackson (Janelle Monàe) aspirante ingegnere…

Scritto dallo stesso Theodore Melfi assieme ad Allison Schroeder, e tratto dal libro “Hidden Figures: The Story of the African-American Women Who Helped Win the Space Race” di Margot Lee Shetterly, questo film ci parla di tre donne che con la loro volontà e soprattutto il loro coraggio hanno contribuito a cambiare il mondo.

Da far vedere a scuola.

Per la chicca: nella parte di un antipatico ingegnere retrogado e razzista spicca il grande Jim Parsons, mentre in quelli dell’algida e spocchiosa Sig.ra Mitchell, capo della Vaughan, c’è Kirsten Dust.

“La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro

(USA, 2017)

Il genio di Guillermo Del Toro ci regala due ore di grande ed emozionante cinema.

Il maestro messicano ci racconta una delle storie più romantiche degli ultimi decenni. Come sempre, poi, i messaggi più profondi e forti passano nel cinema di genere molto più spesso che in quello classico.

Anche per questo Del Toro, che sa mettere in maniera sublime e come pochi il cinema nel cinema, rende omaggio al genere horror anni Cinquanta e Sessanta (fra cui su tutti “Il mostro della Laguna Nera”) dove i temi sociali avevamo molto più spazio rispetto alle leggiadre e infiocchettate commedie romantiche con Rock Hudson o Doris Day.

Non è un caso, quindi, che Elisa Esposito (una bravissima e affascinantissima Sally Hawkins) sia una donna muta, cresciuta in un orfanotrofio nel quale fu accolta dopo essere stata ritrovata da bambina, con la laringe recisa.

E non è un caso quindi che i suoi unici amici siano Zelda, una collega di colore (un altrettanto bravissima Octavia Spencer) e Giles, un pittore omosessuale (Richard Jenkis) reietto della società.

Facendo le pulizie Elisa e Zelda capitano in un laboratorio dove è tenuta segregata una strana creatura, una specie di uomo pesce. Il responsabile scientifico è il Dottor Hoffstetler (un sempre bravo Michael Stuhlbarg) che nutre un profondo rispetto e una sana curiosità per l’essere sconosciuto.

Ad avere fra le mani le vite di tutti questi “diversi”, invece, è il colonnello Strickland (Michael Shannon), volitivo e inflessibile giovane promessa delle Forze Armate, incarnazione del sogno americano più reazionario possibile, razzista e sessista come un bell’uomo bianco e con un po’ di potere in quegli anni doveva essere.

Capire ora chi è il vero mostro in questa splendida favola gotica non è difficile…

“La forma dell’acqua”, scritto da Del Toro insieme a Vanessa Taylor,  ha incassato 7 nomination agli Oscar fra cui quella per il miglior film, e il miglior regista (categoria per la quale Del Toro ha già vinto il Golden Globe) nonché che quella come miglior attrice alla Hawkins, e miglior attori non protagonisti alla Spencer e a Jenkins.

Ma indipendente da premi che potrà vincere o meno, “La forma dell’acqua” con i suoi omaggi al grande cinema, da Fritz Lang a Federico Fellini, è una delle pellicole più struggenti degli ultimi anni.

Da vedere.