“Strappare lungo i bordi” di Zerocalcare

(Italia, 2021)

E’ finalmente arrivata su Netflix la serie di animazione ideata, scritta e diretta da Zerocalcare.

“Strappare lungo i bordi”, nelle sue 6 puntante da circa 20 minuti l’una, ci parla di temi al fumettista – anche se ormai chiamarlo solo autore di fumetti è davvero riduttivo – molto cari come il sopravvivere all’amara e cruda adolescenza e, soprattutto, a se stessi.

Purtroppo nella vita non basta “strappare lungo i bordi” la nostra figura dal foglio che il destino ci pone, perché lo strappo fin troppo spesso sconfina con imponderabili conseguenze…

Anche se si tratta di argomenti che abbiamo già affrontato in altre opere di Zerocalcare come “La profezia dell’armadillo” o “Un polpo alla gola”, grazie al suo modo unico e originale di raccontarceli e approfondirli non smettono mai di essere interessanti, divertenti e, naturalmente, anche tristi.

A doppiare l’Armadillo, forma in carne e corazza della coscienza del protagonista, è Valerio Mastandrea che duetta deliziosamente con Zerocalcare, che fino all’ultima parte dell’ultima puntata doppia da solo tutti i personaggi – come nei suoi indimenticabili video che sui social ci hanno aiutato ad affrontare il primo famigerato lockdown – tranne appunto il mammifero corazzato.

Ma, come in ogni fumetto, non è solo la storia centrale ad appassionarci, ma anche i piccoli dettagli sullo sfondo, come le locandine dei film di fantascienza appese sui muri di casa di Zero, fra le quali su tutte: “ROG UAN – NA STORIA DE GUERRA FRA ‘E STELLE” e “L’IMPERO RIATTACCA E MO SO’ CAZZI”.

“Midnight Diner – Tokyo Stories”

(Giappone, dal 2016)

Tratto dall’ottimo manga “La taverna di mezzanotte” di Yaro Abe, questa serie ci porta in un piccolo ristorante nei pressi di Shinzoku, il quartiere di Tokyo col nodo ferroviario più frequentato al mondo, che apre ogni notte da mezzanotte alle sette del mattino.

Tutti i clienti, sia quelli abituali che quelli nuovi, hanno una ricetta preferita che chiedono allo chef. Attraverso i loro gusti apprendiamo in ogni puntata la loro storia, rimanendo immersi nei sapori e negli odori della cucina giapponese.

Con un cast di noti attori nipponici, questa serie ci parla della cultura e della società giapponese contemporanea che è tanto legata alla propria antica tradizione, così come all’innovazione e alle contaminazioni cosmopolite. E’ disponibile su Netflix (che l’ha co-prodotta) in lingua originale con sottotitoli, cosa che ci aiuta ancora di più ad entrare negli usi e nei costumi di un popolo che sembra così lontano ma che poi in realtà non lo è.

Per gli amanti del buon sapore e delle storie piccole, ma vere.

Lo stesso Yaro Abe ha curato la sceneggiatura di numerosi episodi che, pur riprendendo le atmosfere e le emozioni del suo manga, raccontano vicende differenti. Di questa particolare serie sono state realizzate due stagioni, la prima nel 2016 e la seconda nel 2019, e comunque la serie al momento, fortunatamente, non risulta chiusa.

“Il pianeta verde” di Coline Serreau

(Francia, 1996)

Questo gioiellino satirico e – purtroppo – anche molto attuale, dopo essere stato brevemente distribuito nelle nostre sale solo grazie ad un circuito indipendente, è letteralmente sparito dalla circolazione, almeno nella nostra versione.

Infatti è impossibile reperirlo in dvd o in altro supporto, visto che non è mai uscito. E’ possibile solo vederlo in rete dove è spesso – …purtroppo – interrotto da numerose pubblicità.

Eppure la sua regista e sceneggiatrice Coline Serreau è l’autrice di uno dei film francesi più famosi degli anni Ottanta: “Tre uomini e una culla”. E allora perché Hollywood, che non ha perso tempo a realizzarne una remake americano di enorme successo ha completamente ignorato questa pellicola divertente e ironica che, alla sua uscita, ha riscosso anche un discreto successo in Francia?

Anche se non posso entrare nella capoccia degli amministratori delegati delle grandi major americane, la risposta è abbastanza semplice: perché è una critica all’acido muriatico della luminosamente ottusa società occidentale. “Il piante verde” è un ritratto impietosamente lucido e intelligente dei numerosi vizi, dei numerosi limiti e delle numerose ipocrisie del nostro tempo. E, soprattutto, punta il dito contro tutti quei comportamenti superficiali e/o arroganti che stavano nel 1996 (e continuano ancora oggi…) uccidendo il nostro pianeta.

Mila (la stessa Serreau) abita serenamente sul Pianeta Verde, un piccolo e felice corpo celeste dove ognuno vive in perfetta simbiosi con gli altri e con l’ambiente. Gli abitanti, la cui vita supera in media ben oltre i duecento anni, sono del tutto identici agli essere umani, solo che la loro storia è avanti di circa tremila anni. Sul Pianeta Verde, infatti, l’era industriale è passata da tre millenni, e il popolo è sopravvissuto alle sue tirannie e al suo inquinamento smettendo di comprare cose inutili e tornando a rispettare animali e piante.

Si è sviluppata in maniera incredibile anche la telepatia, che permette agli abitanti del piccolo pianeta di viaggiare attraverso il cosmo sugli altri corpi celesti dove scambiano nozioni, esperienze e pensieri. Ma da oltre duecento anni nessuno vuole tornare sulla Terra, visto che è considerato un posto selvaggio e tanto arretrato, socialmente e culturalmente.

Prima di morire il padre di Mila le ha confessato però che sua madre era una terrestre, conosciuta durante l’ultimo viaggio fatto sulla Terra, e che è morta dandola alla luce. Spinta da una incontenibile curiosità, Mila si offre volontaria per compiere una spedizione informativa sul nostro pianeta, cosa che provocherà un impatto indimenticabile per lei, ma soprattutto per gli umani che avranno la “fortuna” di incrociarla…

Nel cast appaiono, oltre alla regista (autrice anche della colonna sonora), Vincent Lindon e una giovanissima Marion Cotiliard. Negli anni Novanta nel nostro Paese non era ancora così universalmente riconosciuto il problema ambientale. O meglio, chi già se ne preoccupava non spostava troppi elettori o spettatori. E allora perché anche da noi questo film è scomparso?

Perché osa toccare due argomenti tabù per la nostra cultura “nazional-popolare”. Il primo infatti è il Cattolicesimo: Mila entrando a Nostre-Dame de Paris riconosce nell’uomo inchiodato alla croce che domina una cappella Gesù, un antico abitante del Pianeta Verde sceso sulla Terra duemila anni prima per emancipare i suoi abitanti e mai più tornato…

Ma non basta!

La Serreau oltre a scherzare sulla nostra religione ufficiale, si permette di toccare la cosa che arde in ogni focolare domestico da Trieste in giù, forse anche di più dell’amor patrio. Coline Serreau osa burlarsi …del calcio.

Mila viene invitata ad assistere ad una partita di calcio al Parco dei Principi, e mentre si consuma il match lei scombussola le menti di giocatori, arbitro (cha corre per il campo cantando “‘O sole mio”) e guardialinee… bagarre che si conclude con un bacio finale e alquanto appassionato fra i due portieri.

Come diceva mia nonna: “Scherza coi Santi, ma non toccare gli Attaccanti!” …o forse non era così.

Aggiornamento a settembre 2021: questo film è finalmente disponibile su Netflix!

“Il giovane Wallander” di Ben Harris

(UK, 2020)

Nel 1991 viene pubblicato in Svezia “Assassinio senza volto” di Henning Mankell, in cui appare per la pima volta fra le righe di un libro il commissario Kurt Wallander. Dopo Martin Beck, nato dalla penna geniale della coppia Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Kurt Wallander è senza dubbio il commissario più famoso della Scandinavia, protagonista di una dozzina di libri che nel corso degli anni sono stati tradotti in quasi tutte le lingue.

Purtroppo Mankell è scomparso nel 2015 dopo aver combattuto strenuamente contro un cancro, facendo fede al credo del suo personaggio più famoso: “…non arrendersi mai”. Così, noi tristi lettori, ci eravamo già rassegnati a non vivere più una nuova indagine del suo commissario, ma dallo scorso 3 settembre è disponibile su Netflix la serie, di produzione inglese e in sei puntate, “Il giovane Wallander” ideata da Ben Harris.

Sulla scia del maestro Andrea Camilleri che in maniera geniale ha donato nuovo spunto e fascino al suo già intramontabile commissario televisivo ideando “Il giovane Montalbano”, Harris torna alle origini. La serie inizia infatti quando il “giovane” Kurt è ancora un semplice agente della Polizia svedese che ha scelto di vivere in una delle periferie più disagiate di Malmö, nella Scania meridionale.

Una sera, proprio sotto il piccolo e solitario appartamento in cui vive Wallander (Adam Pålsson), davanti ai suoi occhi, viene fatta esplodere una granata nella bocca di un ragazzo. La tragedia non fa altro che alimentare la feroce e reazionaria protesta di alcuni svedesi, che vedono negli immigrati che la città sta accogliendo la ragione di ogni male e violenza nel loro Paese.

Proprio perché sul posto al momento del delitto e residente nel quartiere, Wallander viene trasferito quasi di peso nella sezione Grandi Crimini della Polizia di Malmö. A volerlo è il responsabile, il sovrintendete Hemberg (Richard Dillane) che per primo intravede nel giovane le sue grandi doti investigative. Ma…

Gradevole e intrigante serie giallo/noir che centra l’animo del Wallander di Mankell, che in “Assassino senza volto” esterna il suo credo: “Il concetto di giustizia non significa solo che le persone che commettono reati vengano condannate. Significa anche non arrendersi mai”. Così come all’attenzione che Mankell poneva in favore dei più deboli della società come gli immigrati o il sub proletariato urbano.

Ottimo connubio artistico fra la Gran Bretagna e la Svezia che di fatto sono i genitori storici del grande giallo europeo.

“Dark Crystal – La Resistenza” di Jim Henson, Frank Oz, Jeffrey Addiss e Will Matthews

(USA/UK, 2019)

Il genio di Jim Henson è ancora vivo e attuale, nonostante le sue spoglie mortali se ne siano andate nel lontano 1990.

Per molti anni si era pensato ad un sequel del film “Dark Crystal” – di cui ho già parlato – diretto da Henson, assieme all’amico e stretto collaboratore Frank Oz, nel 1982 che di fatto consacrò il fantasy come genere cinematografico di tutto rispetto.

Ma senza il suo geniale ideatore, visti poi gli alti costi di produzione di un film del genere, il progetto è stato ripetutamente rimandato. Nel 2012 il francese Louis Leterrier – regista di “L’incredibile Hulk”, “Scontro tra titani” e “Now You Can See Me” – si unisce alla Jim Henson Productions per realizzare l’idea. Proprio studiando gli appunti e le idee che Henson aveva scritto durante al realizzazione del lungometraggio, Leterrier propone di realizzare un prequel. Vista poi la mole del materiale il regista francese ritiene che il formato ideale debba essere una serie televisiva, e non più un solo film, serie che poi viene acquistata da Netflix.

Toriniamo così su Thra molte trine prima degli eventi narrati nel film. Gli Skeksis controllano il pianeta visto che Madre Ogra è impegnata nello studio dell’Universo. I Gelfling, come tutti gli altri abitanti di Thra, regolarmente donano beni e tesori agli Skeksis, autoproclamatisi Signori e Custodi del Cristallo. Ma una forza oscura e terribile sgorga dalle viscere del pianeta…

Un altro fantastico viaggio nei sogni di Jim Henson.


“Non sono un uomo facile” di Eléonore Pourriat

(Francia, 2018)

Damien (Vincent Elbaz) è un ingegnere di successo, ha un bellissimo appartamento nel centro di Parigi, una splendida fuoriserie e numerose storie di una notte. Lui, e il resto del mondo, sono convinti che il successo con l’altro sesso sia dovuto soprattutto al suo bell’aspetto e al suo fascino…

E se invece il mondo si rovesciasse? Se Damien si risvegliasse improvvisamente nella sua stessa Parigi, ma dove le donne, da sempre, hanno il comando e gli uomini non possono far altro che adattarsi?

Cattivissima commedia che mette a nudo – con giusta cattiveria e feroce ironia – sia i piccoli che i grandi soprusi di genere che gli uomini compiono quotidianamente contro le donne nella nostra società, società che – colpevolmente – li continua a tollerare.

Scritto da Ariane Fert e Eléonore Pourriat, e diretto dalla stessa Pourriat – che nel film veste i panni della psicologa di Damien – questo film andrebbe fatto vedere gratis al cinema.

Come accade ormai da un pò di anni, ci si rammarica guardando questa divertente commedia francese, perché un tempo non così lotanto la nostra cinematografia era capace di produrre film così pungenti e al tempo stesso necessari. Oggi al massimo li può copiare.

“After Life” di Ricky Gervais

(UK, 2019)

Il dolore è una brutta bestia. Sia quello fisico che quello morale tendono a svuotarci e a lasciarci senza speranza.

Così Tony (un sempre bravo e “fastidioso” Ricky Gervais) devastato dalla morte della moglie non intende più vivere. E prima di togliersi la vita decide di dire a tutti quelli che incontra cosa pensa di loro e delle loro schifose e miserabili esistenze.

Tutte le volte però che tenta di uccidersi, la sua cagna – un regalo che lui stesso fece alla moglie qualche anno prima – glielo impedisce. Così Tony è imprigionato in un’esistenza che non vuole ma di cui non riesce a disfarsi.

Anche se lui non lo riesce a vederlo però, al mondo ci sono persone a cui sta a cuore e che fanno di tutto pur di aiutarlo. Come suo cognato, il fratello di sua moglie, che è il direttore del piccolo giornale locale gratuito per cui lo stesso Tony lavora…

Gervais, che scrive e dirige la serie coprodotta da Netflix, ci porta per mano in un piccolo viaggio nel dolore della mancanza, nel mondo dei “sopravvissuti” che sono schiacciati dal senso di colpa per essere ancora vivi.

E fra un cattiveria e l’altra ci mostra come, grazie anche alle piccole cose, si può sopravvivere anche emotivamente.

Pochi giorni fa lo stesso Gervais ha annunciato l’avvio della seconda serie.

“Il ciclo del progresso” di Rayka Zehtabchi

(USA, 2018)

Netflix, insieme agli studenti di un campus di Los Angeles, produce questo piccolo ma al tempo stesso grandissimo documentario.

Siamo a circa sessanta chilometri da Nuova Delhi, e grazie al contributo fattivo degli studenti americani viene impiantata una piccola fabbrica a basso costo per assorbenti femminili. Nella grande India solo il 10% delle donne usa normalmente assorbenti, il resto usa panni o stracci, molti dei quali raccolti in strada o nei rifiuti.

Così come la pillola anticoncezionale, la libera diffusione degli assorbenti segna un punto importante nell’emancipazione sociale della donna. Seguiamo, infatti, le interviste a giovani ragazze che, non avevado mai visto un assorbente in vita loro, all’arrivo delle prime mestruazioni hanno dovuto abbandonare gli studi.

La nuova fabbrica, completamente gestita da donne, produce assorbenti a basso costo compatibili con le tasche di tutte, e permette alle sue lavoranti di ottenere indipendenza e rispetto da parte di padri, fratelli e mariti.

Come dice l’ingegnere inventore dei macchinari per la produzione degli assorbenti: “Non è la tigre, l’elefante o il leone l’animale più forte creato da Dio, ma la donna”.

23 minuti di grande amore, speranza e dignità. Alla faccia di quegli uomini piccoli piccoli che hanno il terrore che tutte le donne finalmente ne prendano atto.

Fra i numerosi premi vinti da questo corto – che in originale è “Period. End Of Sentence” – c’è anche l’Oscar come Miglior Cortometraggio Documentario 2019.

“La ballata di Buster Scruggs” di Joel e Ethan Coen

(USA, 2018)

Con questo “La ballata di Buster Scruggs”, presentato alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, anche i fratelli Coen approdano su Netflix.

I fratelli pluripremiati del cinema americano scelgono di raccontare in sei episodi la storia della mitica “frontiera” e del cosiddetto Far West, le cui profonde radici sono ancora molto evidenti nell’America contemporanea.

I sei episodi, che all’inizio dovevano essere le puntate separate di una miniserie, sono frutto di scritti e appunti che i Coen hanno redatto in circa venticinque anni.

Se il primo, che dona il titolo al film, “La ballata di Buster Scruggs” può essere considerato “alla Coen” – con richiami palesi ad altre pellicole dirette dai due – gli altri spaziano più sui lati più intriganti dell’animo umano.

Così assistiamo alla sorte particolare del cowboy rapinatore interpretato da James Franco, per passare a quella più cruda dell’”Usignolo senza ali” con Liam Neeson, per assistere poi alle vicende del vecchio cercatore d’oro che ha il volto di Tom Waits, a quelle della giovane Alice Longabaugh interpretata da Zoe Kazan, nipote del grande Elia (episodio che preferisco), arrivando alla cupa corriera che con i suoi particolari passeggeri, nel buio più oscuro e misterioso della prateria, deve raggiungere Fort Morgan nell’ultimo episodio.

Le opere dei fratelli Coen lasciamo sempre il segno e così anche questa loro ultima fatica che omaggia, oltre le grandi pellicole western, anche la memorabile serie tv trasmessa a cavallo fra gli anni Cinquanta e i Sessanta, e che ha segnato profondamente il cinema hollywoodiano degli ultimi decenni: “The Twilight Zone” del mitico Rod Serling.

“Maniac” di Cary Fukunaga e Patrick Somerville

(USA, 2018)

Scritta da Cary Fukunaga e Patrick Somerville, e prodotta da Netflix, questa serie fantasy/grottesca tocca uno dei temi più spinosi della soceità umana: la famiglia.

Owen (un bravo Jonah Hill) è il figlio “stolto” e nevrotico della facoltosa famiglia Milgrim, il cui patriarca Porter (Gariel Byrne) poco accetta e sopporta. Ma Owen improvvisamente diventa fondamentale: la sua testimonianza può scagionare da una grave accusa – vera – di molestie sessuali suo fratello maggiore.

Se l’accusa venisse provata metterebbe in discussione l’intero impero dei Milgrim, e così Porter è disposto a far mentire suo figlio Owen in tribunale. Il giovane, sconvolto e turbato, decide di rifuggiarsi presso una grande casa farmaceutica che per qualche giorno sperimenterà su di lui un nuovo metodo per annullare il dolore morale ed emotivo delle persone.

Annie (una davvero brava Emma Stone) è una giovane donna tossicodipendente che è stata abbandonata, insieme alla sorella, dalla loro madre in tenera età.

Il suo martirio e la sua ossessione – e la sua droga – è assumere un nuovo farmaco sperimentale che le permette di rivevere il dramma del successivo distacco dalla sorella. Quando la sua scorta di pillole si esaurisce, Annie decide anche lei di fare da cavia per la sperimentazione del nuovo metodo contro il dolore morale ed emotivo. Ma…

Dieci puntate completamente fuori le righe, ma realizzate con grande maestrie e irrivenerenza. Con macroscopici riferimenti allo stile cinematografico e televisivo degli anni Ottanta, “Maniac” diverte fino all’ultima puntata.

Grande parte secondaria per una straordinaria Sally Field che mostra sempre la sua grande arte e il suo intramontabile fascino.