“Bianca” di Nanni Moretti

(Italia, 1984)

Nanni Moretti è uno degli autori cinematografici più significativi degli ultimi trent’anni, anche se all’inizio della sua carriera venne considerato da molti semplicemente un nuovo comico alla pari di molti suoi coetanei nati in televisione e poi passati al cinema.

Ed è proprio con questo “Bianca” (scritto insieme a Sandro Petraglia) che chiarisce definitivamente il malinteso. Con toni tipici della migliore commedia all’italiana, Moretti realizza un profondo e particolare film d’autore. Se il successo di pubblico non manca, quello della critica – almeno nel nostro Paese – è più timido, e diciamolo, pure stitico! In Francia, invece, Moretti viene riconosciuto subito come giovane e dotato cineasta.

Michele Apicella (lo stesso Moretti) è un docente di matematica fresco titolare di una cattedra alla “Marilyn Monroe”, scuola statale molto all’avanguardia. Fra i banchi e le aule Michele incontra Bianca (una splendida Laura Morante) insegante di francese.

Fra i due nasce una relazione, ma Michele è schiavo delle sue ossessioni e delle sue paure…

Il tema della solitudine, del dolore e soprattutto della paura del dolore non abbandonerà più le pellicole di Moretti, che da diversi punti di vista ci racconterà le sue più profonde e drammatiche sfumature.

Nonostante ciò, “Bianca” contiene battute e scene memorabili come “…Non conosce la Sacher Torte …e va bene così: facciamoci del male”, da cui poi nacque il nome della Sacher Film. Così come i dialoghi surreali fra Michele e Siro Siri, interpretato dal grande Remo Remotti.  Ed è impossibile non ricordare la scena con Michele nudo, nel cuore della notte, che mangia rassegnato una famosa crema spalmable alla nocciola, presa da un barattolo grande come un barile.

“Perché tutto questo dolore?”

Sempre un gran bel film.

Bianca

“Mia madre” di Nanni Moretti

Mia madre Loc

(Italia/Francia, 2015)

Nanni Moretti – come la “magica”, anche per me che sono della Juve – non si discute: se ama! E ogni sua opera merita sempre di essere vista e studiata. Come questo “Mia madre”, che ci racconta il doloroso e implacabile distacco definitivo di una figlia dalla madre. Non importa che Margherita (una bravissima Buy) abbia superato la cinquantina, faccia un lavoro che ama, e sia madre di un’adolescente: l’inesorabile commiato da colei che l’ha generata, protetta e cresciuta la segnerà nel profondo. E proprio per quello che riguarda la figura fragile e vulnerabile della madre (una superba Giulia Lazzarini) Moretti ci regala attimi e scene sublimi, emozionanti ma prive di false ipocrisie, che toccano corde comuni di tutti coloro che hanno perso da adulti un genitore.

E’ per il resto, invece, che sono rimasto un tantino perplesso. La costruzione di tutti gli altri personaggi è forse troppo frastagliata e discontinua, e anche quella della protagonista è incompleta. E se questo è voluto (e non dovuto invece semplicemente ad una sceneggiatura davvero troppo debole), lascia comunque perplessi. Perché Margherita sembra proprio un uomo nel corpo di una donna. Mi spiego meglio: Woody Allen (la cui carriera possiede numerosi punti in comune con quella di Moretti) è forse il regista uomo contemporaneo più femminino del globo, riuscendo in maniera semplice e geniale a cogliere le nevrosi, le paure e i sentimenti delle donne, da “Blue Jasmine” ad “Interiors”, dove ci racconta i rapporti complessi e difficili fra tre figlie e una madre fragile e introversa. Ecco: quelle di Margherita in “Mia madre”, invece, sono nevrosi e paure tipiche di un uomo, e non di una donna. E poi io che per anni ho convissuto con il mio simpatico complesso di Epido (insito in ogni maschio italico, è inutile che storcete il naso!), non ho potuto fare a meno di riconoscere, con rassegnata invidia, che il rapporto fra un figlio e una madre, anche il più profondo, è comunque diverso da quello di una figlia con la propria madre, che possiede indiscutibilmente qualcosa di più viscerale.

Ma alla fine, sempre e comunque: SACHER TORTE TUTTA LA VITA!

Carlo Mazzacurati

Carlo Mazzacurati

Se ne è andato ieri una dei registi che ha contribuito alla rinascita del cinema italiano (e che oggi timidamente sopravvive tra mille acciacchi) dopo la drammatica crisi della fine degli anni Settanta. Sul regista veneto ci sarebbe tanto da dire, del suo cinema così delicato ma concreto, fra i pochi che ha saputo raccontare in questi anni la nostra società malata, avendo spesso come sfondo la sua terra così nebbiosa e dura: da “Notte Italiana” del 1987 a “La lingua del Santo” del 2000. Ma oggi voglio ricordare i suoi camei come attore, su tutti  quello in “Caro diario” di Nanni Moretti del 1993. Mazzacurati impersona un piangente – ed esilarante – critico cinematografico che viene costretto ad ascoltare la lettura ad alta voce della sua affabulatoria recensione nella quale  “Henry pioggia di sangue”  – uno splatter diretto da John McNaughton nel 1986 – viene inspiegabilmente elevato a pellicola rivoluzionaria e d’avanguardia. Molti vociferarono che l’ironia di Moretti fosse rivolta all’allora critico cinematografico de Il Manifesto …ma sono solo dicerie. Buon viaggio Carlo Mazzacurati, ovunque tu stia andando.