“Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov

(Einaudi, 2013)

Michail Afanas’evič Bulgakov ci mise circa dodici anni per scrivere, e riscrivere, questo splendidio romanzo, fino al giorno della sua morte avvenuta nel 1940. Il libro poi venne pubblicato postumo per la prima volta nel 1967.

L’oppressione di una ottusa e pavida censura di regime impedì allo scrittore di godere di quel successo che ancora oggi la sua opera, forse più famosa, riscuote.

Il ritratto di Ponzio Pilato che, suo malgrado, deve mandare a morte Gesù è uno dei più affascinanti e riusciti della letteratura mondiale, così come la struggente storia d’amore del Maestro e Margherita.

Bulgakov ci parla soprattutto d’amore: dell’amore di un essere vivente per un altro essere vivente e dell’amore di un individuo per la sua creatività, per la sua fantasia e per la sua arte.

Il vile atto che perpetuano i pomposi censori asfissierà la genialità del Maestro che verrà ricompensata solo grazie all’intervento della sua Margherita, e a quello successivo e implacabile di mister Woland.

E allora è giusto chiedersi: quanti pomposi censori ci sono ancora in giro?

E quanti di questi rischiano, solo per i loro interessi di carriera, di strangolare l’arte?

Vengono in mente molti esempi, come quello nello splendido “Le vite degli altri” di Florian Henckel von Donnersmarck, in cui il capitano della Stasi Gerd Wiesler, nella Germania Orientale dei primi anni Ottanta, entra in crisi quando scopre che fra i sistemi di “correzione” del governo c’è anche quello di ridurre gli artisti dissidenti a semi lobotomizzati.

Poi ci sono tipi di censure molto più lievi, ma con effetti ugualmente opinabili.

Mi viene in mente un articolo di pochi anni fa, su una testata nazionale, in cui un giornalista si scagliava contro l’autopubblicazione che con Amazon era esplosa nel nostro Paese. L’esimio rappresentante della carta stampata sosteneva numerose ragioni per essere contro il principio che tutti possono pubblicare un proprio scritto.

Se condivido pienamente quello che diceva il grande Umberto Eco sui social, che di fatto hanno dato la parola a centinaia di migliaia di imbecilli, è vero anche che alla fine basta non leggerli.

Così lungi da me, avendone paradossalmente la possibilità, di impedire all’esimio giornalista di scrivere le sue tesi che non condivido affatto, mi limito semplicemente a non leggere più lui e la testata per la quale lavora.

Ma perché allora tutta questa preoccupazione? …Non sarà perché senza passare dagli “addetti ai lavori” o per quei “direttori artistici” (fumo negli occhi e causa d’infiniti problemi nel mondo della musica sia per Frank Zappa che per Franco Battiato, per esempio) si esce dal sistema, rischiando così di scardinarlo, e di mettere a repentaglio le comode poltrone che dopo tanta gavetta e relazioni pubbliche si sono conquistate? No, mi sbaglio di sicuro.

Caro Bulgakov, quanto sei attuale!