“Il metodo Kominsky” di Chuck Lorre

(USA, 2018)

Uno dei creatori di “The Big Bang Theory”, Chuck Lorre, approda su Netflix con una nuova serie.

Se la vecchiaia ha intrinseco un valore molto importante, e cioè quello di esserci arrivati, la terza età possiede anche molti spiacevoli effetti collaterali, a partire dai numerosi problemi fisici e fastidi che essa comporta.

Sandy Kominsky (un grande Michael Douglas) che qualche decennio prima ebbe una promettente carriera di attore e che ora è uno dei più rinomati insegnanti di recitazione di Los Angeles, nonostante il look e lo stile di vita è entrato ufficialmente nella terza età.

La sua scuola riesce ad andare avanti grazie soprattutto all’apporto pratico e concreto di sua figlia Mindy (Sarah Baker), unico bel ricordo rimasto di tre matrimoni falliti.

Il suo storico agente è Norman Newlander (un altrenttanto strepitoso Alan Arkin) che invece ha avuto molto successo nel suo lavoro: la sua società è una delle più note e floride della costa.

Ma Norman ha avuto successo soprattutto nell’amore. Da quarantasei anni, infatti, è sposato con Eileen, una splendida donna che lo stesso Sandy presentò a Norman.

Ma la vita – e la vecchiaia soprattutto – nasconde insidie e tristi sorprese: Eileen è in fin di vita a causa di un cancro incurabile. L’ultima volontà della donna è quella che Norman e Sandy si prendano l’uno cura dell’altro…

Cattivissima e divertente serie, che non dissimula nulla sulla terza età e sui suoi lati più fastidiosi e odiosi, con due grandissimi interpreti.

Per la chicca: cameo esilarente di Danny Devito – amico nella vita reale di giovinezza dello stesso Douglas – nella parte dell’urologo di Sandy.

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman

Qulacuno volò sul nido del cuculo Loc

(USA, 1975)

Il 19 novembre del 1975 si tiene a Los Angeles la prima di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman, uno dei soli tre film nella storia a vincere i cinque Oscar principali: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore e miglior attrice non protagonista (gli altri due sono “Accadde una notte” di Frank Capra e “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme).

Con una delle cattive più famose del cinema (paragonabile anche a Lord Darth Fenner, e lo dico da padawan sfegatato) l’infermiera Mildred Ratched, interpretata da una bravissima Louise Fletcher – che vincerà meritatamente l’Oscar, rimanendo poi troppo legata a questo ruolo nell’immaginario del pubblico, che stenterà poi ad apprezzarla in altri differenti – “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è il primo grande film di successo planetario ad affrontate apertamente il dramma delle malattie mentali e degli istituti in cui vengono ospitati i malati. Il primo film a parlare dello stesso argomento è in realtà “Gli esclusi” che John Cassavetes dirige nel 1963, ambientato in un ospedale per bambini con gravi disturbi del comportamento, pellicola però che ebbe gravi problemi di produzione e di fatto troppo all’avanguardia per i tempi.

Come per “Il Padrino”, in cui il ruolo di Michael Corleone era stato pensato per Warren Beatty che invece clamorosamente rifiutò costringendo la produzione a “ripiegare” (l’ho messo apposta fra virgolette!) su Al Pacino; per questo film la produzione aveva da subito pensato a James Caan che invece declinò l’offerta, lasciando libera la parte di Randle Patrick McMurphy che Jack Nicholson renderà immortale.

Inoltre, questo film consacrerà la figura di Michael Douglas come giovane e intelligente produttore cinematografico. E’ proprio a lui si deve la partecipazione alla pellicola del giovane e sconosciuto Danny DeVito, che per anni aveva condiviso appartamento e vita da scapolo con il giovane e allora scapestrato Michael.

Per la chicca, ci togliamo subito il problema del titolo in italiano. Quello originale – di cui il nostro è la fin troppo letterale traduzione – si rifà direttamente al titolo del romanzo da cui è ispirato. Infatti, l’azione del film si svolge nel 1963, anno successivo alla pubblicazione del romanzo di Ken Kesey, che lo aveva scritto basandosi sulle proprie esperienze come volontario nell’ospedale dei veterani di Melno Park, in California. Ma, già durante la stesura della sceneggiatura, fra Kesey, Milos Forman, Bo Goldman e Lawrence Hauben – questi ultimi due autori finali dello script – nacquero profonde e incolmabili fratture, tanto da portare Kesey a non voler mai vedere il film finito. Fra tali contrasti c’è probabilmente la totale cancellazione dal plot del film della filastrocca che cita appunto il nido del cuculo – che nello slang comune americano è uno dei molti modi per chiamare un manicomio – che invece nel libro ha una ben precisa ricorrenza. Nonostante questo la produzione, vincolata dal contratto di cessione dei diritti e dal successo americano del romanzo di Kesey che era diventato negli anni un simbolo della nuova generazione (ma che da noi venne pubblicato solo nel 1976 grazie al successo del film) non toccò il titolo. E le menti illuminate dei nostri distributori, per non saper né leggere e né scrivere (si fa per dire) lo lasciarono così…

Metafora anche del conflitto generazionale che allora infuocava la società, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è sempre un esempio di grande cinema impegnato che ancora emoziona, con la sua scena finale che sfido chiunque a rivedere senza commuoversi.

Qualcuno volò sul nido del cuculo

“Dietro i candelabri” di Steven Soderbergh

Dietro i candelabri Loc

(USA, 2013)

In questo film possiamo goderci la più grande interpretazione di Michael Douglas degli ultimi anni, premiato non a caso con un Golden Globe (era fuori la corsa all’Oscar perché in USA il film è stato trasmesso in televisione). Lo stesso attore che ha impersonato il detective Nick Curran in “Basic Instinct” e Gordon Gekko in “Wall Street” ci regala il ritratto controverso di Liberace, uno degli artisti più famosi ed eccentrici dell’America della seconda metà del Novecento, palesemente omosessuale ma non ufficialmente – e questo in quegli USA faceva la sua differenza –, in una performance paragonabile solo a quella inarrivabile di Ugo Tognazzi in “Splendori e miserie di Madame Royale” del 1970. Strepitoso, come sempre, anche a Matt Damon che veste i panni del toy-boy Scott Thorson, che poi pubblicherà la sua autobiografia da cui è tratto il film. Davvero molto bello.

“Solitary Man” di Brian Koppelman e David Levine

Solitary Man Loc

(USA, 2009)

Ci sono molti validi film che raccontano la crisi di un uomo di mezz’età che deve confrontarsi con i primi veri e gravi problemi di salute. Fra questi deve essere inserita anche questa bella pellicola, scritta da Brian Koppelman, e interpretata da uno straordinario Michael Douglas (che nonostante il ruolo riesce a non cadere mai nel macchiettistico o andare sopra le righe) e che di lì a breve avrebbe dovuto confrontarsi con una terribile malattia anche nella vita reale, fortunatamente sconfiggendola.

Ma, tornando al film – con un cast stellare fra cui ci sono Danny De Vito, Susuan Sarandon, Jesse Eisenberg e Mary-Louise Parkers – ci pone due grandi e fondamentali domande: chi ti rimane vicino quando precipiti e, soprattutto, si può davvero scappare da se stessi? …Ai titoli di coda l’ardua sentenza.