“Fatso – Pastasciutta …amore mio!” di Anne Bancroft

Fatso Loc

(USA, 1980)

Che Anne Bancroft fosse una donna con un grande senso ironico non è certo un mistero, visto che è stata la compagna di vita di Mel Brooks, ma che fosse in grado di scrivere, dirigere e interpretare una deliziosa commedia come “Fatso – Pastasciutta …amore mio!” era forse meno evidente.

La Bancroft, il cui vero nome era Anna Maria Louise Italiano, non ha mai nascosto le sue origini italiane, e in questo film le rivendica tutte, con pro e contro annessi.

Dominick Di Napoli (un grande Dom DeLuise) gestisce placidamente una cartoleria a Brooklyn insieme alla sorella Antonietta (la Bancroft). La vita di Dominick ruota intorno a tre pilastri: la famiglia (vive infatti col fratello minore Frankie, anche lui scapolo, nell’appartamento sopra a quello dove abita la sorella con marito e figli), il lavoro e, da italoamericano doc, il cibo.

La vita dei Di Napoli però viene sconvolta dalla morte improvvisa del loro cugino Salvatore, che a soli 39 anni viene stroncato da un malore causato dalla sua grave obesità. Visto che anche Dom ha svariati chili di troppo, Antonietta lo costringe a rivolgersi a un implacabile dietologo.

Per qualche tempo l’uomo riesce a seguire la dieta ferrea ma poi, una notte, cede vanificando tutti i suoi sacrifici. Casualmente una cliente del negozio gli suggerisce i “Chubby Checkers”, una sorta di Anonima Obesi grazie alla quale lei è riuscita a dimagrire alcune decine di chili.

Dom partecipa agli incontri sentendosi subito rincuorato, ma una notte un incontenibile attacco di voracità lo porta a minacciare il fratello con un coltello pur di avere le chiavi del lucchetto che blocca il frigorifero e i pensili della cucina. Frankie, preoccupatissimo, chiama in soccorso Oscar e Sonny, i tutor del fratello, che si precipitano a casa Di Napoli. Ma l’obesità è una brutta bestia – sigh! – e a forza di parlare di cibo Dom, Oscar e Sonny rompono i lucchetti e svuotano la dispensa.

Disperata, la mattina seguente, Antonietta tenta l’ultima carta: l’amore. E così corre a chiamare Lydia (Candice Azzara), la giovane proprietaria di un negozio di antiquariato vicino al loro, della quale Dom è platonicamente innamorato.

La cosa sembra funzionare fino a quando, una terribile sera, Lydia misteriosamente scompare facendo precipitare Dom in un abisso di cibo (cinese)…

Una dichiarazione d’amore verso gli obesi e i diversi in generale, fatta con molto garbo e tanta ironia. E pensare che la Bancroft non ha mai avuto problemi di peso, lei che è stata – e nell’immaginario collettivo lo è ancora – un sex-symbol e una delle dark lady più famose di Hollywood dando viso e corpo – e che corpo! – alla famigerata Mrs. Robinson de “Il laureato”.

In tutta la sua carriera, e in questo film in particolare, Anne Bancroft ci ricorda che non bisogna essere per forza obesi o diversi per essere sensibili. Una grande!

Purtroppo oggi è praticamente impossibile rivedere questo gioiellino di film. Non esiste un’edizione in DVD in italiano e sono anni – se non decenni – che non viene trasmesso in televisione.

Io possiedo un rarissimo VHS che ormai si sta letteralmente sbriciolando, sob!        

 

“Frankenstein Junior” di Mel Brooks

Frankenstein Junior Loc

(USA, 1974)

Ogni battuta di questa straordinaria pellicola di Mel Brooks è impressa nella memoria di tutti, e non solo per una sceneggiatura irresistibile (firmata dallo stesso Brooks insieme a Gene Wilder), ma anche perché – anche a distanza di tanti anni – si intuisce che sul quel set, come in pochi altri nella storia, si creò un’atmosfera e un feeling così speciale che permisero di dare vita ad uno dei capolavori comici di tutti i tempi.

Un esempio è la gobba “mobile” di Ygor (un grande e indimenticabile Marty Feldman), che non era nella sceneggiatura originale, ma una trovata dello stesso Feldman per prendere in giro i colleghi sul set.

Altro esempio – e purtroppo parliamo ancora di un’altra grande artista scomparsa prematuramente – è quello di Madeline Kahn, che era stata scelta per il ruolo di Inga, ma che chiese espressamente a Brooks di fare Elizabeth nei panni della quale si sarebbe divertita di più (e dalle torto!).

Anche se Mel Brooks ha firmato altre divertenti commedie e parodie, questa rimane indiscutibilmente la migliore.

Adesso leggi ad alta voce: “FRAU BLÜCHER” …e dimmi se non senti il nitrito dei cavalli?!

“Da mezzogiorno alle tre” di Frank D. Gilroy

Mezzorgiono alle tre Cop

(USA, 1976)

Sono pochi i registi e i film che riescono a scherzare efficacemente con il Western, il grande Mel Brooks e il suo “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” confermano la regola. Ma anche questo film di Gilroy del 1976 entra di diritto nel piccolo club.

Graham Finger (un bravo Charles Bronson che dimostra di avere anche doti ironiche oltre a quelle da duro) fa parte di una scalcagnata banda di fuorilegge. Mentre si apprestano a rapinare la banca di una piccola cittadina il cavallo di Finger si azzoppa e i quattro sono costretti a fermarsi nella prima abitazione che incontrano. Lì trovano l’austera e giovane vedova Amanda (Jill Ireland, moglie di Bronson nella realtà) che li prega di allontanarsi, visto che non possiede un cavallo da dargli.

Finger controlla nella stalla e ne trova uno, ma mente ai suoi compagni, e così rimane con la donna fino a colpo terminato. Dopo i primi momenti di paura Amanda alla fine viene sedotta dalla cavalleria (finta come tutte le bugie che le racconta sul suo passato) di Graham del quale si innamora perdutamente. Ma proprio quando Graham le dichiara di voler abbandonare il suo infausto mestiere, un giovane della fattoria vicino corre a comunicare alla padrona di casa che in città è successo il finimondo: tre balordi hanno tentato una rapina ma lo sceriffo ne ha ucciso uno e catturato gli altri, che a breve verranno impiccati.

Amanda, donna romantica fino al midollo, costringe Graham ad andare a salvare i suoi colleghi. Il bandito non può fa altro che fingere di obbedire, e si appresta a fare una lunga passeggiata per far passare un po’ di tempo, ma viene intercettato dallo sceriffo.

Miracolosamente riesce a sfuggirgli, e per salvarsi rapisce un dentista di passaggio e dopo averlo stordito, si scambia con lui i vestiti. Il malcapitato non ha neanche il tempo di riaversi che viene freddato dallo sceriffo. Graham, sereno e placido, arriva in città ma lì viene arrestato, processato e condannato a 3 anni di carcere: l’uomo a cui ha rubato i vestiti – e l’identità – era un truffatore, razziava i denti d’oro ai suoi pazienti.

Intanto lo sceriffo giunge a casa di Amanda con il corpo sfigurato del presunto Finger e lei nel vedere il cadavere del suo innamorato sviene. Tutta la comunità le si scaglia contro, Amanda però, con orgoglio, afferma di essere pronta a subire le conseguenze del suo amore ma che, prima di punirla, tutti devono sapere che il sentimento fra lei e il bandito è stata la cosa più bella e romantica della sua vita.

Il fervore della donna colpisce tutti, soprattutto uno scrittore di New York casualmente di passaggio in città che le chiede un’intervista per poter ricavarne un libro. E in breve tempo il romanzo diventa un best seller internazionale. Quando finalmente Graham finisce di scontare la pena torna sotto mentite spoglie da Amanda, la cui casa – come del resto tutta la città – è diventata un museo a cielo aperto che viene visitato ogni giorno da tutti i fan del libro sparsi per il mondo. Ma Amanda …e il finale è davvero gustoso!

Tratto dal romanzo dello stesso Gilroy, che ha curato anche la sceneggiatura, “Da mezzogiorno alle tre” è una commedia divertente e ironica, che si burla di due dei grandi miti del vecchio West: l’amore e i fuorilegge.

La locandina che ho inserito è quella originale americana, quella italiana – grazie al solito genio dei nostri distributori – è un triste e del tutto fuori luogo ammiccamento al “Giustiziere della notte”.