“Una pallottola per Roy” di Raoul Walsh

(USA, 1941)

Il genere gangster nasce a partire dagli anni Trenta, quando Hollywood scopre il fascino che hanno i banditi come Dillinger o Bonnie e Clyde sul grande pubblico. Sono senza dubbio criminali sanguinari ed eroi negativi, ma che fondano la loro rabbia e la loro fame di soldi e potere sulle rovine della Grande Depressione. In fondo, molti li considerano gli unici che combattono un sistema che ha ridotto in povertà la maggior parte degli onesti cittadini del Paese.

Anche se il loro destino è segnato, soprattutto al cinema, la gente corre a flotte per vederli vivere pericolosamente e morire tragicamente sul grande schermo. Il genere è dominato dai volti duri, ma dal cuore tenero, di James Cagney, George Raft, Edward G. Robinson e Paul Muni. Proprio a quest’ultimo la Warner offre il ruolo di Roy Earle, il protagonista del romanzo di William Riley Burnett “High Sierra”, appena pubblicato. La major ha chiamato a scrivere la sceneggiatura John Huston assieme allo stesso Burnett, già autore del romanzo “Piccolo Cesare” da cui è stato tratto l’omonimo film diventato pietra miliare del genere.

Muni però rifiuta, e allora la Warner lo offre a Raft. Come si scoprirà dopo la sua morte, George Raft era analfabeta, e così si faceva leggere i copioni da collaboratori e amici fidati. Uno di questi è Humprey Bogart, che nel 1936 ha acquisito una certa fama per il ruolo secondario del perfido e folle Duke Mantee nel film “La foresta pietrificata” di Archie Mayo. Ma proprio quel ruolo sembra avergli incatenato la carriera, perché gli vengono offerti solo personaggi simili.

Così, raccontano le cronache dell’epoca, lo stesso Bogart sconsiglia Raft di impersonare Roy Earle, ruolo che così poi la Warner offre a lui. La star del film è Ida Lupino, che solo l’anno prima ha recitato accanto a Bogart e Raft ne “Strada maestra” diretto sempre da Raoul Walsh.

Così seguiamo la scarcerazione di Earle, un bandito di mezza età che stava scontando un ergastolo dopo essere stato catturato durante l’ennesima rapina. A corrompere i giudici è stato il suo vecchio socio Big Mac (Donald MacBride) che gli propone subito un nuovo colpo. Si tratta di svaligiare le cassette di sicurezza di un grande albergo di una lussuosa località turistica. Per Roy è il colpo definitivo, quello grazie al quale si potrà ritirare.

I suoi due complici scelti da Big Mac, però, hanno incontrato in una sala da ballo di infimo ordine Marie (Ida Lupino) per la quale litigano ogni giorno. Solo il carisma di Roy riesce a controllare la situazione, ma…

Grazie alle grandi interpretazioni di Bogart e della Lupino, alla penna di Huston e all’occhio di Walsh – che riesce a convincere la produzione a girare le scene finali all’aperto sulla vera Sierra, invece di usare le classiche scenografie in cartonato, cosa che le rende davvero spettacolari – “Una pallottola per Roy” rimane davvero un gioiello in bianco e nero della cinematografia americana, e non solo.

E’ considerato giustamente l’ultimo grande gangster movie della prima era, con forti tinte noir, e non è un caso che il suo protagonista, solo pochi mesi dopo, impersoni Samuel Spade ne “Il falcone maltese” di John Huston, capostipite del nuovo genere giallo noir dal duraturo successo.

Per Bogart questa pellicola segna uno spartiacque nella sua carriera tanto che sarà l’ultimo da lui interpretato senza che il suo nome sia il primo nei titoli di testa, il nome in “cartellone” è infatti quello della Lupino. Ma per Bogart questo film è indimenticabile anche per un altro motivo visto che le riprese furono interrotte perché l’attore era stato accusato di essere simpatizzante del Partito Comunista e dovette rispondere ad alcune domande di una Commissione che qualche anno dopo avrebbe preso il nome di “Commissione per le Attività Antiamericane”. Commissione che rischiò di mandare in fumo proprio sull’esplodere la carriera di Bogart.

“I cinque volti dell’assassino” di John Huston

(USA, 1963)

In questa pellicola si vede tutta la mano geniale, spettacolare e soprattutto ironica di un maestro di Hollywood come John Huston.

Tratto dal romanzo “I nove volti dell’assassino” pubblicato nel 1960 dall’inglese Philip MacDonald (il cui titolo originale  è “The List of Andrian Messenger”, esattamente come il film in originale, mentre da noi è stato preso spunto dal titolo italiano del romanzo, sottraendo quattro volti…) “I cinque volti dell’assassino” è davvero un omaggio del cinema al cinema. Perché al centro della storia c’è il travestimento, il mascherarsi e farsi passare per un’altra persona.

Forse per il suo lavoro di scrittore o semplicemente per il suo intuito, Adrian Messenger è rimasto colpito da alcune morti che ufficialmente sono state ritenute accidentali. Poche ore prima di salire su un aereo confida i suoi dubbi al vecchio amico Anthony Gethryn (George C. Scott) da poco ritiratosi dal MI5.

Il veivolo di Messenger esplode in volo sull’oceano e lui si ritrova agonizzante appeso ad un relitto assieme ad un altro superstite, il francese Raoul Le Borg. Dopo aver pronunicato una misteriosa serie di nomi, Messenger muore per le ferite riportate.

Tratto in salvo Le Borg racconta alle Forze dell’Ordine le ultime parole dell’inglese. Per rispetto all’amico deceduto, Getrhyn assiste alla dichiarazione e riconosce in Le Borg l’alleato della Resistenza con cui spesso collaborò lungo la Seconda Guerra Mondiale.

Grazie a questa vecchia amicizia ritrovata, i due riescono a scoprire che il comune denominatore della lista dei nomi è la Birmania, dove durante l’ultimo conflitto si è consumato un vile e meschino tradimento…

Ma a Huston l’intricata trama del romanzo evidentemente non bastava, e così pensò ad una trovata pubblicitaria che fece epoca. Oltre a mascherare più volte Kirk Douglas, face truccare in maniera davvero fuorviante anche altre quattro grandi star del cinema: Tony Curtis, Robert Mitchum, Frank Sinatra e Burt Lancaster facendogli poi interpretare ruoli secondari. E il tocco magico di Huston ce lo rivela solo dopo i titoli di coda, altro elemento innovativo del film e poi successivamente più volte imitato.

Per la chicca: l’attore americano Jan Merlin ha scritto nella sua autobiografia di aver interpretato “clandestinamente” truccato nel film alcuni ruoli poi attribuiti a Douglas, ma a proposito di volti nascosti dietro le maschere potete credere o no a Merlin… così è se vi pare!

“Lo straniero” di Orson Welles

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(USA, 1946)

Quando questo film uscì nelle sale cinematografiche americane, la Seconda Guerra Mondiale era finita solo da pochi mesi. Una parte del mondo era ancora sconvolta e sanguinante, e l’altra si iniziava a domandare come fosse stato possibile permettere una tragedia di tali dimensioni, e soprattutto quali fossero le responsabilità dirette e indirette di ognuno.

E’ in questo periodo storico che il geniale e irriverente Orson Welles decide di raccontare una storia che, rispetto al conflitto, sembra del tutto secondaria, ma che in realtà ci pone quesiti molto più ampi su una delle nazioni vincitrici.

Uno strano prigioniero viene fatto appositamente evadere dalle prigioni tedesche che sono sotto il controllo della Forze Alleate. Il fuggitivo si reca in Messico dove, grazie ad antiche amicizie e vecchie parole d’ordine, riesce a sapere il nome del luogo dove è nascosto “lui”.

Lui è Franz Kindler (un perfido e implacabile Orson Welles) fra i più efferati carnefici e fautori dello sterminio degli ebrei, un alto ufficiale nazista del quale non esiste più neanche una fotografia, scomparso nel nulla in prossimità della caduta del Terzo Reich. L’unica sua caratteristica conosciuta è la sua passione quasi maniacale per gli orologi.

Il nome del luogo in cui è nascosto è Harper, località del Connecticut negli Stati Uniti, e l’uomo che riparte dal Messico per raggiungerla è Konrad Meinke, l’ultimo stretto collaboratore di Kindler rimasto in vita e per questo l’unico al mondo capace di riconoscerlo. La sua fuga, così come il suo costante pedinamento, sono opera del signor Wilson (un arcigno Edward G. Robinson) membro della Commissione delle Nazioni Unite contro i crimini di guerra, e cacciatore di criminali nazisti, che considera questo l’unico modo per rintracciare Kindler.

Così, nella piccola e ordinatissima cittadina di Harper, un pomeriggio arriva Meinke che cerca con una certa insistenza il professor Charles Rankin. Giunto nella casa in cui abita vi trova però solo Mary Longstreet (Loretta Young), figlia di un Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti e futura sposa di Rankin. Senza dare spiegazioni Meinke si incammina verso il luogo in cui insegna Rankin e nel grande parco che separa l’abitazione dall’istituto, finalmente lo incontra.

Kindler/Rankin rimane sconvolto: è stato individuato e forse il suo ex sottoposto è stato seguito. Ma Meinke è ormai preda di deliri religiosi e rivela che il motivo della sua visita è la definitiva redenzione per i feroci peccati che insieme hanno commesso. Kindler non ha via d’uscita e lo uccide, nascondendo il corpo sotto le foglie.

Torna a casa e tranquillizza Mary inventando una banale scusa per lo strano visitatore. Così i due possono tornare serenamente a preparare le loro imminenti nozze. Ma, insieme a Meinke, nella piccola cittadina è arrivato discreto e quasi invisibile anche il signor Wilson…  

Grandissimo noir, e vera e propria pietra miliare della cinematografia mondiale, con una scena finale da antologia. Feroce critica del perbenismo e della “morale” americana anni Quaranta, soprattutto quella della ricca provincia, che moralmente non si poteva considerare così innocente rispetto al male assoluto che fu la guerra.

Provincia bella ed elegante che molto dovrà crescere per diventare matura e  cosciente, impersonata perfettamente dalla bella Mary che non a caso si chiama “Longstreet” di cognome.  

Scritto da Welles assieme al maestro John Huston (e si vede!), Decla Dunning, Victor Trivas e Anthony Veiller. D

a vedere, assolutamente.     

Lo straniero

“L’uomo che volle farsi Re” di John Huston

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(USA, 1975)
Il 17 dicembre del 1975 esce nelle sale americane “L’uomo che volle farsi Re”, con il quale il maestro John Huston porta sullo schermo – scrivendo la sceneggiatura assieme a Gladys Hill – l’omonimo racconto di Rudyard Kipling.

Lo stesso Kipling (Christopher Plummer) è testimone del contratto alla base della scellerata impresa che i due ex commilitoni dell’esercito di Sua Maestà, Dravot (un grande Sean Connery) e Carnehan (un altrettanto grande Michael Caine), sbruffoni e arroganti, intendono compiere: seguire le impronte di Alessandro Magno e diventare i capi di una delle tribù del Kafiristan, regione in quel periodo storico selvaggia e arretrata, situata al confine fra Afghanistan e Pakistan.

La fortuna sembra baciare i due fino a quando…

Huston realizza un film epico e splendido come molte delle sue opere, raccontandoci un viaggio fantastico con inquadrature e panorami mozzafiato, e con un epilogo fra i più belli della storia del cinema.

Da vedere a Natale, magari per disintossicarsi dei troppi dolci o film melensi…

L’uomo che volle farsi Re

“La regina d’Africa” di John Huston

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(USA, 1951)

Tenetevi stretti e indossate il giubbotto di salvataggio: questo è uno dei capolavori della grande Hollywood di una volta.

Tratto dall’omonimo romanzo di C.S. Foster, il grande John Houston firma una splendida e insolita storia d’amore fra due emarginati della società: un vecchio pilota di barche alcolista e una zitella bacchettona, persi nel cuore del grande continente Nero.

Meritatissimo Oscar a Humprey Bogart come miglior attore protagonista e candidatura per Katharine Hepburn, come miglior attrice protagonista, e doppia per John Huston: come miglior regista e come autore della sceneggiatura (insieme a James Agee).

Ancora oggi rimangono spettacolari i duetti fra i due giganti del cinema e il finale, romantico e al tempo stesso divertente, che si discosta, senza rovinare nulla all’alchimia della storia, da quello del romanzo.