“Le Chat – L’implacabile uomo di Saint Germain” di Pierre Garnier-Deferre

(Francia/Italia, 1971)

Quattro anni dopo l’uscita del libro “Il gatto” di Georges Simenon, il cineasta Pierre Granier-Deferre realizza il suo adattamento cinematografico. La sceneggiatura la scrive insieme a Pascal Jardin, e non sono pochi i cambiamenti che i due decidono di fare rispetto alla trama del romanzo.

A partire dai nomi dei due protagonisti che non sono più Emile e Marguerite, ma Julien Buoin (un grande Jean Gabin) e Clémence (un’altrettanto grandissima Simone Signoret). Sono una coppia non più in seconde nozze (come nel romazo), ma in prime. Julien è un tipografo in pensione, mentre Clémence un artista di circo rimasta claudicante a causa di una caduta durante uno spettacolo.

I due non si parlano più, da quando Marguarite ha ucciso il gatto del marito. Anche se condividono la vecchia casa in affitto che abitano dal giorno delle loro nozze, comunicano solo attraverso dei sintetici e taglienti bigliettini.

Il quartiere dove abitano è diventato un cantiere a cielo aperto, dove numerose imprese edili stanno costruendo enormi palazzi “dormitorio” per la nuova Parigi. Ma su tutto, come nel libro del maestro Simeon, aleggia l’ombra della morte…

Gabin, dopo le pellicole dedicate al commissario Maigret, torna a vestire i panni di un personaggio creato dallo scrittore belga. E, come sempre, lo fa da grande attore. Lo stesso si può dire della Signoret che incarna in maniera sublime una donna ormai “sfiorita” che non riesce a più a comprendere il suo compagno di vita.

Un film triste, duro e nostalgico che vale la pena di vedere anche solo per i suoi due grandi protagonisti.

“Grisbì” di Jacques Becker

(Francia, 1954)

Il maestro François Truffaut ha definito, giustamente, il tema di questo film l’incrocio fra l’amicizia e la vecchiaia.

Infatti, il film di Becker inaugura un lungo filone dedicato alla criminalità, e allo scontro nel suo ambito fra vecchie e nuove generazioni. Tema ripreso anche, per esempio, dalla splendida saga de “Il Padrino” di Coppola.

Max (un grande Jean Gabin che per questa interpretazione vince la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia del 1954) è un dei boss della mala di Orly, e assieme all’amico fraterno Riton (René Dary) ormai da qualche decennio gestisce i traffici illeciti della città.

I due, con sangue freddo e non poca abilità, hanno segretamente messo a segno il colpo che finalmente gli permetterà di ritirarsi: hanno rapinato un carico di lingotti d’oro all’aeroporto della città.

Nessuno sospetta di loro e Max e Riton aspettano solo che le acque si calmino per rivolgersi al loro ricettatore di fiducia. Ma Riton ha un debole per le ballerine e così incautamente rivela all’avvenente Josy (una giovanissima Jeanne Moreau) il colpo appena fatto. Josy però è una cocainomane e pur di garantirsi la dose racconta tutto a Angelo (un duro Lino Ventura al suo debutto cinematografico).

Per avere il famigerato malloppo (“grisbì” nell’allora gergo della mala francese) Angelo rapisce Riton e ricatta Max. Ma l’amicizia per il vecchio gangster è sacra e così non ci pensa due volte ad accettare la scambio. Ma Angelo, incautamente, considera Max un vecchio arrugginito…

Grande pellicola d’atmosfera che ci parla dello scontro generazionale della mala, appunto, fra quella affermatasi prima della Seconda Guerra Mondiale e quella cresciuta e maturata dopo, che ignora e calpesta i vecchi codici d’onore della prima.

E seguiamo il rapporto incondizionato fra due amici molti simili ma non uguali, perché uno non accetta il passare del tempo e l’invecchiare ed è convinto che frequentando donne sempre più giovani potrà evitarlo, mentre l’altro, serenamente rassegnato, accoglie saggiamente e senza troppi patemi il bianco dei suoi capelli e le rughe sul suo volto.

Da ricorda nel cast anche una giovanissima Delia Scala.

Per la chicca: il termine Grisbì, grazie al film, è stato parte integrante del nostro immaginario collettivo tanto che agli inizi degli anni Ottanta, quando una nota industria alimentare doveva lanciare un nuovo tipo di biscotto farcito al cioccolato, lo scelse proprio per dare l’idea di qualcosa di ricco, raro e ricercato. E gli spot di allora, che scimmiottano la pellicola di Becker, lo dimostrano fin troppo chiaramente.

“La grande illusione” di Jean Renoir

La grande illusione Loc

(Francia, 1937)

Il 28 luglio del 1914 è considerata la data ufficiale dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, e per ricordarla non c’è miglior opera che il capolavoro del maestro Jean Renoir, interpretato da un bravissimo Jean Gabin e da un raffinato e decadente prussiano Erich von Stroheim.

Nonostante i suoi 80 anni, questa pellicola ancora ci commuove raccontandoci cosa fu quel conflitto – che allora ancora sichiamava la Grande Guerra – e come cambiò nel profondo la società militare e civile.

Ma soprattutto ci ricorda l’animo gretto e stupido dell’uomo che non sembra poter vivere senza combattere, e la pace quindi rimane solo una grande illusione. La portata di questo capolavoro, fra le altre cose, ce la sottolinea la critica esaltante che ne fece “Libro e Moschetto”, il giornale ufficiale del GUF (Gruppo Ufficiale Fascista) alla sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia del 1937, nonostante il nostro Paese guardasse superbo le nubi dell’imminente nuovo conflitto.