“Radioactive” di Marjane Satrapi

(UK/Ungheria/Rep. Pop. Cinese/Francia/USA, 2020)

Maria Salomea Skłodowska è stata una delle personalità più rilevanti del Novecento, e non solo. La Skłodowska, grazie al suo genio e alla sua costanza di scienziata, ha segnato il suo tempo e quello successivo alla sua morte avvenuta nel 1934.

Ma la Skłodowska aveva un grande e imperdonabile “difetto”, secondo la stragrande maggioranza dei suoi contemporanei: era una donna. Basta pensare che il mondo non la ricorda col suo vero nome, ma con quello francesizzato di Marie, e col cognome del marito Pierre Curie.

Perché la Skłodowska nasce a Varsavia, allora Polonia Russa, nel 1867 e nel 1891 si trasferisce a Parigi per studiare e conseguire la laurea in fisica e matematica. E’ in questa fase della sua vita che inizia il racconto del film “Radioactive”, diretto dalla franco-iraniana Marjane Satrapi, scritto da Jack Thorne e tratto dal graphic novel dell’americana Lauren Redniss.

A causa del suo carattere forte e indipendente – che allora dotti medici e sapienti chiamavano vergognosamente “isteria” – e nonostante il suo genio indiscusso di scienziata, Maria Salomea Skłodowska (interpretata da una bravissima Rosamund Pike da Oscar) è mal tollerata alla Sorbona, dove mezzi e risorse vengono dedicati soprattutto ai suoi colleghi maschi. All’ennesima richiesta di spazi e fondi la Skłodowska viene invitata a lasciare il suo laboratorio.

L’unico che le offre un posto è Pierre Curie (Sam Riley) ben conscio delle grandi capacità di scienziata della donna. In breve tempo i due uniscono le loro ricerche e le loro vite, sposandosi e dividendo il laboratorio. Insieme i Curie scopriranno due nuovi elementi chimici, il radio e il polonio – chiamato così in onore alla terra natia di Marie – perfezionando anche il concetto di radioattività.

Il mondo scientifico cambia in maniera rapida e inarrestabile e la coppia di scienziati è acclamata e applaudita ovunque. Ma quando arriva il Premio Nobel per la Fisica, sulla menzione c’è scritto solo il nome di Pierre Curie. Sia perché ha appena partorito, ma soprattutto perché indignata per la cosa, Marie non accompagna il marito a Stoccolma a ritirare il prestigioso premio.

Lo studio del radio e della sua radioattività inizia a provocare gravi danni agli scienziati che lo maneggiano e i Curie cominciano a domandarsi se l’umanità era pronta per una scoperta così importante.

Quando, investito da una carrozza, nel 1906 Pierre muore, Marie rimane sola con i suoi dubbi ed i suoi demoni. E così, affrontando la vita sempre da donna libera e indipendente – causando fin troppo spesso le ire e le proteste dei più ipocriti benpensanti – Marie non potrà fare a meno di incrociare l’equipaggio dell’Enola Gay che lancerà la bomba su Hiroshima nel 1945 o il pompiere che per primo entrerà nel reattore danneggiato a Chernobyl nel 1986. Ma incrocerà anche, però, il bambino che per primo a Cleveland nel 1957 si sottoporrà alla radioterapia per sconfiggere il cancro che lo sta uccidendo…

Un bel film su una grande scienziata che ha rivoluzionato il mondo, e non solo quello della scienza, senza mai tradire la sua natura di donna libera.

Da vedere e da fer vedere a scuola.

“Harry Potter e la maledizione dell’erede” di J.K. Rowling, John Tiffany e Jack Thorne

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(Salani, 2016)

Che J.K. Rowling sia una delle più geniali scrittrici degli ultimi vent’anni non è una novità, e così non c’è da stupirsi che quest’ultima avventura di Harry Potter non deluda le attese e le aspettative.

E il genio della Rowling sta anche nel voler collaborare con altri due autori e non caricarsi da sola una così grande responsabilita (come accadde per esempio a George Lucas). La scrittrice scozzese ha saggiamente scelto uno specializzato nello scrivere per il teatro come Jack Thorne, e un affermato regista teatrale e cinematografico, come John Tiffany, autore per esempio dello splendido “Once”.

Questo nuovo episodio è stato pensato e scritto non per essere un libro, ma uno spettacolo teatrale, e così il testo è in formato storybook – così come è evidenziato nella copertina – che noi italiani chiamamo semplicemente …sceneggiatura.

Non ho la minima intenzione di raccontare la storia o parte di essa, riporto solo quello che è scritto in quarta di copertina: “L’ottava storia. Diciannove anni dopo”. E’ chiaro quindi che entra in scena una nuova generazione…

Fra colpi di scena geniali e atmosfere cupe e mortali, torniamo nel mondo di Hogwarts e della sua splendida, ma a volte letale, magia. E il bello è che lo facciamo tutti con qualche anno in più, compresi gli autori. E non storcete il naso: invecchiare non vuol dire diventare per forza più noiosi… anzi!

Chiudo col ridordare che lo spettacolo che ha esordito a Londra lo scorso giugno è tutto esaurito fino alla fine del prossimo 2017. E che già si parla di un adattamento cinematografico in tre film, anche se il testo in realtà è composto solo da due atti.

Speriamo che stavolta scelgano meglio il giovane attore che impersonerà il protagonista, visto che nella serie dei film multimilionari, a mio personale parere, era davvero l’unico grande punto debole. Adesso potete storcere il naso…

Harry Potter e la maledizione dell’erede