“Mars Attacks!” di Tim Burton

(USA, 1996)

Nello stesso anno in cui in tutti i cinema – o quasi – del mondo sbanca “Indipendence Day” di Emmerich, Tim Burton realizza il suo film più visionario dedicato ai famigerati Marziani (con la M maiuscola!).

La dinamica dell’attacco della Terra da parte dei perfidi abitanti di Marte non è così importante, quello che affascina è l’impatto visivo e la sconfinata ironia che caratterizzano ogni scena, se non ogni fotogramma.

Così se oggi “Indipendence Day” appare obsoleto e superato da numerosi suoi successori, “Mars Attacks!” no, è lucido e graffiante come vent’anni fa.

Con un cast stellare fra cui spiccano Jack Nicholson (in un doppio ruolo), Rod Steiger, Pierce Brosnan, Denny DeVito, Annette Bening, Natalie Portman, Sarah Jessica Parker, Jack Black, Luka Haas e Silvia Sidney, Burton da strepitosamente vita a tutti gli incubi e le paranoie americane anni Cinquanta e Sessanta. Intramontabile come “La Guerra dei Mondi” di Orson Welles.

“La piccola bottega degli orrori” di Roger Corman

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(USA, 1960)

Roger Corman, che ha festeggiato novant’anni lo scorso 5 aprile, è uno dei più geniali artigiani della macchina da presa del Novecento. I suoi numerosi film, tutti girati a bassissimo costo e con attori allora sconosciuti, hanno segnato la fantasia e gli incubi di più di una generazione. Molti sono stati copiati o rigirati, o addirittura rielaborati per un genere diverso. Come questo “La piccola bottega degli orrori” che è diventato un musical di enorme successo prima a Broadway e poi a Hollywood, e di cui ad Halloween parleremo.

Seymour (Jonathan Haze) è un giovane impacciato e goffo, schiacciato dalla figura della madre, una donna possessiva e malata psicosomatica cronica. Per sbarcare il lunario lavora come commesso nel piccolo negozio di fiori del signor Gravis Mushnik (Mel Welles). Un giorno porta nel negozio una piccola piantina che ha comprato da un venditore cinese e la chiama Audrey Junior, in onore alla prosperosa assistente di Mushnik, Audrey (Jackie Jospeh) di cui è innamorato. Ma la sera stessa Seymour scopre che lo strano vegetale è carnivoro e ogni volta che mangia – il giovane le regala un pò del suo sangue – cresce a dismisura.

Divenendo incredibilmente grande, Audrey Junior diventa una vera e propria attrazione. Ma il sangue del giovane, che mantiene ovviamente il segreto, non basta più e così, senza volerlo, getta nelle fauci della pianta assassina vari malcapitati, fra cui il terribile dentista del piano sopra, e  con un paziente (un allucinato Jack Nicholson al suo esordio) Seymour arriva a fingere di essere i medico, fino a quando…

Scritto da Charles B. Griffith, e tratto da un racconto di John Collier, questo film di Corman è una pietra miliare dell’horror, ma soprattutto della commedia nera. Nonostante gli evidenti limiti produttivi, Corman realizza una pellicola che ancora oggi punge e morde come una pianta carnivora. Grande.

La piccola bottega degli orrori

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman

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(USA, 1975)

Il 19 novembre del 1975 si tiene a Los Angeles la prima di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman, uno dei soli tre film nella storia a vincere i cinque Oscar principali: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attore e miglior attrice non protagonista (gli altri due sono “Accadde una notte” di Frank Capra e “Il silenzio degli innocenti” di Jonathan Demme).

Con una delle cattive più famose del cinema (paragonabile anche a Lord Darth Fenner, e lo dico da padawan sfegatato) l’infermiera Mildred Ratched, interpretata da una bravissima Louise Fletcher – che vincerà meritatamente l’Oscar, rimanendo poi troppo legata a questo ruolo nell’immaginario del pubblico, che stenterà poi ad apprezzarla in altri differenti – “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è il primo grande film di successo planetario ad affrontate apertamente il dramma delle malattie mentali e degli istituti in cui vengono ospitati i malati. Il primo film a parlare dello stesso argomento è in realtà “Gli esclusi” che John Cassavetes dirige nel 1963, ambientato in un ospedale per bambini con gravi disturbi del comportamento, pellicola però che ebbe gravi problemi di produzione e di fatto troppo all’avanguardia per i tempi.

Come per “Il Padrino”, in cui il ruolo di Michael Corleone era stato pensato per Warren Beatty che invece clamorosamente rifiutò costringendo la produzione a “ripiegare” (l’ho messo apposta fra virgolette!) su Al Pacino; per questo film la produzione aveva da subito pensato a James Caan che invece declinò l’offerta, lasciando libera la parte di Randle Patrick McMurphy che Jack Nicholson renderà immortale.

Inoltre, questo film consacrerà la figura di Michael Douglas come giovane e intelligente produttore cinematografico. E’ proprio a lui si deve la partecipazione alla pellicola del giovane e sconosciuto Danny DeVito, che per anni aveva condiviso appartamento e vita da scapolo con il giovane e allora scapestrato Michael.

Per la chicca, ci togliamo subito il problema del titolo in italiano. Quello originale – di cui il nostro è la fin troppo letterale traduzione – si rifà direttamente al titolo del romanzo da cui è ispirato. Infatti, l’azione del film si svolge nel 1963, anno successivo alla pubblicazione del romanzo di Ken Kesey, che lo aveva scritto basandosi sulle proprie esperienze come volontario nell’ospedale dei veterani di Melno Park, in California. Ma, già durante la stesura della sceneggiatura, fra Kesey, Milos Forman, Bo Goldman e Lawrence Hauben – questi ultimi due autori finali dello script – nacquero profonde e incolmabili fratture, tanto da portare Kesey a non voler mai vedere il film finito. Fra tali contrasti c’è probabilmente la totale cancellazione dal plot del film della filastrocca che cita appunto il nido del cuculo – che nello slang comune americano è uno dei molti modi per chiamare un manicomio – che invece nel libro ha una ben precisa ricorrenza. Nonostante questo la produzione, vincolata dal contratto di cessione dei diritti e dal successo americano del romanzo di Kesey che era diventato negli anni un simbolo della nuova generazione (ma che da noi venne pubblicato solo nel 1976 grazie al successo del film) non toccò il titolo. E le menti illuminate dei nostri distributori, per non saper né leggere e né scrivere (si fa per dire) lo lasciarono così…

Metafora anche del conflitto generazionale che allora infuocava la società, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è sempre un esempio di grande cinema impegnato che ancora emoziona, con la sua scena finale che sfido chiunque a rivedere senza commuoversi.

Qualcuno volò sul nido del cuculo