“Il Signore degli Anelli” di Ralph Bakshi

(UK, 1978)

Fino all’avvento del computer e dell’era digitale, la tecnica del rotoscopio era una delle più usate nel cinema. Un disegnatore ricalcava le immagini girate con attori veri per ottenere cartoni animati più realistici o effetti speciali altrimenti irrealizzabili.

Volete un esempio? Il genio George Lucas lo usa per rendere “laser” le spade manovrate da Jedi (…passati al lato oscuro o no…) nella trilogia di “Guerre Stellari”, spade che in realtà erano semplici aste.

Così quando Ralph Bakshi, reduce dal successo del film cult d’animazione “Fritz il gatto” decide di adattare per lo schermo l’opera più famosa di J.J.R. Tolkien, per evitare di realizzare un film troppo edulcorato, adatto a un pubblico giovane ma non troppo, opta per questa tecnica.

Il problema più grande è la sceneggiatura: molti ottimi autori cinematografici, negli anni precedenti, avevano provato a realizzare un solo film dai tre volumi di Tolkien, ottenendo sempre un risultato incompleto e caotico. Così Bakshi, insieme a Chris Conkling e Peter S. Beagle, decidere di dividere le avventure di Frodo in due pellicole. E lo script del film, che nelle intenzioni del regista deve essere il più fedele possibile al libro, si ferma a metà del secondo libro “Il ritorno del Re”.

Il risultato è un lungometraggio di due ore affascinante e magico, che riporta quasi integre, le atmosfere create da Tolkien. E’ evidente che più di una scena, nella sua dinamica così come nelle sue scenografie – alcune delle quali davvero sublimi – hanno ispirato profondamente Peter Jackson per la sua straordinaria versione realizzata oltre vent’anni dopo, cosa che il regista neozelandese d’altronde non ha mai nascosto.

Purtroppo il pubblico del 1978 non era pronto ad un tale impatto visivo e narrativo, così gli incassi furono molto sotto le aspettative e la produzione non finanziò la seconda parte. Davvero un grande peccato.

 

C.S. Lewis e la sua Narnia

CS Lewis 300

Il 22 novembre del 1963 moriva per gravi problemi cardiaci Clive Staples Lewis (classe 1898), docente di Lingua e Letteratura Inglese all’Università di Oxford e autore de “Le Cronache di Narnia”. Grande amico e collega di John Ronald Reuel Tolkien (che il mondo conosce meglio come J.R.R. Tolkien) Lewis, oltre ad essere appassionato di filologia, amava profondamente i miti nordici, sui quali usava conversare molto spesso con il suo collega docente. Questi confronti contribuiranno in maniera determinante alla nascita della serie di libri sul mondo fantastico di Narnia che, insieme a quella di Tolkien, segnerà – e continua a segnare – la narrativa fantasy internazionale dedicata all’infanzia e non solo: il viaggio che si compie leggendo le Cronache è di quelli che non si dimenticano. E non è un caso quindi da che quasi settant’anni la sua raccolta è uno dei volumi più venduti al mondo. Narnia, e lo dice lo stesso autore nella sua prefazione, è dedicata ai bambini che arrivano alla soglia dell’adolescenza, ed è uno splendido viatico all’altro universo fantastico che è la Terra di Mezzo di Tolkien, che invece è adatto a ragazzi un po’ più grandi. Ma l’opera di Lewis non si limita alle Cronache, fra i numerosi saggi da lui firmati infatti spicca “Il Cristianesimo così com’è” (edito in Italia da Adelphi) che ancora oggi è ambito di confronti teologici. Alla sua vita personale poi, e in particolar modo all’incontro, al successivo matrimonio con Helen Joy Davidman-Gresham e alla prematura morte di questa, è ispirato il film diretto da Richard Attenborough nel 1993 “Viaggio in Inghilterra” con Anthony Hopkins (nel ruolo di Lewis) e Debra Winger (in quello della Joy). Il destino volle che la sua dipartita fu di fatto ignorata dai media perché avvenne lo stesso giorno dell’assassinio a Dallas di John Fitzgerald Kennedy.