“Il Centodelitti” di Giorgio Scerbanenco

(La Nave di Teseo, 2019)

Ci troviamo davanti ad una delle antologie di racconti più belle e struggenti della storia della letteratura del Novecento.

A comporla fu nel 1970 Oreste del Buono che selezionò una serie di racconti scritti dal grande Giorgio Scerbanenco – scomparso l’anno precedente – e pubblicati soprattutto da “Novella” nel 1963, rivista della quale lo stesso Scerbanenco in quell’anno era condirettore, mentre era direttore di “Bella” e collaboratore di “Annabella”, tutte riviste femminili della Rizzoli.

Sempre in quel periodo, con lo pseudonimo di Adrian o di Valentino, Scerbanenco rispondeva ai problemi di cuore e di morale che inviano le lettrici alle tre testate. Leggendo quelle lettere vere, e forse spesso anche ingenue, Scerbanenco assorbì storie e drammi quotidiani che divennero materiale per i suoi racconti e poi per i suoi romanzi che lo consacrano indiscutibilmente il creatore del noir italiano.

I racconti raccolti in questo splendido volume hanno lunghezze e soggettive differenti, da poche pagine a molte. Ciò che li unisce sono i delitti che in essi si compiono, spesso fisici ma a volte anche solo morali. Grandi e piccoli delitti che ci raccontano – come pochi altri scritti contemporanei – la nostra società appena travolta dal Boom economico. E Scerbanenco lo fa magistralmente attraverso le “misere” vite degli individui che, costretti ai margini, fanno disperatamente di tutto per sopravvivere.

Con un occhio crudelmente sincero, ma al tempo stesso pieno d’amore e compassione – così come quello di Fabrizio De André – Scerbanenco ci regala dei ritratti indimenticabili di vittime e carnefici che sono una pietra miliare della nostra letteratura.

E pure c’è oggi qualche genio illuminato che considera il formato dei racconti editorialmente poco vendibile, soprattutto se l’autore è italiano. A casa, magari, nella sua libreria sfoggia l’intera collezione delle raccolte di racconti di Raymond Carver, Michael Chabon o David Foster Wallace (esattamente come me, sia chiaro, visto che sono tre grandissimi e immortali autori di racconti) ma, vi prego, non parlategli di racconti …italiani. Per favore!

Certamente questo ipotetico personaggio – visto poi che è frutto della mia fantasia… – non lavorerà certo presso la casa editrice che possedeva i diritti di questo libro. Ma sta di fatto che per quasi quarant’anni questo monumento delle nostra letteratura è stato “chiuso in un cassetto” e non pubblicato. Le ragioni? … Ai posteri (dei posteri) l’ardua sentenza.

Intanto possiamo godercelo in tutto il suo splendore grazie a La Nave di Teseo che lo ha ripubblicato (sia in versione digitale che in quella cartacea) con un’utile introduzione firmata da Cecilia Scerbanenco, figlia di Giorgio.

Da leggere.

“Il caso «Venere privata»” di Yves Boisset

Il caso venere privata Loc

(Francia/Italia, 1970)

Sono un amante delle opere di Giorgio Scerbanenco esattamente come amo quelle di Stephen King.

Oltre a questo, i due grandi scrittori hanno in comune i pochi adattamenti cinematografici dei loro scritti degni di nota.

E se King può vantare almeno una manciata di grandi film da lui ispirati, Scerbanenco invece neanche quelli visto che (escludendo “I ragazzi del massacro” di Ferdinando Di Leo e “La morte risale a ieri sera” di Duccio Tessari) tutte le trasposizioni cinematografiche delle sue opere sono irrispettose del suo grande genio letterario.

A partire da questo film, tratto dallo splendido “Venere privata” del 1966, che se in alcuni momenti sfiora le atmosfere del romanzo, manca invece totalmente i protagonisti e soprattutto la trama cruda e sottile, riducendola a quella di un semplice poliziottesco con pruriti erotici.

Perché lo metto nel Mio Trash?

Perché si apre col nudo integrale di un’avvenente Raffaella Carrà, basta?

“Venere privata” di Giorgio Scerbanenco

Venere Privata Cop

(Garzanti, 1966)

Amo Giorgio Scerbanenco e tutto quello che ha scritto nonostante sia nel dimenticatoio, almeno per i “grandi salotti letterari” della nostra “opacatamente” splendente editoria.

Il primo approccio alla scrittura del giovane Scerbanenco (nato a Kiev e il cui cognome viene italianizzato dalla madre vedova quando, con lui sedicenne, si stabiliscono a Milano) passa per il genere rosa, cosa che nei decenni successivi influirà negativamente sulla sua fama.

Anche per questo, forse, quello che scriverà nella seconda parte della sua carriera sarà spesso duro e crudo, come questo splendido “Venere privata” in cui compare l’ex medico e investigatore Duca Lamberti.

Un giallo tosto, nella migliore tradizione del noir anni Cinquanta, che ha fatto – e continua a fare – scuola per generazioni di scrittori.

Sono sicuro che se il Stephen King potesse leggerselo in una traduzione decente se ne innamorerebbe all’istante.

“I sette peccati capitali e le sette virtù capitali“ di Giorgio Scerbanenco

I 7 peccati copertina

(2010, Garzanti)

Il formato racconto nella nostra cultura editoriale ha una scarsissima diffusione, soprattutto poi se l’autore è italiano.

Non voglio dilungarmi troppo sul concetto che il racconto è stata la palestra dove hanno mosso i primi passi quasi tutti i più grandi autori mondiali, e che ignorarlo significa annullare di fatto l’ambito principe in cui si formano le nuove leve: la ricchezza di racconti è il sintomo principale di una letteratura viva e fresca (la quasi nullità di riviste italiane dedicate alla pubblicazione di racconti inediti la dice lunga sullo stato della letteratura del nostro Paese).

Ma torniamo a Scerbanenco: questi quattordici racconti segnano uno degli apici della narrativa italiana del secondo Novecento. Quattordici viaggi indimenticabili creati da un autore fin troppo spesso dimenticato.

Assolutamente da leggere.