“I ragazzi del massacro” di Fernando Di Leo

(Italia, 1969)

Nel 1969 Fernando Di Leo realizza il primo adattamento cinematografico di un romanzo del grande Giorgio Scerbanenco. Si tratta de “I ragazzi del massacro”, pubblicato l’anno precedente, e terzo libro della quadrilogia dedicata a Duca Lamberti, un poliziotto con un passato da medico, radiato dall’Ordine per aver procurato l’eutanasia a una paziente terminale.

Ma Di Leo cambia i toni e alcuni snodi narrativi del romanzo – come ad esempio il movente e il colpevole che naturalmente non svelerò – realizzando il suo primo noir e dando il via a un filone cinematografico prolifico, crudo e violento di cui lui stesso sarà considerato un maestro imitato e omaggiato anche dalle generazioni successive di cineasti, che vede per esempio in Quentin Tarantino uno dei suoi più grandi fan. Al tempo stesso però, il regista riesce ad essere fedele all’anima dura del romanzo di Scerbanenco.

Già dai titoli di testa entriamo violentemente nella storia: su una musica pesante e ossessiva assistiamo allo stupro e alle sevizie che un gruppo di ragazzi compie ai danni della loro insegnate che alla fine muore quasi completamente nuda sulla cattedra.

La Polizia in breve tempo ricostruisce la dinamica di una così efferata e inaudita violenza, che è stata accesa senza dubbio da dell’anice lattescente – noto anche come assenzio – visto che una bottiglia vuota con ancora dei residui del distillato è stata rinvenuta accanto al corpo. Le Forze dell’Ordine in poche ore arrestano tutti i presenti che, ancora con i postumi dell’assenzio, ammettono di ricordare poco dell’evento scaricandosi la colpa l’uno conto l’altro.

Le indagini sono affidate al Commissario Lamberti (Pier Paolo Capponi) che dopo le prime tornate di interrogatori comincia a intravedere una figura dietro all’omicidio, che appare sempre più il frutto di una macchinazione e non di un gesto impulsivo…

Duro e crudo poliziottesco D.O.C. a tutti gli effetti in cui si evincono già le grandi doti narrative e visive di Di Leo che – come ricordò in più di un’intervista – scelse l’opera di Scerbanenco perché era la prima nel panorama contemporaneo del noir che denunciava una società come la nostra capace di rendere le nuove generazioni, soprattutto quella nata alle soglie del famigerato Boom economico, prive di principi e tutele sociali nonché statali e per questo spesso preda della più spietata e famelica criminalità.

Non a caso i volti dei “ragazzi del massacro” hanno chiari ed espliciti riferimenti a quelli che Pier Paolo Pasolini dipinge e descrive nei suoi romanzi come “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, o nei suoi film come lo splendido “Mamma Roma” su tutti.

La sequenza iniziale oggi, ad oltre cinquant’anni di distanza e nonostante tutto quello che è stato girato nel frattempo, ancora turba e ferisce e ce la dice lunga sulle doti cinematografiche del regista capace di creare un’opera ispirata ma allo stesso tempo nettamente separata da quella di Scerbanenco. Esempio molto simile a quello fra Stanley Kubrick e Stephen King per il film “Shining”. Il regista americano, infatti, dopo aver ottenuto diritti del romanzo del Re, già scrivendo la sceneggiatura attuò numerosi cambiamenti sia alla storia che nei personaggi e per chiarirlo bene agli spettatori inserì una sequenza esplicativa nella scena in cui Dick Hallorann, chiamato attraverso la luccicanza dal piccolo Danny Torrance, torna all’Overlook Hotel.     

Mentre l’uomo al volante della sua auto percorre una statale sotto la neve, deve rallentare a causa di un incidente. E quando raggiunge il luogo dello scontro si nota benissimo che l’auto coinvolta è un vecchio maggiolino rosso cappottato, con accanto un ambulanza e il personale sanitario che ci fa intendere che il guidatore è morto. Non è un caso, anche se la sequenza dura davvero pochi secondi, visto che è rosso il maggiolino che guida Jack Torrance nel romanzo, mentre Kubrick ne fa guidare uno giallo al suo Jack Torrance/Jack Nicholson sottolineando il fatto che il suo film e il suo personaggio sono “un’altra cosa” rispetto a quelli creati da King, il cui Jack nella pellicola “muore” ben lontano dalle vicende dell’Overlook Hotel.    

Cosa simile accade in questo “I ragazzi del massacro” dove Di Leo, che scrive la sceneggiatura assieme a Nino Latino e Andrea Maggiore, ci sottolinea che i suoi personaggi sono “altra cosa” rispetto a quelli creati da Scerbanenco e ce lo dice anche col particolare della targhetta che svetta sulla scrivania del Lamberti su cui c’è scritto “Dott. Luca Lamberti” e non “Dott. Duca Lamberti” come il personaggio originale creato dallo scrittore.

Gli unici segni del tempo che riporta la pellicola sono quelli legati all’ipocrita e perbenista visione della società italiana che la parte più bigotta della nostra cultura voleva mostrare. Alla fine degli anni Sessanta, nel nostro Paese, dove alti uomini di Stato dichiaravano pubblicamente che la Mafia non esisteva, i nostri costumi e la nostra “morale” erano fortemente legati alla Chiesa Cattolica Romana ed era così molto difficile parlare di violenza, abusi sulle donne o sui minori, sotto proletariato, omosessualità e tutti i temi che stavano esplodendo soprattutto nelle nostre metropoli ma che spesso venivano volutamente ignorati e insabbiati.

Così, per passare i famigerati visti di censura, gli omosessuali venivano chiamati barbaramente “invertiti”, termine seguito sempre da qualche sorriso da parte di tutti gli uomini che così ostentavano la loro indiscutibili virilità. Ma Scerbanenco prima e Di Leo poi squarciano il velo dell’ipocrisia e raccontano storie tragiche, violente e soprattutto vere. Basta ricordare bene cosa è stato e cosa ha significato sotto questo punto di vista, nella storia del nostro Paese, il decennio successivo segnato indiscutibilmente da tanta sanguinaria violenza sociale. 

Una fotografia nitida e dura della nostra storia recente.

Questo film è il primo della trilogia cinematografica che in quegli anni verrà realizzata dalle opere di Scerbanenco. Gli altri due sono l’ottimo “La morte risale a ieri era” di Duccio Tessari e – …purtroppo – il trash “Il caso ‘Venere privata’” di Yves Boisset.

“Il paese senza cielo” di Giorgio Scerbanenco

(Alberti Editore, 2002)

Alla fine degli anni Trenta, Cesare Zavattini e Federico Pedrocchi (il primo papà del Paperino italiano) commissionano al giovane Giorgio Scerbanenco un romanzo di fantascienza per ragazzi da pubblicare a puntate sulle riviste edite da Mondadori: “L’Audace”, “Topolino” e “Paperino”. Le illustrazioni verranno firmate dagli artisti Giuseppe Ingegnoli e Giovanni Scolari.

Nell’aprile del 1939 esce sulle tre testate la prima puntata de “Il Paese senza cielo” che di fatto inaugura la letteratura contemporanea italiana di fantascienza per ragazzi. Le ferree regole dell’editoria sotto il regime fascista esigono che i “malfatti” non possano consumarsi sul puro e giusto suolo italico, così come i “criminali” non possano essere figli della Lupa. 

Ci troviamo così nella Milano del 2002 dove il giovane Elio Aprile, poco più che un adolescente, suo malgrado viene coinvolto in una vicenda internazionale fatta di spie, delitti e pericoli mortali tutti però commessi all’estero e soprattutto negli Stati Uniti. Infatti il Grande Rapace, ultimo discendente dei nativi americani – che allora si chiamavano con poco rispetto “pellirosse” – grazie al genio scientifico del colonnello Glub ha popolato di oltre otto milioni di suoi cloni le enormi grotte e gallerie che si trovano nel sottosuolo a stelle e strisce.

Doma Everom, il nome del Paese senza cielo, è però tecnologicamente avanzato – soprattutto in campo bellico – e si sta preparando a invadere e conquistare la superficie. Il Presidente degli Stati Uniti, venuto a conoscenza dell’imminente pericolo, invia le sue truppe all’ingresso della caverna che conduce a Doma Everom per capovolgere la situazione. Siamo così sull’orlo dello scoppio di una guerra sanguinaria che travolgerà milioni di vite umane, ma che Elio e il suo manipolo di amici potrebbero evitare…

Godibilissimo romanzo di fantascienza che ci racconta, molto più efficacemente di molti saggi e cronache dell’epoca, come era la nostra società in quegli anni, mentre camminava spavalda verso l’abisso. Se suscitano ilarità mista anche a una certa tristezza le ingenuità legate ai riferimenti di una presunta supremazia scientifica (nel libro infatti tutte le più grandi innovazioni tecniche che hanno fatto progredire il pianeta sono state firmate soprattutto da studiosi italiani) sociale (la moda più comune fra gli uomini più “in gamba” è quella di portare la testa completamente rasata…) e morale del nostro Paese rispetto a tutti gli altri, sono invece ancora assai affascinanti le invenzioni che dominano il quotidiano nel presunto 2002 immaginato da Scerbanenco, molte delle quali poi si concretizzeranno davvero. In ogni casa c’è un macchinario molto simile al nostro televisore, così come esistono autoradio – nel senso di veicoli che si muovono grazie a onde radio – o dischi “video” che è possibile visionare a proprio piacimento la sera in salotto.

Ma in ogni pagina Scerbanenco ci parla anche, con ansia e angoscia, della catastrofe sempre più imminente che si staglia all’orizzonte, e soprattutto lo scrittore ci grida che è una catastrofe evitabile e lo fa alla generazione più giovane, la stessa che pagherà il prezzo più alto del conflitto, come poi tragicamente accade sempre.

Per comprendere al meglio quali furono gli spunti ai quali attinse Scerbanenco per scrivere il romanzo basta ripercorrere brevemente la storia della prima parte della sua esistenza. Nato a Kiev nel 1911, ancora bambino, dovette abbandonare l’Ucraina per le conseguenze della Rivoluzione d’Ottobre e dell’avanzata delle truppe nel suo Paese, cosa che lo rese orfano di padre e lo portò a trasferirsi con la madre e senza mezzi di sostentamento a Milano, dove alla fine italianizzò il suo cognome.

Al di là dei tragici corsi e – nonché attualissimi e sanguinari – ricorsi storici, è facile intuire che il Paese senza cielo si rifà non troppo velatamente all’Unione Sovietica e al suo comunismo dove tutti dovevano essere implacabilmente e negativamente “uguali”. Ma a rileggerlo oggi, nonostante i “dovuti” ammiccamenti al regime fascista, Scerbanenco considera anche l’allora Regno d’Italia un Paese senza cielo, che per l’ottusità e l’arrogante scelleratezza del suo dittatore sta per precipitare nel baratro di un conflitto planetario.        

“La morte risale a ieri sera” di Duccio Tessari

(Italia/Germania Ovest, 1970)

A fagiolo, proprio l’anno della mia nascita, arriva nelle nostre sale uno dei migliori adattamenti cinematografici di un’opera del maestro Giorgio Scerbanenco, e nello specifico del suo romanzo indimenticabile “I milanesi ammazzano al sabato” pubblicato nel 1969.

Il commissario Duca Lamberti della Questura di Milano, interpretato – superbamente – da Frank Wolff e doppiato ancora più superbamente da Aldo Giuffrè, è un uomo della Pubblica Sicurezza fuori dagli schemi, soprattutto per quegli anni, e anticipa per molte caratteristiche il futuro Salvo Montalbano del maestro Camilleri.

Alla sua scrivania una mattina arriva il pacato ma volitivo signor Amanzio Berzaghi (Raf Vallone) che lo implora di ritrovare sua figlia neanche ventenne Donatella, scomparsa ormai da un mese. Se all’inizio Lamberti ascolta quasi distratto Berzaghi – viste le numerose ragazze che mensilmente a Milano abbandonano volontariamente la casa dei propri genitori – quando questo gli rivela che sua figlia, nonostante l’aspetto e la bella presenza di una ventenne, è in realtà una disabile avendo un grave ritardo cognitivo che le fa avere la coscienza e la capacità intellettiva di una bambina di tre anni, il commissario inizia subito a lavorare al caso.

Insieme al suo collaboratore Mascaranti (Gabriele Tinti) Lamberti inizia a investigare nel mondo della prostituzione e delle case d’appuntamento clandestine milanesi, angoli oscuri dove finiscono la maggior parte delle giovani donne che scompaiono. Lì risale a Salvatore (Gigi Rizzi) un ex sfruttatore noto alla Polizia e con precedenti, che adesso però gestisce un autosalone di lusso. Ma sarà lo stesso Berzaghi a trovare casualmente per primo un indizio fondamentale…

Indimenticabile poliziottesco italiano d’annata che, a differenza di molti suoi “fratelli” contemporanei, ancora oggi nella struttura e nella dinamica narrativa non risente del tempo passato, ricordandoci che ottimo artigiano della macchina da presa fosse Duccio Tessari.  

Da ricordare anche le due canzoni originali interpretate da Mina, la prima della quali apre splendidamente il film.

Per la chicca: come aiuto regista appare Lorella De Luca, attrice fra la più famose della commedia all’italiana e protagonista di pellicole come “Poveri ma belli” di Risi, nonché compagna di vita della stesso Tessari.

Il film fa parte della trilogia dedicata a Duca Lamberti di cui fanno parte “I ragazzi del massacro” di Ferdinando Di Leo – altro e unico adattamento più che dignitoso di un’opera di Scerbanenco – e l’improponibile “Il caso Venere privata” di Yves Boisset. 

“Il Centodelitti” di Giorgio Scerbanenco

(La Nave di Teseo, 2019)

Ci troviamo davanti ad una delle antologie di racconti più belle e struggenti della storia della letteratura del Novecento.

A comporla fu nel 1970 Oreste del Buono che selezionò una serie di racconti scritti dal grande Giorgio Scerbanenco – scomparso l’anno precedente – e pubblicati soprattutto da “Novella” nel 1963, rivista della quale lo stesso Scerbanenco in quell’anno era condirettore, mentre era direttore di “Bella” e collaboratore di “Annabella”, tutte riviste femminili della Rizzoli.

Sempre in quel periodo, con lo pseudonimo di Adrian o di Valentino, Scerbanenco rispondeva ai problemi di cuore e di morale che inviano le lettrici alle tre testate. Leggendo quelle lettere vere, e forse spesso anche ingenue, Scerbanenco assorbì storie e drammi quotidiani che divennero materiale per i suoi racconti e poi per i suoi romanzi che lo consacrano indiscutibilmente il creatore del noir italiano.

I racconti raccolti in questo splendido volume hanno lunghezze e soggettive differenti, da poche pagine a molte. Ciò che li unisce sono i delitti che in essi si compiono, spesso fisici ma a volte anche solo morali. Grandi e piccoli delitti che ci raccontano – come pochi altri scritti contemporanei – la nostra società appena travolta dal Boom economico. E Scerbanenco lo fa magistralmente attraverso le “misere” vite degli individui che, costretti ai margini, fanno disperatamente di tutto per sopravvivere.

Con un occhio crudelmente sincero, ma al tempo stesso pieno d’amore e compassione – così come quello di Fabrizio De André – Scerbanenco ci regala dei ritratti indimenticabili di vittime e carnefici che sono una pietra miliare della nostra letteratura.

E pure c’è oggi qualche genio illuminato che considera il formato dei racconti editorialmente poco vendibile, soprattutto se l’autore è italiano. A casa, magari, nella sua libreria sfoggia l’intera collezione delle raccolte di racconti di Raymond Carver, Michael Chabon o David Foster Wallace (esattamente come me, sia chiaro, visto che sono tre grandissimi e immortali autori di racconti) ma, vi prego, non parlategli di racconti …italiani. Per favore!

Certamente questo ipotetico personaggio – visto poi che è frutto della mia fantasia… – non lavorerà certo presso la casa editrice che possedeva i diritti di questo libro. Ma sta di fatto che per quasi quarant’anni questo monumento delle nostra letteratura è stato “chiuso in un cassetto” e non pubblicato. Le ragioni? … Ai posteri (dei posteri) l’ardua sentenza.

Intanto possiamo godercelo in tutto il suo splendore grazie a La Nave di Teseo che lo ha ripubblicato (sia in versione digitale che in quella cartacea) con un’utile introduzione firmata da Cecilia Scerbanenco, figlia di Giorgio.

Da leggere.

“Il caso «Venere privata»” di Yves Boisset

(Francia/Italia, 1970)

Sono un amante delle opere di Giorgio Scerbanenco esattamente come amo quelle di Stephen King.

Oltre a questo, i due grandi scrittori hanno in comune i pochi adattamenti cinematografici dei loro scritti degni di nota.

E se King può vantare almeno vari grandi film ispirati alle sue opere, Scerbanenco invece neanche quelli visto che (escludendo “I ragazzi del massacro” di Ferdinando Di Leo e “La morte risale a ieri sera” di Duccio Tessari) tutte le trasposizioni cinematografiche delle sue opere sono irrispettose del suo grande genio letterario.

A partire da questo film, tratto dallo splendido “Venere privata” del 1966, che se in alcuni momenti sfiora le atmosfere del romanzo, manca invece totalmente i protagonisti e soprattutto la trama cruda e sottile, riducendola a quella di un semplice poliziottesco con pruriti erotici.

Perché lo metto nel Mio Trash?

Perché si apre col nudo integrale di un’avvenente Raffaella Carrà, basta?

“Venere privata” di Giorgio Scerbanenco

(Garzanti, 1966)

Amo Giorgio Scerbanenco e tutto quello che ha scritto nonostante sia finito nel dimenticatoio, almeno per i “grandi salotti letterari” della nostra “opaca” splendente editoria.

Il primo approccio alla scrittura del giovane Scerbanenco (nato a Kiev e il cui cognome viene italianizzato dalla madre vedova quando, con lui sedicenne, si stabilì a Milano) passa per il genere rosa, cosa che nei decenni successivi influirà – agli occhi ipocriti e radical chic di dotti critici e “salottieri” professionisti – negativamente sulla sua fama.

Anche per questo, forse, quello che scriverà nella seconda parte della sua carriera sarà spesso duro e crudo, come questo splendido “Venere privata” in cui compare l’ex medico e investigatore Duca Lamberti.

Un giallo tosto, nella migliore tradizione del noir anni Cinquanta, che ha fatto – e continua a fare – scuola per generazioni di scrittori.

Sono sicuro che se il Stephen King potesse leggerselo in una traduzione decente se ne innamorerebbe all’istante.

“I sette peccati capitali e le sette virtù capitali“ di Giorgio Scerbanenco

(2010, Garzanti)

Il formato racconto nella nostra cultura editoriale ha una scarsissima diffusione, soprattutto poi se l’autore è un italiano.

Non voglio dilungarmi troppo sul concetto che il racconto è stata la palestra dove hanno mosso i primi passi quasi tutti i più grandi autori mondiali, e che ignorarlo significa annullare di fatto l’ambito principe in cui si formano le nuove leve: la ricchezza di racconti è il sintomo principale di una letteratura viva e fresca (la quasi nullità di riviste italiane dedicate alla pubblicazione di racconti inediti la dice lunga sullo stato della letteratura del nostro Paese).

Ma torniamo a Scerbanenco: questi quattordici racconti segnano uno degli apici della narrativa italiana del secondo Novecento. Quattordici viaggi indimenticabili creati da un autore fin troppo spesso dimenticato.

Assolutamente da leggere.