“Eva contro Eva” di Joseph L. Mankiewicz

(USA, 1950)

Nel 1949, negli Stati Uniti, andò in onda un adattamento radiofonico del racconto “The Wisdom of Eve” di Mary Orr. Alcune fonti indicano che la Orr, per scrivere il racconto, si sia ispirata al rapporto “controverso” fra la nota attrice viennese Elisabeth Bergner e la sua segretaria. Altre indicano invece come ispiratrici le attrici americane Tallulah Bankhead e Lizabeth Scott, che in quel periodo era la sua sostituta.

Con rapporto “controverso” le cronache del tempo si riferivano non solo all’ascendente che una delle due attrici aveva sull’altra, ma anche – ovviamente indirettamente perché la censura e il meschino perbenismo dell’epoca non lo consentivano – alla loro omosessualità. Se la Bankhead poco si curava di dissimulare i propri gusti sessuali, tanto da ostentare il flirt con la grande Billie Holiday, alla Scott il solo accenno sulla stampa ai suoi presunti orientamenti sessuali, sostenuti esclusivamente dal fatto di non essere mai convolata a nozze, costò di fatto la carriera.

Il geniale Joseph L. Mankiewicz prende spunto dal programma radiofonico per scrivere e dirigere uno dei migliori film di Hollywood sul mondo dello spettacolo e sulle micidiali ipocrisie che lo circondano, soprattutto quelle legate alle donne.

Ci troviamo così alla cena di gala che precede la consegna del più ambito premio teatrale americano. A ritirarlo sarà la nuova stella nascente del palcoscenico: Eva Harrington (Anne Baxter). La voce fuoricampo di Karen Richards (Celeste Holm) ci parla di alcuni dei commensali presenti fra cui spiccano la grande e “matura” attrice Margo Channing (una splendida Bette Davis) suo marito il regista Bill Sampson (Gary Merrill marito anche nella realtà della Davis), il drammaturgo Lloyd Richards (Hugh Marlowe) marito della stessa Karen, e l’implacabile critico teatrale Addison DeWitt (un sempre bravo arrogante e antipatico George Sanders).

Tutti applaudono la giovane attrice, ma solo un anno prima, ci dice in maniera confidenziale Karen, la Harrington era una sconosciuta che aspettava per ore sotto la pioggia davanti all’ingresso del palcoscenico, solo per intravedere la Channing. E fu la stessa Karen a portarla quasi a forza nel camerino della sua amica Margo.

Da umile fan Eva Harrington, grazie al suo acume e soprattutto alla sua marmorea volontà, diventa prima segretaria della Channing e poi sua sostituta in teatro fino a quando, la stessa Karen…

Tutto quello che sappiamo di Eva (il titolo originale di questa pellicola è infatti “All About Eve”) ci fa capire bene cosa significa voler diventare un’attrice di successo in un mondo di uomini potenti e spesso arroganti che dettano le regole. Perché Mankiewicz ce lo ricorda con tagliente lucidità che il mondo del teatro – così come quello del cinema – è totalmente in mano agli uomini. E le donne che spiccano possedendo il fuoco sacro della recitazione non possono, anche volendo, sottrarsi ai mille compromessi che i signori colleghi maschi impongono loro. Regole che incastonano le donne anche in splendide cornici d’oro, ma sempre e comunque fino a dove le permettono gli uomini.

Per la chicca: piccolo cameo per la splendida Marilyn Monroe che interpreta una giovane e avvenente attrice in cerca di un produttore generoso.

Una pietra miliare del cinema.

“Quando la città dorme” di Fritz Lang

(USA, 1956)

Il maestro Fritz Lang ci regala uno dei ritratti più duri e cinici del giornalismo d’assalto americano. E non solo della carta stampata: il genio tedesco infatti intuisce già il peso che avrà la televisione, il nuovo mezzo di comunicazione di massa, anche se il quel periodo molti ancora la considerano un semplice complemento d’arredo che solo i privilegiati possiedono e guardano nel loro salotto.

New York, un assassino seriale – e anche su questo Lang è davvero un precursore delle mode che di lì a qualche decennio affascineranno lettori e spettatori – con gravi disturbi psichici uccide un’altra giovane donna che vive da sola, lasciando il messaggio “Chiedi alla madre” scritto sul muro con un rossetto della vittima.

Come tutti i quotidiani della città, anche il “New York Sentinel”, fondato da Amos Kyne, si avventa sulla notizia. Lo stesso Kyne, che possiede altri numerosi giornali, presiede la testata dal letto cui una grave malattia lo ha recluso. Fra i suoi giornalisti Kyne ha sempre avuto un debole per Ed Mobley (Dana Andrews) che ha vinto un premio Pulitzer poco tempo prima, e che conduce una rubrica quotidiana sulla neo nata televisione Kyne. Proprio mentre incarica Ed di occuparsi del caso, Kyne muore, lasciando tutto al suo unico figlio, viziato e gaudente, Walter (Vincent Price).

Mobley, che ha contatti con la Polizia, decide di sfidare pubblicamente l’assassino per stanarlo e così, durante una puntata della sua rubrica, dopo averlo pesante preso in giro annuncia il suo fidanzamento con la collega Nancy, trasformandola di fatto in un’esca. Intanto Walter Kyne, preso possesso dell’impero del padre, decide creare il nuovo ruolo di direttore generale. Ruolo per il quale lui, non senza divertimento, mette in lizza il responsabile dell’agenzia giornalista Kyne Mark Loving (George Sanders), il direttore del “New York Sentinel” J.D. Griffith (Thomas Mitchell), e il responsabile delle fotografie Harry Kritzer (James Craig), dando inizio ad una lotta senza esclusione di colpi. Ma…

Nel cast anche una bravissima e tenebrosa Ida Lupino nel ruolo della giornalista Mildred Donner, amante di Loving. Nell’affresco generale di Lang, che con la morte del vecchio Kyne (figura ispirata al vero Joseph Pulitzer) vede “morire” il vero giornalismo, alla fine paradossalmente, quello che appare più comprensibile – anche se certo non giustificabile – è proprio l’assassino che, nonostante qualche stereotipo, possiede una sua folle e limpida dinamica (così come Peter Lorre nello straordinario “M il mostro di Dusseldorf”).

Tutti gli altri, invece, hanno aspetti criticabili e deprecabili, pronti a tutto pur di ottenere un proprio tornaconto.

Immortale.