“Una e una notte” di Ennio Flaiano

Una e una notte Cop

(Adelphi, 1959-2006)

Leggere Ennio Flaiano è un dovere morale per ogni cittadino del mondo e per ogni italiano in particolare. Con la sua malinconica e spietata ironia ha illuminato la nostra società sia dalle pagine scritte che dal grande schermo.

Questi due racconti ci parlano di due protagonisti diversi ma che sono “le facce della stessa medaglia”, come ha detto lo stesso Flaiano, divise fra dramma e farsa tipiche del nostro Paese. E poi sullo sfondo del secondo c’è – non dichiarato – il set de “Le notti di Cabiria” di Federico Fellini che per molti anni fu amico intimo dello scrittore.

C’è bisogno di aggiungere altro?

 

Una e una notte

25 anni dalla morte di Aldo Fabrizi

Aldo Fabrizi

Il 2 aprile del 1990 scompariva Aldo Fabrizi a Roma, nella stessa città dove era nato nel 1905. La grande vena artistica di Fabrizi esplose in giovanissima età, ma l’indigenza della sua famiglia lo costrinse ad adattarsi a fare tutti i lavori più umili per mantenere madre e sorelle. Il primo riconoscimento del suo genio arriva nel 1928 con la pubblicazione  di “Lucciche ar sole”, una raccolta di poesie in dialetto romano.  Qualche anno dopo arriva anche l’esordio sul palcoscenico come macchiettista, sul quale era salito per la prima volta per recitare le proprie opere. Le sue enormi capacità istrioniche e il grande senso del comico lo portano quasi subito ad avere successo. Nel 1942 esordisce anche al cinema con “Avanti c’è posto” di Mario Bonnard con il quale collabora anche alla sceneggiatura, così come accadrà per quasi tutti i film in cui reciterà negli anni successivi. Come quando nel 1945 interpreta don Pappagallo in “Roma Città Aperta” di Roberto Rossellini, al quale impone il suo giovane e semi sconosciuto battutista Federico Fellini come coautore alla sceneggiatura. Nel 1948 arriva un nuovo esordio: dietro la macchina da presa con “Emigrantes”, girato in occasione di una turné teatrale nel sud America. Da attore simbolo del Neorealismo, col passare degli anni, Aldo Fabrizi comincia lentamente a diventare emblema della grande Commedia all’Italiana. I titoli sono numerosi, ma fra i più amati e rappresentativi no si può non ricordare “La famiglia Passaguai” (da lui stesso diretto nel 1951), “Guardie e ladri” (1951) di Mario Monicelli,  “Hanno rubato un tram” (sempre da lui diretto nel 1954), “Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (1956) di Mauro Bolognini, e “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” (1960) di Mario Mattoli. Nel 1974 partecipa a quello che, oltre ad essere un capolavoro della cinematografia mondiale, è considerato il canto del cigno della grande Commedia all’Italiana: “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola.

Parallelamente alla carriera cinematografica, Fabrizi prosegue quella teatrale nella quale spicca il suo Mastro Titta nel pluripremiato “Rugantino” di Garinei e Giovannini del 1962. Ma Fabrizi è anche fra i pionieri della sua generazione in televisione, dove partecipa a trasmissioni di sempre maggior successo fino ai suoi mitici sketch nel varietà del sabato sera “Speciale per noi” (1969) di Antonello Falqui.

A un quarto di secolo dalla sua scomparsa, Aldo Fabrizi merita di essere ricordato come uno dei grandi artisti italiani del Novecento, e non solo come straordinario attore comico. I volumi da lui pubblicati, molti dei quali dedicati alla gastronomia, ci testimoniano la grande versatilità del suo genio. Chi lo ha frequentato personalmente (fu grande e intimo amico dell’immenso Totò) lo ha sempre ricordato come un uomo dal carattere duro ed estremamente esigente, a volte persino arrogante. Proprio questa sua indole difficile, e soprattutto la sua dichiarata simpatia verso l’allora destra nostalgica italiana (partecipò in prima fila all’esequie di Giorgio Almirante) contribuirono a oscurare la sua arte negli anni successivi alla sua morte. Lungi da me entrare nel merito di una discussione politica, visto che poi non l’ho mai pensata come Fabrizi, ma è un dato di fatto che la cultura di sinistra fighetta e radical chic degli anni Novanta lo ha indiscutibilmente gettato nel dimenticatoio per le sue idee. Allora semmai dovremmo aprire un dibattito su come e se le idee politiche e personali di un artista (che come Fabrizi seppe anche farsi gioco degli aspetti più risibili di quel mondo a cui poi era politicamente legato come in “Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi” e “Gerarchi si muore”) debbano essere considerate rispetto alla sua arte: ma entreremmo in un ambito davvero difficile da circoscrivere che io, sinceramente, proprio non ho voglia di affrontare qui. Quello che so è che ogni volta che c’è un film o uno sketch con Fabrizi (lo sciatore o lo scolaro su tutti), anche se lo conosco a memoria, lo rivedo di gusto sghignazzando.

“L’altra parte” di Alfred Kubin

L'altra parte Cop

(Adelphi, 2001)

Questo romanzo, scritto nel 1908, è ancora oggi uno dei più fantastici ed enigmatici che abbia mai letto. Alfred Kubin (1877-1959) disegnatore, illustratore e ovviamente anche scrittore austriaco, firma un racconto onirico e fantastico che segnerà il Novecento. Leggendolo sono evidenti spunti e visioni che verranno poi sviluppati straordinariamente da geni come Franz Kafka, Gustav Meyrink (autore de “Il Golem”) e tutto il movimento Surrealista, e vi si trovano allo stesso tempo atmosfere e riferimenti a Edgar Alla Poe, autore che lo stesso Kubin aveva più volte illustrato. La trama è apparentemente semplice: un illustratore viene invitato da Patera, un suo vecchio compagno di scuola, a trasferirsi nel misterioso Stato del Sogno, sconosciuto e invisibile ai profani. Patera ha fatto fortuna e col suo immenso patrimonio ha fondato uno stato nel cuore oscuro dell’Asia, in cui si può accedere solo per invito. L’uomo, assieme alla moglie, accetta l’invito ma la vita nel nuovo e sconosciuto Paese gli riserverà inquietanti e terrificanti sorprese. Visionario come pochi, “L’altra parte” è per chi ama viaggiare nel mare abissale della fantasia, senza paura di annegare.

Altro grande motivo per leggere questo libro sta nel fatto che vi sono, evidentissime e incantevoli, tante attinenze fra le visioni oniriche di Kubin e quelle del grande Federico Fellini, noto lettore dell’Adelphi.

Per la chicca: nel 1973 è uscito, nell’allora Germania Ovest, “Traumstadt” diretto da Johannes Schaaf e ispirato al libro di Kubin, ma del tutto introvabile visto che non è uscito nel nostro Paese.

“Che strano chiamarsi Federico” di Ettore Scola

Che strano chiamarsi Federico Loc

(Italia, 2013)

Il grande Ettore Scola firma un imperdibile e intimo ritratto di quello che è stato uno dei più grandi autori cinematografici del Novecento, nonché suo amico, Federico Fellini. I rispettivi nipoti dei due grandi registi impersonano i giovani cineasti che si conobbero nella redazione della rivista “Marc’Aurelio”, fucina dei più grandi autori comici e satirici italiani dell’epoca come Ruggero Maccari, Marcello Marchesi, Stefano Vanzina, Vittorio Metz, Age e Scarpelli, tanto per dirne alcuni. Per poi ripercorrere la loro amicizia fatta anche di notti passate in automobile nel ventre di Roma o dietro la macchina da presa. Il tutto ricostruito nel mitico Teatro 5 di Cinecittà, luogo nel quale Fellini giro’ quasi tutti i suoi film, costruendo set indimenticabili, e dove infine gli venne allestita la camera ardente. Ma bando alla commozione, Fellini – e questo lo raccontano tutti coloro che ebbero la fortuna di conoscerlo – non era affatto un “bravo ragazzo”: per lui la bugia era arte. E così Scola lo ricorda come un anziano Pinocchio sempre in fuga dai Carabinieri…

Imperdibile.

Mastroianni immortale a Cannes ma non in Italia…

Cannes 2014 Loc

Ormai è qualche giorno che la notizia ha fatto il giro del web: sul manifesto del Festival di Cannes 2014 c’è una splendida fotografia di Marcello Mastroianni ai tempi de “La Dolce Vita” di Federico Fellini. Al dire il vero ci sarebbe poco  da stupirsi, Mastroianni è uno dei grandi attori che hanno rappresentato il grande cinema mondiale. Ma lo rappresenta ancora  per il nostro Paese? Gli stessi che qualche settimana fa hanno esultato alla – sacrosanta – vittoria dell’Oscar come miglior film straniero de “La grade bellezza” di Paolo Sorrentino, oggi parlano di nuovo elogio al genio cinematografico italiano. Peccato che fino a pochi minuti fa, della carriera e dell’eredità artistica di Mastroianni, nessuno di loro ne parlava da decenni. Povera Italia…

“MASH” di Robert Altman

MASH

(USA, 1970)

Durante le riprese Donald Sutherland, che allora aveva già un certa notorietà, volle un incontro urgente con il produttore perché profondamente preoccupato per quello a cui stava partecipando: tutto gli sembrava così ridicolo e sconclusionato che una volta nelle sale il film avrebbe certamente compromesso la sua carriera appena decollata. Più o meno quello che fece Anthony Quinn nel corso delle riprese “La strada” diretto dal giovane Federico Fellini. E come Quinn, Sutherland si sbagliava: oltre ad incassi clamorosi in tutto il mondo “MASH” (acronimo di “Mobile Army Surgical Hospital”) di Robert Altman vince, fra i numerosi premi, la Palma d’Oro al Festival Cannes e l’Oscar come migliore sceneggiatura non originale scritta da Ring Lardner Jr. (oltre alle candidature come miglior film, migliore attrice non protagonista a Sally Kellerman,  miglior regia e miglior montaggio). L’allora semi sconosciuto Altman, con però una già ampia esperienza di regista per la televisione, firma uno dei migliori film antimilitaristi della storia, che con un’ironia devastante si prende gioco delle truppe americane durante il conflitto in Corea. La cosa è ancora più clamorosa se si pensa che nel 1970 gli USA erano nel pieno della drammatica guerra in Vietnam, e con alla Casa Bianca Richard Nixon. Dato l’enorme successo del film, la 20th Century Fox decide di realizzare una serie televisiva ad esso ispirata, della quale vengono girate ben 11 stagioni.

Federico Fellini

Fellini Cop 1

A vent’anni dalla morte del grande Federico Fellini è ancora viva e fertile la sua eredità. Al cinema, come molti della mia generazione, in realtà ne ho viste poche di opere felliniane: “E la nave va” (1983) con la mia scuola media, “Ginger e Fred”(1986), ”Intervista”(1987) e “La voce della Luna”(1990). Il resto della sua cinematografia  – tranne poi in qualche rara retrospettiva in pellicola – solo attraverso il piccolo schermo. E nonostante questo, film come “La strada”, “Le notti di Cabiria”, “La dolce vita”, il grande “8 e ½” e “Amarcord” mi hanno stregato e affascinato. Del suo genio, soprattutto oggi, tutti ne parlano sviscerandone ogni piccolo elemento ma, oltre a queste cose, io vorrei semplicemente ricordare la grande ironia che impregna ogni sua opera. Non è un caso che fosse nato come autore di battute e gag, fra gli altri di Aldo Fabrizi, lavoro per il quale incontrerà Sergio Amidei, Roberto Rossellini e Anna Magnani sul set di “Roma Città Aperta”. Film per il quale firma due scene memorabili: l’imbarazzo di Don Pietro (interpretato da Fabrizi) davanti alla statua di una ninfa nuda e la fantastica “ammappelà Don Piè che padellata che j’avete dato!”. Di battute e sketch esilaranti sono pieni tutti i suoi film, ma io ne preferisco due su tutte: la ricostruzione di una sera all’avanspettacolo durante la Seconda Guerra Mondiale in “Roma”, e i due pittori sospesi sulla grande scenografia in “Intervista”. Un ultima cosa: leggendo di come Fellini fosse stato e sia tutt’ora un monumento alla cultura italiana, l’emblema di come il genio italico possa essere amato e preso ad esempio nel mondo mi chiedo – oggi come vent’anni fa – ma perché allora aveva tutti quei problemi per trovare produttori disposti a finanziargli i film? Mi ricordo bene, infatti, che alla fine degli anni Ottanta, fra gli addetti ai lavori, ci si lamentava di questo. E’ vero, il cinema italiano a causa della televisione era economicamente – e non solo! – in crisi. Ma era davvero così complicato e rischioso produrre un film che certamente poi si sarebbe venduto in tutto il mondo?  I più maligni imputavano la cosa non tanto a ragioni di distribuzione, ma ad una specie di ripicca nata dal film “Ginger & Fred”. Nel film una vecchia coppia di ballerini viene richiamata per partecipare ad uno show revival presso una televisione privata, il cui proprietario è uno strano commendatore che vanta di avere un passato artistico di nome Lombardoni …cattiverie, solo cattiverie!

“Amarcord” di Federico Fellini

Amarcord Cop

(Italia/Francia, 1973)

Federico Fellini lo ha sempre detto: la musica nella vita, come nel cinema, ha un ruolo fondamentale. Il riferimento al suo grande amico e collaboratore Nino Rota è fin troppo palese. Infatti non si può pensare a questo capolavoro di Fellini senza pensare alla musica scritta da Rota. I ricordi giovanili di Fellini – la piccola e grande Rimini del Ventennio, l’arrivo dell’adolescenza e le infinite dinamiche familiari – si mischiano splendidamente con le note di Rota, tanto da diventare tutt’uno nel nostro immaginario. Non mi stanco mai di rivedere il racconto di un mondo che è scomparso decenni prima che io nascessi, ma che rimane sempre così attuale.

“La strada” di Federico Fellini

La strada cop

(Italia, 1954)

Il 27 marzo del 1957 “La strada” di Federico Fellini vinceva il premio Oscar come miglior film straniero. Il piccolo lungometraggio girato da un giovane e quasi sconosciuto regista italiano, con un passato da battutista – di Aldo Fabrizi, fra gli altri – e di autore radiofonico , ci mette quasi tre anni ad arrivare a Hollywood e a venire riconosciuto quale indiscusso capolavoro della nostra cinematografia. Anche Anthony Quinn –  già attore affermato e fresco reduce dal kolossal “Attila” – all’inizio delle riprese era convinto di aver commesso un errore ad accettare di girare un film fatto con scarsi mezzi e girato in campagna (per ricreare la neve, gli uomini della produzione bussavano alle porte dei casali vicino al set per farsi prestare lenzuoli bianchi da sistemare tatticamente sul terreno). Ma Quinn, che era un uomo di cinema, dopo le prime settimane intravide il talento di quel giovanotto alto, tenebroso e allo stesso tempo cordiale e gentile. E soprattutto comprese la bravura di quella piccola attrice dai grandi occhi azzurri, che la produzione non voleva ma che alle fine il regista, nonché suo marito, riuscì ad imporre. Se i duetti fra Quinn e Giulietta Masina fanno parte ormai della storia del cinema (fra i grandi omaggi a “La strada” spicca fra tutti “Accordi e disaccordi” di Woody Allen, con Sean Penn, del 1999), è grazie anche ad Arnoldo Foà che ha dato la voce a Zampanò in maniera sublime.