“Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata” di Bob Fosse

(USA, 1969)

Il nostro grande cinema ha fatto scuola in tutto il mondo, e spesso è stato apprezzato prima e molto più all’estero, dove ne è stato coltivato il rispetto in maniera più duratura rispetto a quello del suo Paese natale.

E’ il caso del capolavoro mondiale del maestro Federico Fellini “Le notti di Cabiria” (scritto assieme a Ennio Flaiano e Tullio Pinelli), che nel 1957 vince l’Oscar come miglior film straniero, che un altro genio assoluto del Novecento come Bob Fosse decide di portare sul palcoscenico facendolo diventare un musical.

Fellini aveva anticipato, in anni impensabili, la dignità e il rispetto verso l’anima pura di una donna che per la società di allora proprio non ne poteva avere: una “battona” delle borgate. E Fosse, con la collaborazione al testo di un terzo genio quale Neil Simon, porta sul palcoscenico un musical che sbanca ai botteghini.

Sono gli anni Sessanta e il ruolo della donna comincia ad essere al centro delle lotte sociali. Cosi Cabiria, che è diventata Charity Hope Valentine, diventa il simbolo sul palcoscenico dell’emancipazione della donna, da troppo succube dell’arroganza, del potere e delle debolezze dell’uomo.

Hollywood decide di portare sul grande schermo il musical dove a vestire i panni della protagonista è una bravissima Shriley MacLaine. La regia e le coreografie rimangono nelle mani del mago Fosse che crea una pietra miliare del cinema. Per capire la grandezza assoluta di Bob Fosse come coreografo basta riguardare le scene di ballo più famose, che ancora oggi lasciano di stucco.

Da ricordare anche la partecipazione del grande Sammy Davis Jr. nel ruolo secondario di Big Daddy Brubeck.

Per la chicca: in un ruolo ancora più marginale, ma con il nome nei titoli di testa, c’è una eterea e fascinosa Barbara Bouchet che pochi anni dopo, nel nostro Paese sarebbe divenuta un’icona sexy – e forse non tanto dell’emancipazione femminile … – con film come “Donne sopra, femmine sotto”, “Racconti proibiti… di niente vestiti” o “Una cavalla tutta nuda”.

“Fantasmi a Roma” di Antonio Pietrangeli

(Italia, 1961)

Questa commedia fantasy racchiude alcuni fra i più importanti pilastri del nostro grande cinema. Il soggetto, infatti, è firmato dal padre del nostro Neorealismo Sergio Amidei, mentre la sceneggiatura è scritta da mostri sacri come Ennio Flaiano, Ruggero Maccari, Ettore Scola e lo stesso Antonio Pietrangeli, che poi lo dirige.

Per non parlare degli interpreti, fra cui spiccano un fascinosissimo Marcello Mastroianni, un grande Eduardo De Filippo e un coriaceo Vittorio Gassman. Da ricordare anche i bravissimi Tino Buazzelli (purtroppo doppiato), Claudio Gora che incarna sempre superbamente l’antipatico per eccellenza, e Lilla Brignone in quello struggente di Regina.

Il genere fantasy, nel nostro Paese e in quegli anni, aveva un ambito alquanto ristretto e poco seguito (“Omicron” diretto da Ugo Gregoretti nel 1963, è forse l’unico esempio del genere che ebbe un certo riscontro di pubblico e critica). Così questo film, dopo l’uscita nelle sale, venne rapidamente – e ingiustamente – dimenticato. Ma ancora oggi rappresenta uno dei picchi della nostra grande commedia.

Anche nella struttura “Fantasmi a Roma” si distingue dal genere classico. Infatti, il suo protagonista scompare a metà del film, per riapparire solo marginalmente alla fine. Fra i pochissimi altri esempi riusciti con una dinamica simile c’è “Psyco” del maestro Hitchcock, tanto per dire.

Ma tornando alla pellicola di Pietrangeli, ancora oggi seguiamo con trasporto e nostalgia la vita grama che conduce Don Annibale, principe di Roviano (De Filippo) che pur di non vendere l’antico palazzo di famiglia, soffre la fame e il freddo. Così come assistiamo al salvataggio dello stesso storico edificio e dei fantasmi che lo abitano, dalle scellerate ambizioni dell’ultimo erede Federico (Mastroianni, in uno dei suoi tre ruoli).

Poco è cambiato nella nostra mentalità, che aspira ad ottenere la vil pecunia nel modo più rapido e becero possibile. Peccato che Pietrangeli scomparve prematuramente solo pochi anni dopo, senza avere il tempo di donarci altri grandi film come questo o come “Adua e le compagne” o “Io la conoscevo bene”.

“Signore & signori” di Pietro Germi

(Italia, 1965)

Ci sono pellicole, come attori, indimenticabili. Così come il film “Signore & signori” diretto da Pietro Germi nel 1965, e Gastone Moschin che è uno dei suoi protagonisti.

Scritto – non senza problemi – dallo stesso Germi insieme ad alcuni fra i più grandi sceneggiatori del Novecento come  Ennio Flaiano, Luciano Vincenzoni (scrittore di fiducia di Sergio Leone), Age e Scarpelli, “Signore & signori” è una fotografia ironica e spietata della nostra società in pieno Boom.

Nel film si intrecciano le bugie, i tradimenti e le feroci ipocrisie di un gruppo di ricchi commercianti e liberi professionisti di una cittadina del Nord Est. In un’Italia schiacciata dal senso cattolico distorto e bigotto, ma soprattutto dal suo perbenismo, l’importante non è comportarsi secondo i suoi dettami, ma: “Che resti fra noi…”, frase simbolica del film.

Fra le vicissitudini raccontate spicca quella del ragionier Osvaldo Bisigato (uno stratosferico Gastone Moschin) che si innamora della giovane Milena Ziulian (una davvero splendente Virna Lisi dall’insolita chioma nera), cassiera di uno degli esercizi più noti della cittadina. Nessuno sembra sconvolgersi più di tanto per la liaison clandestina, neanche Gilda Bisigato (Nora Ricci) moglie legittima del ragioniere. Le cose cambiano però quando l’innamorato Bisigato decide di fuggire con Milena: l’intera cittadina si oppone fermamente all’”ufficializzazione” della tresca, che viene drasticamente condannata e interrotta.

Oggi la nostra società non sta vivendo un periodo economicamente paragonabile al Boom di quei tempi (e se qualcuno lo sta vivendo è sempre la solita piccola parte, la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, invece, deve barcamenarsi per arrivare a fine mese) ma l’ipocrisia di un perbenismo figlio di alcuni principi cattolici distorti c’è sempre. Basta sbirciare i social per vedere immagini o le migliaia di frasi, “sagaci e filosofiche perle di vita”, che vengono condivise ogni giorno ma che poi stridono non poco con la vita quotidiana che si consuma dentro i nostri confini nazionali.

Sono passati più di cinquant’anni dall’uscita di questo film, e ogni suo singolo fotogramma è ancora vivo, graffiante e attuale. Un capolavoro insomma.      

Fra i numerosi premi, il “Signore & signori” vince il Grand Prix al Festival di Cannes.

“La ballata del boia” di Luis García Berlanga

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(Ita/Spa, 1963)

Alla sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia del 1963 questa pellicola fu aspramente stroncata da buona parte della critica perché – così qualcuno asseriva – sosteneva velatamente il regime franchista. Ma sta di fatto anche che provocò le ire e le proteste dell’ambasciatore di Spagna in Italia che chiese il suo immediato ritiro.

Dopo oltre cinquant’anni appare chiaro che la sceneggiatura, scritta dal grande Ennio Flaiano assieme a Rafael Azcona (sceneggiatore di fiducia di Marco Ferreri di film come “La donna scimmia” o “L’udienza”, e anche del “Mafioso” di Alberto Lattuada) e al regista Luis García Berlanga, era tutto meno che un omaggio alla dittatura spagnola. E chi si era scaldato tanto, magari lo aveva fatto per moda o per mantenere stretta la poltrona. Ma torniamo al film.

José Luis (un bravo Nino Manfredi) lavora come addetto semplice in un’agenzia funebre di Madrid. In uno dei suoi servizi gli capita di conoscere Amadeo (José Isbert) il boia di Stato. José Luis vorrebbe dimenticare subito l’incontro, ma il destino e il suo carattere debole lo portano a frequentare Carmen (Emma Penella), l’unica figlia di Amadeo. Fra i due nasce un rapporto di mutuo soccorso: lei per il mestiere del padre e lui per il suo, vengono sdegnati da tutti. Quando lei rimane incinta, José Luis vorrebbe scappare in Germania, ma alla fine acconsente a sposarla.

A pochi mesi dalla pensione ad Amadeo viene assegnato un bell’appartamento per il suo  particolare servizio allo Stato. Tutto sembra andare per il meglio, ma dal Ministero arriva la triste notizia che una volta in pensione, Amadeo dovrà lasciare la prestigiosa abitazione. L’unica soluzione è che Josè Luis diventi boia lui stesso per poter subentrare al suocero nell’appartamento. Dopo innumerevoli tentate fughe, José Luis cede. La vita, cosi’, con il nuovo stipendio e l’appartamento, diventa ancora più comoda. Ma un funesto giorno arriva la chiamata dal Ministero per un’esecuzione a Palma de Majorca…

Sono fin troppo ovvi i rifirimenti al generalissimo Franco che, come il boia, tutti sdegnano ma che alla fine nessuno ha il coraggio di cacciare o contestare. Graffiante critica anche a quella cavillosa e pachidermica burocrazia che poi Villaggio prenderà in giro col suo Fantozzi.

Per intenditori.

La ballata del boia

“Una e una notte” di Ennio Flaiano

Una e una notte Cop

(Adelphi, 1959-2006)

Leggere Ennio Flaiano è un dovere morale per ogni cittadino del mondo e per ogni italiano in particolare. Con la sua malinconica e spietata ironia ha illuminato la nostra società sia dalle pagine scritte che dal grande schermo.

Questi due racconti ci parlano di due protagonisti diversi ma che sono “le facce della stessa medaglia”, come ha detto lo stesso Flaiano, divise fra dramma e farsa tipiche del nostro Paese. E poi sullo sfondo del secondo c’è – non dichiarato – il set de “Le notti di Cabiria” di Federico Fellini che per molti anni fu amico intimo dello scrittore.

C’è bisogno di aggiungere altro?

 

Una e una notte