“L’occhio del diavolo” di Ingmar Bergman

(Svezia, 1960)

Ci sono alcuni storici che ritengono, giustamente, il 1960 l’annus mirabilis della cinematografia mondiale.

Mentre Roma si preparava ad organizzare le sue Olimpiadi – le prime dell’era dei grandi mass media e ad essere seguita dalle prime Paralimpiadi della storia – al cinema uscivano delle vere e proprie pietre miliari della settima arte.

Film come “La dolce vita” di Fellini, “Psyco” di Hicthcock, “La ciociara” di De Sica, “Spartacus” di Kubrick, “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti, “L’avventura” di Antonioni, “L’appartamento” di Wilder, “Zazie nel metrò” di Malle, “…E l’uomo creò Satana” di Kramer, “Il bell’Antonio” di Bolognini, “La lunga notte del ’43” di Vancini, “Tutti a casa” di Comencini o “L’occhio che uccide” di Powell.

A questi va aggiunto, senza dubbio, anche “L’occhio del diavolo” scritto e diretto dal maestro Ingmar Bergman che uscì nelle sale proprio quell’anno.

Bergman è uno dei pochi registi – geniali – che riesce ad unire il teatro al cinema, e lo fa senza limitarsi a realizzare del semplice “teatro filmato”. E questo film è uno dei migliori esempi. Attraverso l’antica forma farsesca del “capriccio”, veniamo introdotti da un esimio e cerimonioso presentatore all’Inferno, dove Satana ha un problema. Il suo occhio destro è afflitto da un orzaiolo e questo significa che una giovane ragazza sta per sposarsi ancora vergine.

Prima che le schiere celesti possano festeggiare, il Diavolo invia sulla Terra il suo “ospite” più micidiale e implacabile: Don Giovanni, affinché possa conquistare e “deflorare” Britt-Marie (Bibi Andersson) prima che giunga all’altare. Ma…

Ispirato alla commedia radiofonica “Ritorna Don Giovanni” del danese Oluf Bang (1882-1959) e scritta dallo stesso Bergman, “L’occhio del diavolo” è una splendida pellicola che ci parla schiettamente, senza ipocrisie e spesso molto dolorosamente – come tutto il cinema del maestro svedese – delle pieghe più oscure e contraddittorie dell’animo umano.

L’amara ironia, l’oppressione del falso perbenismo, il sesso e i riferimenti alla propria vita reale – non è un caso che Britt-Marie sia la figlia di un vicario, così come lo era nella realtà il regista – sono temi classici del cinema di Bergman, che conosceva molto bene l’ambiente e il clima di una certa società borghese.

Una delle migliori riletture del mito del Don Giovanni al cinema. Da vedere.

Nella sezione degli extra del dvd è presente una preziosa quanto rara intervista a Bergman fatta da Gian Luigi Rondi, in cui il cineasta scandivano parla del suo cinema e del suo teatro che inseguono sempre e solo una cosa: la verità.

“L’uomo che amava le donne” di François Truffaut

Uomo amava donne Cop

(1977, Francia)

Bertrand Morane (Charles Denner) ama le donne, e da queste è profondamente corrisposto. Bertrand non è bello, ma ha fascino e sa come conquistarle per una notte o poco più.

Nel suo letto di donne ne sono passate tante, e forse la paura di perdere il ricordo di qualcuna lo porta a scrivere un libro autobiografico che intitola “Lo stallone”.

Il testo viene accettato da una casa editrice che incarica la propria editor Geneviève (Brigitte Fossey) di aiutare l’autore nella sua stesura finale. Anche Geneviève finirà nel letto di Bertrand e questo le permetterà di capire al meglio e intimamente “L’uomo che amava le donne”, che sarà il titolo definitivo del libro, da lei stessa proposto e da Bertrand felicemente accettato poco prima di incontrare il suo destino.

Che ci sia qualcosa di profondamente biografico in questa splendida pellicola di François Truffaut dedicata al mito del Don Giovanni è scontato. Soprattutto pensando al funerale di Bertrand, il regista ha ricreato suo malgrado quello che molto probabilmente pochi anni dopo – troppo pochi per il cinema francese e non solo! – è avvenuto davvero alla sua morte prematura.

A differenza di Don Giovanni però, Bertrand-Truffaut non brama la conquista di una donna “…pur di metterla in lista”, ma le cerca e le possiede perché le ama, a modo suo e senza fermarsi a nessuna. Il suo più grande dolore è quello di sapere che non potrà averle tutte.

Il mio film preferito del maestro François Truffaut.