“All That Jazz” di Bob Fosse

(USA, 1979)

Non sono numerosi i testamenti spirituali di grandi autori cinematografici come questo splendido “All That Jazz” scritto (assieme a Robert Alan Aurthur) e diretto dal grande Bob Fosse.

Per farlo il geniale coreografo/regista americano torna ad ispirarsi – dopo “Le notti di Cabiria” per “Sweet Charity” – al maestro Federico Fellini e al suo “8 e 1/2”. Tutto il resto è la vera vita privata e artistica – che alla fine sembrano proprio inscindibili – dello stesso Fosse.

Joe Gideon (un grande Roy Scheider sempre con la sigaretta in bocca) è in tutto e per tutto l’alter ego di Fosse, e come lui deve mettere su le coreografie e la regia di un nuovo spettacolo musicale a Broadway. Il tutto mentre monta, da ormai parecchi mesi, la sua ultima fatica cinematografica dedicata a un famoso comico americano.

Come succede a Gideon ogni volta, l’impresa sembra impossibile, ma grazie al suo genio alla fine la vetta diventa accessibile. Ma tutto ha un costo, soprattutto quando si abusa indiscriminatamente del proprio corpo e della propria saluta con alcol, droghe, fumo (anche sotto la doccia…) e donne, tante donne.

Fosse non nasconde, anzi palesa, il suo essere Gideon tanto che nel ruolo di Kate, la compagna ufficiale del protagonista, anche lei ballerina e anche lei, come la sua ex moglie, continuamente tradita c’è Ann Reinking, al tempo delle riprese del film vera compagna di Fosse.

C’è il film che Gideon monta, che in tutto e per tutto si riferisce a “Lenny”, girato dallo stesso Fosse nel 1974, e dedicato al grande comico Lenny Bruce. E poi ci sono tutti i lati oscuri dello show business fatti di cavillose assicurazioni, invidie personali e profitti da ottenere.

E poi c’è l’epilogo drammatico della vita di Gideon, che drammaticamente anticipa tutto quello che porterà a quell’infarto fatale che nel 1987 stroncherà nella realtà Bob Fosse a soli 60 anni.

Con numeri coreografici ancora oggi straordinari, e con una crudeltà narrativa che lascia l’amaro in bocca, “All That Jazz” è uno dei più grandi film sul mondo dello spettacolo mai realizzati, che ci rapisce e commuove al pari della splendida “Show Must Go On” dell’immortale Freddy Mercury.

 

“Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata” di Bob Fosse

(USA, 1969)

Il nostro grande cinema ha fatto scuola in tutto il mondo, e spesso è stato apprezzato prima e molto più all’estero, dove ne è stato coltivato il rispetto in maniera più duratura rispetto a quello del suo Paese natale.

E’ il caso del capolavoro mondiale del maestro Federico Fellini “Le notti di Cabiria” (scritto assieme a Ennio Flaiano e Tullio Pinelli), che nel 1957 vince l’Oscar come miglior film straniero, che un altro genio assoluto del Novecento come Bob Fosse decide di portare sul palcoscenico facendolo diventare un musical.

Fellini aveva anticipato, in anni impensabili, la dignità e il rispetto verso l’anima pura di una donna che per la società di allora proprio non ne poteva avere: una “battona” delle borgate. E Fosse, con la collaborazione al testo di un terzo genio quale Neil Simon, porta sul palcoscenico un musical che sbanca ai botteghini.

Sono gli anni Sessanta e il ruolo della donna comincia ad essere al centro delle lotte sociali. Cosi Cabiria, che è diventata Charity Hope Valentine, diventa il simbolo sul palcoscenico dell’emancipazione della donna, da troppo succube dell’arroganza, del potere e delle debolezze dell’uomo.

Hollywood decide di portare sul grande schermo il musical dove a vestire i panni della protagonista è una bravissima Shriley MacLaine. La regia e le coreografie rimangono nelle mani del mago Fosse che crea una pietra miliare del cinema. Per capire la grandezza assoluta di Bob Fosse come coreografo basta riguardare le scene di ballo più famose, che ancora oggi lasciano di stucco.

Da ricordare anche la partecipazione del grande Sammy Davis Jr. nel ruolo secondario di Big Daddy Brubeck.

Per la chicca: in un ruolo ancora più marginale, ma con il nome nei titoli di testa, c’è una eterea e fascinosa Barbara Bouchet che pochi anni dopo, nel nostro Paese sarebbe divenuta un’icona sexy – e forse non tanto dell’emancipazione femminile … – con film come “Donne sopra, femmine sotto”, “Racconti proibiti… di niente vestiti” o “Una cavalla tutta nuda”.

“Cabaret” di Joe Masteroff, John Van Drute, Christopher Isherwood e Saverio Marconi

Cabaret Loc

Italia, 2015)

Non è facile confrontarsi con uno dei mostri sacri del musical del Novecento come “Cabaret” (con le muscihe di Joe Masteroff e il testo basato sulla commedia di John Van Drute e sui racconti di Christopher Isherwood), soprattutto per l’inevitabile paragone col film di Bob Fosse del 1972. Ma Saverio Marconi riesce benissimo nell’impresa grazie anche a un cast davvero di qualità su cui emergono la bravissima Giulia Ottonello – nel ruolo di Sally Bowles – e un altrettanto bravo Giampiero Ingrassia in quello del maestro di cerimonie, che nel film di Fosse è interpretato da Joel Grey (che si aggiudicherà l’Oscar come miglior attore non protagonista).

Questa bella edizione ci ricorda la grande tradizione del musical nel nostro Paese, che è ancora capace di sfornare artisti in grado di confrontarsi con capolavori mondiali.

Se vi state chiedendo perché proprio oggi parlo di questo spettacolo …è proprio il caso che andiate a vederlo!