“Roma” di Federico Fellini

(Italia/Francia, 1972)

A circa trent’anni dal suo effettivo arrivo nella Città Eterna, Federico Fellini decide di raccontarlo nel film che dedica alla metropoli che è ormai diventata la sua terra d’adozione.

Così riprendiamo idealmente la fine de “I vitelloni” in cui Moraldo/Federico sale sul treno lasciando Rimini per cercare fortuna e, soprattutto, se stesso. L’impatto con la capitale dell’Impero – siamo nel 1939 e l’ombra dell’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale si staglia all’orizzonte – già sul marciapiede della stazione è travolgente. Il giovane riminese osserva la flora e l’incredibile fauna che segneranno in maniera indelebile la sua esistenza privata e creativa. Così come l’arrivo nell’edificio che ospita la sua pensione sita in via Albenga, edificio che Fellini fece ricostruire interamente nel suo studio preferito di Cinecittà.

A fare gli onori di casa e a introdurre il giovane Federico nella sua nuova città ci sono le donne, e non solo quelle romane: ma tutte quelle che a Roma – come lui stesso – hanno scelto o dovuto vivere, loro malgrado. Come la sua enorme padrona di casa immobilizzata a letto, la cameriera tuttofare della pensione, la pensionante accanto alla quale mangia in trattoria, le “ragazze” che lavorano nelle terribili case di tolleranza, o la principessa decaduta che ormai vive solo di ricordi.

Fellini così ci sottolinea che Roma è donna: amata ma al tempo stesso usata, abusata e sfruttata dagli uomini. Ma che nonostante ciò sopravvive, soddisfa e “allatta” tutti, anche gli uomini che in quel momento sono impegnati ed eccitati nei loro giochi sanguinari di guerra. L’incarnazione della Città Eterna, è infatti per il geniale cineasta riminese, una prostituta di mezza età, matrona dalle grandi forme, col trucco pesante e dallo sguardo rassegnato ma attento, che scende nel cuore della notte dall’ennesima automobile sulla passeggiata archeologica. Volto su cui il regista basa la locandina del film.

E la voce a Roma la dà l’immensa Anna Magnani – che Fellini conosce personalmente dai tempi di “Roma Città Aperta”, e che purtroppo è alla sua ultima apparizione cinematografica – che alle domande fuori campo dello stesso regista sull’essenza della città risponde laconica e sorridendo: “a Federì và a dormì: …nun me fido”.

Capolavoro assoluto della cinematografia, dove le immagini hanno la prevalenza sui dialoghi, con delle scene ancora oggi – a distanza di cinquant’anni – potenti e struggenti. Scritto dallo stesso Fellini assieme a Bernandino Zapponi, questo film è ancora un ritratto affascinante e al tempo stesso attuale della città che da millenni muore e rinasce sdraiata sui sette colli. L’omaggio dichiarato di Paolo Sorrentino nel suo “La grande bellezza” ne è l’ennesima dimostrazione.

Di diritto nella storia del cinema il segmento dedicato al teatrino della Barafonda che coglie, come poche altre pellicole hanno saputo fare, l’anima sorniona e cruda non solo dei romani, ma di tutti gli italiani.

Da vedere, naturalmente.

“Profondo Rosso” di Dario Argento

Profondo Rosso Locandina

(Italia, 1975)

Il 7 marzo del 1975 usciva nelle sale italiane uno dei dieci migliori film nella storia della cinematografia mondiale (e se non siete d’accordo è perché avete avuto troppa paura per vederlo bene e quindi fate i fighetti!).

Io che non sono affatto un amante dell’horror, o peggio dello splatter, non posso che riconoscere come “Profondo Rosso” sia un capolavoro a tutti gli effetti.

Gli interpreti – anche se quasi tutti doppiati – con David Hemmings e Clara Calamai su tutti, la colonna sonora dei Goblin e di Giorgio Gaslini, una città inquietante (composta nella realtà da scorci e palazzi di Roma, Torino e Perugia), ma soprattutto le atmosfere e il terrore puro fanno dell’opera di Dario Argento una vetta artistica del nostro cinema alla pari dei grandi capolavori internazionali.

Scritto dallo stesso Argento assieme a Bernardino Zapponi, questo film rappresenta l’apice irraggiungibile della carriera del cineasta romano che non riuscirà più a toccare una simile perfezione.

Questo non vuol dire che il resto delle opere di Argento sia mediocre, anzi al contrario, ma “Profondo Rosso” resta lì: una spanna sopra tutti gli altri.

Per la serie “la chicca del post” ci sarebbero tanti aneddoti da ricordare, come per esempio che le mani di nero guantate del killer sono in realtà quelle dello stesso Argento, o che la prima scelta del regista per la colonna sonora furono nientepopodimeno che i Pink Floyd; ma quella che amo più in assoluto è un’altra, che avvenne fuori da una arena estiva in una splendida località balneare della Toscana molti anni or sono.

Avviso che l’epilogo di questa storia svela l’identità dell’assassino (ALLARME SVELATRAMA!), per cui chi ancora non ha visto “Profondo Rosso” si fermi qui, faccia un favore a se stesso vedendoselo, e poi riprenda a leggere.

ALLARME SPOILER: da qui in poi non si torna indietro!

Insomma, all’ingresso dell’arena c’era ovviamente la bella e inquietante locandina del film davanti alla quale tutti gli spettatori erano costretti a passare prima di prendere posto per la proiezione. Appena aperto l’ingresso, e quando ancora molti spettatori dovevano entrare, qualche rapidissimo genio malefico scrisse con un grosso e pesante pennarello nero, proprio sopra il titolo: “E’ STATA LA VECCHIA”.