“Il giovane Montalbano” di Andrea Camilleri

(Italia, dal 2012)

Il commissario Salvo Montalbano, grazie al genio di Andrea Camilleri – coadiuvato da Francesco Bruni – alla bravura di Luca Zingaretti e alla regia di Alberto Sironi, è diventato uno dei – pochi… – simboli positivi recenti del nostro Paese. Tanto che ogni qualvolta viene trasmessa una puntata in prima o in replica, gli ascolti (come si diceva una volta) sono sempre ottimi.

Non era facile mettere le mani su una serie così di successo, ma il grande Camilleri ha trovato il colpo di genio. Partendo dalla semplice domanda: com’era Salvo, prima di diventare Montalbano? Camilleri ha ideato una serie dedicata agli inizi della carriera di commissario del suo protagonista.

Arriviamo così a Vigata agli inizi degli anni Novanta, quando Montalbano, vice commissario in un piccolo paesino dell’entroterra, viene promosso e assegnato nella città in cui è nato. Il suo Commissariato è stato appena inaugurato e lui ne prende possesso non senza preoccupazioni.

Oltre ai casi verticali, che trovano la loro conclusione nella stessa puntata, nel corso di tutta la serie scopriamo lentamente l’arrivo di ogni personaggio che poi diventerà fondamentale nella serie con Zingaretti. Assistiamo magicamente ai primi incontri di Montalbano con Catarella, Fazio, Augello, Pasquano e ovviamente Livia.

Oltre alla “solita” bravura della coppia di sceneggiatori Camilleri-Bruni, bisogna riconosce quella dietro la macchina da presa di Gianluca Maria Tavarelli, e soprattutto quella di Michele Riodino che, nonostante la scarsa somiglianza con Zingaretti e la folta e riccia chioma, prende in pieno Montalbano, arrivando a farci credere tranquillamente di essere lo stesso che poi interpreterà l’attore romano.

“Le avventure di Laura Storm” di Leo Chiosso e Camillo Mastrocinque

(Italia, 1965/66)

Questa serie poliziesca, con un forte accento di commedia, nasce come risposta a quella molto bogartiana de “Il tentente Sheridan” con Ubaldo Lay. Ma, nonostante ciò, a distanza di cinquant’anni possiede ancora elementi particolari e innovativi che quella con Lay non ha.

Ideata da Leo Chiosso – uno dei più famosi parolieri del nostro Novecento – e Camillo Mastrocinque – uno dei maestri della grande commedia all’italiana – questa serie è andata in onda in otto puntate dal 1965 al 1966.

Laura Perrucchetti (una affascinante quanto brava Lauretta Masiero) lavora come giornalista presso il giornale “L’Eco della Notte” usando lo pseudonimo di Laura Storm per firmare i suoi articoli, incentrati sempre sulla moda e la mondanità. Ma Laura è una donna molto particolare: ama le arti marziali, è indipendente, fuma e ha una relazione fatta di alti e bassi col suo direttore Carlo Steni (Aldo Giuffrè). Lei vorrebbe dedicarsi alla cronaca nera, ma Steni si oppone, fino a quando la Storm non è implicata direttamente in un misterioso delitto.

Nel cast fisso appaiono anche Oreste Lionello e Stefano Sibaldi. E Andrea Camilleri, così come nelle “Inchieste del Commissario Maigret” con Cervi, è il delegato della produzione. Ma al di là dei casi gialli specifici, che spesso sono molto semplici, ciò che ancora colpisce è la modernità della figura della protagonista, che spesso le dà di santa ragione a maschi bruti e prepotenti. Si può solo immaginare la reazione indignata di molti ben pensanti che vedendola in tv sbuffarono furenti. La RAI la trasmise in seconda serata. Non ci scordiamo che noi, fino a non troppi anni fa, eravamo il Paese del delitto d’onore, dove la Legge concellava le condanne per stupro se l’aguzzino accettava di sposare la sua vittima. E’ importante ricordare pure che nel 1965 non c’era ancora il divorzio, e l’aborto era vergognosamente ancora illegale.

Nei dialoghi si respira l’aria di quella rivoluzione sociale che sta per arrivare (ma che poi cambierà molto poco rispetto a quello che aveva promesso) grazie alla quale le donne finalmente pretenderanno i loro diritti. Davvero un documento sulla nostra società che stava cambiando. Da vedere, ovviamente solo su Youtube, visto che è introvabile altrove.

Per la chicca: la sigla finale, scritta da Chiosso e Dorelli, allora compagno della Masiero, è cantata da un giovane Fausto Leali.

“Il Commissario Montalbano” di Alberto Sironi

Montalbano Loc

(Italia, dal 1999)

Ho avuto la fortuna di bazzicare, per un corso, la RAI proprio nelle settimane in cui vennero trasmesse, nel 1999, le prime puntate della prima serie ispirata al personaggio creato da Andrea Camilleri. L’aria che si respirava intorno alla serie – già in post produzione considerata “troppo” innovativa per la nostra televisione – era quella di limitare i danni (in termini di ascolti) della fiction “L’ispettore Giusti” con Enrico Montesano, che il giovedì sera trasmetteva Mediaset in risposta al grande successo “Il maresciallo Rocca” delle stagioni precedenti. La storia, e soprattutto lo share, ci hanno detto chi preferì il pubblico quei giovedì, e che a distanza di ormai 15 anni continua a preferire.

Il segreto del successo sta in numerosi elementi, il più evidente è Luca Zingaretti (che Camilleri ha sempre considerato lontano anni luce dal “suo” Montalbano), ma forse i più importanti sono le sceneggiature e la regia. Per le prime il merito deve andare allo stesso Camilleri (che si è fatto le ossa partecipando all’indimenticabile produzione RAI “Le inchieste del Commissario Maigret” con Gino Cervi) e poi anche alla freschezza e alla bravura di Francesco Bruni. Per la regia, invece, si deve riconoscere ad Alberto Sironi di aver portato in televisione un linguaggio visivo incalzante, innovativo e soprattutto efficace, sapendo scegliere anche gli attori –  nei ruoli principali come in quelli marginali – molto bravi e credibili, e facendo stare zitte le bonazze di turno, belle da guardare ma troppo spesso insopportabili da ascoltare.

“A ciascuno il suo” di Leonardo Sciascia

Ciascuno il suo Cop

(Adelphi, 1988)

Quando il 20 novembre del 1989 Leonardo Sciascia ci lasciava, ammetto che non compresi davvero l’entità della perdita che la cultura italiana stava affrontando. Oggi parlare di mafia è considerato un dovere e un diritto, ma Sciascia, durante la sua vita, dovette confrontarsi con una società e, soprattutto, con uno Stato che granitico affermava indignato: ”LA MAFIA NON ESISTE”. Ma oltre a questo grande merito sociale, di cui non si parla mai abbastanza, i libri di Sciascia sono sublimati dall’ironia, quell’ironia che è uno degli indiscutibili pregi della Sicilia, che ha contribuito a rendere così famoso il commissario Montalbano di Camilleri (che di Sciascia si è sempre dichiarato un seguace). Tutta l’ironia di “A ciascuno il suo” – ma soprattutto quella della sua ultima pagina – rappresenta uno degli apici della nostra letteratura.